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In un tempo sospeso: la ricerca di senso e di significato nell’incertezza " Reparto psichiatrico Covid19. Di Gloria Aragno

All’origine del problema dell’esistenza degli altri, c’è un presupposto fondamentale: altri, infatti, è l’altro, cioè l’io che non è me; cogliamo dunque qui una negazione come una struttura costitutiva dell’essere-altri. [...] Altri è colui che non è me e che io non sono.

 Questo non indica un nulla come elemento di separazione dato tra altri e me. 
Tra altri e me c’è un nulla di separazione.
 Questo nulla non trae la sua orgine da me, né da altri, né da una relazione reciproca di altri con me: invece, è originariamente il fondamento di ogni relazione tra altri e me, come prima assenza di relazione. [...]

Nessuna negazione esterna ed in sé separa la mia coscienza dalla coscienza d’altri,
ma per il fatto stesso che io sono io, escludo l’altro:
l’altro è ciò che mi esclude essendo sé, ciò che io escluso essendo io. [...]

Infatti, proprio nell’opporsi all’altro, ognuno è assolutamente per sé;
 afferma contro l’altro e di fronte all’altro il suo diritto di essere individualità. [...]
Ma l’altro mi interessa solo in quanto è un altro Io, un Io-oggetto per Me, e inversamente in quanto riflette il mio Io, cioè in quanto io sono oggetto per lui. 
Poiché io non posso essere oggetto per me, se non laggiù,
 nell’altro, devo ottenere dall’altro il riconoscimento del mio essere.
[...]

Il valore del riconoscimento di me da parte dell’altro 
dipende da quello del riconoscimento dell’altro da parte mia.
 In questo senso, quanto più l’altro mi coglie come legato ad un corpo ed immerso nella vita,
 tanto meno io sono me stesso e sono invece un altro. 
Per farmi riconoscere dall’altro, devo rischiare la mia vita.
 Rischiare la propria vita, infatti, è rivelarsi come non-legato alla forma oggettiva o a qualche esistenza determinata;
come non-legato alla vita.
 Ma nello stesso tempo, io perseguo la morte dell’altro. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla.
Quando sei lì davanti allo specchio e I tuoi occhi non sorridono, 
hanno perso la profondità della vita, allora o rinunci o raddoppi gli sforzi. Li triplichi fino allo sfinimento.

Sei in mare aperto: o affoghi o scegli una direzione. L’importante è ricominciare.
Contini, A. (2018)

Quella che oggi ci troviamo a vivere è definita dagli esperti una “maxi-emergenza”: una realtà “altra”, “nuova”, connotata da complessità, vulnerabilità, incredulità, isolamento, negazione, sopraffazione, connessione e, certamente, dal bisogno di sviluppare rapidamente nuove capacità di adattamento di schemi mentali e cognitivi. Ciò che maggiormente spaventa è la “grande incognita del futuro”: tema centrale che fa da sfondo all’intera emergenza è la grande incertezza che ci circonda, associata ad un’atmosfera di sospensione, che porta a pensare a una vita senza progetti, insieme ai gravi risvolti economici negativi, che a più livelli si ripercuotono sulla società (Vaggi, 2020).

In un contesto devastante, improvviso e in cui aleggia il tema del mortifero, è fondamentale interrogarsi su percezioni, sensazioni, rappresentazioni mentali, sentimenti di impotenza e onnipotenza, ma anche su risorse, resilienza, individualità, gruppalità e comunità; per far sì che parola e pensiero non vengano esclusi dall’emergenza, ma anzi divengano aspetti salienti, per evitare acting che annullino le capacità comunicative e di pensiero. In una dimensione spazio-temporale sospesa, irreale, temuta e a tratti scissa, ho deciso di condividere la mia esperienza diretta, “sul campo”, cercando di dare all’elaborato un taglio professionale, ma prima ancora umano ed esperienziale.


“Covid 19, nasce una struttura per i malati psichiatrici”: ecco il titolo con il quale si apre l’articolo uscito il 10 Aprile sul quotidiano “La Repubblica”. La prima struttura extra ospedaliera per pazienti psichiatrici affetti da Covid-19, è quella per la quale da inizio aprile lavoro come operatrice.
Non ho intenzione di nascondere l’insieme di emozioni e sensazioni che io stessa mi sono trovata a sperimentare quando mi è stato chiesto di dare il mio contributo per la struttura in questione. Ad una fase iniziale di incredulità, disorientamento, confusione, estraniazione e a tratti anche angoscia, è subentrata la consapevolezza di “poter fare” qualcosa per “l’altro” e per “me”; la possibilità di “indossare lenti diverse” con le quali guardare la realtà che stiamo vivendo e di far tesoro dell’esperienza umana, prima ancora che professionale, nella quale sono ad oggi coinvolta.

