Essere con-in rete: la fine dell'autonomia, il ritorno della dipendenza e l' ordo amoris

di Vincenzo Susca

Ero ubriaco, sì, ma sapevo perfettamente quello che facevo. Solo che non sapevo di saperlo.
Paul Auster, Leviatano

Sembrava quasi che l’uomo fosse rimasto prigioniero del proprio inconscio. Non viveva più un’esperienza razionale, egodiretta; si era arreso a qualche archetipo. L’impersonale ci ha attaccato, pensò il dottor Stockstill. Ecco cosa è successo: ci ha attaccato da dentro ed è fuoriuscito.

Philip Kindred Dick, Cronache dal dopobomba

Sguardo fisso sullo schermo del computer, sospesi tra l’incantesimo e la partecipazione attiva. Una trama invisibile ci cinge al dispositivo comunicativo. Diveniamo parte della tecnica nel mentre la assorbiamo nella nostra coscienza e, con i dispositivi portatili, le microtecnologie e i wearable computer, la lasciamo penetrare nel nostro corpo.

Udito in allerta costante nell’esercizio di captare lo squillo del telefono cellulare pronto a segnalarci che qualcuno, dall’esterno, ci sollecita e richiama alla sua attenzione. Nel taschino dei jeans, con una vibrazione ai bordi della nostra pelle o tramite la suoneria prescelta, l’altro è in noi e bussa alla nostra porta dall’interno stesso della nostra persona. La doppia graffetta grigia dei messaggi di WhatsApp ci esorta perentoriamente ad essere spuntata per rispondere alle attenzioni altrui, così come accade su Messenger, dove le comunicazioni a cui non abbiamo ancora prestato attenzione appaiono in grassetto fino a quando non le abbiamo lette.

Contro la separazione e l’autonomia a cui è stato abituato l’individuo moderno, l’ambiente comunicativo contemporaneo ci impone di essere-con-l’altro senza soluzione di continuità.

Gli apparati comunicativi varcano le soglie del nostro corpo e ci proiettano in una condizione dell’esperienza dove, per mezzo delle tecniche wireless, siamo perennemente connessi alle nostre reti sociali, ai loro stimoli e ai torrenti di simboli, emozioni e informazioni che esse emanano e di cui non siamo altro che un nodo. Ci poniamo così come una piccola parte di un tutto organico misurato sui canoni dell’elettricità (veloce, trasparente, potenzialmente ubiqua, liquida).

Digitiamo fiumi di Sms, chat, emoticon, Gif per attualizzare la nostra presenza all’interno delle comunità che attraversiamo e delle relazioni in cui ci investiamo.

In modo compulsivo, cediamo al gruppo ogni dettaglio più o meno ordinario della nostra vita quotidiana: dove siamo, che stiamo facendo, chi abbiamo visto. La narrazione dettagliata dell’esperienza personale, sciorinata nella mobilità tramite Twitter, Whatsapp o Happn, socializza ogni movimento della nostra giornata, attribuendo ad esso un metavalore, una seconda dimensione dove la sua natura assume un profilo collettivo dalla forte impronta estetica.

Immortalando tramite la scrittura un gesto altrimenti anodino e fugace, esso viene infatti innalzato allo statuto di contenuto degno di essere inciso nel tempo e nello spazio. Per mezzo di questa dinamica, il banale viene trasfigurato in una sorta di poesia con tanto di versi e di punteggiatura, dove ciò che conta è più la relazione sociale in gioco che la sua causa scatenante.

Si tratta di una forma di antropometria che, a differenza delle performance  inscenate da Yves Klein, non serba finalità artistiche, assecondando invece il culto della connessione su cui si ridisegna, secondo uno spirito puramente edonistico, l’essere-insieme contemporaneo. Possiamo quindi intravedere nelle impronte digitali lasciate dai Tweet, dalla condivisione della posizione e da altre geolocalizzazioni, altrettante scritture elettroniche del corpo, testimonianze della sua fluttuazione, gesta tramite cui ogni singola persona confluisce in un organo più vasto del sé e dove ogni singola parte compartecipa allo sciamare di tutte le altre integrandone e influenzandone la danza.

