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Tesi e tesine

Il filo di M., alla ricerca di Sé. Di Carlotta Scettro

M., una giovane donna di poco piu’ di trent’anni, si rivolge al Centro di Salute Mentale di Genova Quarto richiedendo, sotto suggerimento di una parente, una visita per intraprendere il suo primo percorso di psicoterapia. Da diverso tempo lamenta una forte ansia che si accentua nelle situazioni sociali, in particolar modo quando per strada ha paura di incontrare persone conosciute che potrebbero farle delle domande circa la sua vita.

Tale condizione la costringe a pianificare attentamente le uscite che avvengono sempre in luoghi da lei conosciuti e che si sente sicura di poter controllare. Dopo un iniziale incontro con la psichiatra di riferimento del Centro di Salute Mentale per l’inquadramento del caso, ho dato ad M. un primo appuntamento.
Il nostro primo incontro avviene nel mese di novembre. Puntuale all’appuntamento, M. è una giovane donna, ben curata e di bell’aspetto. Quello che da subito cattura la mia attenzione è il suo sorriso sempre presente nel corso della conversazione e che non nasconde un certo imbarazzo. M. riferisce che nei mesi passati ha avuto una forte crisi personale che l’ha portata a mettere in dubbio la relazione con G., suo fidanzato da anni, fino a chiedergli di andare via dalla casa in cui stavano convivendo da diverso tempo. Dopo il suo allontanamento, M. ha iniziato a convivere con L. , una cugina che dalla sua città natale è venuta a vivere in Liguria per essere più comoda per il lavoro e che la aiuta contribuendo alle spese e all’affitto della casa in cui vivono. Entrambe le ragazze lavorano per l’azienda della famiglia della paziente e che è stata organizzata dal padre di M. in modo molto minuzioso. M. ha una sorella e due fratelli e tutti i figli hanno condotto degli studi che hanno permesso loro di svolgere un ruolo ben preciso nell’azienda insieme ai genitori. La paziente sembra soddisfatta del lavoro che svolge sebbene talvolta le risulti difficile lavorare con i fratelli a causa di profonde differenze caratteriali. Queste sono le poche informazioni che ho potuto raccogliere nel corso delle prime sedute. Ciò che mi ha colpito in particolare modo di questo caso e’ la possibilità che ho avuto di assistere ad una vera e propria evoluzione della paziente che, con i suoi tempi, mi ha lentamente aperto degli spiragli per poter accedere ad una più profonda conoscenza di se’. In prima istanza infatti M. riferiva aspetti estremamente marginali riguardanti la sua vita, raccontandomi per lo più’ episodi quotidiani che riguardavano altre persone, mantenendo con me una certa distanza, quasi come per sondare il terreno e verificare quanto poi potesse effettivamente affidarsi/fidarsi della sconosciuta che aveva davanti. Successivamente infatti e’ emersa una grande profondità di pensiero dopo quella che definirei una “seduta importante” avvenuta nel mese di gennaio. In tale occasione M. aveva iniziato a parlarmi di una sua amica di infanzia, P., che ultimamente, un po’ per via del lavoro e un po’ per le differenti compagnie, sentiva e vedeva con una frequenza sempre minore. M. mi racconta come P. sia stata per lei molto importante negli anni trascorsi tra la scuola media e il liceo, descrivendomi uno stretto rapporto di amicizia e mentre la seguo nel suo racconto non riesco a non notare una certa malinconia riferita a quel periodo. M. torna bambina in quel momento, immersa nel suo racconto in cui mi descrive pomeriggi trascorsi con P. a parlare del più’ e del meno, delle passioni condivise ma anche di lunghi momenti di silenzio che mi descrive non come vuoti, in cui le due amiche non sapessero cosa dirsi, ma in cui bastava la semplice presenza dell’altra a far sentire quel silenzio come denso di significato e di vicinanza affettiva. M. prosegue dicendomi come passasse ore a casa dell’amica in cui occasionalmente rimaneva a dormire e come le fosse capitato a volte di chiedersi come mai dovesse ritornare per forza presso la sua famiglia, desiderando che il tempo a casa di P. non finisse mai. Con il proseguire della seduta M. mi dice che ora le cose sono cambiate tra loro e come spesso senta la mancanza di quel silenzio che adesso, quando fa la sua comparsa durante i loro brevi e fugaci incontri, altro non fa che provocarle imbarazzo; tale situazione ora la mette in una posizione scomoda in cui si rende conto di non saper cosa dire all’amica per poter sostenere la conversazione e renderla interessante. Qui fa la sua comparsa uno dei nodi centrali della paziente che nelle situazioni sociali si trova in difficolta’ e spesso mi dice, a riguardo di tali occasioni: “non so cosa dire, non credo che riuscirei a parlare liberamente se qualcuno iniziasse a farmi delle domande specialmente sul mio passato… non credo che avrei nulla di interessante da dire, quindi preferisco stare zitta”. Detto ciò’ lentamente si ammutolisce e, molto pacatamente, inizia a piangere fino ad arrivare al silenzio. In tale occasione ho potuto notare come io mi sentissi