Alessandra e la Dottoressa dei pensieri

di Francesca Valeriani

Introduzione: Nella civiltà occidentale contemporanea stiamo assistendo ad un importante e quanto mai rapido progresso in ambito tecnologico e scientifico. L'utilizzo della tecnica e la sua applicazione alla genetica ha permesso notevoli sviluppi che influenzano il corso della vita umana. La scienza sta cambiando il confronto con l’identità di genere, con il tempo e il senso della morte.

 La norma del tempo e contorni del principio di realtà sembrano essere meno nitidi così come i vincoli dettati dal corpo. All’espansione della tecnica non sembra corrispondere una riflessione profonda capace di supportarla e di orientarla, in grado di rispondere alle questioni fondamentali della nostra epoca, riguardanti il senso o l’assenza di senso dell’esistenza umana. Ci troviamo di fronte a quello che Benasayag chiama “paradosso infernale”: le tecnoscienze progrediscono nella conoscenza del reale, gettandoci contemporaneamente in una forma di ignoranza diversa e forse più temibile, che ci rende incapaci di far fronte alle nostre infelicità e ai problemi che ci minacciano. ll progresso non sembra più in grado di garantire la felicità degli uomini, il futuro, l’idea stessa di futuro, assume ormai il senso opposto, la positività si trasforma in negatività, la promessa diventa minaccia. Nella società occidentale contemporanea assistiamo così all’emergere di una nuova intolleranza del limite, insieme e contraddittoriamente a un senso diffuso di precarietà e di minaccia.

La disabilità motoria, nella concretezza della sua fisicità, diventa metafora del limite, quel limite che in maniera tenace e onnipotente, si vorrebbe oggigiorno negare. Volere, in questi casi, non è potere : il corpo torna ad essere luogo costitutivo del limite dell’esistenza. Questa condizione così estrema di essere nel mondo costituisce una lente attraverso la quale cogliere ingigantiti, molti aspetti della nostra condizione di umani. La debolezza e la precarietà del corpo del disabile rimandano inevitabilmente alla fragilità e alla mortalità della nostra condizione, che vorremmo in ogni modo nascondere e negare. L’impotenza legata a questo stato sembra fare da eco al senso di precarietà che caratterizza il sentire post – moderno. Per questi motivi ritengo che abitare un ambiente corporeo non condiviso e costruirsi una propria identità diventi, oggi più di ieri, una sfida esistenziale e culturale perché si pone contraddittoriamente in relazione con un mondo dove tutto sembra possibile e con un’umanità terrorizzata dal senso di impotenza e di disgregazione.

Lavoro da diversi anni con persone che vivono con una disabilità, ovvero con l’esito permanente e invalidante di un danno organico. L’incontro con queste persone ha inaugurato e ha gettato le basi della mia relazione di cura con l’Altro. Attualmente esercito come psicologa in un Centro di Riabilitazione residenziale per disabili adulti e posso affermare che la relazione terapeutica è in genere limitata alla messa in atto di pratiche riabilitative che puntano a promuovere l’acquisizione di capacità deficitarie. La psicoterapia non viene di solito considerata per i soggetti con una eziologia organica perché, come ha osservato la psicoanalista francese Simone Sausse “C’è un doppio scacco con cui fare i conti : il fallimento del desiderio di spiegare e di dare un significato a tutto, e il fallimento dell’ideale terapeutico, perché la marca dell’irreversibilità può condizionare pesantemente la speranza che è un attributo strutturale del ruolo di cura”. In questi casi la cultura psicologica psicoanalitica non può più vedere nel corpo e nella disfunzione del corpo solo un linguaggio che deve essere tradotto simbolicamente, alla ricerca della dinamica psichica responsabile dell’emergere della malattia, ma deve assumere il danno organico come “un attentato permanente all’integrità somatopsichica della persona”.

Ho scelto di focalizzare il mio contributo professionale sull’ascolto diretto dei bambini, dei ragazzi e delle persone portatrici di handicap e vorrei sostenere il loro “diritto” all’aiuto psicologico e alla psicoterapia. L’incontro, negli anni della mia formazione, con bambini privati, per una qualche patologia, del linguaggio ma nello stesso tempo attenti al mondo circostante, dotati di una grande intenzionalità comunicativa e “affamati” di vita e di relazione, ha indirizzato il mio itinerario professionale verso questo campo clinico. Il mio lavoro di psicologa si è intrecciato con la formazione nell’area della pratica clinica della Comunicazione Aumentativa ed Alternativa, al fine di trovare modalità e strumenti per dare voce e riconoscere soggettività a bambini e adulti che non sono in grado di esprimersi con le comuni modalità. Il lavoro teso a sostenere il processo di costruzione dell’identità, intesa come coscienza e senso della propria soggettività, potenzialmente in grado, in qualche misura, di libertà e autodeterminazione, costituisce il ponte più fecondo fra il mio lavoro con i pazienti non parlanti e quello con i pazienti parlanti. L’idea fondamentale proposta dalla teoria e della pratica psicoanalitica per cui “c’è sempre qualcosa da dire, anche nel silenzio, c’è sempre qualcosa da comprendere, anche nell’assurdo”, ha dato senso, continuità e consistenza al mio incontro con i pazienti.

 

5 Capitolo primo La storia di Alessandra

Vorrei raccontarvi la storia di una ragazza, Alessandra , e la storia di un buon incontro e di una lunga relazione terapeutica. Cinque anni fa ho lavorato come tirocinante psicologa presso l’Unità Operativa Assistenza Disabili di Genova Quarto. Il servizio ha come compito primario la presa in carico delle persone con disabilità e delle loro famiglie ed eroga diverse prestazioni tra cui il sostegno psicologico, la psicoterapia, il supporto ai genitori di bambini disabili. La mia Tutor mi ha parlato di Alessandra e dei suoi genitori : aveva visto la bambina quando aveva due anni e mezzo e seguiva la madre in un percorso di sostegno psicologico alla genitorialità prolungato nel tempo. La storia di questa famiglia, narratami dalla collega, riassumeva la narrazione della madre : il matrimonio negli anni della maturità, il desiderio di maternità, la gravidanza serena, le complicazioni nel parto, la nascita della bambina e, pochi giorni dopo, la diagnosi di Paralisi Cerebrale Infantile.

All’epoca del nostro primo incontro Alessandra era una bambina di otto anni e oggi è una giovane ragazza di tredici. La forma di Paralisi Cerebrale da cui è affetta è tra le più gravi, interessa tutti gli arti, costringendola a vivere su una sedia a rotelle. Le distonie, movimenti involontari velocissimi, coinvolgono braccia e gambe e disturbano l’esecuzione dei movimenti volontari. Lo scarso controllo funzionale degli arti superiori determina gravi limitazioni nell’accesso alle attività di vita quotidiane e al gioco. Solo durante il sonno il corpo quieta, mentre i movimenti afinalistici si moltiplicano quando è preda di una qualche emozione. Il linguaggio è assente ; le uniche emissioni vocali sono limitate al riso, a vocalizzi volontari, emessi ad esempio in sostituzione al canto, al pianto e agli urli, quando è triste o disperata. Alessandra è però attenta al mondo, agli altri e alle parole. I genitori si sono accorti fin dai primi anni di vita che il suo sguardo dimostrava partecipazione e comprensione per tutto ciò che accadeva. Negli anni dell’asilo seguiva con attenzione i cartoni animati e sembrava comprenderne le trame. Esprimeva i suoi stati d’animo attraverso la mimica del volto, il pianto e il sorriso. Fino a quel momento usava lo sguardo per comunicare : in modo contestuale, per fare delle piccole scelte  attraverso la fissazione, e in modo relazionale, per esprimere i suoi stati d’animo. I genitori cercavano, con difficoltà, di dare significato all’espressione delle emozioni.

