Traumi psichici Al di là della cantina

di Anna Bozano

Premessa: Per ben due anni la storia di F. è stata la mia prima scelta come caso clinico per la tesina finale, ma dopo vari tentativi, alla fine ho sempre declinato a scrivere su un altro paziente. La sensazione che provo nel tentativo di coglierne i contorni è di disorientamento, vacilla la mia capacità di organizzarne i contenuti e questo mi genera uno stato di sfiducia nelle mie capacità.

Se inizialmente mi sono data spiegazioni razionali come la difficoltà a contenere in poche pagine tutta la sua complessità, quest’anno cercare di capire cosa mi renda così difficile questa narrazione ha assunto i toni di una responsabilità.

Quando la incontro F. ha quattordici anni e da pochi mesi frequenta il primo anno dell’istituto alberghiero in città, muovendosi con il treno dal suo paesino nell’entroterra dove era andata a scuola fino alle medie. In quella vecchia scuola, una mattina si era confidata con le insegnanti raccontando loro che fin dall’infanzia l’inquilino del piano disotto di casa di sua nonna l’aveva molestata. La denuncia ai carabinieri e la segnalazione al Tribunale dei Minori fa scattare la presa in carico da parte del centro traumi del servizio consultoriale dove svolgevo il tirocinio.

Le prime resistenze scaturiscono dalla natura dell’esperienza traumatica di F.: qualsiasi interscambio sessuale tra adulto e bambino rimanda invariabilmente alla rappresentazione dell’incesto, anche se vi sono notevoli differenze tra abuso intra- ed extra-familiare. Per quanto nell’ultimo caso si possano verificare atti ben più violenti, nel primo si nega l’individualità della vittima alla sua radice, un attacco distruttivo al suo patrimonio affettivo individuale, per questo talvolta definito “Soul Murder”, un delitto dell’anima (Shengold, 1979). Ben lungi dall’essere assimilabile ad altre atipie dell’orientamento sessuale, alberga nella nostra mente con caratteristiche di inafferrabilità.

Le ragioni dell’impensabilità dell’esperienza incestuosa rimandano ad aspetti di natura filogenetica, quali la rottura del patto etologico di non belligeranza tra le generazioni, che hanno fatto sì che venisse considerato una sorta di “delitto fondamentale” nella storia dell’umanità.

L’antropologia moderna colloca la proibizione dell’incesto all’origine della cultura e la psicoanalisi, ricordandone l’importanza tragica nella mitologia greca attraverso l’identificazione del complesso edipico, ne spiega le ragioni per lo sviluppo dell’apparato mentale individuale.
L’incesto è rappresentato nella memoria della specie come elemento distruttore, capace di determinare la crisi dell’ordine cosmico: ciò che di due torna a fare uno, attraverso l’annullamento della differenziazione insita nella nascita.

Le emozioni violente che scaturiscono nell’apparato psichico di chi si accinge ad ascoltare un minore vittima di abuso sessuale suggestionano alla dimenticanza perché promuovono un’angoscia profonda che richiede una messa in questione a livello d’identità.
L’irruzione di queste emozioni genera talvolta una reazione di difesa rispetto ai contenuti mentali della vittima che ha come effetto l’anestesia delle funzioni conoscitive.

 

1. INTRODUZIONE: Memoria e oblio nella clinica del trauma

Il mio tutor aveva già incontrato i genitori e mi aveva lasciato molte informazioni anamnestiche.
Il padre di F. quarantasei anni, siciliano di origini e un lavoro come artigiano, conosce la moglie a quindici anni quando lei, appena maggiorenne, frequentava il liceo artistico.
Si sposano dopo undici anni di fidanzamento e il primo figlio nasce tre anni dopo in seguito ad un aborto spontaneo. La gravidanza successiva, tre anni dopo, non era stata programmata, ma viene ben accolta, trascorre tranquilla e a termine nasce F.. La madre la descrive una neonata tranquilla che “dormiva e lasciava dormire”. E’ stata allattata fino al terzo mese, ma la signora non ricorda lo svezzamento. Le prime parole e i primi passi intorno all’anno, ma non sanno se abbia gattonato o meno.
Fino a tre anni ha dormito in un lettino nella stanza dei genitori e non ha frequentato il nido. A cinque anni comincia l’asilo ma la signora riporta che la bambina faceva fatica ad alzarsi.
A sette anni viene portata in ospedale per il precoce sviluppo dei peli pubici (pubarca) e viene sottoposta ad un trattamento ormonale periodico fino ai dodici anni quando compare il menarca. Proprio in quegli anni delle medie le insegnanti consigliano una visita logopedica riscontrando in F. difficoltà di concentrazione e di memoria, ma la diagnosi esclude un problema specifico dell’apprendimento. In terza, verso la fine dell’anno, F. chiede un colloquio con la psicologa della scuola che risulta però assente quel giorno e si sfoga allora con le insegnanti ma i genitori non ricordano se era quella di matematica o di italiano e non conoscono la durata delle molestie.

Dichiarano che la figlia si reca ancora nella casa della nonna materna, nonostante l’uomo sessantenne con moglie e figli che ha abusato di lei viva ancora lì.
Descrivono la vita familiare piuttosto tranquilla e senza particolari problemi con le rispettive famiglie di origine ma tra parentesi il mio tutor annota che a queste domande “lui non risponde e lei fa le facce” .

Da queste prime informazioni si coglie come l’ambiente scolastico delle medie abbia rappresentato per F. il primo luogo sufficientemente sicuro da poter accogliere la rivelazione. Il mondo pubblico della scuola ha rappresentato un modello alternativo rispetto a quello familiare? Nell’immaginario familiare sembra che la spiegazione della scelta del depositario sulle insegnanti venga attribuito all’assenza di un ruolo ufficiale specifico piuttosto che alla loro capacità di divenire per F. un ascoltatore possibile.

Secondo Malacrea, nella clinica dell’abuso tutti gli approcci appaiono accumunati da un’ottica, in qualche misura familiare: ”anche se il modello teorico di riferimento dell’autore è orientato all’intrapsichico, tutti considerano indispensabile (almeno fintanto che i piccoli pazienti vengono curati in prossimità degli eventi traumatici) occuparsi di più protagonisti dell’abuso e delle loro relazioni reali.”

Quando la famiglia viene meno ad ogni dovere di tutela, per il bambino crolla l’universo delle relazioni di protezione, una percezione di perdita assimilabile idealmente all’uscita del canale del parto, “laddove potrebbe non esserci nessuno”. Per sopravvivere all’angoscia di annientamento il bambino è costretto a negare l’inadeguatezza dell’oggetto primario compiendo un’operazione di rivolgimento contro il sé: sono io che non merito cure. Il senso di insicurezza, inadeguatezza, colpa e vergogna che ne derivano sono il prezzo da pagare per progredire nello sviluppo psicoaffettivo. Non si può dunque prescindere da un intricato terreno di relazioni interne ed esterne che ruotano attorno al minore con modalità spesso convulse e intimidatorie.

Trepper e Barrett (1989) affermano che il fenomeno da attendersi nelle situazioni di abuso è la negazione che coinvolge in vario modo tutti i membri della famiglia incestuosa come meccanismo di difesa protettivo per ciascun familiare, per il sistema-famiglia e le sue relazioni interne. Esistono due tipi di negazione: quella su base psicologica è inconscia come esito di meccanismi di evitamento del dolore e rende la verità inaccessibile all’individuo, quella su base sociale invece è una strategia cosciente finalizzata a evitare le conseguenze negative del riconoscimento dell’abuso per il singolo o per la famiglia. Gli autori individuano quattro stadi della negazione: dei fatti, di consapevolezza, di responsabilità, di impatto. Tra le componenti negative si possono distinguere quelle che si originano dall’interno, quali sentimenti di vergogna, auto attribuzione di responsabilità per l’accaduto, evitamento del pensiero e negazione della propria impotenza da quelle che vengono indotte dall’esterno quali la paura delle conseguenze per la rivelazione da un punto vista personale, familiare e sociale.
Va notato che le stesse dinamiche si riconoscono anche in chi ha commesso l’abuso, ma in questi soggetti è diversa la qualità della difesa rispetto alla vittima e agli altri adulti non abusanti in famiglia. Malacrea definisce questa negazione primaria, come contrapposta a quella secondaria degli altri protagonisti dell’abuso, in quanto questi ultimi agiscono comprensibilmente in modo reattivo all’orrido e all’impensabile, con grande dispendio di energie psichiche e grave costo psicologico. Per l’abusante tale costo non è evidente. Va notato poi che tale impostazione dell’economia psichica resiste anche quando la negazione dei fatti cade ed è molto difficile arrivare alla mentalizzazione dei propri problemi, tranne che nei pochi abusanti con personalità nevrotica (Balier, 1992; Del Taglia, 1990). Con le negazioni di consapevolezza e responsabilità, gli abusanti tendono a proiettare all’esterno da sé la decisione di vittimizzare, che non viene riconosciuta come scelta consapevole e mantenuta strategicamente con l’inganno per esempio o l’induzione al segreto. Attraverso la distorsione della lettura dei comportamenti del bambino che si radica nella mancanza di empatia, la vittima viene vista invece come un complice attivo. L’intrusione di interpretazioni arbitrarie dell’accaduto capaci di far dubitare delle proprie percezioni, al fine di favorirne la dimenticanza, seppellisce nel bambino la fiducia oltreché nel mondo adulto, anche nelle qualità del proprio apparato mentale. In questa prospettiva il recupero del ricordo e il ristabilimento della verità contro l’azione falsificatrice che deriva dagli elementi introiettati nel corso della relazione filiale e para filiale con l’abusante, rivestono un ruolo fondamentale.

Per poter raccontare un’esperienza vissuta, occorre però essere in grado di attribuirle senso, poiché ciò che è senza significato ha la caratteristica dell’inenarrabilità.
Secondo W. R. Bion la capacità di attribuire senso all’esperienza viene acquisita grazie ad una particolare qualità empatica della madre, chiamata réverie. Tutte le esperienze spiacevoli, esterne ed interne sono per il neonato insopportabili perché prive di significato e sono definite da Bion “elementi beta” perché non sono elaborabili né dal pensiero né dall’attività onirica e possono solo essere evacuati attraverso meccanismi espulsivi. In condizioni favorevoli tali output proiettati nell’apparato mentale altrui vengono contenuti e restituiti al bambino come “elementi alfa” provvisti di significato e adatti ad essere pensati e/o sognati. Quando ciò avviene, il bambino, oltre ai significati delle proprie esperienze, introietta un “oggetto buono” (Klein, 1957) capace di assisterlo sempre, consentendogli di tollerare l’angoscia. Il fallimento della funzione alfa lascia il bambino carente di tale apporto o addirittura può fargli sperimentare uno stato emotivo di “terrore senza nome” perché viene reinvaso dagli stessi elementi prima proiettati e più o menoviolentemente respinti. Se la frustrazione di tale bisogno primario sarà stata particolarmente severa, il soggetto continuerà a funzionare con modalità proiettive, a prescindere dall’idoneità del contenitore e come genitore non disporrà di sufficiente spazio interno per accogliere le proiezioni del proprio bambino, con la creazione di un circolo vizioso capace di danneggiare più generazioni. Quando la funzione di contenitore viene assegnata al bambino indebitamente, perché il suo apparato mentale non dispone delle risorse emotive adatte a funzionare in tal senso, si verifica un’inversione del flusso delle proiezioni. G. Polacco Williams ha studiato approfonditamente le conseguenze cliniche nell’ambito dei disturbi alimentari formulando l’ipotesi di una funzione omega, collocabile all’estremo opposto dello spettro rispetto alla funzione alfa. Se quest’ultima fornisce infatti quel nutrimento emotivo capace di dar luogo alla separazione e all’individuazione, la seconda produce effetti tossici di diversa gravità. L’intrusione di elementi proiettivi nel “ricettacolo” del bambino, può generare un atteggiamento di chiusura verso qualsiasi cosa possa penetrare all’interno, oppure una completa passivizzazione all’incistamento di corpi estranei mentali, fino alla destrutturazione psichica dovuta all’introiezione di “oggetto materno” che riversa disorganizzazione e angoscia nel mondo interno.