impotente davanti al suo silenzio e questo e’ stato un aspetto fondamentale che mi ha portato a discutere di questo caso. A livello controtransferale quello che ho potuto sentire e’ stato un impulso ad abbracciare la paziente che, in quel momento, vedevo come una ragazza estremamente sola e bisognosa d’attenzioni. Nel dialogo umano il silenzio e’ caratteristica onnipresente ed e’ chiaramente destinato a fare la sua comparsa anche nella seduta d’analisi e, in tale contesto, come qualsiasi altro comportamento o comunicazione da parte del paziente, il silenzio e’ sovradeterminato. Akhtar, in “L’ascolto psicoanalitico” (2015) e in “Silenzio umano, silenzio disumano” (2014), analizza alcuni tipi di silenzio che possono essere presenti nel corso della seduta psicoanalitica: il silenzio strutturale, nel quale il paziente si muove per dare un contenuto psichico tangibile al suo pensiero e che l’analista non deve interrompere per dargli la possibilità di ritornare dalla sua rêverie con una soluzione al problema del momento; il silenzio difensivo , che serve a tenere a bada pulsioni, desideri inaccettabili e i desideri di transfert che ne conseguono che sono visti dal paziente come ripugnanti o fonte vergogna; il silenzio rigenerativo, detto anche “silenzio a servizio dell’Io”, che nella visione di Khan (1983) risulta come un “campo lasciato a maggese” in cui al paziente vengono dati la possibilità e il tempo per attuare quel processo attraverso il quale l’individuo diventa persona; il silenzio contemplativo, che vede il paziente come immerso in un dialogo privato con i propri oggetti interni per dare significato a ciò a cui ha appena assistito. Quest’ultimo tipo di silenzio si presenta spontaneamente in seduta ed e’ seguito da una rivelazione significativa o da un incremento di associazioni da parte del paziente. Akhtar riferisce infatti come il silenzio stesso possa svolgere funzioni riflessive, rappresentare una chiusura volontaria da parte del paziente nei confronti dell’analista o anche rivestire i panni di una forma di comunicazione vera e propria. Ritornando ad M., a seguito di alcuni minuti di silenzio ricordo di averle chiesto che cosa P. significasse per lei, utilizzando un tono di voce basso quasi con la paura di spaventarla con questa mia domanda cosi’ personale ed intrusiva. M. con grande sforzo mi risponde “mi ricorda una parte di me”. Akhtar (2015) riferisce come il silenzio dell’analista sia un vaso in cui il paziente può sentirsi libero di gettare i suoi contenuti scomodi legittimandosi a non verbalizzarli qualora non fosse in grado di parlare. Non ci possono pertanto essere delle regole rigide per la corretta gestione del silenzio del paziente; come ricordato da Arlow (1961) nulla si può sostituire alla sensibilità ed empatia del terapeuta. Il silenzio racchiude quasi sempre significati di transfert e quindi un attento esame dell’esperienza di controtransfert può risultare di grande aiuto nel comprendere ciò che sta accadendo nel processo analitico. In quest’occasione ho potuto notare come io stessa facessi particolarmente fatica a stare in quel silenzio, che ha provocato in me quello stesso imbarazzo poco prima riferitomi da M., quasi come se fosse stato mio compito il saturare con del verbale tutto quel “non detto” che M. mi stava trasmettendo in quel suo silenzio. Quando ci si trova davanti al silenzio del paziente, e’ bene tenere a mente che serve a molti scopi e che la resistenza e’ solo uno di loro, che segue o precede qualcosa di emotivamente significativo e che può essere di per se’ fortemente comunicativo. Il silenzio dell’analista produce ovviamente a sua volta un effetto sulla relazione terapeutica che può tanto aiutare quanto danneggiare il processo analitico. Proprio a fronte di tali riflessioni penso che, rimanendo in quel silenzio cosi rumoroso , ho potuto accedere a quella parte più profonda di M. che forse, con le debite precauzioni, si e’ lentamente affidata alla mia guida. Le sedute successive hanno infatti fatto emergere un altro importante tema della vita di M. : la sofferenza. La paziente, sin dalle prime sedute, mi racconta di come lei si sia sempre prodigata per il resto della famiglia perché nessuno avesse problemi e andasse sempre tutto bene, evitando discussioni che avrebbero potuto danneggiare l’altro. Percepisco la vita di M. come un castello di carte, abilmente costruito dal padre che ha posizionato ciascuna figlia/carta al suo interno affidando compiti ben precisi che non hanno permesso alle figlie di sperimentare altro di diverso che consentisse loro una maggior conoscenza di se’. M. ha potuto cosi trascorrere la sua vita ubbidendo e assecondando l’altro senza avere uno spazio per la sua sofferenza, di cui tutt’ora non conosciamo l’origine. Con il tempo mi racconta infatti, facendo riferimento ai suoi 12 anni, di come fosse solita ascoltare canzoni tristi per poter piangere facendo fantasie su scene commoventi e di come creasse lei stessa alcune canzoni dal tono malinconico e le cantasse spesso seduta alla finestra di camera sua.