Il divario tra comprensione e produzione linguistica aveva messo in evidenza la necessità di trovare delle strategie d’intervento che sostenessero la vivacità cognitiva della bambina e la sua voglia di comunicare i suoi bisogni e il suo pensiero. Per questo motivo, da quando aveva cinque anni, i genitori si sono rivolti al Centro Benedetta d’Intino di Milano, che si occupa di bambini con disagio psicofisico e con gravi disabilità comunicative. L’intervento dell’equipe multi professionale, ha permesso di individuare un buon posizionamento sulla carrozzina, consentendo lo sviluppo di un buon controllo del capo per indicare il “si” e il “no” e l’acquisizione di un controllo funzionale dell’indicazione. Alessandra ha così iniziato un uso massiccio dell’indicazione spontanea : Io, Tu, indicazione contestuale e indicazione su una tabella simbolico – alfabetica. I simboli rappresentano, in forma pittografica e alfabetica, le parole che Alessandra pensa e che non potrà mai pronunciare. Alessandra indica i simboli posti sulla tabella che è posizionata sul tavolino di fronte alla carrozzina. Sulla tabella sono espressi i bisogni più comuni e le espressioni metacomunicative più utili all’interazione dialogica. Attraverso la fissazione di sguardo, accede a un quaderno suddiviso per categorie semantiche e a un pannello trasparente su cui sono affisse le lettere dell’alfabeto. Fissando i simboli posti sul quaderno esprime le parole di uso comune, mentre fermando lo sguardo sulle lettere poste sul pannello trasparente compone potenzialmente tutte le altre parole. Nel tempo è diventata abbastanza abile nell’uso dei suoi strumenti che le hanno consentito l’accesso al dialogo e alla reciprocità. L’aspetto riabilitativo è stato preso in carico dalla logopedista dell’Asl, con un intervento bi settimanale mirato ad arricchire, di volta in volta, la tabella di comunicazione e il quaderno, in relazione ai bisogni comunicativi emergenti.

Fino a quel momento Alessandra era sufficientemente capita, soprattutto dalla madre. A scuola seguiva una programmazione diversa dagli altri alunni, svolta quasi esclusivamente in forma individuale con l’insegnante di sostegno. Gli insegnanti erano solo parzialmente coinvolti nel progetto di comunicazione e avevano difficoltà nel modulare la didattica in una forma accessibile, capace di sostenere la sua voglia di comunicare e di rispondere al bisogno di relazionarsi con il gruppo dei pari. La frequenza a scuola era parziale e discontinua ; la mamma, tante volte, aveva motivo di dubitare della veridicità dei malesseri che la figlia lamentava per poter rimanere a casa. I pomeriggi della bambina erano scanditi dagli interventi di logopedia e da quelli di fisioterapia. La madre intratteneva rapporti con i genitori dei compagni di classe, al fine di creare, nel fine settimana, delle occasioni in cui era possibile incontrare gli amici. A volte qualcuno andava a trovarla a casa ; tutti la invitavano, in occasione ad esempio delle feste di compleanno, ma Alessandra, fino ad allora, non era riuscita a partecipare a nessuno di questi eventi. L’emozione era troppo grande per poter essere gestita. Il corpo prendeva il sopravvento e tramutava qualsiasi stato d’animo in un “troppo” psicomotorio. Le condizioni emotive prendevano la forma dell’agire e del comportamento, strano, bizzarro, eccessivo, spesso non immediatamente riconoscibile e collegabile a un’emozione che poteva essere compresa e condivisa.

Per quanto lo desiderasse moltissimo, con il tempo stava rinunciando del tutto a prendere parte alle feste, alle gite, alla messa della domenica e a tanti altri momenti aggregativi. Usava sempre meno i suoi strumenti per comunicare i suoi bisogni e il suo pensiero e sfuggiva il contatto visivo. Sempre più spesso era preda di forti rabbie e di pianti inconsolabili, che il più delle volte rimanevano inespressi ed incompresi. Il corpo agiva ciò che non era possibile esprimere a parole. La rabbia si trasformava in un’agitazione motoria convulsa, la disperazione la portava a tentare di buttarsi giù dalla carrozzina o a sbattere ripetutamente e dolorosamente la testa contro il testale della carrozzina. Questi comportamenti, il pianto rabbioso e la rabbia senza nome8 la lasciavano sfinita e mettevano i genitori e gli operatori della cura di fronte all’evidenza di una sofferenza che doveva essere espressa, accolta ed elaborata. La preoccupazione dei genitori, in parte elaborata all’interno del percorso di sostegno alla genitorialità svolto dalla madre, ha generato la domanda di aiuto psicologico per la figlia.

Capitolo secondo Il setting tra specificità e rigore

Una terapia con una bambina che non parla, che si esprime tramite uno strumento di comunicazione alternativo e che vive con un contenitore somatico non affidabile e non condiviso, ha comprensibilmente degli aspetti di specificità. Nello stesso tempo, gli strumenti principali dell’aiuto psicologico sono gli stessi che si usano per dare voce alle sofferenze dei bambini con abilità verbali.

Vorrei riportare una riflessione che proviene dal campo della psicoterapia perinatale transculturale ma che credo possa estendersi a tutte quelle situazioni che necessitano, per la loro singolarità, di un dispositivo creativo pensato a partire dai pazienti. “Il punto che fonda il processo psicoanalitico è la posizione controtransferale del terapeuta, e non il dispositivo, che invece deve variare per adattarsi ai bisogni e alla specificità delle situazioni affrontate. Si tratta di adattarsi, nel senso nobile del termine, ai pazienti, alle loro richieste e ai loro bisogni”9. In molti contesti e situazioni cliniche, come quando si parla di disabilità, è importante avere in mente setting diversi e molto flessibili, per quanto riguarda lavorare “con chi” e “per quanto tempo”. Sotto l’accezione nobile che legittima una certa flessibilità, il rigore nella costruzione della posizione controtransferale del terapeuta, assume una posizione centrale.

Il setting esterno doveva tenere conto della peculiarità della situazione e doveva avere in mente la famiglia. Considerando le difficoltà di mobilizzazione e le condizioni di assoluta dipendenza della mia paziente, il viaggio di circa un’ora da casa al Servizio avrebbe comportato una fatica eccessiva per tutto il gruppofamiliare. Per questo motivo, fin da primo colloquio, sono stata io a recarmi a casa della paziente. Anche la durata della seduta ha dovuto tenere conto della specificità della situazione : la modalità comunicativa di Alessandra prevede tempi più lunghi rispetto alla prassi comunicativa, per attivare il processo, prima mentale e poi esecutivo, necessario a realizzare il messaggio10. La mancanza di simultaneità tra pensiero e parola comporta una comunicazione molto lenta, a causa dei tempi necessari per elaborare consapevolmente il messaggio, reperire e indicare i significati sugli strumenti di comunicazione. La differita temporale mi ha persuaso a proporre e a concordare con la paziente e con i suoi genitori, sedute settimanali di due ore ciascuna.