Nei bambini abusati sessualmente si riscontra similmente una sindrome da adattamento post- traumatico, connotata da identificazione con l’aggressore e suo assecondamento masochistico. L’abuso sessuale, nel mondo interno di un minore interferisce pesantemente con il conflitto edipico, che viene in tal modo reificato senza che l’esperienza di abuso possa intrecciare con le esperienze fisiologiche native rapporti di continuità, ponendosi invece come corpo estraneo privo di legame. Un bambino abusato in famiglia e non adeguatamente protetto, qualora abbia la capacità di strutturare sistemi difensivi, andrà incontro all’oscuramento dello spazio mentale preposto ad amministrare la consapevolezza dell’esperienza traumatica, che si configura come “area cieca, paragonabile ad una capsula fibrosa che avvolge, nei tessuti, un corpo estraneo incistato” (Hartmann, 1984).

La possibilità di rappresentare l’esperienza incestuosa è condizionata all’instaurarsi di una relazione empatica con un adulto capace di ascolto e di tutela (Roccia e Foti, 1994) ed ha comunque anche in questo caso le caratteristiche della discontinuità per la difficoltà che il minore incontra nell’entrare in contatto con il ricordo. L’esperienza di abuso sessuale nell’infanzia non può essere dimenticata, né compiutamente ricordata perché non può essere adeguatamente metabolizzata dall’apparato psichico in quanto non risulta associabile né confrontabile ai contenuti mentali preesistenti e alle aspettative implicite nello sviluppo infantile. L’impossibilità di mentalizzare adeguatamente le esperienze traumatiche, rende ragione degli imponenti disturbi della rappresentabilità e della memoria, che le vittime di abuso sessuale presentano in rapporto all’evento. La memoria degli eventi può essere soggetta ad un discontinuo alternarsi di fuoriuscite e di reingressi del ricordo dei fatti dalla sfera cosciente dell’apparato psichico, è frequente la presenza di aspetti incoerenti o contraddittori e si può trovare la presenza di “elementi strani, improbabili e fantastici”(Everson). Accanto alla necessità di valorizzare il ricordo Anne Alvarez (1993) sottolinea anche quella relativa all’importanza del dimenticare: se non si deve colludere con i tentativi di negare ciò che è accaduto bisogna saper distinguere tra i tentativi di superare e quelli di negare, cosa più facile a dirsi che a farsi. La parte della personalità che cerca di dimenticare la violenza deve ricevere più attenzione della parte che non può contribuire al ricordo. Contro una concezione puramente difettuale dell’oblio è necessario invece riflettere sul suo valore protettivo e sul ruolo essenziale che riveste nell’economia del funzionamento mentale.

Memoria e oblio sono dunque centrali nella clinica del trauma da abuso sessuale.

 

2. PRIMI COLLOQUI: Dall’invio all’alleanza

Quando il mio tutor ci presenta mi colpisce subito l’aspetto curato di una giovane donna ma le movenze impacciate di una ragazzina. Mentre appoggia lo zaino e mi porge la mano, da sotto il ciuffo di capelli stirato, incontro il suo sguardo fuggente. Gli occhi blu, spalancati in un’espressione tesa e subito distolti son tutt’altro che trasparenti e ricordo di aver pensato per associazione alla pesantezza e allo spessore del velluto dei sipari dei teatri. Coerentemente mi porge solo la punta delle dita al mio tentativo di stringerle la mano.

Alla domanda di parlarci un po’ dell’accaduto, dopo un sussurrato non so, cala un silenzio angosciante per fortuna interrotto dal mio tutor che comprende il disorientamento di F. e teneramente le dice che forse non sa cosa dire. Lei alza lo sguardo e ci guarda come se nel sipario si fosse aperto un piccolo spiraglio e con un’intonazione di voce venata dalla sofferenza ci dice che son troppe le cose da raccontare. In quel momento ho sentito che eravamo tutti connessi su quel dolore e sulla fatica a raccontare queste cose antiche..

F.: “Non so. C’era questa persona che mi dava fastidio a casa della nonna” afferma guardando il pavimento.
T.: “E tua nonna lo sa?”
F.: “ Non me ne frega niente” con in volto un’espressione di disprezzo e noncuranza, che diventa paura al successivo intervento del tutor che le rimanda la sua rabbia.:“Tu dici non me ne frega niente perchè sei giustamente arrabbiata”

Ma F. scappa da quest’idea anche se non la rifiuta del tutto..: “No. Non lo so” T.: “ Pensa se tu fossi una nonna con una nipotina..come ti comporteresti?”
A questo punto sembra proprio insofferente e chiude con.: “Non lo so”
T.: “E tuo fratello?”

F.: “Non lo sa.”
T.: “Perchè se lo sapesse?”
F. questa volta risponde categorica: “Non lo sa”
T.:”Senti io vi lascio un po’ sole a fare due chiacchere tra donne e torno tra un po’ Vuoi?”
F. risponde che per lei va bene ma con la faccia di chi comunque non potrebbe dire di no.
Mentre il mio tutor esce dalla stanza lei si risistema sulla sedia in evidente stato di agitazione, mentre io son rimasta in osservazione senza intervenire e quindi le posso lanciare uno sguardo di complicità e verbalizzarle esplicitamente quanto immagino sia difficile per lei parlare di queste con degli estranei. Finalmente mi sorride alzando lo sguardo: “Sì.”
Le chiedo quando e’ stata la prima volta che ha avuto questo coraggio per riportarla mentalmente a quel momento delle medie dove si era sentita sufficientemente sicura da prendere coscienza della sua esperienza traumatica al punto da volerla denunciare.
Mi risponde in modo ritmico come se fosse stata una frase già pronunciata più volte menzionando l’assenza della psicologa scolastica. Le domando quindi se aveva un rapporto significativo con queste insegnanti e se magari con qualcuna in particolare. Mi risponde che aveva davvero un bel rapporto con quella di italiano, ma anche con quella di matematica si trovava bene.
Provo a chiederle cosa era riuscita a raccontare loro, ma risponde in modo evasivo con evidente sofferenza: “Eh, quello che era successo..” Mentre lo dice alza gli occhi al cielo e le si irrora di sangue l’attaccatura dei capelli. Quando torna a guardarmi e’ calato il sipario di velluto e i suoi occhioni blu sono attoniti e inespressivi. Io mi sento quasi in colpa per aver fatto una domanda così intrusiva e colludo con la sua voglia di fuggire da quei contenuti spaventosi. Rimaniamo un attimo in silenzio, un silenzio che dentro di me e’ carico di rispetto, ma in cui F. sembra smarrirsi. Le si dipinge in volto un’espressione angosciata e comincia poi a guardarsi intorno. Io le dico che forse ripensare a tutto quello che e’ successo fa molta paura e torna a guardarmi per un secondo prima di abbassare lo sguardo e dire: ”C’era questo qui che mi dava fastidio..” Domando chi fosse e mi risponde:” Un signore che abita nella stessa casa della nonna, al piano terra..” Le chiedo da quanto tempo lo conosce e con rassegnazione mi risponde :”Da sempre..sono cresciuta con lui. Giocava spesso con me e mio fratello, e a volte ci dava dei soldi.” Domando se i soldi venivano dati per la partecipazione ai giochi e mi risponde di no: “Ce li dava così..” Chiedo che tipi di giochi fossero e nuovamente cala il sipario della vergogna che mette a disagio entrambe.

Con tono di ovvietà mi dice: “Niente. Lui era lì.”
Provo a chiederle cosa faceva con loro ma nuovamente mi risponde un “Niente” evasivo, questa volta preceduto da un “No” che non aveva pertinenza con la domanda e che forse tradiva un altro discorso, diretto a me: no, non voglio pensarci. In quel momento ho provato una rabbia fortissima e mi son tornate in mente le parole del mio tutor sulla nonna che non ha visto, non ha protetto. Le domando infatti se sua nonna sapeva di questi giochi e lei mi risponde che la nonna doveva occuparsi di molte cose in casa, stava dietro ai nipoti, ma non sempre. La mia rabbia sale e a posteriori mi chiedo di chi fosse. Fermo restando che una storia del genere coinvolge emotivamente e porta inevitabilmente a parteggiare per la vittima, eravamo pur sempre in un primo colloquio ed avvertivo la mia risonanza aggressiva spropositata nella misura, ma soprattutto nel bersaglio. Perchè stavo riversando tutta la responsabilità di quello che era capitato a questa nonna? Perchè la rabbia che provavo nei suoi confronti era più potente di quella che mi suscitava addirittura l’abusante? Perchè non stavo incriminando anche i genitori? Erano sentimenti miei? Le mie nonne non mi hanno protetto? Non avvertivo rispecchiamento personale, bensì avevo la sensazione di dover difendere F. che non si permetteva di essere arrabbiata con questa nonna. Provavo forse quello che a lei faceva troppa paura per potervi entrare in contatto?
Le chiedo cosa faceva quando andava dalla nonna e lei mi risponde che le piaceva stare fuori. Le chiedo se i brutti giochi succedevano dentro e mi risponde di sì. E aggiunge che una volta ”..mentre facevamo una passeggiata me l’ha proprio detto, che se fosse cattivo davvero mi metterebbe dietro quell’albero, ma poi non l’ha mai fatto. Spesso eravamo in cantina..”
Quando chiedo se ricorda la prima volta che è successo mi risponde inizialmente di non saperlo, ma poi con in volto un’espressione rassegnata precisa: “..da sempre. Probabilmente, da quando ero in fasce e lui usava la scusa di cambiarmi il pannolino per potermi toccare..poi da grande voleva che lo toccassi anch’io, ma io non volevo.”
Chiedo se l’ha mai costretta e mi risponde di no.
Le dico quanto in fondo fosse difficile per una bambina capire cosa stava accadendo e lei mi sorride. Ricordo di aver pensato a quanto deve essere sofferente il momento il momento della presa di coscienza..
Provo a domandare allora in quale momento ha iniziato a rendersi conto che A. aveva approfittato di lei e lei mi racconta quando a scuola le sue amiche si confidavano su cosa succedeva con i ragazzi e lei si sentiva stranamente esperta, diversa.
A questo punto alza lo sguardo visibilmente addolorato e mi dice:” Così io non avrò mai una prima volta..mi è già accaduto.”

