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Il caso di B: il miracolo delle telefonate. Di Martina Ribola

La prima volta che incontro B. è all’interno dell’associazione con la quale collaboro, in compagnia di una collega che già conosce il suo caso e che me la presenta. B. è una giovane mamma, alla quale è stato tolto il figlio per inserirlo all’interno di una casa famiglia. La scelta dell’allontanamento del figlio è stata giustificata dalle difficoltà della donna di occuparsi della crescita sia psicologica che materiale del minore.

La richiesta che mi viene fatta è quella di svolgere insieme a B. un breve percorso di sostegno psicologico che abbia come obiettivo quello di offrire alla donna uno spazio all’interno del quale sentirsi accolta e poter elaborare l’allontanamento del figlio.
Le collega mi descrive B. come una donna e mamma fragile, con un vissuto traumatico non ben definito, con la tendenza a legarsi a uomini violenti, da uno dei quali ha avuto il bambino.
B. mi viene anche descritta come una donna molto affettiva, che a seguito di una iniziale reticenza nei confronti dell’associazione vi si è affidata totalmente e che si sta impegnando molto per riconquistare uno spazio nella società e riavere il figlio con sé.
Il primo colloquio con B. mi colpisce molto sia a livello fisico che comunicativo: B. dimostra più anni della sua età, risulta trascurata e le mancano gran parte dei denti, nonostante non abbia un passato da tossicodipendente. Veste con abiti estremamente aderenti che creano una dissonanza visiva tra ciò che indossa e come lo indossa. Quando parla manifesta difficoltà ad articolare le parole e tende all’interno del discorso ad omettere nessi logici e temporali con il risultato che le frasi da lei pronunciate appaiono come un’accozzaglia di elementi poco comprensibili.
Inizialmente le sedute con B. si sono rivelate estremamente faticose: ci sono stati numerosi ritardi, sedute saltate e spesso B. si è presentata accompagnata dal nuovo fidanzato, il quale sembrava voler invadere e controllare il setting dei nostri colloqui. Riconosco di aver pensato più volte che B. non ce l’avrebbe mai fatta a portare avanti i nostri incontri e solo oggi mi rendo conto di quanto quei pensieri fossero intrisi di giudizi e pregiudizi.
Durante i colloqui la disorganizzazione linguistica di B. ha reso difficile l’interazione, creando un caos che sembrava fagocitarmi nel tentativo di comprenderlo: gli argomenti principali di cui B. parlava riguardavano il figlio e il desiderio di riaverlo con sé. Alle mie domande inerenti la sua storia la donna tendeva a cambiare discorso o a fornirmi racconti caotici in cui gli avvenimenti passati e presenti si mischiavano così come i personaggi della narrazione. Spesso avevo difficoltà a capire di chi parlasse o a quale altro membro della famiglia facesse riferimento. In modo confuso cercò di spiegarmi che era scappata più volte dal padre di suo figlio, senza però anche in questo caso collocarmi tali fughe all’interno della sua storia.
Durante i colloqui B. tendeva a non fare mai riferimento alle proprie emozioni, rispondendo di non provare nulla quando io cercavo di indagare i suoi stati d’animo. Sembrerebbe che B. abbia utilizzato come meccanismo di difesa quello dell’isolamento dell’affetto, che le avrebbe permesso di operare una separazione psichica tra il proprio vissuto e le emozioni ad esso collegate, probabilmente troppo intense da poter sopportare (McWilliams, 2012).
Una peculiarità che ho potuto osservare durante i colloqui è come la donna, negli ultimi minuti prima della fine delle nostre sedute, facesse accenno, sempre in modo molto confuso, a delle proprie caratteristiche fisiche: ad un vestito che aveva indossato, all’allergia ai pollini o ai tacchi che non riesce ad indossare in quanto troppo dolorosi. Ho sempre prestato poca attenzione a quei brevi accenni, sia durante i colloqui che a posteriori, quando ripercorrendo mentalmente i nostri dialoghi cercavo di metterne insieme i pezzi e dargli un senso. Solo grazie alla supervisione ho potuto rendermi conto di quanto in quelle brevi frasi B. stesse cercando di comunicarmi qualcosa: forse di essere a disagio con la propria fisicità e con il proprio abbigliamento, forse stava cercando di farmi intravedere quanto doloroso fosse lo sguardo altrui su di lei e di conseguenza anche quanto la mia presenza la mettesse in difficoltà.
I racconti disorganizzati di B. mi hanno riportato alla mente gli studi sull’attaccamento negli adulti, in particolare le comunicazioni delle persone con stato irrisolto della mente, i quali come la mia paziente, presentano numerosi lapsus nel monitoraggio del discorso e del ragionamento, utilizzando espressioni che sembrano violare la comune comprensione della causalità fisica o delle relazioni spazio-tempo. Come evidenziato dalla letteratura la messa in atto di ragionamenti di questo tipo potrebbe indicare l’esistenza di sistemi di memoria e di credenze incompatibili che normalmente dissociati e separati gli uni dagli altri, a causa del loro contenuto traumatico, si introducono nella coscienza simultaneamente di fronte a situazioni che attivano un eccessivo coinvolgimento del sistema di attaccamento (Steele & Steele, 2010). Così come si osservano, nei bambini con attaccamento disorganizzato, comportamenti confusi e disorientati di fronte alle situazioni di stress, così sembrava avvenire in B. durante le nostre interazioni: ho ipotizzato infatti, grazie al supporto della supervisione, che i nostri colloqui e le mie domande inerenti la sua storia e il suo passato abbiano in qualche modo attivato il sistema di attaccamento e generato in lei questo tipo di risposta (Abram, Rifkin & Hesse 2006; Jacobvitz, Leon & Hazen 2006).