Qualche volta è necessario iniziare o finire il colloquio con qualche minuto di ritardo o interrompere momentaneamente il lavoro e richiedere l’intervento dei genitori per soddisfare i bisogni primari. Il tempo – spazio della terapia, per quanto specifico rispetto alla situazione e parzialmente flessibile, è connotato dagli elementi di costanza e di stabilità comuni a tutte le psicoterapie, che assumono, all’interno della relazione, il senso di una cornice in cui è possibile muoversi.

A fronte di questa specificità e flessibilità credo che il rigore dell’assetto mentale, del setting interno, sia stata la condizione indispensabile per poter lavorare. Esplicitare il mio ruolo e riconoscerla, attraverso la mia posizione terapeutica, come “mente altra da me” ha permesso ad Alessandra di riconoscermi come quella che lei definisce “la Dottoressa dei pensieri”, che fa con lei un lavoro specifico, mirato al riconoscimento del bisogno fondamentale, comune a ogni essere umano, di parlare, di essere compreso, di condividere, di elaborare pensieri, idee, emozioni.

E’ stato necessario creare le condizioni di fiducia che potessero permettere l’inizio di un graduale processo di separazione e individuazione11, come prerequisito indispensabile per creare lo spazio per un percorso di sostegno psicologico individuale. Dopo il primo anno dall’inizio della terapia, la mamma si allontanava sempre più spesso da casa per concedersi delle brevi uscite e, nello stesso periodo, era Alessandra in altri momenti a chiederle di “andare via”, per concedersi uno spazio privato in cui riflettere sulla sua esperienza.

Capitolo terzo Il lavoro di sostegno al legame.

Molti aspetti mi hanno convinta a considerare l’utilità di un intervento psicoterapeutico congiunto madre / bambino, cui il padre era sempre invitato. La madre non aveva ripreso il lavoro e si dedicava completamente alla cura della bambina. La accompagnava a scuola e alle varie attività riabilitative, intrattenendo i rapporti con i medici, con i Servizi e con gli insegnanti. Emergeva, da una parte, la sua identificazione profonda e massiccia con le parti più deboli e sofferenti della figlia e dall’altra una difficoltà profonda nell’immaginare i suoi pensieri, le sue emozioni, nel prendere contatto con la sua specificità. In questi casi, di fronte alle mie domande, cercava degli adattamenti in difetto, avendo in mente una bambina standard della sua età. Il padre era tutto il giorno fuori casa per lavoro. Dalle sue poche parole emergeva una grande difficoltà nell’approcciarsi alla figlia in modo spontaneo e autentico. La differenza radicale e la diversità che la bimba rifletteva, sembravano averlo pietrificato. Dai loro racconti emergeva l’eco di un passato buio e distante e il racconto di un presente fatto di concretezza e spesso di emergenza. Le difficoltà nella relazione ma anche la grande sofferenza e sensibilità di questi genitori nei confronti di una figlia così diversa da quello che si erano aspettati, mi hanno persuaso sull’opportunità di proporre un intervento congiunto. Il papà riusciva a volte a raggiungerci verso la fine della seduta, quando poteva o lo desiderava.

Nel primo anno di terapia ho avuto modo di osservare la qualità dell’attaccamento tra madre e figlia. Inizialmente sembrava impossibile rivolgersi all’una senza interpellare anche all’altra : la madre rispondeva spesso al posto della figlia, la bambina cercava con lo sguardo la madre come se fosse in cerca di se stessa12. E’ stato necessario riconoscere questa relazione di tipo simbiotico, per non far naufragare il mio tentativo terapeutico e per creare le condizioni per sviluppare uno spazio d’aiuto autonomo per la bambina. Ho cercato di entrare, con rispetto e delicatezza, all’interno di questa diade e, fin da subito, ho percepito in entrambe un profondo senso di solitudine. Mi rivolgevo alla bambina e ponevo alla signora delle domande per capire meglio sua figlia, per avere delle informazioni in più. Cercavo di attivarla come mamma capace, valorizzando le sue intuizioni, dandole fiducia.

Nello stesso tempo cercavo di fornire alla signora un modello esterno, che potesse introdurre un nuovo sguardo sulla percezione della figlia. Nello specchio degli occhi della madre, il primo specchio in cui ogni bambino vede se stesso, il bambino disabile non può vedere bellezza e gioia. Il figlio handicappato rinvia ai suoi genitori un’immagine deformata, come uno specchio in frantumi, in cui hanno difficoltà a riconoscersi e a riconoscere il bambino atteso, il bambino che si situa nella loro filiazione e che può perpetuarli dopo la loro morte13. Ho cercato di trasmettere fin da subito, attraverso la conduzione del mio ruolo, l’idea che era necessario avere in mente una bambina sofferente e confusa che doveva fare appello ai suoi strumenti comunicativi per sopravvivere, per soddisfare quel fondamentale bisogno umano di espressione e di condivisione, che è presente in ognuno di noi. L’aumentata comprensione della figlia, grazie ai contenuti che emergevano dalle sedute, ha condotto alla scoperta da parte dei genitori di un’individualità che lottava per definirsi e della presenza di un ricco mondo interno di cui potersi stupirsi. Credo che i genitori siano a poco a poco riusciti a guardare la loro figlia attraverso il mio sguardo, riuscendo ad allentare il continuo confronto mortifero con le rappresentazioni intollerabili e innominabili dell’anormalità e iniziando a vederla sempre più come una bambina in difficoltà, piuttosto che come un essere misterioso

Gli interventi pioneristici di Selma Fraiberg nella psicoterapia congiunta madre-bambino ci dicono molto sull’importanza della triangolazione madre - bambino - terapeuta per allargare lo spazio per il figlio reale, visto come persona separata. Parafrasando le sue parole se qualcuno sarà capace di provare stupore, piacere e divertimento nello stare con il bambino, sarà più facile per la madre provare stupore, piacere e divertimento nello stare con il suo bambino15.

Capitolo quarto L’inizio del percorso terapeutico individuale

La storia della relazione terapeutica è stata inaugurata da un buon incontro umano. Alessandra era felice di incontrami, era curiosa della mia persona e del mio lavoro e mi faceva molte domande. Ho sempre lasciato che fosse lei ad iniziare l’interazione, per quanto i tempi di attesa fossero molto lunghi. Ritengo che l’esperienza di trovarsi in una condizione priva di particolari propositi, ancora più singolare per una persona impegnata da sempre in diverse attività riabilitative, sia stata determinante per generare le condizioni di fiducia e l’accettazione della situazione terapeutica16. Lo spazio terapeutico, ricavato nel tempo in un angolo della sala e chiamato da Alessandra “l’ufficio dei pensieri”, è diventato il luogo e il tempo dove elaborare la coscienza e il senso della propria soggettività, dapprima proiettando i propri vissuti e i propri enigmi nel gioco e, nel corso degli anni, trovando il modo di porre domane esplicite su di sé e sulla sua disabilità.