In quest’occasione ho accesso ad una parte estremamente privata e profonda di cui M. non ha mai fatto parola con nessuno. Nel proseguire le sedute la paziente inizia a portarmi sempre più spesso immagini della sua famiglia che io vedo costruita attorno all’apparire e in cui non c’è spazio per gli aspetti più profondi dei vissuti di ciascun membro di essa: mi racconta di come la senta estremamente giudicante, con particolare riferimento alla sorella maggiore e alla madre, e di come non sia raro che a turno ciascuno venga preso in giro per i suoi aspetti più “deboli”. M. non condivide questa modalità che vede come lesiva nei confronti dell’altro e ho l’impressione che tenti di uscire dagli schemi familiari manifestando una certa rabbia che inizia a fare la sua comparsa verso il mese di febbraio. Mi raffiguro la famiglia di M. come una catena di montaggio, un progetto familiare in cui non è previsto spazio per le emozioni e tantomeno per qualcosa di diverso. Ho l’impressione che la paziente stia stretta in questo schema rigido e alcuni esempi mi portano a tale riflessione: M. si commuove pensando al fratello che qualche giorno prima chiede alla paziente di dormire con lui perché ha appena concluso una relazione sentimentale e ha bisogno di consolazione; si immedesima nella sorella maggiore che, spaventata dalla velocità dell’auto in cui si trovavano insieme ai rispettivi fidanzati, chiede al guidatore di rallentare, pensando a come altre sorelle avrebbero deriso questa richiesta perché ritenuta insensata; si arrabbia quando il fratello maggiore la rimprovera perché a tavola, durante una cena di famiglia, discute animatamente con il fidanzato. Questi sono solo alcuni esempi che mi portano alla riflessione di come M. si trovi in un momento di ribellione che la porta a desiderare di uscire da questo invischiamento familiare ma nel contempo sia spaventata dal farlo. Altrettanta paura percepisco nell’idea di scoprire come mai si sia rifugiata cosi lontana dalla sua sofferenza che, appena viene percepita, provoca un ulteriore allontanamento da essa. A tal proposito M. mi dice come per comunicare i propri sentimenti, positivi e negativi, utilizzi spesso la scrittura, attraverso lunghe lettere o messaggi e questo per lei risulta essere l’unico metodo efficace per poter accedere ad una comunicazione autentica e che le consenta di non provare paura nel confronto con l’altro. Proseguendo gli incontri, nel mese di aprile M. mi porta sempre più frequentemente una sua riflessione nei confronti della cugina convivente: cerca di immedesimarsi nei suoi panni in questo periodo cosi complesso e duro da sostenere e pensa a come L. sia rimasta obbligatoriamente lontana da casa e dai suoi affetti e di come, forse, possa sentirsi isolata e spaesata non potendo far ritorno alla citta’ d’origine alla sua famiglia. Tutto ciò che mi comunica trasuda sentimento, empatia e vicinanza affettiva, ovvero tutte quelle componenti proibite e rinnegate dalla sua famiglia che io colgo immediatamente chiedendole come mai, sebbene siano conviventi, non le abbia mai riferite alla diretta interessata. La reazione della paziente e’ come quella di una bambina incuriosita ma nel contempo spaventata da questa novità che è emersa: mai infatti si era palesata per lei l’idea di parlare direttamente con la cugina di queste sue riflessioni.

