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Tesi e tesine

L’isolamento relazionale come nuova normalità. Di Alessio Petroni

Se da un lato è vero che durante una qualsiasi seduta di psicoterapia gli sforzi mentali del terapeuta e del paziente sono prevalentemente concentrati sul “qui ed ora” della relazione, dall’altro lato è impossibile non tenere in considerazione il fatto che il paziente manifesta determinate tematiche che hanno radici ben più profonde.


Spesso queste radici risalgono a periodi della propria vita trascorsi ormai da anni, o comunque a contesti ben più attuali, ma esterni rispetto al setting nel quale la psicoterapia si sta svolgendo. Semplificando la questione, è possibile affermare che ogni persona si sviluppa secondo il proprio ambiente di appartenenza, inclusa la società ed il periodo che essa si trova ad attraversare; tali fattori giocheranno quindi un ruolo di fondamentale importanza nello sviluppo e nella “storia di vita” di ciascun individuo.


Nel corso di queste poche pagine faremo riferimento ad alcuni aspetti legati a quello che Urie Bronfenbrenner definisce Macrosistema.
 Stando alla definizione fornita da Bronfenbrenner, nel Macrosistema rientrano tutti quegli aspetti legati alla società in cui l’individuo è immerso (Bronfenbrenner, 1986); risulta quindi impossibile non porre l’accento sul fatto che quella attuale è una società che sta attraversando uno dei suoi momenti più difficili dall’ultimo dopoguerra ad oggi.


La pandemia ancora in corso ha stravolto la vita di ciascuno di noi; prima eravamo abituati a ritmi frenetici tra lavoro, scuola, famiglia, impegni con gli amici, hobby, le giornate erano scandite da ritmi quasi insostenibili e 24 ore erano a volte anche poche per far fronte ai tanti impegni. All’improvviso tutti abbiamo dovuto rinunciare a tutto ciò: costretti a casa, a vivere h 24 con i nostri familiari: niente più svaghi, niente più spazi propri, ma un unico spazio comune.


Tali cambiamenti così radicali non possono non avere un impatto oltre che sulla vita quotidiana, anche sulla relazione terapeutica che intratteniamo con i nostri pazienti.

Cambieranno probabilmente i contenuti che i pazienti porteranno in analisi, e magari saremo obbligati a prendere in esame la possibilità di rivedere la direzione che abbiamo dato ad una terapia intrapresa prima che si diffondesse il virus.
Le persone, prima di riprendere la strada intrapresa, potrebbero probabilmente avere la necessità di rielaborare e metabolizzare i vissuti spesso negativi che stanno assumendo una posizione di grande rilevanza nella vita quotidiana di ciascuno di noi.


La paura connoterà con ogni probabilità la strada che dovrà portare ad un graduale ritorno ad una nuova normalità, si perchè la società a cui eravamo abituati non sarà più la stessa, non saremo più padroni di quella spensieratezza che caratterizzava i nostri momenti gioviali, non ci rivolgeremo più all’altro con quella confidenza e calore che in qualità di italiani manifestiamo anche attraverso il contatto fisico. 
Tutto ciò verrà inibito dalla paura che ci troveremo a guardare in faccia; l’altro assumerà ai nostri occhi una connotazione diversa, potremmo vederlo come una minaccia, come una possibile fonte di contagio che mette in pericolo l’incolumità nostra e dei nostri familiari.
 In altre parole avremo paura di fare tutto ciò che prima era scontato ed innocuo, valutando con estrema accuratezza ogni azione che dovremo mettere in atto ed imparando a convivere con vissuti quali ansia, angoscia e tristezza.


Questo virus si connoterà sicuramente come uno spartiacque tra un prima ed un dopo, tra una società che conoscevamo e che non sarà più; eventi del genere possono rappresentare un vero e proprio trauma nella vita delle persone, portando in alcuni casi anche allo sviluppo di un disturbo da stress post traumatico.
 L’aver vissuto o aver assistito ad eventi che hanno implicato morte o minaccia di morte e lo sviluppo di un sentimento di paura intensa risultano tra i criteri che il DSM-5 riconosce per poter fare diagnosi di disturbo da stress post traumatico.


Ma se da un lato c’è l’elevata possibilità di incorrere in sentimenti come quelli descritti, dall’altro c’è la reazione opposta, il rifiuto a considerare come reale il pericolo che questa situazione di emergenza sta facendo affiorare sul tessuto sociale della nostra realtà.
La negazione è infatti uno dei meccanismi di difesa a cui le persone ricorrono quando devono fronteggiare sentimenti per loro insostenibili.