Qui, finalmente sento la rabbia per quest’uomo viscido che le ha portato via l’innocenza della scoperta della sessualità e sento il peso di questo fardello come un marchio a fuoco, come qualcosa da cui non si può tornare indietro.
Le dico che capisco che si senta come se le avessero rubato qualcosa, ma che stare con una persona che si ama è davvero molto diverso da quello che le faceva quel mostro e lei prontamente mi risponde che questo lo sa. Le chiedo allora se ha un fidanzato e mi risponde che sì..ed è stato proprio il primo a saperlo..

Nel frattempo torna il mio tutor..era passata più di un’ora. Chiedo a F. se ha voglia di tornare a parlare con me. Accenna un “bho..sì..” imbarazzato. Le è tornato lo sguardo spesso e l’aria distaccata. Ci accordiamo per la settimana successiva, le lascio il modulo del consenso informato da far firmare dai genitori e ci salutiamo.

La settimana successiva F. si presenta puntuale in consultorio e ancora in sala d’attesa mi dice di essersi dimenticata il consenso informato. Le rispondo che me lo può portare la prossima volta mentre le faccio strada verso la stanza dove avremmo passato il primo anno di terapia. La scorsa volta eravamo restate nella stanza del mio tutor, molto più spaziosa e adatta a ricevere adulti, mentre questa era palesemente adatta a ricevere dei bambini. Noto come F. si guardi intorno un po’ stupita soffermandosi ad esplorare con gli occhi i giocattoli che occupano gli scaffali. Intercetto il suo sguardo e quasi a scusarmi, le dico che gli oggetti intorno sono più da piccoli e lei sorride.

A posteriori mi sono chiesta come mai ho avvertito il bisogno di giustificarmi con lei per i giochi in stanza quando, non solo non l’avevo mai fatto con altri adolescenti della sua età, ma nemmeno con alcuni adulti che avevo seguito come sostegno alla genitorialità. Credo di aver sentito questa necessità spinta dalla paura di F., per la quale chiudersi in una stanza con qualcuno era già una minaccia, ma questa volta aggravata da un arredamento che riportava subito all’idea dell’infanzia e del giocare. Quanto possono essere lontani dalla spensieratezza i suoi ricordi di bambina? Quanto può essere stata contaminata dalle manipolazioni del suo abusante la sua infanzia?

Ci accomodiamo una di fronte all’altra e sento tutto il suo imbarazzo. Anche il fatto di dirmi subito di essersi dimenticata il consenso informato mi era sembrato quasi una voglia di scappare, come a dire: ”Se è necessario averlo e dobbiamo rimandare..ok!” Le chiedo se ha parlato in casa del nostro incontro, ma lei taglia corto dicendo che i suoi genitori sanno del colloquio, ma non hanno fatto grandi commenti. Me lo dice con un’espressione in volto come a dire “ tanto per cambiare..”

E mi racconta che “Il vero casino e’ un altro.. perchè loro si volevano trasferire in casa da mia nonna e ora non lo possono più fare per questa faccenda!”

Quando le chiedo se pensa che questa sia l’unica preoccupazione dei suoi genitori mi risponde che sua madre è in ansia per la nonna: “Non le hanno detto nulla, ma meglio così.”
Mi sorprende come F. non si senta al centro dell’interesse dei suoi familiari nemmeno ora. Il considerare come principale problema il peso della sua rivelazione che grava sugli altri è un disconoscere se stessi e il reale colpevole. Per quanto sia un suo vissuto e non abbia idea di quale sia in realtà il clima in casa mi assale la rabbia che credo F. mi volesse trasmettere. Le rimando che sembra strano che sia lei a preoccuparsi per i familiari e non viceversa e sui suoi occhi cala il sipario. Rimane in un silenzio angosciante per entrambe e che mi trovo rapidamente a rompere per chiedere del fratello, nella speranza che almeno da lui avverta del sostegno. F. con sdegno mi racconta che si ignorano da un paio d’anni. Lui le avrebbe tolto la parola quando lei si è fidanzata e tutt’ora ne ignora il motivo. Il mio pensiero in questa rottura nebulosa è un altro abuso. Forse anche lui ha subito questo rapporto affettivo manipolatorio e ora la vede come una traditrice per averlo sconfessato al mondo? Perchè F. lega questo al suo essersi fidanzata? Quando provo a chiedere oltre mi risponde secca “Non mi parla e basta! Sarà geloso..” e la sento chiudersi a riccio.

Quando le domando se suo fratello sapeva cosa le faceva quel mostro, lei che aveva lo sguardo basso, trasecola e mi guarda rossa in faccia :”Nooo..” come a dire: “sei matta!”e poi, quasi balbettando, mi dice che lui stava spesso in casa mentre a lei piaceva stare all’aperto e in questa situazione era più facile avere a che fare con l’inquilino che bazzicava al piano a terra e l’adescava spesso ad andare in cantina. Qui si interrompe, a sottintendere un seguito scontato, il suo viso si fa attonito, lo sguardo impenetrabile. Io mi sento impotente, la immagino persa in ricordi penosi..

Le dico che possiamo provare a uscire insieme da quella cantina dove sono accadute cose che lei era troppo piccola per poter capire e che di sicuro creano molta sfiducia nel mondo. A queste parole F. alza lo sguardo e mi sorride amaramente. Sta finendo il tempo della seduta e le chiedo se ha voglia di venire ancora a parlare con me. Lei pronuncia un sì sospirato, quasi le fosse scappato di ammettere una richiesta di aiuto.

Al nostro terzo incontro F. arriva accompagnata dal fidanzato fino alla porta della stanza. E’ vestita di tutto punto con pantaloni neri e tacchi alti. Mi colpisce come sembri più grande della sua età. Entra di corsa come una manager ad una riunione di affari e sprofonda sulla sedia tutta accaldata. Subito si giustifica sorridendo: “Avevamo una dimostrazione a scuola e mi sono dovuta vestire elegante!” Le dico che sta molto bene e lei ironizza sul fatto che non vede l’ora di togliersi i tacchi. Mi chiedo come viva l’idea di piacere, di provocare, di suscitare interesse sessuale. Sembra però a suo agio, come chi in fondo si è divertita ad indossare i vestiti da piccola donna e mettersi il rossetto rosso.

Anche questa volta dopo un’iniziale confidenza, abbassa lo sguardo e comincia a giocare con i braccialetti in preda ad una sorta di imbarazzo pervasivo e bloccante il pensiero. E’ penoso anche per me, in quei momenti mi sembra di essere io, con la mia sola presenza, a portarla davanti a quel baratro di ricordi.

Le dico che forse sta pensando a che dire o fare ora con me, dopo quello che mi ha raccontato e sembra distendersi. E’ tornata nel presente, ma con una rassegnazione che mi fa sentire impotente. Le ammetto che nessuno potrà restituirle un’infanzia diversa o cancellare quello che è successo, ma che è possibile uscire da quella cantina e che io vorrei aiutarla.

Ho davanti un blocco di fogli e ne prendo uno per porgerglielo. Lei lo prende con aria interrogativa. Le propongo di provare insieme a scrivere cosa vorrebbe per Sé, una lista dei desideri. Credo in quel momento di aver cercato di coinvolgerla il più attivamente possibile e di aver avuto bisogno di qualcosa di concreto a cui aggrapparsi per poter pensare a un futuro possibile. Sembra attirata da quest’idea, mi sorride e prende il pennarello rosso per scrivere il titolo: “VORREI..”

La prima frase che scrive è “ Avere un bel rapporto con mio fratello”, ma quando provo ad aprire su questo argomento chiedendole se ha provato a parlare con lui si barrica nell’orgoglio, dicendomi che lei però non vuole fare il primo passo perché si aspetta delle spiegazioni per questo atteggiamento. Provo a rimandarle il peso che porta a lei questo non parlarsi, se lo mette in cima alla lista dei suoi desideri. Qui mi parla dei privilegi che il fratello ha in famiglia e della sua gelosia per l’attenzione che riceve: “Se lui prende una sufficienza, anche se verrà bocciato è una festa, se prendo un bel voto io mia madre non lo dice neppure a mio padre!”

Qui penso quanto si senta invisibile agli occhi dei suoi genitori. E nemmeno ora dopo una rivelazione del genere sente la loro preoccupazione per lei. Le chiedo se vorrebbe che i suoi genitori si interessassero maggiormente a lei, ma lei precisa che vorrebbe solo che capissero quello che è accaduto. L’abuso subito è l’ultimo canale per ricevere attenzione da loro? Un interesse per la sua persona, che nega come bisogno, non esiste? Aggiunge che l’unica cosa che sanno fare è essere gelosi della sua vita sociale. Mi colpisce quest’idea e le chiedo di spiegarmi meglio. Mi dice che il padre rimprovera alla madre di farla uscire troppo quando in realtà è sempre chiusa in casa. Ultimamente in una discussione con la madre in cui lei le stava vietando di uscire F. presa dal nervoso è scoppiata a piangere quando la madre le ha detto: “Non è che non mi fido di te, non mi fido degli altri!” Mi colpisce la rapida trasformazione della rabbia in pianto piuttosto che in un atteggiamento aggressivo e le chiedo secondo lei cosa l’ha fatta arrabbiare di questa spiegazione. Mi risponde che le sembrava una scusa. Le dico che io in quel momento forse avrei pensato che ormai questi altri mi hanno già fatto del male ed erano in casa! Alza lo sguardo vispo e mi risponde un “appunto” venato di tristezza. Mi racconta che spesso la madre la spia dalla finestra per vedere se si fa accompagnare a casa da qualcuno. Sapevano del primo fidanzatino perché lui aveva deciso di parlare con loro quando F. gli aveva rivelato delle molestie subite, ma del nuovo non sanno nulla. Chiedo come la prenderebbero e mi risponde male, perché pensano che sia troppo piccola. Nuovamente la contraddizione tra atteggiamento iperprotettivo e mancata protezione effettiva mi colpisce emotivamente, ma con una valenza angosciante.

La terza frase nella lista dei desideri di F. riguarda il rapporto con se stessa: “Vorrei non stare più male quando penso a quello che mi è successo e mi sento sola”. Le dico che questo spazio può servirle a non sentirsi sola nell’affrontare quello che le è successo.
Aggiunge che vorrebbe credere di più in Sé, come ultimo desiderio. Le parlo allora della sicurezza in se stessi come qualcosa che dipende da come pensiamo che gli altri ci valutino e dai loro effettivi rimandi sulla nostra immagine: “Qualcosa che non è solo dentro di te, ma che nasce tra te e gli altri importanti per te”.

Prendo in mano il foglio sulla scrivania e le dico che questa è la nostra bussola per cercare di farla stare meglio. Lei mi sorride. Credo che questo sia stato un passaggio molto importante, in cui siamo passate dall’invio da parte del tribunale ad un suo progetto di ricevere sostegno e cura. Le rispondo che da oggi, una volta alla settimana, in questa ora, possiamo incontrarci per affrontare insieme il viaggio dalla cantina verso i suoi desideri.