Ripensando alle comunicazioni di B. e collegandole alla teoria di Bion, si potrebbero definire i suoi dialoghi anche come evacuazione di rumore psichico, intesa come produzione di elementi beta, pensieri non pensati, che non possono essere legati tra loro nella creazione di significato in quanto assente la funzione alfa che possa trasformarli in elementi dell’esperienza, elementi alfa (Ogden, 2005).
Inizialmente mi sono spesso sentita poco utile di fronte ad B., sentivo di non poter intervenire nelle sue comunicazioni come in realtà avrei voluto e provavo irritazione nel non riuscire a comprendere del tutto quello che la donna voleva comunicarmi.
Nel cercare di dare un senso a questa mia reazione controtransferale, mi sono resa conto però di quanto ogni volta che cercavo di porre domande a B. per conoscere il suo passato mi allontanassi in realtà dal rapporto che cercavamo di costruire, probabilmente per difendermi a mia volta dal carico emotivo che la paziente avrebbe generato in me e impedendo in tal senso lo sviluppo di un dialogo inconscio. Citando Cremerius (1982) solo quando entro nel rapporto, partecipo con la mia vita, posso veramente capire, ed era ciò che non stavo facendo. Mentre osservavo B. di fronte a me, cercando di raccogliere informazioni, stavo in realtà allontanandomi dall’angoscia che lei probabilmente voleva comunicarmi. Ho tentato dunque nel corso della nostra conoscenza di modificare il mio atteggiamento indagatorio, limitandomi a svolgere una funzione di contenimento, raccogliendo i racconti della paziente e cercando di dar loro un ordine e un significato emotivo laddove mi fosse possibile, in una sorta di reverie (Bion, 1972), per aiutare B. a metabolizzare quegli elementi beta, confusi e disorganizzati, e a trasformarli gradualmente in elementi pensabili.
Modificando il mio modo di stare in seduta con B. e accettando di stare nella confusione e nell’incertezza, la mia iniziale reticenza nei suoi confronti si è modificata per lasciare posto al sentimento di tenerezza e al desiderio di aiutarla. Nonostante a seguito di ciò abbia potuto notare una maggiore apertura di B. e una maggiore tranquillità espressiva il vero cambiamento nel nostro rapporto è avvenuto con il lockdown a inizio Marzo. A causa dell’emergenza sanitaria abbiamo dovuto infatti interrompere i nostri colloqui in struttura e per alcune settimane siamo rimaste in attesa di capire come poter proseguire i nostri incontri.
Solo dopo la seconda metà di Marzo ho potuto riprendere i colloqui con B. telefonicamente, preferendo lei le chiamate vocali ad altri strumenti comunicativi.
Descrivendo questa seconda parte del nostro percorso terapeutico ho come l’impressione di parlare di un’altra paziente.
Ciò che è successo infatti attraverso le chiamate con B. mi ha lasciata completamente stupita. Sin dalla prima telefonata B. ha abbandonato la disorganizzazione comunicativa: al telefono le sue parole sono risultate chiare e ben articolate. Le frasi hanno perso la loro confusione per lasciare spazio ad un pensiero strutturato e ben formulato. Il miracolo delle telefonate non ha riguardato soltanto la struttura della frase ma anche il suo contenuto: B. mi ha infatti permesso di conoscere parti di sé e della sua storia che non mi aveva mai mostrato prima.
Il primo argomento che ha affrontato, senza che io le ponessi alcuna domanda, è stato quello relativo al rapporto con il suo corpo e con sua madre. Mi ha raccontato di quanto sua madre sin da piccola la denigrasse e non la facesse sentire accettata e di come ancora oggi spesso si senta giudicata per il suo aspetto. Mi ha raccontato di come vorrebbe potersi migliorare, ma di come in questo momento le sia impossibile a causa delle significative difficoltà economiche. Parlando della madre B. ha avuto modo di descrivere quale tipo di mamma vorrebbe essere per il proprio figlio, riconoscendosi come un genitore distante fisicamente ma presente in ogni suo momento di bisogno.
Ho ipotizzato, ragionando sul significato di questa frase, che B. abbia operato una sorta di identificazione nei miei confronti, equiparandomi ad una figura materna costante e stabile, distante a causa dell’emergenza sanitaria, ma comunque presente nei momenti di necessità.
B. mi ha raccontato di essere stata a lungo seguita durante l’infanzia da una psicologa infantile che ha descritto come cattiva e frustrante; aggiungendo poi: mi obbligava a stare seduta a disegnare e ogni cosa che facevo non andava bene. Mi obbligava a parlare di mio padre, mentre io volevo solo uscire a giocare con gli altri bambini. A seguito di questo racconto mi rendo conto di quanto possa essere stato difficile per B. accettare inizialmente di dover ricominciare un percorso psicologico, di cui aveva in memoria un ricordo così negativo.
Nei colloqui successivi mi ha parlato anche del resto della sua famiglia, di quei parenti che si sono sempre occupati di lei e che continuano ad aiutarla e di quelli con cui invece non ha più contatti. Mi ha parlato a lungo di sua sorella e di come da piccole abbiano dovuto sostenersi a vicenda per poter affrontare l’abbandono del padre a seguito del divorzio dei genitori e la conseguente grave depressione della madre, che non le permetteva neanche di alzarsi dal letto.
B. mi ha descritto come in adolescenza sia scappata di casa senza pensare alle conseguenze che la sua fuga avrebbe comportato. Mi ha raccontato che a seguito della fuga non sia mai stata cercata dai genitori e che sia stata trovata dopo qualche tempo dalle forze dell’ordine che l’hanno poi condotta in una comunità. Parlandomi della comunità mi ha potuto descrivere la paura per il sapere il figlio in una casa famiglia e il timore che possa soffrire quanto ha sofferto lei: io so cosa vuol dire stare in una comunità, sono esperienze che segnano, io ho paura che lui possa vivere quello che ho vissuto io. Quando vivi in una comunità devi essere forte, saperti difendere, tirare fuori i denti, se no gli altri ti schiacciano, li nessuno ti protegge.