Comunicare con uno strumento alternativo al linguaggio richiede un impegno notevole poiché il soggetto deve costruire consapevolmente il suo messaggio, facendo corrispondere o adattando il proprio pensiero ai significati esterni disponibili. Quando però Alessandra riesce finalmente a farsi capire, quando le parole da me esplicitate danno voce al suo pensiero, anche il corpo si rilassa, le distonie si placano, la tensione muscolare si riduce. L’integrità della persona come unità somatopsichica17 si mostra in modo paradigmatico. Ciò che rilassa, ciò che appaga, ciò che riduce la tensione psicofisica, non sembra tanto l’essere accontentata quanto l’essere compresa.

Nello stesso tempo, fin dal primo colloquio, non essere capita era motivo di forte rabbia. Alessandra iniziava a sbattere violentemente la testa contro il testale della carrozzina, a piangere ed ad urlare. I genitori erano entrambi travolti da questi comportamenti, cercavano alternativamente di rassicurarla e di sgridarla per i suoi eccessi, in una spirale di disperazione. Ho detto a Alessandra che vedevo la sua rabbia e che avrei voluto capire, insieme a lei, che cosa voleva dire con questo comportamento. Credo che queste parole abbiano aperto immediatamente uno spazio in cui poteva avere luogo il processo psicoanalitico ; ho tentato di trasmettere, con rispetto e attenzione, questo messaggio : non sono qui per osservare i tuoi comportamenti, nè per modificarli, nè per reprimerli ma, se vorrai, per cercarne con te il significato e per capire come s’iscrivono nella tua storia18 . La psicoterapia, quindi, non come un tentativo di riparazione, ma come un luogo per mettere in parole tutte le esperienze, psichiche, emotive, corporee che per tanti anni avevano potuto esprimersi solo attraverso il corpo.

Se il bambino disabile è ancora prevalentemente oggetto di cure e di amore, l’offerta di uno spazio – tempo dove trovare ascolto e darsi voce, diventa possibilità di riconoscersi come soggetto, di far emergere la soggettività e una qualche forma di libertà e di responsabilità non “al di là” ma “stando con” i limiti posti dalle patologia. Se non si ha la possibilità di condividere il dolore, se la sofferenza non ha significato per nessuno, allora il tormento sarà più tormentoso e violento. “Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso di spezzarsi”19, anticipava magistralmente Shakespeare nel Macbeth.

Ritengo che uno degli elementi centrali della terapia possa essere individuato nel supporto ai processi di mentalizzazione della paziente. Era difficile per Alessandra interpretare le proprie e altrui azioni come aventi significato sulla base di stati mentali intenzionali, come i desideri, i bisogni, i sentimenti e le motivazioni personali. La capacità di mentalizzare in relazione al sé, l’abilità cioè di immaginare i propri stati mentali, è strettamente collegata alla capacità di mentalizzare e modulare le emozioni. L’indecifrabilità delle emozioni era fonte di grande sofferenza e di angoscia. Inizialmente anche le emozioni di carattere positivo, non potendo essere decifrate, fermate, dotate di un nome e quindi di un’identità, non potevano essere integrate all’interno dell’esperienza e si esprimevano in modo caotico e disorganizzato.

Attraverso il rispecchiamento marcato e contingente 20 delle emozioni cercavo di avvicinarmi alla mente della mia paziente, per comprendere il suo pensiero. Tentavo di sostenere la capacità di riflettere sulle proprie emozioni, di identificarle, di dargli un nome e di distinguerle le une dalle altre. Dare un nome alle cose significava conoscerle, padroneggiarle con il pensiero. Solo così le emozioni potevano essere integrate all’interno dell’esperienza. Gli inviti a fermarsi, a ripercorrere ciò che era successo, a riflettere su ciò che aveva provato, così come gli interventi di chiarificazione e di rielaborazione degli affetti, erano motivati dalla voglia di comprendere meglio la mia paziente. Alessandra all’interno della terapia faceva esperienza di sé stessa come fonte di iniziativa, riappropriandosi pian piano della sua soggettività. L’invito a riflettere sulla sua esperienza, ad osservare se stessa e le sue emozioni, ha favorito la modulazione degli affetti. Attraverso la condivisione del pensiero e la progressiva tolleranza dell’ambivalenza degli stati emotivi esperiti, è stato possibile riconoscere le emozioni e metterle in collegamento con un’azione e un comportamento. Per quantopermanga una certa quota di corporeità, che ritengo persista come forma comunicativa primaria in quelle condizioni in cui viene a mancare la simultaneità tra pensiero ed espressione, attualmente è possibile per Alessandra modulare maggiormente la rivelazione dello stato emotivo.

Comunicare è l’incontro fra due menti, che possono sufficientemente identificarsi l’una con l’altra, senza confondersi21. Nel mio percorso terapeutico con Alessandra, riconoscere i segnali di malessere e di benessere, attraverso il rispecchiamento marcato e contingente delle emozioni, ha consentito alla bambina di riconoscersi, essendo riconosciuta. Dare un nome alle emozioni ha permesso di uscire, da uno stato di eccitazione psicomotoria indifferenziata e caotica e di contenere, almeno parzialmente, lo stato emotivo.

 

Capitolo quinto Il processo di reverie

In una terapia con una persona che comunica con un sistema di comunicazione alternativo al linguaggio, il processo di reverie22 che deve compiere il terapeuta si espande e si presta a un maggior numero di rischi. Alessandra comunica con poche parole, con pochi gesti e con la mimica del viso : è a partire da questi pochi segnali, integrati con il mio controtransfert, le sensazioni, “i ricordi e l’immaginazione”23, che si basa il lavoro trasformativo. Il pensiero di Alessandra, espresso in forma telegrafica, oltre a essere compreso, deve poi essere allargato, anche in senso linguistico, per acquisire un senso più espanso e strutturato. I pochi simboli-parole non organizzati in un ordine sintattico e le sensazioni trasmesse attraverso il meccanismo di identificazione proiettiva24, devono essere accolte, comprese, digerite, trasformate. E’ in questo senso che affermo che il lavoro di reverie25 compiuto con un paziente che non ha accesso al linguaggio ma che si avvale di un sistema comunicativo alternativo è un processo suscettibile di espansione, rispetto al lavoro che si fa con i pazienti parlanti, che può incorrere però in un eccesso. Il rischio è quello di colonizzare la mente dell’Altro con contenuti nostri, che non appartengono al paziente.

Non esiste alcun criterio immediato per distinguere le manifestazioni della reverie da altri contenuti mentali, non necessariamente derivati dal contatto emotivo con l'analizzando : è quindi indispensabile che il paziente ne confermi il valore. Con un paziente parlante la conferma può passare solo attraverso i successivi scambi comunicativi, mentre con un paziente non parlante assume carattere di immediata priorità. Il rischio di inquinare la mente dell’Altro con contenuti che non gli appartengono è particolarmente presente nella terapia con soggetti che non si avvalgono del linguaggio o che per loro natura si esprimono con pochi elementi. La tentazione di interpretare in modo scorretto o di eccedere nell’interpretazione dei segnali è sempre presente per colui che domina lo spazio della comunicazione. Il lavoro analitico ci insegna l’importanza di “non fare tutto noi”, non tanto per un scongiurare le derive di un approccio di tipo assistenzialistico, quanto per evitare di confonderci con il paziente, negando così la soggettivazione che vorremmo promuovere. In qualsiasi processo terapeutico è essenziale usare il controtransfert, senza cedere alla tentazione e al rischio di agirlo nella con-fusione.