 

3. AL DI LA’ DELLA CANTINA: La traumaticità nelle relazioni.

L’incontro successivo F. mi porta il consenso informato quasi a sancire concretamente la nostra alleanza. Accomodandosi sulla sedia sorride e mi rilasso anch’io in questo inedito clima disteso. Stranamente inizia a parlare lei: “In casa ho un pappagallo! Non te l’avevo detto..”
Come se si trattasse del parente di qualcun altro, mi racconta che il fratello del nonno materno ha un tumore e non può più occuparsi dell’animale che, adesso vive con loro, ma lei è l’unica con cui parla. Quando le chiedo come mai, secondo lei, non parla a nessun altro mi risponde perché “mi dicono che ho qualcosa di simile a mia zia, morta prima che nascessi. Da quando ha cominciato a stare male Loreto non la voleva più, come se sapesse che era spacciata. Mio Zio dice che ora fa lo stesso con lui..”

Il foglio con la firma dei genitori e il racconto sugli zii materni mi evoca strani parallelismi. L’assenza di tono emotivo nel parlare di una malattia che uccide mi riporta al suo modo di parlare dell’abuso. L’animale domestico che ti rifiuta perché ormai la situazione è irreparabile mi fa pensare a come possa essersi sentita rifiuta in casa a causa di un marchio sul corpo che annienta la persona. D’istinto le dico che deve esser stato brutto per sua zia sentirsi abbandonare dal suo animale proprio quando aveva più bisogno di affetto e che forse suo zio cerca di evitare questa sensazione consegnandolo a lei che ha la salute. Lei sembra non empatizzare con questo e mi risponde un “bho..non lo so” che ricalca però la sua risposta abituale a temi dolorosi.

Mi chiedo se non sia io quella a cui, con il consenso informato, consegnare l’animale domestico. Come fa il pappagallo che ripete senza comprendere il senso delle parole, così i suoi genitori firmavano qualcosa senza dimostrare comprensione?

La seduta successiva arriva accompagnata dalla mamma, un donnone dai capelli biondi cortissimi e gli occhi chiari leggermente socchiusi. Mi presento porgendole la mano e lei a sorriso aperto mi dice che “ci diamo del tu, perché tanto siete così giovani..” Mi chiedo: siete chi? Io e Francesca? Io e la collega che ho incrociato andandole a prendere in sala d’aspetto? Giovani, in che senso? Le rispondo formale che con i genitori sono abituata a darci del lei.

F. sembra studiare questa mia reazione perché nella stanza mi chiede se noi possiamo continuare a darci del tu. Le rispondo che lei non è un genitore, abbassa lo sguardo e rimane un istante in silenzio. Nuovamente si sente la tensione tra noi, una tensione che mi mette addosso l’urgenza di definire un campo di pensiero per non affogare nell’imbarazzo. Le chiedo se le ha fatto o meno piacere che sua madre l’abbia accompagnata oggi? Mi dice di sì perché almeno non deve tornare con il treno. Le chiedo allora, tenuto ben presente questo vantaggio, come si sia sentita? Mi risponde “bho” come se la mia fosse davvero una domanda strampalata e allora provo a dare qualche suggerimento: contenta o arrabbiata? Ma non trovo risposta se non un “normale” con in volto l’espressione come a dire: perché, come mi sarei dovuta sentire?

Le ricordo di quando mi ha raccontato della sola preoccupazione per la nonna e le chiedo se rispetto ad allora avverta qualche cambiamento e se questo accompagnarla non voglia significare da parte della madre un tentativo di sostegno, seppur superficiale. Mi risponde che intanto non si parlano e chiude il sipario riabbassando lo sguardo.

Provo a commentare quell’intanto dicendo che credo che questo sia doloroso per lei, come ha dimostrato nella lista dei suoi vorrei. Chiedo poi se le piacerebbe provare insieme a me a parlare con i suoi genitori e lei alza lo sguardo stupita. In un attimo diventa rossa e mi dice che va bene, basta che sia io a dirlo e solo alla mamma.

Quando arrivo in consultorio le trovo ad aspettarmi sotto il palazzo. Saluto F. e la signora che nel frattempo si alza dalla panchina per porgermi la mano tutta sorridente. Mi colpisce subito questa eccessiva ilarità e distensione come se ci fossimo incontrate per andare al cinema. Anche il fatto di avermi aspettato fuori dall’edificio lo vivo come un tentativo di mettere fuorigioco gli aspetti formali e dimenticare il vero motivo dell’incontro. I convenevoli prendono subito toni confidenziali e ironizza sulla figlia che si sporca sempre quando mangia mostrandomi le macchie sulla felpa. F. sembra non curarsi di noi e mi chiede se può andare in bagno ed io dico loro di raggiungermi dopo nella stanza. Voleva lasciarmi con la mamma?

Quando entrano, F. per prima cosa dice: “Questo è il mio posto” e indica alla mamma l’altra seggiola, dove solitamente posa lo zaino. La rinforzo su questo e cerco di riportare la madre sul motivo del nostro incontro. Affermo che in questo spazio, che è suo, oggi F. ha deciso di far entrare la mamma per parlare con lei di quello che è successo. F. abbassa lo sguardo e la signora comincia balbettando che sì l’hanno chiamata a scuola per questo, ma erano solo messaggini sul telefono! E ride. Io le rispondo che non credo purtroppo sia stato solo questo. Chiedo a F. se vuole dire qualcosa alla mamma, ma lei in evidente imbarazzo mi chiede di parlare io. Dico alla signora che la difficoltà di F. a raccontare forse è la stessa che prova lei ad ascoltare. Le due si guardano e poi tornano con lo sguardo su di me come ad aspettare il seguito. Alle mie prime parole di molestia subita la signora scoppia a ridere ripetendo più volte “Ma io non credo..” F. è rossa in volto e guarda il pavimento. Poi la signora scoppia in lacrime, ma comincia a parlare dell’altro figlio e di quanto sia in difficoltà con la scuola. Le rimando che oggi siamo qui per parlare di F. e lei mi risponde che suo marito fa fatica ad esternare e che “ci rimane male, perché magari vede che parlano di più con..” e guarda altrove come ad alludere quello là. Interviene F. per dire che il padre ha avuto un infarto circa un anno e mezzo fa. Rimango impietrita, più che altro perché il periodo sembra corrispondere esattamente alla rivelazione a scuola. La signora sposta la spiegazione sul lavoro stressante e sull’altro figlio, che a un certo punto sembra volermi mandare.

Rifletto sul fatto che nella loro famiglia sembrano solo i maschi quelli che esternano concretamente il loro disagio. La nonna non sa e la madre tenta ancora disperatamente di non sapere... F. ha rovesciato il modello familiare? Il fratello che non le parla più e il padre che si sente male sono la punizione a questa ribellione? Anche la mia preoccupazione sembra spostarsi. Ricordo di essere uscita da quel colloquio pensando che anche il fratello di F. potesse aver subito qualche sorta di abuso da parte dell’inquilino della nonna, tanto che mi son recata direttamente dal mio tutor a confessare i miei sospetti. Parlandone insieme ci rimane il dubbio di dover segnalare un mal accudimento.

Il giorno dopo, nella sua seduta F., alla domanda su come si è sentita nel colloquio con la madre mi risponde un “normale” che ormai so essere per lei il modo di esprimere i suoi stati affettivi impensabili perché soverchianti. Chiedo se ne hanno parlato insieme con la mamma, ma lei taglia affermando che in macchina aveva le cuffiette. Provo ad ammorbidirla domandando che musica stesse ascoltando e ribatte che teneva le cuffiette così per fare. Parliamo di cosa significhi questo. Colleghiamo l’evitare la comunicazione a un “non averne voglia” carico di rabbia verso il fratello che è sempre al centro dell’attenzione di sua madre che “gliele dà tutte vinte”. Mi racconta di come sua mamma abbia subito accontentato un suo “capriccio”, una chitarra da cinquecento euro “quando ha portato una pagella allucinante..e spero che lo boccino!!” Le rimando come in effetti anche ieri abbia cercato di spostare la nostra attenzione su di lui e di come questo possa farla sentire. Arriviamo a parlare della colpa degli altri che lei sente su di sé: per averlo detto, ma anche per non averlo detto prima. Era possibile dirlo? Chi avrebbe ascoltato?

A fine seduta mi mostra un messaggio ricevuto su facebook da un tizio con cui ha iniziato a conversare l’altra sera. Parole come ano, peli, puttana e simili si susseguono senza una logica e si mescolano ad altre come amore, tesoro , ti amo.. Mi spavento molto e penso subito al suo abusante, anche perché la volgarità che veniva esposta non sembrava tradire un tono scherzoso. Chiedo ad F. se abbia idea di chi sia e mi risponde che sarà uno squilibrato, infatti lei non gli ha nemmeno risposto. Le dico che forse dovremmo avvertire le forze dell’ordine di questo, ma lei mi dice che intanto ormai l’ha bloccato, per cui non potrà più scriverle.

Io, in panico mi tranquillizzo solo dopo averne parlato con il mio tutor che avverte chi di dovere e mi consiglia di chiedere a F. se avvengono nuove comunicazioni di quel tipo.

La seduta dopo, alla mia domanda su come va per riempire il solito vuoto iniziale mi risponde che farà la Madonna alla recita in chiesa perché sua nonna “se no ci rimane male” Mi racconta anche di essere stata da lei a mangiare, quando era da tempo che non ci andava. Parliamo di questa nonna che non accudisce, che ora non le dice nulla, ma probabilmente sa e di come sembri più una nipote da accontentare.

Mi racconta poi che anche il figlio dell’inquilino verso i diciassette anni aveva tentato approcci sessuali con lei e sua cugina ancora bambine: “ più che altro voleva che lo toccassimo, ma noi ci siamo rifiutate”. La cugina aveva confessato l’accaduto in casa ma sembrava che i suoi se la fossero presa con lei. La zia, moglie del fratello della madre, avrebbe commentato tramite sua cugina dando a F. della “troia” e tutt’ora la spia per poi raccontare a sua madre “..chissà che cosa..” Per esempio era accaduto che all’uscita di scuola alle medie fossero entrambe, lei e sua cugina, con i rispettivi fidanzati e che sua zia telefonasse alla madre per raccontarle che lei aveva baciato davanti a tutti un ragazzo, che “tra l’altro non era vero..” La madre avrebbe reagito riportando ad F. cosa aveva detto la zia e commentando:” Tanto l’anno prossimo sei a Genova e puoi fare quello che vuoi!” Mi assale la rabbia, come se in quel tanto fosse racchiusa tutta la svalutazione che poi F. si sente addosso. Lo sguardo altrui che giudica e soffoca nel piccolo paesino di chi è?

Finisce il tempo e scappa via litigando al telefono con la madre senza salutarmi.
Io rimango nella stanza, colpita dall’andamento del colloquio: la Madonna che bisogna essere e la troia che ci si sente dire dietro. Che rapporto hanno? Una esemplifica il vissuto di inesistenza a cui si è costretta e l’altra il vissuto paranoico che mette nelle voci dei familiari? Con quali meccanismi può sopravvivere il bambino che si lascia massacrare dal suo ambiente al punto da autoescludersi?