La condivisione di cotanto effimero stabilisce un legame affettivo tra i membri della tribù, un’unione dall’intenso carico emozionale.

La relazione non scaturisce più dalla condivisione di principi astratti o di istanze razionali, ma si delinea in virtù della comunione di un destino, il quale risulta composto da molteplici frammenti superficiali, ovvero dal tanto nulla che informa il tutto dell’esserci. È sempre la polvere, infatti, a sostanziare la profondità della terra. Dalla stessa polvere, secondo le fonti bibliche, deriva l’uomo.
La mediazione trasparente delle tecnologie digitali always on rimuove e mescola in modo inedito la matassa umana, riarticolando la sua cornice sensoriale e il suo rapporto con l’altro da sé sociale e naturale. La mano, e con essa tutto il corpo, a loro volta, affinano giorno dopo giorno il nostro rapporto con il sistema tecnologico, sempre più calibrato sulla nostra sensorialità, rivolto com’è ai piaceri e alle sensazioni carnali (sesso, droghe, estasi musicali…). Si instaura così un rapporto virtuoso e vizioso tra i due, una congiunzione fitta di conseguenze in cui è in opera la reversibilità tra natura e cultura, tra organi biologici e strumentazioni tecnologiche.

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Le pagine personali di Facebook, attraversate incessantemente dagli “amici”, sono da questi caricate, prevalentemente ad insaputa dei titolari dei profili, di foto della loro infanzia o di immagini considerate private oppure dimenticate. La scrittura integra il processo, divenendo nel senso più compiuto del termine un’incisione sulla pelle dell’altro. Poco importa che si tratti di pelle digitale: la nostra identità elettronica ci precede e ci eccede. Acquista un’autonomia (Susca 2010). Ciò che ne è di essa dipende più dal modo in cui gli altri la disegnano e ne tracciano i contorni che dalla maniera in cui noi la elaboriamo e fissiamo. Siamo in rete prima ancora di saperlo. Si parla di noi in luoghi che non abbiamo mai neanche immaginato e si fa del nostro profilo o avatar qualcosa che poco ha a che vedere con la nostra identità originaria e con ciò che vogliamo fare di noi.

Siamo salpati dall’epoca televisiva e analogica a quella reticolare e digitale.

Il passaggio non comporta semplicemente un avvicendamento di strumentazioni e di modi di comunicare (Abruzzese 2010). Sperimentiamo invece una profonda mutazione che si riverbera sul nostro modo di abitare, di relazionarci all’altro, di concepire il tempo e lo spazio e di definire la nostra personalità. Il corpo è il laboratorio in cui tale avvicendamento si incarna e prende forma. Ogni sua reazione psicofisica al nuovo ambiente è l’indice di una modificazione, di un cambiamento di stato, in modo molto simile a ciò che avviene nell’intervallo tra due ere geologiche.

Naturalmente, ciò si realizza in modo più disinvolto e spontaneo per le generazioni dei nativi digitali per cui il le reti sociali, le tag e le chat sono elementi naturali dell’ambiente, mentre invece provoca talora scompensi, ansie e frustrazioni a quanti sono stati allevati nel contesto caratterizzato dal medium e dalla cultura televisivi.

Il nuovo scenario, disarcionandoci dalla poltrona a partire da cui assistevamo in modo tendenzialmente distratto al dispiegarsi del flusso televisivo, ci pone di fronte a sfide cognitive e comportamentali che stressano i nostri limiti psichici e sensoriali, immergendoci in un mondo dai contorni fitti di fascino e di inquietudine.

I paesaggi e gli strumenti comunicativi contemporanei accelerano l’implosione del confine tra spazio pubblico e spazio privato già da tempo in atto nelle nostre società. I sistemi di connessione always on, nel bene e nel male, ci privano della condizione della solitudine e dell’isolamento, giacché l’altro è per loro tramite sempre virtualmente presente. È come se fossimo costantemente ammantati da una nebulosa di contatti, informazioni e simboli, da un’aura elettronica in grado di integrare, aumentare, sino a fare esplodere, la nostra identità personale. Stiamo sempre con qualcuno ma mai in modo completo.