Ecco da dove nasce la scelta di inserire come incipit dell’argomentazione uno stralcio del testo di Sartre, “L’essere e il nulla” (1943).

Il fenomeno dello “sguardo”, come l’autore lo definisce, attraverso il quale solo l’altro può riconoscermi, strettamente connesso alla condizione dell’essere “gettato” nel mondo, per la quale l’uomo si trova, appunto, gettato “presso le cose” nella modalità della “cura” (citato in Heidegger, 1968) hanno in me evocato collegamenti mentali ed associazioni con la pandemia attuale.
In una dimesione heideggeriana, in cui “l’uomo conduce un’esistenza inautentica, ossia un’esistenza banale e anonima, diventando cosa egli stesso e vivendo in uno stato di alienazione e di “deiezione” (nel senso di “caduta” dell’esserci nella banalità del quotidiano)”, la domanda cruciale, sempre citando l’autore è come sia possibile, per l’uomo, accedere a un’esistenza autentica. 
L’autenticità, secondo Heidegger, “è annunciata in un particolare modo di sentire del soggetto” che egli, sulla scia di Schopenhauer, identifica nell’angoscia”. L’angoscia. È in questa parola che scorgo il focus principale da cui partire per lo svolgimento dell’elaborato. Se per Sartre il sentimento dell’angoscia è derivante dal peso che l’uomo sente gravare su di sé, della responsabilità del mondo, associato al “rendersi conto dell’assurdità della propria impresa di progettare sempre nuovi significati, destinati a essere superati in una corsa senza senso e senza fine”; in termini psicologici parliamo di angoscia quando il sintomo ansioso del paziente diviene uno stato d’animo talmente imponente e travolgente da rendere necessaria una differenziazione qualitativa dello stesso.


Da un punto di vista psicodinamico l’angoscia è generalmente definita come un “fenomeno emotivo spiacevole in relazione sia alla presenza di una situazione attuale traumatizzante, sia all’attesa di un pericolo legato a un oggetto indeterminato”. Freud, nella teorizzazione successiva a quella del modello strutturale delle funzioni psichiche, considera l’angoscia come una risposta dell’individuo a una situazione di pericolo o traumatica, sostenendo come questa possa essere esperita dall’Io, il quale può provare angoscia in relazione al mondo esterno (angoscia del reale), in relazione all’Es e agli impulsi libidici avvertiti come pericolo interno (angoscia nevrotica) e in relazione al Super-Io (angoscia morale) (Zavattini, Stella & Lis; 2006).

Trovo che la concezione freudiana dell’angoscia reale, o meglio “l’angoscia di fronte a un pericolo reale”, sperimentata dall’uomo dinnanzi a un pericolo esterno che costituisce una minaccia reale, sia, ad oggi, di grande attualità.
Forse mi sono dilungata eccessivamente, ma ho ritenuto significativo soffermarmi su aspetti filosofico-esistenzialistici prima di addentrarmi nell’analisi psicologica del fenomeno.
Numerosi sono stati gli articoli scientifici, i webinar, i corsi di formazione che si sono trovati in rete in questo periodo di isolamento e che hanno individuato e preso in considerazione gli aspetti e gli strascichi psicologici della pandemia. Per dare quindi un taglio personale a questo scritto, ritornando alla mia esperienza, proverò a ripercorrere la pandemia dalla prospettiva del paziente psichiatrico e ad esplorare quali sono i vissuti, le sensazioni, le paure che ho avuto modo di osservare.