Ecco che la trasformazione nella quale la nostra società sta incorrendo, fa si che anche in un contesto come quello di una terapia psicoanalitica, i terapeuti potranno trovarsi a lavorare con sempre maggior frequenza con alcune difese piuttosto che altre; la negazione rientra senza dubbio tra queste. 
Se già prima del diffondersi del virus vivevamo in una realtà connotata dalle apparenze e dal profondo desiderio di realizzazione personale, proteggendoci da tutto ciò che poteva in qualche misura rappresentare una minaccia, ora più che mai le persone mostreranno modalità di protezione verso aspetti spiacevoli della propria vita sempre più standardizzate e ripetitive.


In termini strettamente psicoanalitici, secondo Freud, la negazione riguarda quei contenuti rimossi che, staccandosi dalla sfera dell'inconscio, accettano di emergere alla coscienza, ma ad un patto: di essere negati.
 Nell'uso più corrente, invece, la negazione riguarda una situazione vissuta come sgradevole, che non viene riconosciuta, che viene ignorata o distorta fino a renderla "normale". Questo fenomeno, che generalmente è riscontrabile a livello individuale, può coinvolgere gruppi di individui e assumere delle proporzioni anche massicce su scala sociale; appare allora, in tutta la sua eclatanza, la "negazione collettiva".

Vale la pena osservare come la capacità di negare sia uno stupefacente fenomeno umano e cosi come ogni meccanismo di difesa, ha sicuramente la sua funzionalità, ma oltre certi limiti può sfociare nell’autoinganno.
Che cosa tendiamo a negare? Il dolore, evidentemente: il nostro, e quello altrui; ma anche tutte quelle condizioni che ci disturbano, che ci tirano in ballo richiedendoci un qualche cambiamento, interiore o esteriore. Siamo tutti degli "avari cognitivi" come afferma Stanley Cohen, ovvero cerchiamo di semplificare le nuove informazioni e di adattarle alle nostre concezioni precedenti, piuttosto che renderci disponibili al cambiamento, alla ristrutturazione del nostro campo cognitivo ed emotivo (Cohen, 2001).

Si tende quindi a negare qualcosa che già "si sa", qualcosa che non è, o non è più inconscio, ma che non ha ancora trovato posto nella coscienza. Ogni nuova consapevolezza, soprattutto se “provocatoria" come può connotarsi l’accettazione della situazione di pandemia in corso, richiede una sorta di adattamento del bagaglio conoscitivo precedente, un rinnovamento di tutto l'ambiente interiore: la negazione ci risparmia proprio questo faticoso lavoro. Ma ogni pigrizia ha un prezzo: ne resta oscurata, in qualche modo inficiata, la limpidezza della nostra percezione, la fluidità del nostro pensiero e la coerenza del nostro agire.


Ecco che si diffondono tra le persone comportamenti e credenze dissonanti con l’effettivo pericolo, come i vari slogan “sconfiggiamo la paura con un aperitivo” che tanto è riecheggiato specialmente agli inizi della diffusione del virus. Negare comporta di restare in quella zona semibuia in cui contemporaneamente "si sa e non si sa", sospesi in un limbo; una difesa dal dolore che, se è comprensibile in chi lo sta subendo direttamente, lo è meno in chi, essendo testimone, è più distaccato e può recuperare la consapevolezza, senza restarne annichilito da ciò che sta accadendo (Cohen, 2001).


La società sta cambiando talmente tanto velocemente che rischiamo di non riuscire più a distinguere il superfluo dall’utile, saremo probabilmente più insicuri rispetto al passato, e non siamo nemmeno più sicuri del futuro che ci aspetta.
 Ci sentiamo aggrediti dal mondo, e di conseguenza vogliamo proteggerci e rinchiuderci dentro l’unica cosa che ci sembra sicura: noi stessi.
 Questa paura, unita alla distanza sociale imposta dal governo, ci impedisce di aprirci al mondo ed agli altri come facevamo prima per paura di soffrire, perché ci sentiamo già abbastanza precari e vulnerabili così.


A mio avviso però questa situazione non è esclusivamente frutto del periodo storico che ci troviamo ad attraversare, bensì una conseguenza che è stata solamente accelerata dalla pandemia, ma alla quale saremmo probabilmente incorsi nell’arco di non moltissimo tempo.
 Ritengo che già prima che il virus si diffondesse vivevamo in una società altamente performante, dove le persone venivano considerate solamente per ciò che avrebbero potuto offrirci in termini di realizzazione personale.