Vi è puntualmente una parte di noi che, per via di un dispositivo tecnologico, evade dal luogo e dal contesto fisico dove si trova, eludendo il rapporto di faccia a faccia in cui è implicata e saltellando da una relazione all’altra come avviene in una chat line. La difficoltà a concentrarsi totalmente su un’attività o relazione riecheggia d’altra parte anche nell’ambito del paradigma mentale avallato dai dispositivi portatili connessi e multifunzione. Lo stesso schermo diviene il luogo di lavoro, l’angolo della distrazione, la piattaforma di condivisione di una passione con un social network, la finestra dei videogiochi, la vetrina di YouTube…Ognuna di queste dimensioni attrae una maschera della personalità, sollecitando i soggetti sociali a investire e ad attualizzare tutte le loro sfaccettature e identità.

Il processo non avviene sempre in modo fluido, giacché in alcuni casi i profili multipli che risiedono in ciascuno di noi sono tra loro in contrasto e, una volta attivati contemporaneamente, possono generare stati schizofrenici.

Il modo in cui l’identità è stata forgiata nel corso della modernità, secondo un asse tendenzialmente monolitico e duraturo, entra in frizione con l’attuale sperimentazione –  tramite i giochi di ruolo, gli avatar, l’appartenenza a differenti comunità… – del carattere caleidoscopico della persona, ovvero con il declino dell’individuo borghese. Come è possibile, per quanti sino a dieci anni fa erano abituati a svolgere una sola funzione nell’ambito di un quadro di esperienza circoscritto nello spazio e nel tempo, scrivere il proprio rapporto di lavoro, seguire un videoclip, muovere il proprio avatar in un gioco virtuale e caricare una foto in Instagram nello stesso tempo senza perdere i nervi?

In realtà, questi ultimi non si smarriscono ma vengono gradualmente riconfigurati, integrando e metabolizzando, a seconda della situazione, i traumi apportati dal cambiamento. Nell’ambito di tale dinamica di adattamento, affiorano stati di disagio, sintomi di spaesamento e forme di dipendenza, così come di piacere ed estasi, che testimoniano la profondità antropologica e culturale di cui siamo i protagonisti per lo più inconsci. Il rapporto con i nuovi media qui in oggetto non è infatti caratterizzato da una relazione distaccata, utilitaria o meramente razionale, inquadrandosi invece piuttosto in un legame affettivo, dove l’adesione mistica e sensibile sono più determinanti delle leve funzionali e cognitive su cui la tecnologia si è a lungo imperniata.

Tale condizione può essere esemplificata meglio tramite alcuni indizi significativi di cui siamo tutti testimoni: controlliamo in modo spasmodico ed eccessivo la posta elettronica al fine di risultare all’altezza della situazione e di non interrompere alcun rapporto comunicativo. Navighiamo ininterrottamente negli sterminati rivoli del web vagabondando da un sito all’altro senza finalità, solo per “esserci”. Il medium favorisce in questo caso la coincidenza tra il massimo dell’interattività e l’apogeo della passività: siamo noi stessi a scegliere di lasciarci abbagliare da una catena di segni che ci rimbalzano incessantemente da un universo all’altro.

Confermiamo, clicchiamo, tracciamo il nostro cammino come avvinti da un’ipnosi di cui siamo tuttavia consenzienti.

È giunto ora il momento di sgomberare il campo da un luogo comune tanto reiterato dagli ideologi del cyberspazio quanto fuorviante: “In rete gli utenti si comportano in modo attivo… È finita l’epoca del couch potato inebetito di fronte alla televisione”. Quante volte abbiamo ascoltato questa nenia? “L’informazione viene scelta ed è personalizzata”. “I nostri contatti non sono imposti, ma selezionati accuratamente”. Fino a che punto tali asserzioni sono veritiere?

Per rendervene conto, basta accedere per un momento alla vostra posta elettronica: la maggior parte delle mail su cui posate lo sguardo sono spamming. Potete eliminarle, ma nel frattempo esse hanno violato la vostra intimità e rosicchiato la vostra attenzione. Abitano ormai il vostro immaginario più di quanto ve ne rendiate conto. Visitate la pagina del vostro sito di news preferito e cliccate sull’informazione che vi interessa. Se siete fortunati essa è accompagnata da un banner pubblicitario, altrimenti prima di poterla visionare dovrete attendere alcuni secondi al cospetto di una finestra di advertising. Ciò avviene allorché il vostro schema mentale è orientato sulla modalità “attivo, attento”. Gli annunci penetrano quindi profondamente nei recessi più reconditi della vostra coscienza. I messaggi non possono essere elusi con l’apatia o l’indifferenza con cui siamo soliti interfacciarci con la televisione. Spostatevi ora nel bazar di YouTube e cercate il video che vi incuriosisce. Una volta attivato, il dispositivo vi soggioga gioiosamente.