Tutti fuori parlano della follia. Sembra di casa. Ognuno l’ha vista o pensa di averla sfiorata. La follia non devi pensarla, immaginarla.
 Se la incontri la ricorderai per sempre!
Contini, A. (2018)


In passato, attorno alla definizione di che cosa considerare “traumatico” si è sviluppato un dibattito tra chi accentuava il ruolo della realtà esterna e chi enfatizzava quello della dimensione intrapsichica. Oggi la contrapposizione esterno-interno appare poco sostenibile: è più utile, infatti, considerare i due aspetti in modo interdipendente.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il trauma il “risultato mentale di un evento o di una serie di eventi improvvisi ed esterni, in grado di rendere l’individuo inerme e di disgregare le sue strategie di difesa e di adattamento” (2002). Vittorio Lingiardi nel suo articolo “Come uscire dall’abisso” ha parlato di esperienza diretta del trauma, ma anche di trauma secondario, e quindi di “traumatizzazione vicaria”.

Con quest’espressione si definisce una condizione caratterizzata dal cambiamento in negativo degli schemi cognitivi e dei sistemi di credenze di chi svolge una professione d’aiuto, derivante dal coinvolgimento empatico con esperienze traumatiche altrui.
Le parole di Lingiardi “[...] in frangenti come questo la possibilità di ricevere ascolto e contenimento, ma anche le indicazioni sulla gestione emotiva delle situazioni più difficili, è fondamentale. Non è una terapia, ma è terapeutico. È un sostegno, uno spazio psichico [...]” sono cariche di pathos, humanitas e pietas, nel loro significato etimologico e originario, ma sono per lo più focalizzate e indirizzate a medici, infermieri e operatori sanitari direttamente e indirettamente coinvolti nell’esperienza del Coronavirus.

Si parla di “privazioni”, a più livelli, di conseguenze psico-fisiche importanti, di trauma, appunto, ma poco si parla di chi soffre di disagio mentale; della gestione dei malati psichiatrici più gravi, quelli che abitano all’interno delle comunità terapeutiche. Mi domando, allora, quale ruolo ricopre la Salute Mentale nell’epidemia? Quali sono gli aspetti più dolorosi che la condizione attuale sta enfatizzando nei pazienti psichiatrici e quali scenari si prospettano per il futuro? Quale chiave di lettura, quale “interpretazione”, quale “spiegazione”, danno e “si” danno gli ospiti delle strutture residenziali di fronte ad un contesto di generale disorientamento? Se è vero che ogni persona è unica, irripetibile, un “Io” distinto da un “Tu”, dall’ “Altro”,  allora è ancora più evocativo quel che “qualcuno”, che è abituato a sentirsi “diverso”, mi ha espresso all’inizio di questa emergenza, affermando “il Coronavirus ci rende tutti uguali...insomma, sulla stessa barca”. Affermazione, quest’ultima, solo in parte condivisibile.
No, non siamo “tutti” uguali.

Certamente quella originata dal virus è una svolta epocale, dopo la quale “nulla sarà più come prima” e dalla quale “tutti” siamo stati “scossi”.
Lo smarrimento dal quale, con quote diverse di intensità, siamo stati travolti, ha un sostrato comune inerente la struttura sociale della nostra civiltà, ma il grado di sofferenza interiore che ogni essere umano ha sperimentato e sperimenta, è un aspetto che ha a che fare con l’unicità dell’individuo.


Mi è capitato di sentire di recente, in diverse occasioni, che i pazienti sembrano, “in qualche modo”, essersi adattati...d’altronde l’etimo della parola paziente, dal latino patiens-entis, significa “sopportare”e il paziente è colui che, per disposizione caratteriale o per strenue volontà, affronta con sopportazione ogni disagio e avversità. Concetto, quest’ultimo, chiaro, ma nutro qualche perplessità sul verbo “sembrare”. Già, perché se all’apparenza si osserva una sorta di “tenuta” davanti a tale cambiamento improvviso e inatteso, sarebbe miope e superfluo l’atteggiamento di chi, in particolar modo nel mondo degli “addetti-psi-qualcosa”, dimenticasse l’esistenza dell’inconscio. I pazienti delle comunità terapeutiche vivono la loro esistenza, a prescindere dal Coronavirus, in una cornice di sofferenza estrema, psichica, ma anche fisica, intima e profonda; spesso in una sospensione “spazio-temporale” in cui logica e ragione lasciano posto ad una disarmonia di emozioni, sensazioni, rumori, linguaggi, corpi; in una parola: la follia.
 Per non perdere le fila della narrazione, dunque, quale esperienza umana e di fragilità stanno sperimentando e attraversando gli ospiti della struttura extra ospedaliera pensata per accogliere chi soffre di disagio psichico ed ha contratto il Covid-19?