Alcuni incontri successivi F. porta il tema del corpo. Un corpo che vorrebbe diverso, soprattutto perché “non mi piace la mia pancia e mi dà fastidio quando il mio ragazzo me la tocca.” Chiedo cosa le fa pensare la sua pancia, ma come a voler rifuggire un’astrazione si tira su la maglietta e mi dicendomi che certo non ha la tartaruga. Le dico che di solito gli addominali scolpiti non sono una forma naturale e che richiedono ore di allenamento in palestra per ottenerli. Mi dice che è troppo pigra, ma vorrebbe mettersi a mangiare meno. Mi racconta anche di aver fatto una dieta, proprio in terza media, in cui aveva perso molti chili, circa una decina. Prima era in sovrappeso, poi è riuscita a dimagrire molto perché semplicemente aveva smesso di mangiare. All’inizio solo non aveva fame, poi ha sfruttato l’occasione per rimettersi in forma, riuscendo a non mangiare senza difficoltà. Le faccio notare che questa non è una dieta, ma un rifiuto del cibo e che non mi sembra casuale sia capitato nello stesso periodo in cui ha trovato il coraggio di denunciare l’abuso. Lei mi guarda stupefatta come se avessi fatto un collegamento mai immaginato: “In che senso, scusa?” le parlo della pancia come parte del corpo dove risiede la nostra intimità emotiva e sessuale: si sente con la pancia poi il cervello rielabora: nasciamo dalla pancia della mamma. Lei mi ascolta pensierosa e, come avesse colto il nesso, mi parla della sua difficoltà con le compagne quando l’argomento era di carattere sessuale. Se le amiche sembravano preoccupate di non essere capaci di baciare per esempio, “a me tornava in mente quello là, quando mi ha detto: ti insegno io a baciare bene..”

Penso a come possa essersi sentita F. in quel periodo a scuola quando il fidanzatino e le compagne aprono il capitolo della sessualità desiderata, lei che ha lasciato esperienze terrificanti nascoste in un angolino, per sopravvivere alla manipolazione del suo abusante. La spinta evolutiva nel nuovo ambiente si scontra con l’assetto di inesistenza prima funzionale in famiglia? E’ questa la crisi che ha portato F. ad aprire il libro della sua storia?

Nel secondo anno della terapia avvengono dei cambiamenti importanti. In primo luogo il mio tutor va in pensione e ricordo come mi sia mancato il terreno sotto i piedi la prima volta che mi ha dato la notizia. Al di là del riferimento prezioso che era per me e della sicurezza che mi dava il fatto di saperlo due porte accanto, il mio primo pensiero è andato all’idea di essere sola ora con F... Non sono nemmeno riuscita a tenermelo per me e confessandolo al mio tutor ho avuto la fortuna di essere rassicurata dalla sua disponibilità a continuare a occuparsi con me di questo caso, anche se non sarebbe più stato in servizio. Rendendomi conto che il suo collega era già saturo di tirocinanti colgo l’occasione per domandarmi se dopo due anni in consultorio non fosse il caso di sperimentarmi in una nuova esperienza di tirocinio, ma anche in questo caso il primo impedimento che immagino è mollare F. ora. Conoscendo la famiglia.. certo non l’avrebbero mandata in privato! Casualmente avevo collaborato per una mia paziente con uno psichiatra della salute mentale che mi aveva colpito positivamente ed inoltre gli altri due casi che seguivo in consultorio sarebbero potuti confluire in quel servizio in quanto adulti: uno aveva appena superato la maggiore età e l’altro era una situazione partita come sostegno alla genitorialità, ma ben presto si era trasformato in una psicoterapia. Alla fine faccio questo passaggio, ma insieme ad F. e al mio, ormai ex, tutor decidiamo di continuare la terapia. A segnare questo cambiamento sarà la nuova stanza, un piccolo studio al piano terra, indipendente nel senso che non era parte né del consultorio, né della salute mentale. A me piaceva perché la sentivo accogliente con le stampe di Klimt appese ai muri color ocra, che mi ricordavano quelle nella stanza del mio tutor e, aimè da fumatrice, per la piccola sala d’attesa con la porta a vetri che dava sul cortile dell’edificio. La prima volta che la mostro ad F ne rimane entusiasta e mi confessa di preferirla alla precedente di gran lunga. Forse però mi stava anche dicendo qualcos’altro. Prima di tutti questi cambiamenti, in una seduta iniziata con la solita reticenza avevo chiesto allora ad F. di provare per gioco a raccontare a me come sta, come se fosse un terzo, dal di fuori. In quell’occasione aveva attaccato a parlare della pallavolo e di quanto fosse stronza l’insegnante che non fa mai giocare la sua amica Chiara: “poverina non è bravissima e soffre d’asma, ma si impegna molto.” Aggiunge che se il torneo serve per fare esperienza dovrebbero essere tutte coinvolte: “stare in panchina è come stare in campo, dice lei, ma non è vero!” Questa frase mi aveva fatto pensare subito, mentre F. la pronunciava, alla nostra relazione terapeutica, una relazione che sta in panchina e non in campo. E la stronza che mente dicendo che è la stessa cosa a rigor di logica dovrei essere proprio io.. Decido di dirle queste cose e per la prima volta siamo insieme a vederci dal di fuori e a confrontare le nostre soggettività in modo autentico: non sono un’amica della vita reale, ma una dottoressa che fa il suo lavoro. Ma ora sono qui per lei. Mi era rimasto però in testa il pensiero di Chiara, quella che non gioca bene, ma si impegna molto e che la maestra non coinvolge nel torneo. Di quale parte di sé stava parlando F.?

Credo che l’amica con il respiro corto fosse la parte “chiara” nel senso di trasparente della sua persona, che fatica nella vita e che io non faccio mai giocare. F. si è sentita vista da me solo come la bambina trascurata e poi abusata? Io per vincere facile metto in campo sempre la sua parte oscura?

Nella nuova stanza dalle pareti di un ocra luminoso, F. porterà la sua vita a scuola e con i coetanei. Partendo da situazioni concrete evidenziamo costantemente un sentimento di insicurezza. Comincia portandomi la malinconia per una situazione sicura come l’ambiente delle medie: “mi mancano quelle insegnanti e avrei voglia di andare a trovarle” e la difficoltà a stare insieme a persone che non conosce, dove teme in particolare i leader della classe. Da piccoli episodi in cui si sente inadeguata cade spesso in vissuti paranoici in cui teme le reazioni degli altri, si sente come bloccata dall’ansia, non reagisce e tiene tutto nella pancia. Per alcuni colloqui abbiamo parlato ad esempio, di una ragazza eccentrica ed esuberante, che prendeva in giro la sua compagna di banco e anche con lei si dimostrava scortese. Ci siamo soffermate in particolare su un episodio in cui la compagna avrebbe chiesto un rossetto per rifarsi il trucco prima dell’uscita e, usando quello di F., avrebbe commentato dicendo: “ Se sapevo che era il tuo certo non l’avrei usato!” In quelle parole di rifiuto confluiva una vergogna antica che sospendeva F. in una dimensione di autosvalutazione che non le permetteva di reagire. A volte facevamo delle prove di risposte possibili da dare a questo o a quel compagno, in una sorta di role-playing in cui prima io facevo lei e lei il suo interlocutore e poi viceversa. In questi frangenti mi sono sentita quasi un coach e i vissuti dolorosi che incontravamo venivano tollerati da entrambe perché erano funzionali alla comprensione del presente concreto e aiutavano F. nell’immediato. Nel gruppo classe venivano da F. fiutati subito i leader che tentava subito di sedurre e finchè non si sentiva accettata da loro viveva in costatante stato di allerta.

Ricordo il sorriso disteso e le sue parole da sospiro di sollievo quando la compagna del rossetto si siede volontariamente accanto a lei e le disegna un cuore sul libretto: “Se vado bene a lei, adesso posso stare tranquilla!”
Le stesse dinamiche si ripeteranno due anni dopo, quando la scelta degli indirizzi porterà ad uno smistamento dei compagni nelle diverse sezioni e al ritrovarsi nuovamente in un gruppo sconosciuto, una situazione che F. vive come molto allarmante.

Con i pari non sembra instaurare vere relazioni affettive, ma sembra godere della loro vicinanza solo per il fatto di aver scongiurato la possibilità di essere oggetto della loro aggressività.
Ricordo un giorno di averle proposto una sorta di socio game in cui disegnare su un foglio bianco le persone della sua vita, mettendole più vicine o lontane dal centro a seconda di quanto fossero importanti per lei. F. sceglie intanto la matita e disegna a tratto lieve un piccolo cuoricino smilzo che si vede a malapena come un puntino al centro preciso del foglio. Non riempie il contorno e non usa i colori. Scrive attaccato al piccolo cuore i nomi del primo e dell’attuale fidanzato, più distante la mamma e progressivamente la cugina e la compagna delle medie. Né il fratello né il padre compaiono, nemmeno molto distanti. Il resto del foglio rimane intonso e F. lo piega più volte per consegnarmi un quadratino che ricalca la porzione di foglio da lei utilizzata. In quel momento mi si è stretto il cuore e le ho rimandato quanto preziosi siano per lei i nomi stesi sulle curve del suo cuore, forse gli unici che non fanno paura, che restano quando lei li allontana e da cui non si deve difendere. La mamma è sotto la punta del cuore e gli altri importanti della famiglia dove sono? Non in alto o in basso nel foglio a dimostrare una loro lontananza, ma non considerati, assenti, invisibili.

F. sembra molto meno inibita nelle sue relazioni sentimentali, dove forse si sente più sicura anche per la maggiore prevedibilità del contesto duale. Ben presto lascia il fidanzato premuroso e accudente per sperimentarsi in nuove relazioni con i ragazzi.
Su questo argomento è molto più capace di mentalizzare le intenzioni altrui e riconoscere i suoi stati emotivi. Condivide volentieri con me questi aspetti e la nostra alleanza assume i toni di un alleanza tra donne. In questa veste mi sento a mio agio e avverto una maggiore fiducia (o una minore paura?) nella nostra relazione che si colora di affettività.

F. mi racconta i dettagli dei primi incontri con l’euforia di una ragazzina, ma presto in questi rapporti superficiali si scontra con i suoi fantasmi e passiamo le sedute a districare le esperienze reali dai significati che lei attribuisce spesso inconsciamente, sprofondando nella confusione. In questi frangenti cerca nuovamente il vecchio fidanzato, ma “non per tornare insieme a lui..solo per un attimo di tranquillità!”

Ricordo in particolare una volta in cui mi aveva cercato un sabato sera scrivendomi se poteva venire da me prima di mercoledì. Le avevo risposto che purtroppo non potevo perché sarei stata in consultorio solo quel giorno, ma che poteva telefonarmi se avesse avuto bisogno. Non mi aveva più cercata e alla sua seduta arriva in uno stato euforico. Mi dice che deve raccontarmi un sacco di cose, ma non sa da che parte cominciare. Mi colpisce subito come usi le stesse parole pronunciate al nostro primo incontro che rimandano ad una dispersione del pensiero confusiva, dovuta a un troppo. Le propongo di seguire il primo pensiero che le viene in mente e inizia un fiume in piena: ”Ecco, sì, allora.. mi son messa con uno della mia scuola e mi sono subito accorta che era una cosa importante. Gli ho già detto che vengo qui. Cioè non gli ho spiegato i dettagli, ma il motivo principale sì... Ma la cosa più bella è che mia mamma lo sa. L’altro giorno ha visto una sua foto e mi ha detto che non è tanto bello, ma poi è venuta a scusarsi dicendomi che se piace a me..e ora posso uscire con lui tranquillamente. Anche mio fratello lo sa. Non che ci siamo parlati, figurati, ma era a tavola anche lui quando mia madre ne ha parlato. Ieri poi però è successa la tragedia..”