Giungere alla comprensione del pensiero è un’esperienza di vero incontro: Alessandra, i primi tempi, dopo essere riuscita a comunicarmi un pensiero complesso scoppiava in una risata piena di soddisfazione. Il corpo e la mente si potevano rilassare. Molte volte invece è stato importante fermarci, assumere che non ero riuscita a capire ciò che voleva dire, che non eravamo riuscite a condividere il suo pensiero, fiduciose del fatto che avremmo potuto comprendere più avanti. Comunicare diventa, in questo modo, esperienza fondamentale di separazione e di differenziazione.

A volte l’opera di ricerca di significato poteva prolungarsi per più sedute : il pensiero complesso poteva essere ripreso, riavvicinato e rielaborato poco alla volta. Nel primo anno di terapia, la madre si coinvolgeva nella ricerca : era riuscita a introiettare la fiducia, la curiosità e il piacere di capire la loro figlia. Le chiedeva nuovi “indizi” per comprendere, che integrava con le sensazioni, i ragionamenti, i ricordi, al fine di raggiungere la sua mente.

Quando le pre – concezioni sono confermate e capite e assumono la forma di un pensiero dotato di un significato condiviso, la bambina può fermarsi e goderne. L’incontro con le parole, che nascono dalla relazione e dall’attesa dell’incontro con l’altro, diventa quasi fisico. Le parole diventano portatrici di senso e si legano in modo indissolubile all’esperienza, a ciò che succede nel qui ed ora. Questo aspetto genera una vera e propria riscoperta del linguaggio e della semantica. Alessandra, in alcuni momenti, ha dei veri e propri insight rispetto alle parole usate. Si stupiva ad esempio che la parola “buongiorno” fosse la contrazione dell’augurio a trascorrere una felice giornata o che l’espressione “arrivederci” rivelasse la speranza di potersi presto re-incontrare. Nello stesso tempo la concretezza delle parole, derivate e legate all’esperienza trasformativa presente, si prestava a grandi momenti di incomprensione e di ambiguità per tutte quelle parole che nella nostra lingua comprendono più significati. Spesso abbiamo deciso di inserire “le parole per dirlo” nei suoi strumenti di comunicazione : credo che psicoterapia e riabilitazione possano in alcuni momenti sovrapporsi, avendo presente il senso di ciò che si sta facendo

Dopo poco tempo dall’inizio della terapia i genitori e i tecnici della riabilitazione hanno registrato un notevole incremento nell’uso degli strumenti di comunicazione. Alessandra sembrava entusiasta di trovare nuovi modi per entrare in relazione, non solo con me nello spazio dell’aiuto psicologico, ma anche con molte delle persone significative per lei. Sembrava aver introiettato la fiducia di poter essere capita, lo sguardo dell’Altro che finalmente la vedeva come un essere pensante.

Capitolo sesto Il gioco simbolico e l’interpretazione taciuta

Inizialmente il gioco simbolico si è rivelato lo strumento principale per Alessandra per porre, in forma trasposta e mediata, alcune questioni fondamentali su di sé, per fare i conti con il suo corpo e con i suoi limiti. Fin dalle prime sedute Alessandra mi chiedeva di “giocare alla casa” . Ho disegnato numerose case e appartamenti in questi anni, seguendo strettamente le sue indicazioni sulla distribuzione degli spazi e sulla collocazione degli inquilini. La prima casa che abbiamo creato, pensata dalla giovane paziente e fedelmente riprodotta da me su un cartellone bianco, prevedeva una camera singola tutta per lei, dove avrebbe potuto ascoltare la musica e ricevere gli amici, la camera dei genitori, la cucina, la sala, il bagno. La bambina, per la sua totale dipendenza e per effettive esigenze di spazio, dorme abitualmente nel letto matrimoniale, tra mamma e papà. Qualche seduta dopo, Alessandra a ha voluto creare una mansarda tutta per sè. Tempo dopo mi ha chiesto di disegnare la palazzina dove avrebbe voluto abitare da grande : un piano era destinato ai suoi genitori e l’altro a lei e al suo futuro marito, il compagno di classe di cui è innamorata. Nel gioco, Alessandra arredava con cura gli ambienti, con mobili e oggetti, e rappresentava, attraverso le storie raccontate, il desiderio di autonomia, la dipendenza, la separazione, la possibilità di riparazione, la paura27, maneggiando, in forma protetta e trasposta, i conflitti che intercorrevano a livello profondo tra le diverse istanze psichiche. Alessandra, che abita un contenitore somatico non prevedibile e controllabile, costruiva dei contenitori stabili, che poteva controllare e modificare a suo piacimento. La rappresentazione della casa si poteva riprendere, ampliare e modificare nelle sedute successive : tutto aveva un posto e tutto rimaneva al suo posto. Ad ogni sua iniziativa, seguiva una risposta prevedibile, a differenza di quanto faceva esperienza abitando il suo corpo. Alessandra arredava gli spazi, rendendo vivibile e piacevole la rappresentazione di sé, che è innanzi tutto un sé corporeo28, e riproduceva la capacità di mettersi in rapporto con gli oggetti d’amore.

La capacità di comprendere la mente altrui era inizialmente molto carente : Alessandra si aspettava che gli altri, in particolare la madre, comprendessero con facilità i suoi pensieri e il suo stato mentale. All’interno del gioco e del dialogo ho cercato di lavorare molto sulla capacità di decentramento, ovvero sulla capacità di riconoscere che la prospettiva altrui può non corrispondere alla propria. Attraverso le molteplici identificazione fornite dai protagonisti del gioco era possibile fare inferenze sul loro stato mentale, in relazione alle dinamiche messe in scena.

Uno temi affrontati nei primi mesi di terapia da Alessandra riguardava il desiderio di vedere la cantina della casa dove abitava quando era piccola. La famiglia si era trasferita nell’attuale abitazione quando lei aveva quattro anni. La cantina era rimasta di loro proprietà, stipata di vecchi oggetti, in parte dimenticati. I genitori ne avevano parlato molto raramente ed erano stupiti da questa richiesta, apparentemente insensata. La visita alla cantina, da me suggerita e da loro organizzata poco tempo dopo, portò alla scoperta di alcuni “tesori” familiari abbandonati, giochi e vestitini appartenuti a Alessandra nella prima infanzia, iscrivendosi come un’occasione importante nel percorso di narrazione ed elaborazione familiare. Alessandra era determinata a saperne di più su di sé e sulla sua storia e la madre era pronta a ripercorrere con lei alcuni momenti della storia familiare, con parole buone, digerite all’interno del percorso psicologico di sostegno alla genitorialità.