B. ha potuto descrivermi inoltre i sogni che avrebbe voluto realizzare nella sua vita: le sarebbe piaciuto viaggiare e visitare il mondo, ma ciò non è stato possibile per la nascita del figlio. Dai suoi racconti immagino quanto la nascita del figlio sia stata improvvisa, piena di solitudine e poco mentalizzata: ho immaginato una ragazza sola, in fuga da tutto e soprattutto da se stessa e dalla propria angoscia, che ha realizzato di essere madre senza aver a fianco la propria madre né fisicamente né mentalmente. Una solitudine che l’ha lasciata, utilizzando le parole di Frieda Fromm Reichman (1959), emotivamente paralizzata ed indifesa, in balia di un uomo aggressivo e violento.
Attraverso i colloqui telefonici ho continuato ad ascoltare e ad utilizzare delle forme di intervento più supportive che interpretative: B. infatti nonostante si sia mostrata più aperta al dialogo manifesta ancora numerose resistenze di fronte a miei interventi. Mi è stato possibile però aiutarla a verbalizzare alcuni suoi stati d’animo, come la rabbia nei confronti dell’ex fidanzato e la delusione seguita poi dalla rassegnazione verso la madre.
La supervisione mi ha permesso di comprendere il cambiamento radicale di B. e ho potuto analizzare il transfert della paziente nei miei confronti: probabilmente la donna ha potuto parlare di sua madre e della madre che vorrebbe essere avendo proiettato su di me l’immagine di una figura accudente che contiene e supporta, di una mamma buona. Riprendendo la teoria kleiniana (1952) è come se la paziente, potendo eludere il canale visivo, avesse potuto scindere l’immagine di madre e terapeuta denigrante e negativa, concentrata solo sul corpo, da quella buona e accogliente, più attenta agli stati mentali che fisici, proiettata su di me. Il fatto di non essere vista avrebbe permesso alla paziente di sentirsi maggiormente sicura non dovendosi concentrare sulla difesa della propria immagine.
Facendo riferimento alla teoria di Bruner (1968) sull’attenzione ho ipotizzato che in presenza del contatto visivo la paziente non riuscisse a pensare tra parentesi. Così come il bambino neonato nei primi giorni di vita non riesce ad integrare l’azione della suzione e l’osservazione del viso della madre ma acquisisce ciò successivamente, B. nei colloqui vis a vis sembrava perdere la capacità di integrare l’attenzione volta verso la difesa del suo corpo con quella necessaria al dialogo, sviluppando una forte angoscia nei miei confronti, generata dall’attivazione del suo legame di attaccamento instabile e disorganizzato e con la conseguente produzione di quel rumore psichico bioniano nominato precedentemente.
Il percorso con B. mi ha permesso di ragionare sul concetto di setting e su quanto la modifica dello stesso, per cause maggiori, ci abbia permesso di lavorare insieme in maniera differente e sicuramente più produttiva. Il poter mettere una barriera fisica tra di noi ha permesso all’angoscia e alla paura del giudizio di lasciare spazio ad un vero dialogo: come se il fatto di poter operare una separazione materiale tra la visione e l’ascolto avesse permesso ad entrambe di incontrarci in un’altra dimensione, quella inconscia.
B. e la quarantena mi hanno obbligata a riflettere su quelle che fino ad oggi sono state le mie poche certezze, la stanza dove la ricevevo, gli appuntamenti stabiliti, l’importanza del contatto visivo e dell’osservazione di come il paziente si muova all’interno di questi elementi, per mettermi a confronto con il concetto di setting interno, che non dipende da dove noi siamo e in quale posto e modo vediamo il paziente ma che rimane contenuto nella nostra mente.
Con B. ho dovuto fare i conti con i dubbi, le incertezze e il timore di essere poco utile. Ho dovuto calibrare il mio modo di comunicare e imparare ad ascoltare diversamente, tra le righe, nella confusione. Con B. ho dovuto integrare il mio bisogno di conoscere e di capire con una nuova modalità di ascolto e facendo riferimento ancora una volta a Cremerius a confrontarmi con la consapevolezza che per persone come B. con una storia così difficile e traumatica spesso sia difficile concettualizzare i problemi psichici.
Con B. ho dovuto più volte fermarmi a riflettere sui miei sentimenti controtransferali: inizialmente di forte difesa e poi di protezione e affetto, probabilmente elicitata dalla parte infantile e inespressa della donna.
Attualmente le sedute telefoniche con B. stanno proseguendo e sto ragionando sul fatto di poter ricominciare a vederla all’interno della struttura. Mi rendo conto che ciò che mi frena non è rappresentato dalla paura del contagio ma dal timore che i progressi ottenuti in questo periodo possano vanificarsi una volta messe nuovamente una di fronte all’altra.
Riconosco che il lavoro con B. sia ancora lungo, mi piacerebbe però cominciare a far sì che si possano integrare visione e ascolto, che, separate, hanno garantito un elemento di protezione alla paziente durante questo periodo e gettare le basi per mettere a confronto e unire quelle che sono le due immagini scisse di madre che B. ha: quella di madre buona e presente, cui lei aspira, e quella di madre cattiva, per permetterle di avere maggiori strumenti anche per pensare se stessa in termini genitoriali.
Nell’ultima nostra seduta, al termine del colloquio telefonico, B. mi saluta con questa frase: sa se un domani mio figlio avesse bisogno di uno psicologo io ce lo porterei e non mi importerebbe che cosa gli racconterebbe perché saprei che li si potrebbe sfogare e che sarebbe ascoltato. Ho riflettuto a lungo su queste parole e ho ipotizzato che si sia iniziata ad affacciare in B. un’integrazione tra la psicologa castrante e punitiva della sua infanzia e quella più comprensiva della sua vita adulta. Inoltre, non so dire se sia una mia fantasia narcisistica, ho avvertito una sorta di ringraziamento della paziente nei miei confronti e di questo sono felice.