Penso al fatto che lei però aveva cercato il mio supporto ben prima di ieri. Forse già il condividere in famiglia era stato un avvenimento emotivamente difficile e inusuale per lei. Il padre è come sempre assente e viene menzionato il fratello come se rivestisse quel ruolo. Quando F. si fidanza per la prima volta è il fratello che infatti si ingelosisce e le toglie la parola, senza apparente motivazione. La loro antica vicinanza affettiva si trasforma in guerra fredda: un conflitto che non si può esprimere apertamente. Queste sue preoccupazioni mi ricordano il rapporto clandestino con il suo abusante, vissuto probabilmente in modo eccitatorio perché nascosto ai genitori. Nella sua storia il terzo non è il padre, che sembra essersi chiamato fuori dalla scena, ma il suo abusante. Lo scollamento tra fantasia e realtà che permette l’identificazione con la madre nella fantasmatica edipica viene a mancare e mi chiedo se non sia per questo che per F. sia così importante il benestare della madre, come a cercare ancora disperatamente la possibilità di questo legame.

Il suo racconto è concitato e si arresta solo un attimo, abbassando lo sguardo, prima di nominare la tragedia: “L’abbiamo fatto. E lui non aveva il preservativo. All’inizio non volevo farlo lo stesso, ma poi..è venuto fuori, ma sono terrorizzata. Morirei..”
D’istinto le chiedo perché morirebbe e lei mi risponde per sua madre.

L’aver esplicitato in famiglia la sua relazione sembra aver sdoganato l’intimità desiderata, ma subito dopo arriva la paura di un qualcosa di irreparabile nella pancia, per cui si muore. Il linguaggio della passione riattiva il vissuto traumatico di manipolazione della sua tenerezza e non può che essere vissuto come mortifero. Se ciò che è nella fantasia incontra l’attualizzazione dell’adulto fantasia e realtà si confondono e collassa la possibilità di giocare con la realtà: ciò che è dentro è anche fuori.

Le faccio notare il suo avermi cercata prima della tragedia, ma lei nega e mi chiede se posso accompagnarla ad abortire. Rimango colpita da questa frase, ma inconsapevolmente mi sintonizzo su un’organizzazione psichica volta al totalmente concreto. Nemmeno fossi io la sua ginecologa ricostruiamo la data delle ultime mestruazioni e le spiego come ci si può muovere in una situazione del genere dove l’aborto rappresenta solo l’ultima spiaggia. Forse mi stava chiedendo invece di aiutarla con un altro problema nella pancia, quello tenuto segreto perché non ascoltabile da nessuno. Per fortuna mi risveglio dal torpore della mia capacità associativa almeno per chiederle di fare un passo indietro e di soffermarci un attimo su questa tappa importante della sua vita, quella prima volta che credeva non ci sarebbe mai stata. Le vengono gli occhi sognanti e il suo viso si colora di imbarazzo leggero, continua a guardarmi ed è ben diversa da quando abbassa lo sguardo e cala il sipario della vergogna: “Ero agitata e anche lui. Anche per Matteo era la prima volta! Però non sono sicura a tutti gli effetti perché non ho perso sangue..” Le chiedo allora apertamente se lei, sente per la prima volta di aver fatto l’amore, e se, per lei, è stato bello. Sorridendo annuisce e mi fa leggere i dolci messaggi ricevuti. Ci gongoliamo in questo clima romantico e se ne va come se tutta l’ansia di prima, fosse svanita.

 

4. LA LIBERTA’:  Da testimone al processo a testimone della sua storia

L’ultima fase della terapia viene inaugurata da una telefonata che ricevo dal sovraintendente della squadra mobile che mi convoca per rilasciare una deposizione in qualità di psicologa di F. e quindi, di persona informata sui fatti. L’iter giudiziario seguiva il suo corso entrando senza bussare nella stanza della terapia. Io divento per F. colei a cui chiedere cosa sta succedendo e insieme ci districhiamo a fatica a comprendere di volta in volta il significato degli eventi, tra aspetti legali e simbolici. La prima questione che mi pone riguarda i suoi genitori che vorrebbero chiedermi come sfrattare l’abusante, inquilino in casa della nonna materna. Il fatto che loro si ponessero un problema di carattere civile, ora che il penale non era evitabile, mi faceva molta rabbia. F. infatti, esplorando da sola quali giustificazioni bisogna portare per buttare fuori di casa qualcuno, arriva giustamente a dirmi che lei non vuole una ragione pacifica: “..devono dirgli la verità!” Sento come lei viva quest’ennesimo tentativo di disconoscimento come un affronto e con il mio tutor decidiamo di fare un colloquio con entrambi i genitori. Conoscere suo padre mi ha chiarito perché non lo voleva in quel colloquio, in cui avevamo detto per l’ennesima volta alla madre cosa era successo. Il padre le credeva già e l’infarto nel periodo della prima rivelazione di F., sarà un azzardo pensarlo, ma sembra dimostrarlo. A distanza ormai di quattro anni è ancora visibilmente disperato, ma incapace di condividere questo con F., che del padre, in seduta, aveva portato il silenzio. Una volta però, nell’ambito della solita gelosia verso il fratello, a cui la madre concede tutto, mi aveva detto: “per fortuna almeno mio padre mi difende”. Quella frase mi era risuonata in quel momento un po’ strana, per l’idea che mi ero fatta di quell’uomo che non proferiva parola e che F. non voleva nemmeno invitare al colloquio della verità. Ora invece, nelle spalle ricurve di questo signore che trattiene a malapena le lacrime capisco come F. lo abbia protetto. Sembra infatti che viva un conflitto insolubile tra vedere la verità e vedere sua moglie che non la vede. La signora al contrario parla tantissimo, ma sembra non esser mai riuscita a smettere di essere figlia per potersi assumere il ruolo materno. Lei infatti non è in conflitto tra la verità della figlia e la verità della madre perché prosciuga queste verità di ogni significato personale e di ogni valenza affettiva. Sorridente anche oggi si scompensa solo quando il marito si lascia andare a manifestazioni di rabbia contro “quel maiale”, come lo nomina lui. In quel momento F. che è seduta accanto a me sembra radiosa mentre guarda il suo papà che la difende. Un brivido mi scorre nella schiena ricordando la volta che alla mia domanda su come le sarebbe piaciuto che avesse reagito suo padre alla sua rivelazione lei mi aveva risposto: “vorrei che lo andasse a prendere a casa per ammazzarlo!”. Alla stessa domanda sulla madre mi aveva detto un abbraccio. E della nonna non gliene fregava niente..come era solita nominare, ormai lo avevo imparato, la rabbia verso qualcuno.

Comincio ad immaginare l’infanzia di F. al di là del suo trauma e riesco a pensare all’abusante anche come chi in fondo c’era e la vedeva, seppur in modo viscido: una figura d’attaccamento consolatoria. Lo dico a F. affermando che ora la immagino piccola anche fuori dalla cantina. Lei mi risponde che se voglio mi porta una foto la prossima volta. Io accetto volentieri e la seduta successiva F. mi porta due piccoli raccoglitori che dice esser gli album che hanno in casa con lei da bambina. Appena inizio a sfogliare le pagine mi accorgo che il focus delle foto non è mai il viso e che tante hanno pose o che lasciano sgomenti. In alcune era presente anche l’abusante, nella maggior parte lei o a volte lei con lui abbracciati come fidanzatini. Queste venivano fatte dal fratello. Anche sua cugina è presente, insieme a lei in piedi su un tavolo di legno, in mutande. Ne arriva una dove si vede lei piccina con una maglietta rosa e una mano rugosa e pelosa che le strizza il capezzolo e comunico a F. i miei pensieri. Lei sembra stupita e quando le dico che penso bisognerebbe consegnarle alla polizia, mi risponde: “Erano lì in casa..non pensavo fossero delle prove..”. Mi racconta che le foto peggiori, le portavano insieme a far sviluppare in un negozio in città e poi le teneva lui. Chiedo se vuole che le portiamo insieme alla polizia e lei annuisce. Chiamo prima il mio ex-tutor e poi il sovraintendente che mi aveva cercato per la deposizione.

L’indomani, davanti alla questura, in accordo con F., chiamo la madre per avvisarla di quello che stavamo facendo e lei mi risponde “ sì, sì, va bene..”. Ci avviamo verso l’edificio e mi cammina molto vicina come se fosse spaventata. Le chiedo se ha paura e mi risponde di sì. La tranquillizzo sul fatto che non ha nulla da temere perché in realtà sono in ansia anch’io. Saliamo le scale e lei mi cammina dietro. Quando ci fanno accomodare sono io che parlo, lei resta zitta. Mentre l’uomo davanti a noi sfoglia gli album facendo le mie stesse osservazioni di ieri mi sento a disagio. Ne tiene alcune e mi restituisce gli album. Quando siamo finalmente fuori chiedo ad F. come sta e lei mi risponde bene, ma non sembra affatto. Le dico quanto mi sono sentita a disagio mentre quell’uomo guardava le foto e allora riesce a dirmi anch’io, sorridendo nonostante l’affetto che stiamo condividendo sia penoso. Alla stazione, prima che le nostre strade si dividano, lei verso il treno, io verso il mio bus, le porgo il sacchetto con le foto, ma lei mi chiede, se almeno finchè non finisce questa storia, posso tenerlo io.

Arriva il momento delle deposizioni in tribunale che F. vive con molta ansia perché teme che non possano bastare e che daranno ragione a lui. Parliamo di come questa insicurezza poggi anche su tutta la storia di non riconoscimento che è stata scritta prima: come potrebbe aspettarsi qualcosa di diverso? Ricordo come curiosamente anche nel gruppo di formazione specifica, la prima volta che ho portato questo caso, dopo pochi colloqui con F., circolasse l’idea che il fatto non fosse accaduto e che magari fosse una sua fantasia, come dimostrava il ricordo impossibile di lei in fasce come inizio dell’abuso. In realtà quella fantasia di ricordo testimoniava come per F. non era qualcosa che era successo un bel giorno, ma un bel giorno ha cominciato a rendersi conto di quello che accadeva da sempre. Ricordo come mi ero sentita sola nel dichiarare di voler credere a questa storia perché se anche non fosse vera, e stabilirlo non è il mio ruolo, è sicuramente vera per F..