È importante specificare che gli utenti di cui parlo sono per lo più persone affette da disturbi del comportamento persistenti, che necessitano di cure continuative e assistenza dedicata. Sono persone non autosufficienti, in uno stato di cronicità, che comporta una costante attenzione alle condizioni psicofisiche, ma anche necessità di relazioni significative con gli operatori, di ascolto, di rispetto di ogni individualità. Fondamentali sono due atteggiamenti, in generale e, in particolar modo con pazienti così strutturati: una grande umanità e il rispetto totale della persona.

Questi pazienti si sono dovuti “adattare” da un giorno all’altro, hanno salutato la struttura che, per molti di loro, è riconosciuta e identificata come “casa” e sono stati “catapultati” in una “struttura altra”, a chilometri di distanza da affetti, relazioni, abitudini e certezze. Immersi in un clima interiore ed intrapsichico connotato da paure, disorientamento, nostalgia, silenzi e angosce di morte. Come operatori della salute mentale, siamo stati chiamati ad attivare e offrire quel contatto empatico, strumento di base della comunicazione interpersonale, imprescindibile per accoglierli. Inizialmente ho avuto modo di notare una sorta di diffidenza da parte degli ospiti, certamente accentuata dalla difficoltà di differenziare i singoli operatori, peraltro già sconosciuti, resi “irriconoscibili” da una pseudo-barriera fisica: la “corazza” dei DPI. Volutamente mi riferisco ai dispositivi di protezione individuale con il termine “corazza”, evocando nel linguaggio psicodinamico le difese, cioè il complesso di operazioni la cui finalità è di ridurre e sopprimere ogni modificazione che possa mettere in pericolo l’integrità e la costanza dell’individuo biopsicologico (Laplanche, Pontalis; 2007). Non è forse questo il ruolo dei tanto desiderati e richiesti strumenti di protezione? La protezione, la sopravvivenza, la difesa, appunto, dal nemico invisibile: il virus.

Tuta, camice monouso, calzari, guanti, cuffia, mascherina, occhiali, visiera di protezione: ecco l’insieme dei dispositivi che riducono, sì la probabilità di contagio, ma anche quella del contatto e la possibilità di differenziazione; amplificando l’uguaglianza e la somiglianza tra il personale sanitario. Attraverso quali mezzi, i pazienti, possono quindi scegliere se “affidarsi” a “noi”, e cosa permette “loro” di “riconoscerci”? La risposta è semplice e forse banale: attraverso lo sguardo e la voce.
Sono stati lo sguardo e la voce (ruolo chiave è quello rivestito dal tono della voce) a permetterci di costruire una relazione interpersonale significativa e degna di fiducia, una comunicazione condivisa con i pazienti, nella quale l’incontro con l’“altro” pur esulando dal contatto fisico (se non per le procedure di igiene personale svolte dagli oss), ha permesso all’Eros (pulsioni di vita) di prevalere sul Thanatos (pulsioni di morte).


Condivido con gratitudine e affetto verso i pazienti, una piccola “vignetta-clinica” a conferma di quanto scritto circa lo sguardo e il riconoscere l’altro. Personalmente ritengo quello che sto per descrivere uno di momenti emotivamente più significativi e coinvolgenti che abbia avuto modo di vivere direttamente in struttura: la videochiamata con gli operatori di riferimento della struttura di provenienza degli ospiti.
Immaginate una quindicina di pazienti psichiatrici, psicotici, sofferenti, melanconici, con lo sguardo a tratti spento e la testa bassa, con la risata facile, ma il sorriso stiracchiato, dalla deambulazione instabile e contraddistinti dal classico “mugugno genovese”, che spesso e volentieri assume le sembianze dell’insulto “amorevole” tra codegenti...ma frementi, tutti, ciascuno con le proprie modalità, per l’occasione della videochiamata; quasi da accelerare il passo per “arrivare in tempo” o essere il primo a chiamare. Ecco. Da una parte dello schermo i pazienti, dall’altra i loro operatori, la loro “famiglia”; non solo per qualcuno, che oggettivamente è senza familiari, ma perché quasi tutti riconoscono in quella struttura e negli operatori che vi lavorano, la loro casa, il loro posto sicuro, precisamente: la loro famiglia.