Molti ambiti della società testimoniano questo cambiamento, basti pensare all’aspetto cinematografico e televisivo; se fino a qualche anno fa uno dei temi principali trattato da film e serie tv era l’amore e la centralità delle relazioni umane, più recentemente questo focus sta lentamente assumendo un ruolo sempre più marginale e decentrato, lasciando spazio a temi quali la realizzazione del sé ed il raggiungimento di obiettivi personali.
Il tema amoroso viene ad assumere un ruolo sempre più marginale, così anche le relazioni vere, profonde, caratterizzate da quel legame e quel rapporto che ancora caratterizza le sedute di psicoterapia e senza il quale non potrebbe esistere beneficio alcuno.
Il concetto che mi piacerebbe trasmettere è il fatto che il distanziamento sociale impostoci sta a mio avviso dando una brusca accelerazione a questo processo avviato ormai da anni, portandoci appunto a chiuderci sempre più in noi stessi.


Riprendendo il concetto espresso inizialmente secondo cui ogni individuo si sviluppa secondo l’ambiente di appartenenza, probabilmente dovremmo aggiungere la considerazione che ogni individuo viene anche giudicato in base allo stesso ambiente, rischiando in alcuni casi di sminuire e sottovalutare aspetti della patologia che in base al contesto possono essere considerati funzionali o meno (patologici o no).
 Riporto l’esempio di un ragazzo che seguivo prima di trasferirmi altrove, perchè lo ritengo particolarmente esplicativo di come la patologia possa essere resa normale e quindi rinforzata in base alle situazioni.
Tommaso (lo chiameremo così) giunge ad un primo contatto con me tramite la segnalazione dei servizi sociali; è un ragazzo di 17 anni con grandi difficoltà di socializzazione.
 Da ormai parecchi mesi si è chiuso nella sua stanza tagliando ogni ponte con scuola ed amici, esce solamente sotto insistenza della mamma per andare a fare delle commissioni occasionali. Certamente il comportamento di Tommaso manifestava una sofferenza che necessitava di una approfondita comprensione.


Dopo l’interruzione del nostro rapporto non ho più avuto modo di entrare in contatto con il ragazzo e con la famiglia, se non fino a quando la situazione di lock down era giunta a metà.
 La mamma mi mandò un messaggio informandomi di quanto stesse bene adesso il ragazzo e di come si sentisse a suo agio.
 Questa comunicazione ci permette di soffermarci sul fatto che nel caso di Tommaso i divieti di uscire che il governo ha imposto, hanno fatto si che il suo stato venisse considerato come un “comportamento esemplare”, rischiando di normalizzare una situazione che prima della quarantena stava silenziosamente urlando aiuto.
 La relazione terapeutica, con le sue caratteristiche, può permettere quindi alle persone di scavare più a fondo, ed arrivare ad una reale conoscenza di se stessi che viene sempre più minacciata dalla situazione di emergenza in corso.


Rischiamo di allontanarci dalle dinamiche che si possono creare tra due persone, di perdere i problemi, le crisi, il perdono, la capacità di vivere assieme, se non con i propri familiari, e di non saperci riadattare facendo ognuno una dovuta introspezione. 
In questa società cosi profondamente segnata dal distanziamento sociale si rischia di diventare affettivamente immaturi, di fermarci alla superficie delle relazioni senza andare in profondità; non ascoltando più l’altro, senza cercare di capire (e capirsi), rischia di non esserci più posto per l’ascolto, per la comprensione e per il guardarsi negli occhi ad una distanza inferiore al fatidico metro di sicurezza; rischia di non esserci più posto per le persone, ma solo per la paura di ciò che queste possono rappresentare.


All’interno di questa cornice sociale che si sta sempre più delineando, ognuno tenderà a salvaguardare sé stesso ancor più di quanto facevamo prima; è per questo che anche all’interno di una delle poche relazioni reali rimaste come quella analitica, i terapeuti si troveranno sempre più a doversi interfacciare con difese dell’io e sentimenti di paura, angoscia e tristezza che vanno assumendo una frequenza sempre maggiore.


Alla luce di tutto ciò è importante monitorare attentamente l’evolversi della società e delle sue nuove abitudini, perchè queste faranno con ogni probabilità sempre più da sfondo dominante ai temi che i pazienti porteranno in analisi.


BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore
Bronfenbrenner, U., (1986), “Ecologia dello sviluppo umano”, Il Mulino, Bologna.
Cohen, S., (2001), “Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea”, Carocci editore, Roma.

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