Molto spesso Alessandra voleva che la aiutassi a scrivere lettere e bigliettini da inviare ad amici e parenti, vicini e lontani. Abbiamo scritto ai compagni di scuola, a molti parenti, ad alcuni amici dei genitori, al parroco del paese, ai dottori di Milano. In ogni lettera esprimeva il suo affetto e il desiderio che l’altro vedesse casa sua. Il tema della casa sembrava ricalcare la necessità della bambina di lavorare inconsciamente sul Sé e sull’immagine corporea, che si costruisce sulla base delle esperienze che provengono dalle sensazioni propriocettive e dal contatto con le persone vicine. L’idea più vicina all’immagine che ognuno di noi costruisce del suo corpo è quella di uno spazio tridimensionale, una casa. In ognuno di noi, l’immagine che abbiamo del corpo è proiettata e rappresentata dall’habitat. “L’’inconscio e lo spazio abitabile sono in continuo inter- funzionamento”30, sostiene Eiguer. Il desiderio di visitare la vecchia cantina, così come il desiderio di mostrare agli altri casa sua, sembrava ricalcare l’anelito a conoscersi e a vedersi riconoscere. In particolare la cantina sembra rappresentare “ i sobborghi della psiche, la sua parte più profonda, arcaica, temuta ed enigmaticanella quale si radica il Sé” .

Era importante conoscere e riconoscere l’identità che si stava costruendo sulla diversità, sulla consapevolezza di abitare un corpo che è altro rispetto a quello comunemente condiviso, e integrare questa differenza con altri elementi di identità, primi tra tutti l’identità di genere, maschile e femminile e l’identità di età e quindi di generazione.

Attraverso il gioco simbolico, Alessandra riusciva inoltre a formulare delle domande fondamentali su si sé. Un gioco che ci ha accompagnato per lungo tempo, creato dall’inventiva della bambina, riguardava la creazione di un centro medico, composto da tutte le figure professionali che nella vita reale si prendono cura di lei. Nelle varie stanze c’era spazio per il medico, per me, “la Dottoressa dei pensieri”, per il fisioterapista e per la logopedista. Alessandra si identificava nella segretaria del centro e si divertiva nell’inventare le identità dei giovani pazienti. I bambini che chiedevano un appuntamento presentavano sempre disabilità diverse dalla sua, alcuni bambini erano non vedenti, altri non potevano sentire, altri ancora “non sapevano giocare.” Alessandra sembrava proiettare su di loro i suoi enigmi e mi chiedeva, assetata di verità e di condivisione, ciò che non poteva domandare direttamente per se stessa . “Perché non vede? Perchè non sente?”. La disabilità degli altri immaginari le donava l’occasione di interrogarmi sulla questione fondamentale che attanaglia tutti i bambini disabili : “Perché sono handicappato? Perché io? Perché proprio a me?”. Attraverso le identificazioni fornite dal gioco simbolico sembrava emergere alla pensabilità il buco nero delle origini, l’evento lesivo legato alla nascita, il dolore e lo sgomento relativo al corpo e alla sua condizione.

Il gioco simbolico è stato per Alessandra uno strumento molto importante per gestire la sua vita emotiva, le vicende problematiche con cui si trovava a fare i conti ed i vissuti ad esse connessi. Inoltre, in una terapia privata dalla reciprocità linguistica e temporale, si è rivelato, ancor di più, fondamentale forma di comunicazione trasversale tra terapeuta e paziente.32

Per lungo tempo mi sono astenuta dal dare interpretazioni e mi sono limitata ad accompagnare Alessandra nell’espressione dei contenuti che emergevano nel gioco e nella narrazione. Osservavo il gioco di Alessandra, che era di tipo auto – terapeutico, e giocavo attivamente la mia parte, dando dei piccoli suggerimenti che simbolicamente avrebbero potuto tenere a bada le angosce della bambina, senza mai entrare troppo nella formulazione delle vicende senza fornire una traduzione rispetto alle identificazioni e alle dinamiche del mondo interno che credevo fossero messe in scena. Poter inserire scale, ascensori, passaggi, per essere insieme, o erigere muri, dividere, per separarsi, faceva parte del tentativo di Alessandra di tenere a bada l’aspetto pauroso che giocava, di volta in volta, nel gioco. Dopo ogni seduta prendevo appunti sul materiale emerso e sulle relative interpretazioni che mi astenevo dal dare. Ritengo che questa disciplina abbia dato i suoi frutti : con il passare del tempo, Alessandra ha confermato con le sue parole e con le sue domande dirette il significato di tanti giochi sviluppati all’interno della terapia, fornendo in prima persona un’interpretazione alla sua creatività, ai suoi tentativi trasposti di ricerca del Sé.

Attualmente, a tredici anni, pulsioni adolescenziali, maggiore consapevolezza e capacità di pensiero, hanno aperto la strada a domande dirette su di sé e sul suo corpo e a un dolore lacerante che deve essere condiviso. Alessandra mi chiede perché non può camminare, mi domanda se potrà un giorno abitare da sola, se potrà un domani avere un bambino. Pone domande sulla morte e sulla vita eterna. Passano mesi in cui si alternano momenti di serenità a periodi di acuta disperazione. In alcuni momenti il dolore ha la sola voce del pianto senza nome e della rabbia. Credo sia una continua lezione per me stare con questi stati emotivi, riconoscere il dolore e l’impotenza, senza cercare di minimizzare le conseguenze, senza cercare di rassicurare. Spesso, di fronte all’intensità del dolore e della rabbia, chiedo a Alessandra cosa potrei fare per aiutarla. Alessandra mi risponde senza esitazione “Parlare”. Parlare, stare con qualcuno che ascolta, che presta la propria mente senza confondersi. Allora comprendo che per Alessandra è come per tutti noi : se il dolore non ha voce, se non può essere condiviso con nessuno, allora la sofferenza sarà più tormentosa e violenta. Diversamente la condivisione del percorso di elaborazione del proprio essere nel mondo, lo “stare con la verità delle cose come stanno”, rende la coscienza di realtà meno disperata e più aperta a trovare alternative possibili.

Capitolo settimo Il percorso di costruzione dell’identità : comportamenti, sintomi e difese.

Tutti i bambini, compresi quelli disabili, cercano di sapere chi sono e da dove sono venuti 33 . All’epoca del mio primo incontro con Alessandra, i suoi genitori non erano fino ad allora riusciti a raccontarle la sua storia, a parlarle della sua malattia, perché loro stessi sembravano ancora alla ricerca di una causa e di un senso a quanto era avvenuto. L’offerta di uno spazio dove trovare ascolto e darsi voce è diventato per Alessandra occasione per elaborare alcune fondamentali questioni su di sé e sulla sua disabilità, per ripercorrere la sua storia, per interrogarsi, con il desiderio di trovare/ritrovare un senso alla propria esistenza.

In generale, ritengo che la condizione per un processo di assunzione del proprio destino sia l’accesso ad una dimensione di verità. Solo ancorandoci alla verità del nostro essere nel mondo possiamo costruire la nostra identità, intesa come coscienza di sé e di appartenenza. Quando parlo di verità, non mi riferisco alla verità obiettiva, in questo caso alla verità medica, pur importante, ma alla verità emotiva che emerge da un pensiero via via accessibile, dalla tolleranza dell’ambivalenza e dalla possibilità di condivisione. Francoise Dolto, pediatra e psicoanalista francese, nel suo libro “Tous est language”, scriveva “ Con i bambini che hanno una disabilità congenita l’importante è restare in comunicazione. C’èsempre una possibilità di gioia quando c’è comunicazione con gli altri, ma gli altri che stanno nella verità, non quelli che fanno finta.” Credo che sia essenziale per un terapeuta interrogarsi e sperimentare modalità di aiuto che possano coniugare verità e speranza, anche quando la malattia e la disabilità sembrano rendere tutto impossibile.