BIBLIOGRAFIA

Abrams, K. Y., Rifkin, A., & Hesse, E. (2006). Examining the role of parental frightened/frightening subtypes in predicting disorganized attachment within a brief observational procedure. Development and psychopathology, 18(2), 345-361.

Bion W. R. (1972). Apprendere dall’esperienza. Armando Editori, Roma.

Bruner J. S. (1968). Processes of Cognitive Growth. Infancy.

Cremerius J. (1982). Seminari di psicoterapia. Edizioni il Ruolo Terapeutico.

Jacobvitz, D., Leon, K., & Hazen, N. (2006). Does expectant mothers' unresolved trauma predict frightened/frightening maternal behavior? Risk and protective factors. Development and psychopathology, 18(2), 363-379.

Klein M., (1952-58). Il mondo interno del bambino. Biblioteca Bollati Boringhieri.

McWilliams N. (2012), La diagnosi psicoanalitica. Casa editrice Astrolabio.

Ogden T. H. (2005). L’arte della psicoanalisi: Sognare sogni non sognati. Raffaello Cortina Editore.

Reichman F. F. (1959), La solitudine, in Khan M. M. R., Sullivan H. S., Freud A., Reichman F. F., Kleiner J. & Sohn L. (1993), Solitudine e Nostalgia, Bollati Boringhieri.

Steele H., & Steele M. (2010), Adult Attachment Interview. Applicazioni cliniche. Raffaello Cortina Editore.

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