Noto, sui loro volti, gioia e insieme stupore quando gli operatori rispondono alla videochiamata: gioia nel potersi “riconnettere” con una parte del proprio Sé, o meglio con quegli “oggetti-Sé” alla Kohut, (pronti a soddisfare, accudire, gratificare i loro bisogni e fornire loro nutrimento empatico, attraverso risposte incoraggianti e frustranti), ma al tempo stesso stupore quando dall’altra parte dello schermo, i volti in primo piano sono connotati dalla mascherina. Accade così che qualcuno, più sofferente e fragile, si commuova; che qualcun altro, invece, mostri un sorriso con un numero di denti infinito; che non tutti riconoscano gli operatori, ma incuranti di ciò salutino e festeggino per la “sacralità” di quell’incontro, e poi c’è chi, contro ogni aspettativa della malattia mentale, non solo alle parole degli operatori “Ciao...mi riconosci? Chi sono?” risponda “E certo che ti riconosco, sei....”, ma alla richiesta di cosa abbia reso possibile il riconoscimento, risponda “e come vuoi che ho fatto a riconoscerti, dagli occhi e dalla tua voce”. Gli occhi e la voce. O per meglio dire, lo sguardo e la tonalità.

Mi sono allora interrogata sulla funzione terapeutica della videochiamata e su come sia possibile continuare ad “essere terapeutici in queste circostanze”, come afferma la McWilliams. Se quest’ultima si riferisce alla “psicoterapia durante una pandemia”, io non sto qui parlando di psicoterapia, come invece potrebbe essere la condizione dello studio privato. La posizione terapeutica è, però, uno stato della mente, della mentalizzazione e della sintonizzazione con lo stato affettivo e del pensiero dell’altro (Lingiardi, 2020), dunque la cura dell’altro può passare attraverso una telefonata, e ancor di più una videotelefonata in cui oltre alla parola, centrale è il ruolo assunto dalla visione dell’altro, anche in un contesto complesso quale quello della comunità terapeutica. La comunicazione online, virtuale, consente ai pazienti di tenere viva la loro rete relazionale e affettiva.

Non è stato semplice collegare riflessioni cliniche a frammenti di immagini trascorse; testimonianze di vita a concetti teorici; vissuti di onnipotenza alternati a sensazioni di impotenza; la voglia e la speranza di fare qualcosa di utile insieme ad inquietudine, incertezza e, in alcuni frangenti, anche angoscia, che hanno costituito il leitmotiv del mio lavoro con i pazienti e che ho tentato di esprimere in questo scritto.

La ricerca di “(...) un senso alla consapevolezza di quell’inevitabile solitudine dell’essere umano a cui il paziente schizofrenico si oppone in modo tanto paradossale (...)”, così come scrive Searles (1974), appare meno distante, meno teorica, più concreta e afferrabile, sebbene ancora ricca di aspetti sconosciuti, che richiedono tempo, motivazione, formazione e lavoro clinico.
...E con la consapevolezza che la strada è tutta in salita, ma che l’esperienza di lavoro di cui, seppur brevemente, ho provato a narrare, rimarrà impressa nel cuore e nella mente.

Riferimenti Bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.

Contini, A. (2018). Vite sottosopra. Robin Edizioni SRL.

Giornale dell’Ordine degli Psicologi della Liguria. N.2 – Anno XII- Novembre 2018. Ascoltando Genova: resilienza, trauma e crescita post traumatica.
Laplanche, J., Pontalis, J.B. (2007). Enciclopedia della psicoanalisi .Editori Laterza.

Lingiardi, V. (2020). Il recupero psicologico di medici e infermieri. Come uscire dall’abisso. Presso la Repubblica.
Massaro, D. (2002). La Comunicazione Filosofica- 3: Il pensiero contemporaneo. Tomo A: Dalla crisi dell’idealismo al pragmatismo. Ed. Paravia.

McWilliams, N. (2020). Psicoterapia durante una Pandemia. OPRS.

Rozenfeld, A. (2014). La resilienza: una posizione soggettiva di fronte alle avversità. Fratelli Frilli Editore.
Searles, H. (1974). Scritti sulla schizofrenia. Bollati Boringhieri, Torino.

Sbattella, F. (2020). “Covid 19: crolli mentali e ponti relazionali”. Webinar OPL.

Van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore
Zavattini, G. C., Stella, S. & Lis, A. (2006). Manuale di Psicologia Dinamica. Il Mulino.

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