Link, commenti e immagini vi attraggono in una spirale avvolgente. Siete gettati in un torrente audiovisivo dove il vostro libero arbitrio è sospeso tra l’on e l’off. In rete si realizza così la sinergia tra l’apice del comportamento attivo e il culmine della passività.

Con uno slancio di partecipazione spontanea, in un equilibrio precario tra l’euforia e la dipendenza, da una parte siamo gli attori protagonisti della socialità elettronica e dall’altra ne diveniamo le prede, sino a lasciarci vivere dagli altri e dalla tecnologia.

Confluiamo in un tutto organico di cui non siamo altro che una particella elementare tra tante. Una sorta di sollievo cosmico ci accarezza allorché il nostro dispositivo portatile capta una rete Wifi e ci connette ad essa. Poco importa cosa se ne possa poi fare: “il mezzo è il messaggio” (McLuhan), ciò che conta è essere presenti, disporre di tutto ciò che virtualmente ci circonda, divenire un nodo e un organo di una rete tanto vasta da alludere alla prospettiva olistica cara alle filosofie orientali. Il piacere si tramuta in frustrazione e ansia allorché, invece, non siamo in grado di rispondere alla mole di sollecitazioni che ci pervengono, quando non riusciamo a dedicarci quanto vorremmo a una relazione on line, al nostro blog o alla pagina del nostro social network preferito.

Sappiamo, infatti, che trascurare queste stanze implica ridurvi la nostra presenza e il nostro tocco, lasciarle alla mercé degli altri oppure, peggio ancora, spezzare il rapporto con la tribù. Per questo ci troviamo spesso a rincorrere le nostre identità elettroniche a discapito delle più stringenti esigenze psicofisiche e materiali (l’alimentazione, la cura dei rapporti con i vecchi amici, il lavoro, uscire di casa…).

L’ansia sfocia nell’angoscia nelle situazioni in cui un virus aggredisce il nostro computer, quando si perde un dato dalla memoria elettronica oppure allorché salta la connessione alla rete in momenti delicati. Assistiamo qui a un vero e proprio passaggio – una sorta di equazione – dalla malattia del computer a quella della persona, a conferma del filo rosso costituitosi tra corpo e macchine. Si avverte una sensazione di profonda debilitazione che tracima spesso nella crisi di panico, in cui l’unica salvezza possibile proviene dai guardiani del mistero tecnomagico: i nerd.

Abbiamo talmente tanto, come suggerito da Marshall McLuhan già negli anni Sessanta, esternalizzato la memoria e alcune funzioni centrali del nostro sistema nervoso centrale all’esterno di noi stessi, da divenire dipendenti del sistema tecnologico che crediamo manipolare e possedere. Solo quando si spezza il filo della conversazione ci rendiamo conto della misura in cui le nostre comunicazioni apparentemente immediate siano consentite da una poderosa, seppure invisibile, infrastruttura tecnologica (Bolter, Grusin 2003). Nel momento in cui la macchina va in tilt e ci troviamo privi di un’informazione fondamentale, cogliamo la natura della mutazione che ci sta investendo più di quanto non siamo in grado di riconoscere. Quanti di noi ricordano ancora a memoria i numeri telefonici degli amici più stretti?

Il confine tra desiderio e dipendenza, d’altra parte, manifesta in rete una porosità sempre più pronunciata. Gli strumenti tecnologici a nostra disposizione agevolano e accelerano le nostre comunicazioni – i nostri contatti – in maniera tanto comoda quanto vertiginosa, inebriante, sino ad impedirci di uscire dal sistema, spegnere il computer, non controllare la posta elettronica.