Io divento “la boa a cui attaccarsi quando il mare è in tempesta” come quando suo nonno offre da bere al bar, alla moglie del suo abusante, come se nulla fosse e F. la sera stessa mi manda un messaggio per raccontarmelo. Metterlo fuori per non nasconderlo dentro porta F. a provare molta rabbia. Ricordo una seduta in cui dopo la solita indifferenza iniziale era esplosa dicendo di stare molto male per un litigio con il padre: “Dice che la devo smettere di piangere e affrontare le mie cose, nulla serve, nemmeno lo psicologo, si è soli nella vita.” E aveva aggiunto: “tutto è cominciato perché ho detto a mia madre che volevo andare alle serali e lei mi ha risposto che se mi trovo così male nella mia scuola per lei va bene..” Le avevo fatto notare che sarebbe un progetto di auto- sabotaggio e che forse questo era l’unico modo per dire ai suoi genitori quanto stesse male in questo momento. Le avevo domandato anche se si fosse sentita lasciata sola anche da me perché c’erano state di mezzo le vacanze natalizie. Reagisce un po’ imbarazzata “no bhe..più che altro..” e mi racconta del giorno di Natale: erano tutti invitati a casa sua, compresi i suoi nonni e suo padre è rimasto tutto il giorno chiuso in camera con la scusa di star male.

La mia testimonianza al processo è stata un’esperienza particolare: la mia voce era ferma, ma le mie mani tremavano e continuavo a sentire lo scricchiolio della sedia anche se cercavo di rimanere immobile. Alle parole “ liberiamo pure la test” comincio a cercare con ansia l’uscita nel labirinto delle ascensori del tribunale e mi sembra di riprendere a respirare solo quando finalmente sono fuori dall’edificio. Aspetto il mio ex-tutor, ma quando arriva non gli dico nulla su come mi sento e come arrivo a casa agisco la tipica scena da film sullo stupro mettendo a lavare tutti i vestiti compresa la giacca e rimanendo sotto la doccia fino all’esaurimento dell’acqua del boiler. Rendendomene conto avverto una sorta di senso depersonalizzazione: di chi sono questi sentimenti? Rimango ovattata tutto il giorno in uno stato confuso dove si susseguivano emozioni come vergogna, colpa, paura. Nessuna rabbia, nemmeno verso l’avvocato della difesa che cercava di inchiodarmi sulla data di consegna alla polizia delle famose foto. L’ abusante era presente, ma io non l’ho nemmeno visto.

Il giorno dopo nell’ avviarmi verso la stanza per la seduta con F., sono ancora in uno stato di preoccupazione e decido di raccontarle come mi sono sentita e finalmente parliamo in modo esplicito della vergogna. Mettere in parole una esperienza è già un modo per trasformarla.

Il verdetto del tribunale condanna il suo abusante a sette anni di carcere e un risarcimento economico. Se all’inizio questo sembra ad F. il riconoscimento sociale lungamente atteso, questo si rivela ben presto solo una facciata che riempie entrambe di rabbia: “Lui è ancora bello tranquillo a casa!!” Ribadiamo quanto questo sia frustrante. Nella lista nera di chi non ti ha difeso all’ultimo posto per importanza affettiva mettiamo la legge italiana.

Iniziamo a parlare della fine della terapia qui in asl, il percorso in cui la vita di tutti i giorni si è intrecciata con una guerra all’uomo cattivo “perché non faccia più del male a me..perchè non faccia più del male ad altri.” Gli interrogatori, le dichiarazioni, venire ogni settimana da me, vedere le reazioni e le non reazioni della sua famiglia, i giorni delle prove in questura ed infine il processo. Un processo in cui temere di non essere creduta, in cui rivivere le ferite e le umiliazioni alla luce di una maturità cognitiva che ora comprende, che ora riconosce il male che ha subito, la protezione mancata, il supporto emotivo assente.

Comincia un periodo difficile della nostra terapia in cui F. mi chiede spesso cambi di orario e salta le sedute adducendo scuse banali. Quando viene mi parla spesso della nuova relazione con un ragazzo molto più grande di lei conosciuto in un nuovo gruppo di teatro che frequenta, diverso da quello parrocchiale degli anni precedenti. Nella recita di fine anno lei farà la parte della prostituta che però verrà sposata dal protagonista-suo fidanzato. Quando la nonna commenta in modo malevolo il suo abbigliamento succinto alla recita lei riesce a reagire con rabbia, senza sentire su di sé queste accuse infondate.

All’inizio mi sono molto preoccupata per la differenza di età di questo ragazzo chiedendo subito un colloquio al mio tutor. In realtà nella loro relazione F. ritrova tenerezza e dialogo intimo, per quanto spesso il passato irrompa con tutta la sua pregnanza nel presente, mettendola in grande confusione. Per esempio in una seduta mi dice di essere arrabbiata con lui perché “continua a fare le feste per i bambini.” All’inizio della loro relazione riusciva ad andare con lui a queste feste perché era talmente assorbita dall’innamoramento da non pensare ad altro. Ora che il sentimento è più maturo e la sbronza iniziale ha lasciato il posto alla tranquilla vita insieme il suo pensiero scappa e quando lo vede interagire con i bambini nella sua mente la sessualizzazione dei comportamenti scatta in modo automatico. Vedere un uomo che gioca con dei piccoli, indipendentemente dal fatto che siano maschi o femmine, la fa stare male. Una donna, no. Come capitava con la sorella piccola del suo primo fidanzatino: se lui la prendeva in braccio a lei dava molto fastidio.

La settimana successiva F. entra nella stanza dicendomi l’ora in cui la verrà a prendere sua madre, come se ormai io non controllassi più nemmeno la durata della seduta, nonostante fosse precisamente cinquanta minuti dopo. Questa volta inizia lei a parlare dicendomi che deve farmi vedere una cosa e tirando fuori il cellulare per farmi leggere un brano condiviso su facebook dal vecchio fidanzato, che parlava di una relazione speciale ormai finita. Quando rialzo gli occhi dallo schermo, quasi a giustificare l’imbarazzo mi confessa di non essere sicura che fosse un messaggio indirizzato a lei, ma che comunque l’ha colpita. Chiedo cosa ha provato e mi risponde un po’ di tristezza. Chiedo di spiegarmi meglio e mi dice che le dispiace molto che non si possa mantenere un rapporto stretto, di amicizia quando ci si lascia. Di chi mi stava parlando?

 

CONCLUSIONI

Il trauma psichico consiste in una situazione, improvvisa o più spesso ripetuta, continuativa, cui l'individuo non é in grado di far fronte con i meccanismi difensivi di cui dispone nella fase evolutiva in cui si trova al momento. E' un evento che invalida le capacità di comprensione ed elaborazione di chi lo subisce. Secondo Bromberg, in situazioni dalle quali non c'é speranza di protezione, sollievo o rassicurazione, avviene una "precipitosa distruzione del senso di continuità del Sé, una minaccia schiacciante alla sua integrità accompagnata da ansia di annichilimento". Evidenze interdisciplinari indicano che la reazione psicobiologica al trauma include due pattern di risposta distinti. Nella fase iniziale la risposta è di iperattivazione dovuta all’improvvisa percezione di minaccia che innesca una reazione di allarme nel sistema motivazionale della paura e dell’attaccamento da cui dipendono le espressioni somatiche di paura-terrore. A questo stato ipermetabolico disregolato segue una successiva reazione di arresto metabolico, con cui gli individui risparmiano energie favorendo la sopravvivenza. Il bambino che non può disporre delle due fondamentali strategie innate connesse all’emozione di paura, l’attacco e la fuga, deve allora far ricorso alla terza, quella dell’immobilizzazione con il rischioso atteggiamento di fingersi morto. L’esito dell’esposizione a un trauma è connesso certamente alla gravità e alle caratteristiche del trauma in sé, ma anche ad altre variabili, quali innanzitutto le caratteristiche temperamentali del bambino e in generale il sostegno offerto dall’ambiente esterno, quindi la modalità di relazione dell’attaccamento e i relativi modelli operativi che la caratterizzano (Plomin et al., 2001; Thomas e Chess, 1996). Arnold H. Modell descrive l’ambiente parentale come un cuscinetto tra il bambino e i pericoli del mondo esterno, ma anche, attraverso le risposte affettive, tra il bambino e il suo mondo interno.

La prima definizione data da Freud è in gran parte economica e quantitativa: “Il trauma si dovrebbe definire come un incremento di eccitamento nel sistema nervoso che questo non è riuscito a liquidare a sufficienza mediante reazione motoria” (Freud S., Breuer J., 1892-1895, pag.156).

Alle origini della sua ricerca sull'inconscio Freud ipotizza, in accordo con le teorie di Charcot, che le sue pazienti soffrano a causa di traumi sessuali rimossi. Quando si rende conto che nella maggioranza dei casi ciò non poteva essere avvenuto, pur non negando l’esistenza di traumi sessuali infantili, ne sottolinea l’elaborazione fantastica. Il concetto freudiano di Nachtraglichkeit, termine comparso per la prima volta nella lettera a Wilhelm Fliess del 1896 (Freud S., 1892-97) e tradotto in inglese come “deferred action”, in italiano come “posteriorità”, in francese come “après coup” (Laplanche J., Pontalis J.B., 1967) torna oggi di grande attualità. Il passato non è qualcosa di concluso, ma viene continuamente riscritto. La memoria infatti non è più considerata un deposito di dati o replica di eventi, ma come un processo dinamico e flessibile basato su meccanismi di continua ricategorizzazione associativa a causa dei mutamenti nelle mappe di memoria dovuti a nuovi contesti e associazioni sinaptiche (Edelman G., 1989, 1992). Anticipando la moderna concezione dei processi di memoria, Freud intuisce la possibilità della mente di riattualizzare il passato, di rivedere e ricreare a posteriori le memorie, in una sorta di riscrittura dei ricordi.

L’accento è posto non tanto sull’avvenimento traumatizzante, quanto sugli affetti penosi provocati dalla sua rappresentazione interna che, rimossa, produce effetti patogeni duraturi nella struttura psichica. I traumi infantili agiscono a posteriori come esperienze recenti, ma solo inconsciamente. I dati provenienti dalle neuroscienze sembrano confermare queste osservazioni sulla memoria dei traumi infantili: la non rappresentabilità verbale dei ricordi precoci dipende dal fatto che in essi dominano le memorie pre-verbali e pre-simboliche, oggi definite procedurali e implicite. Frequentemente tali esperienze restano quindi a livello iconico o somatosensoriale perché più che il ricordo esplicito è trattenuto lo stato fisico ed emotivo (Van der Kolk B., 1987).

E’ Ferenczi a collocare per primo il trauma in un contesto relazionale, accostando ciò che accade nella mente del bambino a ciò che avviene nell’interazione tra lui e l’ambiente. Il trauma non avviene nel vuoto, bensì irrompe in un mondo di relazioni e significati, sconvolgendolo e disorganizzandolo. L’analista ungherese in questo modo amplia e modifica il concetto di trauma includendo non solo eventi eclatanti, ma anche eventi microscopici non rilevanti ma ripetuti. Anticipa così la moderna concezione di “trauma cumulativo” (M. Khan, 1974): non tanto un singolo evento traumatico che lascia una traccia mnestica patogena nell'inconscio, bensì il crescere in un ambiente intrinsecamente traumatico a causa dei fallimenti della funzione materna e, più in generale, dell'ambiente familiare.