E’ stato importante riconoscere i comportamenti, cercando di dare loro un significato condiviso, nell’attesa che la paziente trovasse una via paraverbale per esprimere il suo mondo interno.

All’epoca del nostro primo incontro, ricordo di essere stata colpita dal bel viso di Alessandra, che non rivela alcuna anormalità, e dal suo sorriso accogliente. Non ci volle molto tempo per accorgermi della tendenza della bambina a reagire con il sorriso e con l’accondiscendenza alle più diverse contingenze della propria difficile esistenza. Il sorriso non sempre era espressione di gioia o di felicità ma sembrava rivelare una modalità difensiva per rendersi amabile, non fastidiosa, docile. Dopo diverso tempo dall’inizio della terapia mi sono accorta che la sua comprensione era minore rispetto a quanto dava a vedere. Non conosceva il significato di molte parole ed era in difficoltà quando l’interlocutore parlava troppo velocemente. La sua predisposizione a reagire con il sorriso alle più diverse limitazioni nella vita quotidiana, sembra costituire “una risposta maniacale ad un’offesa terribile”34. Analogamente la rabbia, agita con modalità devastanti, il pianto, gli urli, lo sbattere violentemente la testa contro il testale della carrozzina o il cercare di buttarsi per terra, convogliava stati emotivi diversi, non sempre e non solo di carattere negativo. Il non essere compresa più che il non essere accontentata dava adito a queste manifestazioni, così come il provare malinconia o l’essere preoccupata per gli altri. Spesso anche l’essere travolta da una gioia incontenibile tramutava l’espressione dello stato emotivo nel suo segno opposto. E’ stato essenziale stare nella verità emotiva che emergeva da un pensiero via via accessibile, stare nell’ambivalenza dei sentimenti, dare voce ai diversi stati emotivi e legittimarli.

Le difese messe in atto da Alessandra sono spesso primitive e prendono la forma della negazione e del ritiro. Alessandra rifiutava di partecipare alle feste di compleanno, non poteva avvicinarsi a situazioni aggregative e molte volte rifiutava di andare a scuola. Ci volle diverso tempo per comprendere che non si sentiva adeguatamente compresa dai professori e integrata con i suoi compagni. Seguiva una programmazione diversa dagli altri alunni, svolta quasi esclusivamente in forma individuale con l’insegnante di sostegno. Per evitare il senso di esclusione, metteva in atto il ritiro.

La comprensione di questa problematica mi ha persuaso a mettermi in contatto con la scuola, al fine di condividere il bisogno di integrazione e di socializzazione della mia giovane paziente e la necessità di elaborare modalità di insegnamento che potessero contribuire a valorizzare la coscienza di sé, le capacità cognitive, la curiosità, ma soprattutto a sviluppare una coscienza di appartenenza.

La negazione dei limiti fisici si rivelava nel rifiuto ostinato ad usare i sensori per azionare autonomamente il pc al fine di accedere autonomamente a un programma di musica e ai videogiochi. Alessandra avrebbe voluto usare la tastiera del computer e il mouse e caparbiamente si esercitava nel tentativo di acquisire un maggiore controllo degli arti. Svolgeva molte prove con la logopedista, che si era ingegnata al fine di cercare accorgimenti per rendere il compito accessibile. La prova si dimostrava spesso impossibile. In seduta abbiamo parlato della sofferenza e della vergogna del non riuscire in ciò che si vorrebbe poter fare. Dopo mesi di prove Alessandra ha rivelato a me, e a se stessa, che il risultato non valeva la fatica che ci metteva e da quel giorno ha accettato di esercitarsi con i sensori che, per quanto marchino la sua diversità, le danno una prospettiva di indipendenza maggiore rispetto all’essere del tutto sostituita nel compito. Ritengo che la condivisione del percorso renda la coscienza della realtà meno dolorosa e più aperta ad alternative possibili.

Durante i lunghi pomeriggi, Alessandra fa spesso richiesta alla madre di vedere più e più volte i video e le foto che la ritraggono quando era molto piccola. A volte chiede anche a me, all’interno della seduta, di fermarci per vedere le foto del battesimo, il video di quando aveva due anni e altre riprese relative alla prima infanzia. In queste circostanze Alessandra sembra dissociarsi in uno stato di non pensiero. I video che la ritraggono in piscina o durante le prime sedute di fisioterapia sembrano riportarla a un tempo magico dove forse, nella sua mente, tutto era ancora possibile. Per quanto la pratica abbia un effetto calmante, la ripetitività allarma comprensibilmente i genitori. In questi casi Alessandra si isola, la sua mente sembra irraggiungibile. Analogamente a volte condividere sembra troppo difficile e faticoso. A volte la rabbia e la disperazione non sono avvicinabili, non sono traducibili. Poter sospendere, in alcuni momenti, il difficile esame di realtà, sembra essere il bisogno fondante di questi eventi di tipo dissociativo. Ritengo che questi comportamenti rivelino la presenza di elementi psicotici del pensiero, tesi a garantire la sopravvivenza psichica della persona. Una persona che comunica con uno strumento alternativo al linguaggio, è continuamente soggetta alla frustrazione.

Il pensiero deve fare i conti con una possibilità di espressione limitata e differita nel tempo, con una compressione e una limitazione costante. La condivisione passa costantemente attraverso la frustrazione del non poter dire tutto ciò che si vuole, nel giusto tempo. Questi elementi del pensiero si iscrivono all’interno di un quadro di personalità in cui l’esame di realtà è in genere dolorosamente sempre presente. Anche questi aspetti fanno parte del percorso di elaborazione del proprio essere nel mondo.

Capitolo ottavo Transfert e controtransfert

La relazione terapeutica è stata inaugurata da un felice incontro. Alessandra è felice di incontrarmi, è curiosa di me, voleva avere informazioni sul mio lavoro e sulla mia vita privata. Credo che sia attratta dalla mia vitalità. Ritengo che il mutuo rispecchiamento35 della curiosità sia stato una delle molle che ha gettato le basi di questa relazione terapeutica. A questo proposito ritengo che l’opera di consapevole e parziale disvelamento della propria affine esperienza umana sia stata importante per trasmettere un messaggio silenzioso di comune appartenenza a un’umanità condivisa.

Sono da sempre molto colpita dalla determinazione che Alessandra impiega nel tentativo di parlarmi. Questo suo sforzo di parlarmi la rende molto simile a me. Sento in lei un’umanità imprigionata, sofferente, che scalpita per potersi esprimere. Il bisogno di entrare in un dialogo, in una reciprocità di parola e di riconoscimento è potente, più forte dei mille ostacoli che si frappongono. Alessandra testa incessantemente la mia disponibilità, si accerta che io ci sia, che io sia presente e attenta. Mi guarda e io mi sento profondamente vista. La sua espressività non lascia dubbi. Coglie la mia presenza, percepisce il mio esserci e ricambia con uno sguardo grato che mi segnala che anche lei “c’è”. Il trovarmi a fare da specchio a questa ostinata volontà di Alessandra di emanciparsi dall’impotenza nella quale versa, mi tocca profondamente. Il suo è un anelito che viene da un luogo che io percepisco, in quei momenti, abitato, vissuto da una soggettività che cerca in tutti i modi di affermarsi. Quello che succede nell’incontro con Alessandra, se riesco a liberarmi dalla compulsione all’osservazione del corpo e del comportamento e provo ad ascoltare lo spasmo e la passione per la“parola”, va in senso contrario all’esperienza di estraneità. Mi rendo conto che i momenti che passo con lei costituiscono momenti di vera intimità tra due esseri umani che sentono entrambi la necessità di rapportarsi l’uno all’altro, come dei momenti di penetrante contatto, momenti magici, preziosi, autentici.