È come se interrompere la nostra connessione corrispondesse ad amputare la nostra esistenza, facendoci sprofondare negli abissi primordiali della solitudine.

Una condizione che favorisce la libertà, l’astrazione e il pensiero critico, ma che allo stesso tempo induce angoscia e inquietudine, il timore di essere fuori e il dovere di sbrigare autonomamente azioni che ormai realizziamo, in modo più o meno cosciente, in modo connettivo e collaborativo.

Siete anche voi colti da un malore psicologico quando la connessione wifi si interrompe? Controllate i vostri messaggi in modo compulsivo e sproporzionato? Nutrite un sentimento sospeso tra l’attrazione fatale e la rigida riluttanza nei confronti dei nuovi palmari? Non riuscite più a leggere tre ore consecutive senza posare il vostro sguardo sugli schermi che vi circondano?

Stiamo tutti divenendo vittime e carnefici, soggetti e oggetti, di una trance collettiva che ci conduce all’esplosione della nostra soggettività verso qualcosa di più grande, dai contorni contemporaneamente luccicanti e oscuri. In questo scenario bramiamo e temiamo la connessione allo stesso modo, ben sapendo che nel ventre della rete siamo agiti tanto quanto agiamo, veniamo posseduti dalle cose che crediamo di possedere. Così la perdita e l’arricchimento del sé si corrispondono in modo virtuoso e vizioso. Spegnere le macchine non serve a niente perché questo è ormai il mondo che abitiamo e al quale siamo già in larga parte e inconsciamente abituati.

In virtù delle dinamiche di accelerazione e di automazione su cui qui i processi di memorizzazione sono calibrati, si schiudono ai nostri orizzonti inedite possibilità poetiche di creazione e ricreazione. Ognuna di esse libera il nostro corpo nel momento stesso in cui lo costringe a nuove forme di dipendenza e finanche di idolatria (Maffesoli 2012). Ci stiamo slegando da vecchie catene per indossarne delle nuove, che questa volta siamo prevalentemente noi, fino a un certo punto a scegliere, creare ed adattare. Come nell’ordo amoris (Scheler 2008), l’ordine dell’amore.
 
Riferimenti bibliografici
Abruzzese A. (1996), Contro l’occidente. Analfabeti di tutto il mondo uniamoci, Bevivino Editore, Milano-Roma, 2010.
Bolter J. D., Grusin R. (1999), Remediation. Competizione e innovazione tra media vecchi e nuovi, a cura di A. Marinelli, Guerini & Associati, Milano, 2003.
Maffesoli M., Homo eroticus. Des communions émotionnelles, CNRS éditions, Parigi 2012.
McLuhan M. (1962), The Gutenberg Galaxy. The making of typographic man, University of Toronto Press, Toronto, 1966.
Id. (1964), Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1997.
Id. (1977), Dall’occhio all’orecchio, Armando Editore, Roma, 1982.
McLuhan M., Fiore Q. (1967), The medium is the MASSAGE, Penguin Books, Toronto, 2003.
 Scheler M. (1916), Ordo amoris, Morcelliana, Brescia 2008.
 Susca V., Gioia Tragica. Le forme elementari della vita elettronica, Lupetti, Milano 2010.
 
*Vincenzo Susca (1977) è maître de conférences in Sociologia dell’immaginario all’Università Paul-Valéry di Montpellier e ricercatore al Centre d’étude sur l’actuel et le quotidien dell’Università Paris Descartes Sorbonne (Parigi). McLuhan Fellow all’università di Toronto, nel 2008 ha fondato, con M. V. Dandrieux, la rivista Les Cahiers européens de l’Imaginaire (CNRS éditions, Parigi), di cui è il direttore editoriale. Tra i suoi ultimi libri: Gioia Tragica. Le forme elementari della vita elettronica (Milano 2010, Parigi 2011, Barcellona 2012); Les affinités connectives (Parigi 2016); Pornocultura. Viaggio in fondo alla carne (Milano 2016, Montreal 2017, Porto Alegre 2017, con C. Attimonelli). Di recente ha curato le mostre di Madame (2014) e Karin Andersen alla Traffic Gallery di Bergamo (con C. Attimonelli). È l’autore, con Alain Béhar, della pièce teatrale Angelus Novissimus (2014).