Per diverse sedute è M. stessa a ritornare volontariamente sull’argomento chiedendomi esplicitamente “Si, ma cosa le dico? Cioè le dico che mi dispiace perché e’ lontana da casa e che magari potrebbe sentirsi sola in questo momento?” rimanendo stupita quando accolgo senza giudizio le sue parole che per molti potrebbero sembrare naturali e spontanee ma che per la paziente sono nuove e inesplorate. Tale episodio mi porta a pensare come M. sia da sempre stata abituata a non essere spontanea e soprattutto autentica nella relazione con l’altro. Dai racconti della paziente posso farmi delle fantasie su come le possa essere mancata una base sicura cui fare affidamento nel momento della costruzione del Sè. Riflettendo su questi diversi aspetti della paziente mi raffiguro come uno degli obiettivi del nostro lavoro potrebbe essere l’aiutare M. a guardare coraggiosamente dentro di sè e distinguere ciò che è da ciò che vorrebbe essere. Un risultato auspicabile potrebbe essere quello di facilitare un’emergenza e il riconoscimento del vero Sè consentendole di vivere secondo la propria reale natura. Al termine del mese di aprile M. compie diversi agiti, presentandosi in seduta ad orario e giorno sbagliato e chiamandomi anticipatamente al computer dato che le nostre sedute per via dell’emergenza Covid sono proseguite via Skype; io mi interrogo su cosa possa aver portato la paziente, sempre precisa e puntuale a compiere questi gesti. Al momento della seduta trovo risposta ad ogni mia domanda: M. e’ uscita dalla sua zona di confort e ha parlato apertamente con sua cugina, emozionandosi nel farlo. Mi racconta l’episodio con l’emozione tipica di una bambina che ha appena compiuto un gesto che credeva impossibile e io accolgo questo suo stupore con partecipazione affettiva. Proseguendo nei nostri incontri M. mi svela sempre più lati di Sè, parlandomi del suo lavoro, delle sue emozioni e in una seduta in particolare mostrandomi i quadri che lei stessa dipinge. È la prima occasione in cui la paziente mi fa vedere qualcosa di suo. Con piacere ho osservato i suoi dipinti, analizzandoli con lei e notando come i più datati fossero più astratti mentre i più recenti rappresentassero ambienti naturali come ruscelli o boschi soleggiati. È M. stessa a commentare “Si, è un pò come qui nei nostri incontri, prima non si capiva niente mentre ora mi sembra tutto più tranquillo”. Questo gesto e questa riflessione mi hanno portata a pensare come M. stesse procedendo per questa lunga via, quale è quella della conoscenza di Sè, consapevole di non essere più alla deriva, abbandonata su una barca in un mare in tempesta, ma come accanto a sè avesse finalmente qualcuno a cui potersi affidare.

Bibliografia
Akhtar, S., Foresti, G., Gampel, Y., Henry, B., Seganti, A. (2014), Silenzio umano silenzio disumano.Edizioni ETS
Akhtar, S. (2015). L’ascolto psicoanalitico. Astrolabio.
Gabbard, G.O. (2005). Introduzione alla psicoterapia psicoanalitica. Raffaello Cortina Editore
Winnicott, D. W. (1996). Dal luogo delle origini. Raffaello Cortina Editore

 

01
Ott
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