Riconoscere l’handicap vuol dire non minimizzare le conseguenze, non cercare di rassicurare. Vedere un bambino per quello che è, con i suoi limiti e i benefici secondari che attira a causa della sua dipendenza. Vedere l’aggressività e le rivendicazioni che vuole esprimere. Anche questi aspetti ci rendono simili. Il disabile mette in mostra in modo paradigmatico la tematica del rispecchiamento : fare i conti con quel naturale rispecchiarsi negli altri come appendici dei nostri desideri o delle nostre rivendicazioni, rivincite, tutte esperienze che spesso ci hanno bloccati in passato come vittime dei desideri o delle paure dei nostri genitori.

Eppure riconosco che la prima reazione, istintiva e primordiale, di fronte ad alcuni comportamenti del tutto alieni alla comune esperienza, è quella del rifiuto. La carrozzina, i movimenti velocissimi di mani e gambe, la scialorrea, procurano le prime volte uno choc violento, uno stato di smarrimento che inizialmente sembra congelare la capacità di pensiero36. Il trauma lascia senza parole, poiché sono proprio le parole a rivelarsi deboli, inadeguate, incapaci di mettere in rappresentazione, la devastazione da cui siamo invasi. Non vogliamo vedere, cioè non vogliamo vederci in questa rappresentazione. La prima formazione dell’Io, la più originaria ed arcaica, è strettamente associata al piacere, mediata dal supporto che il narcisismo gli fornisce. Freud ne parla in termini di Io- piacere37. L’io vuole introiettare tutto il buono possibile, cioè le sensazioni e le rappresentazioni che gli sono compatibili. Eliminando il contrario : il cattivo, il brutto e l’estraneo, che finiscono così per diventare sinonimi. L’Io si separa dal non-Io, dal non – me, da ciò in cui rifiuta di identificarsi. E quindi, da quel che non vuole riconoscere a nessun livello. Il bambino handicappato è quella figura perturbante, familiare ed estranea insieme che, come uno spettro, appare rovinosamente a scuotere il narcisismo dell’Io piacere del “normale”. La tenuta a distanza del “mostro” pare la garanzia per il “normale” della sua normalità38.

Accompagnare Alessandra nel percorso di elaborazione della sua identità non è sempre facile. Stare con il corpo, stare con la rabbia, stare con la frustrazione derivata dal non comprendere a pieno il suo pensiero, affrontare le domande sulla sua condizione,confrontarsi con l’impotenza, tutto ciò e molto altro riattiva a volte lo choc iniziale, il rifiuto, la paura. Inoltre spaventano i sentimenti oscuri che ispira, come la paura dell’aggressività che suscita e la paura di diventare come lei.

Nello stesso tempo è per me una lezione quotidiana assistere alla determinazione di Alessandra a pensare se stessa e alla sua disabilità, specchio dell’incredibile ingegnosità dello psichismo umano nel cercare di dare senso a tutte le forme di destino, per implacabile che possa apparire. Queste esperienze così particolari di essere nel mondo si scontrano con il conformismo imperante dell’era contemporanea. Tutti i bambini, e forse i bambini disabili in particolare, ci chiedono di non conformarci per poter essere davvero soggetti e non copie transgenerazionali. Nei disabili, come in tutti noi, c’è una persona che sta lottando per nascere come soggetto, farà diverse esperienze di diverse morti e rinascite ed ogni volta attraverserà il conflitto tra desiderio di armonia, consenso, conformismo e attrito per affermarsi come esseri singolari, speciali.

La relazione terapeutica con il soggetto disabile è occasione di incontro, per me, con tutto questo e in primo luogo con quella fragilità e quella mortalità che è la nostra cifra più tipica e che è soprattutto caratteristica del bambino, degli anziani, dei malati, degli emarginati. E’ un’immagine riflessa che atterrisce, spaventa perché ci ricorda in realtà qualcosa che ci è molto familiare : la fragilità di tutti. Ha scritto la filosofa Marthe Nusbaum: “ Con il disgusto ci allontaniamo dalla nostra corporeità e dalla nostra mortalità. Con la vergogna ci allontaniamo dalla nostra debolezza, vogliamo nasconderla, sottrarla allo sguardo degli altri. La vergogna è sempre esterna, incarnata dalle attività e dalle pratiche di qualche gruppo. Fra questi i disabili”39. L’incontro con il paziente disabile ci obbliga quindi a metterci in contatto con l’altro che è in noi, l’Inconscio. “Solo accogliendo l’Altro che è in noi, l’Inconscio, potremmo accettare l’Altro dell’altro : l’handicap del disabile”40.

Conclusioni

Credo che questa relazione terapeutica mi abbia insegnato e mi insegni molte cose anche nel lavoro con i pazienti “parlanti”.

Nel lavoro con Alessandra credo di aver imparato ad aspettare e a stare nel silenzio, silenzio denso di elaborazione, di presenza, di rispetto. Nello stesso tempo ho imparato la sacralità delle parole e il loro valore potenzialmente trasformativo. E’ essenziale poter ridare al paziente ciò che cerca affannosamente di comunicarci, in modo maggiormente elaborato e digerito, e inaugurare l’esperienza dell’essere compresi.

Il timore di schiacciare la creatività della mia paziente, per sua natura espressivamente coartata, mi ha indotto a prestare particolare attenzione a non cedere al rischio e alla tentazione di invadere la sua mente con miei contenuti, eccedendo nell’interpretazione degli elementi che mi forniva. Questa disciplina credo che si riveli molto produttiva anche nel lavoro con i pazienti parlanti. Ritengo che sia molto importante non ostentare ciò che si ritiene di sapere, frenare l’interpretazione41. Ho sviluppato in questo modo una sorta di dialogo interno che, al di là di ciò che agisco in seduta, cerca di comprendere gli interrogativi formulati in modo camuffato e deviato e di dare senso ai comportamenti, ai sintomi e alle difese messe in atto.

Ritengo che uno dei più grandi insegnamenti che Alessandra mi ha trasmesso consiste nel ridimensionare le mie aspettative di onnipotenza. In alcuni casi non posso che stare con la sua sofferenza, con il suo dolore, con le sue domande difficili. Ho imparato a non minimizzare le conseguenze, a non imporre la mia consolazione. Ho imparato a vedere le persone per ciò che sono e a prendere in considerazione anche i benefici secondari che una condizione svantaggiosa assicura. Alessandra mi ha insegnato a “stare” con la mia impotenza, a rimanere, a non distogliere lo sguardo di fronte alla rabbia, al dolore, alla verità del corpo. Ho imparato ad accettare le domande, non al fine di trovare risposte ma per permettere alle questioni di essere formulate. Ho cercato di sviluppare una modalità di aiuto che coniughi verità e speranza, anche quando la realtà sembra rendere tutto difficile se non impossibile.

 

 

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di FRANCESCA VALERIANI

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