Essere creduto, appoggiato, sostenuto dalla famiglia è di essenziale importanza come fattore protettivo del bambino abusato contro l’emergere di difficoltà di adattamento. La natura distruttiva dell’esperienza traumatica è infatti riferibile secondo l’autore al mancato soccorso non meno che all’atto offensivo in sé, che cristallizza il trauma nell’esperienza del paziente. Se alcune parti del sé vengono sistematicamente disconfermate, il compito di continuare ad esistere nella mente dei genitori e quindi ai propri occhi, implica secondo Bromberg il dover dissociare quegli stati del sé che sono discordanti. Queste parti tendono a restare non simbolizzate sul piano cognitivo e sono organizzate come isole di realtà affettiva che, in quanto segregate, non sono modificabili attraverso la risoluzione di un conflitto. La disconferma, in quanto non negoziabile sul piano relazionale è traumatica per definizione.

In questa nuova prospettiva Ferenczi ritorna ad affermare l’importanza e la realtà del trauma sessuale: la seduzione avviene realmente nella relazione con l’adulto e non è il risultato di una fantasia infantile. In modo originale descrive come questo possa accadere: “Se ai bambini che attraversano la fase della tenerezza si impone più amore o un amore diverso da quello che desiderano, ciò può avere conseguenze altrettanto patogene della privazione d’amore” (Ferenczi S., 1932a, pag. 97). Poiché la personalità dei bambini è ancora immatura, quando questa paura raggiunge un certo livello, li costringe automaticamente a sottomettersi alla volontà dell’aggressore, a indovinare i suoi impulsi di desiderio e, dimentichi di sé, a identificarsi con l’adulto introiettando così il suo senso di colpa. L’evento scompare come realtà esterna, diventa una realtà interna. Questo trasforma in un’azione colpevole un gioco considerato fino a quel momento innocente e il bambino si sentirà estremamente confuso. Ferenczi descrive lucidamente il vissuto mortale, lo shock o commozione psichica e gli stati agonici che accompagnano la vittima. Una parte della loro personalità non evolve e rimane ferma ad un livello in cui si reagisce ancora in modo autoplastico, con una specie di mimetismo, e non in modo alloplastico, con odio e processi di difesa. In questo senso oltre al ben noto meccanismo della regressione alla felicità precedente il trauma come se non si fosse verificato, Ferenczi ne individua un altro, di progressione traumatica, attraverso il quale il bambino per difendersi dai pericoli rappresentati dalle persone prive di autocontrollo, impara precocemente ad identificarsi con loro. Costretto dal terrorismo della sofferenza, il bambino carica sulle sue spalle tutto il peso del disordine del suo ambiente di vita per poter nuovamente godere di uno stato di tranquillità e della tenerezza che ne deriva.

All’origine dei fenomeni che determinano l’urto dell’esperienza traumatica, c’è la perdita della “sicurezza di base”, concetto messo a punto da E. Erikson (1963) per designare la quantità di fiducia indispensabile alla sopravvivenza. Data la sua condizione di impotenza totale, alla nascita l’individuo necessita almeno di una quota di protezione dall’ambiente che si assuma la preoccupazione e la vigilanza per la difesa dai predatori. In questo modo può delegare per un certo periodo la propria sicurezza ad altri diventando consapevole del proprio destino mortale soltanto con gradualità. Il passaggio all’assunzione su di sé delle funzioni di vigilanza avviene lentamente in una sorta di prove progressive nelle quali ci si allontana per esplorare il mondo, ma al minimo segnale di pericolo si torna alla “base sicura” come verrà descritto dai teorici dell’attaccamento.

Le interazioni di attaccamento di tipo corporeo rappresentano “una conversazione tra sistemi limbici” (Buck, 1994) in cui la chiave di un interazione positiva dipende dalla capacità del caregiver di monitorare e regolare le proprie emozioni, in particolare quelle negative. La ricerca evolutiva sulla diade madre-bambino mostra frequenti momenti di non sintonizzazione, rotture in cui il bambino prova stress, che Bromberg (2011) chiama “collisioni intersoggettive”. In un pattern di regolazione sufficientemente buono, avvengono delle negoziazioni intersoggettive in cui il bambino sperimenta la riparazione e viene aiutato dal caregiver a regolare il suo affetto negativo attraverso la co-partecipazione. L’esperienza di affetti positivi in seguito ad un’esperienza negativa consente al bambino di apprendere che le emozioni negative possono essere tollerate e lo stress relazionale può essere regolato. Alla fine del primo anno di vita, i circuiti corticali e sottocorticali dell’emisfero non dominante imprimono nella memoria implicita procedurale un modello operativo interno dell’attaccamento che codifica le strategie di regolazione affettiva che guidano in maniera non consapevole l’individuo nei contesti interpersonali (Schore, 1994).

Se la sicurezza nell’attaccamento costituisce un fattore di protezione (Fonagy, 2001), le esperienze di incuria e abuso possono produrre nelle loro molteplici sfaccettature patterns di attaccamento altamente disfunzionali. Hesse e Main (1999) sottolineano come la disorganizzazione e il disorientamento tipici dell’attaccamento di tipo “D” associato ad abusi e trascuratezza assomiglia fenotipicamente a stati dissociativi.

Le indagini cliniche di Ferenczi su persone gravemente traumatizzate avevano già puntato l’attenzione sulla doppia natura, protettiva e aggressiva del caregiver e secondo Shengold, questa contemporaneità di funzioni accuditive e attività persecutorie provoca nel bambino una scissione dell’oggetto cui fa seguito una scissione dell’Io.

Nel bambino si crea un conflitto irrisolvibile tra due sistemi motivazionali innati, quello dell’attaccamento che lo spinge a cercare la vicinanza protettiva e quello difensivo più arcaico che obbliga a fuggire da uno stimolo che incute terrore, perché l’altro rappresenta nel contempo la sua fonte di conforto e la sua fonte di paura. A queste rappresentazioni incompatibili dell’altro corrispondono complementari rappresentazioni del sé altrettanto incompatibili. L’attivazione di modelli operativi interni contraddittori ostacola la sintesi mentale di un senso di sé coerente e unitario impedendo anche il monitoraggio cognitivo delle emozioni associate ad essi (Liotti G., 1999). Per spiegare le possibili combinazioni di questi modelli operativi interni di sé e dell’altro Liotti utilizza il concetto di “triangolo drammatico” di Karpman per cui in un rapporto diadico i due attori si scambiano i ruoli di vittima, persecutore e salvatore. L’autore nota come la più spaventosa di queste rappresentazioni sia quella in cui il bambino è vittima inerme, mentre le altre due gli comportano almeno una certa padronanza di sé ed ipotizza sia per questo che i bambini con attaccamento disorganizzato nella prima infanzia mostrano spesso all'età di sei anni comportamenti controllanti, punitivi o accudenti in modo inappropriato. Se le strategie controllanti assicurano una certa coerenza comportamentale, resta la disorganizzazione dell’attaccamento a livello rappresentazionale, per cui se viene fortemente attivato il sistema dell’attaccamento crolla l’organizzazione comportamentale. La dissociazione è vista quindi come disgregazione delle funzioni integratrici, causata dall’attivazione del sistema di difesa per fallimento del sistema di attaccamento.

Le difficoltà che ho incontrato nello scrivere mi sembrano riprodurre alcune dinamiche che hanno contraddistinto la nostra relazione terapeutica.
Il blocco iniziale per la sensazione di dispersione del pensiero mi ricorda il sipario che calava sugli occhi di F. all’inizio delle nostre sedute quando diceva di non saper cosa dire e il silenzio tra noi diventava angosciante. All’inizio mi bloccava l’idea di riempire l’inizio dei nostri colloqui perché mi sembrava di venir meno alla regola aurea del setting come tabula rasa in cui il primo segno lo incide il paziente e la mia difficoltà era contenere questa sensazione e non lasciarla sola nel vuoto cognitivo che le creava l’immaginare la sua storia. L’importante per me all’inizio dei nostri incontri diventava non perdersi per poter andar per mano nei territori bui che inevitabilmente le ricordavo con la mi sola presenza, con il suo semplice venire da me.

Gli psicoterapeuti che trattano casi non solo di abuso sessuale ma anche di violenza psicologica, sperimentano una relazione che è sovente caratterizzata dalla necessità di non essere né troppo vicini, né troppo lontani. Nel transfert è sempre presente una componente di inglobamento in una relazione che tiene prigionieri perché l’abuso intrafamiliare costituisce una rottura gravissima del patto di fiducia all’origine del rapporto di dipendenza. Diventa dunque molto difficile instaurare un’alleanza all’interno della quale possa essere condivisa l’esperienza traumatica in forma non precaria né attaccabile. Nella relazione terapeutica però il transfert assume spesso le caratteristiche dell’assimilazione del terapeuta all’abusante, e del riversamento su di esso dell’aggressività in precedenza passivamente incamerata. Spesso la sola presenza del terapeuta viene vissuta in termini persecutori, come colui che può svelare il grado di coinvolgimento erotico nella relazione incestuosa con i relativi sensi di colpa associati. In modo complementare le emozioni violente che scaturiscono nell’apparato psichico di chi si accinge ad ascoltare un minore vittima di abuso sessuale suggestionano all’oblio perché promuovono un’angoscia profonda che richiede una messa in questione a livello d’identità. E’ la continuità del sé ad essere in gioco qui, ed è qui che la vergogna contribuisce maggiormente con il suo terribile colore. La difficoltà di un approccio alla vergogna notava il filosofo Max Scheler (1957) dipende dal fatto che la vergogna fa parte del chiaroscuro della natura umana: fa parte della storia evolutiva di ciascuno di noi nel senso che la storia delle nostre imperfezioni costituisce una sorta di archivio a cui la vergogna può liberamente attingere. In questo archivio un posto particolare lo occupano tutte le esperienze di carattere traumatico, nel corso delle quali il soggetto vive una esperienza di impotenza, si trova immerso in uno stato di assenza di risorse di fronte alla irruzione di stimoli troppo intensi per potere essere psichicamente elaborati (M. Baranger,W. Baranger, Mom, 1

Il tentativo di aggrapparsi al concreto trascrivendo sempre il materiale delle nostre sedute senza trovare rassicurazione in un’idea centrale che organizzi la struttura dell’elaborato mi riporta ai racconti dettagliati di F. sulle sue relazioni interpersonali. Mi raccontava fatti, in cui lei di solito era nel ruolo della vittima, o del presunto aggressore, ma le emozioni erano qualcosa da ricostruire a fatica. Le sue di solito diventavano quello che gli altri, secondo lei, pensavano a proposito di quel suo comportamento o di quella sua scelta, a sfondo paranoico. Allo stesso modo la mia insicurezza mi spingeva a cercare questo o quell’altro autore che sembrava dire le cose proprio bene per riuscire a mettere per iscritto come mi ero sentita.

La difficoltà nel concludere infine, perché son molte le cose che ci sarebbero ancora da esplorare mi riporta a come stiamo parlando della fine della terapia in asl. Non so se comincerà o meno un altro viaggio con F. per affrontare l’al di qua del trauma, ma questo sta sicuramente per finire e spetta ad F. la libertà di decidere se ora è un tempo per ricordare o un tempo per dimenticare. Io resto testimone della sua storia e la custodisco come un dono prezioso anche in virtù di tutto quello che di personale ha svelato di me, costringendomi a farne i conti. Ma questa è un’altra storia.

 

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di ANNA BOZANO

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