La Relazione d'attaccamento padre-bambino: una rassegna della letteratura

SIMONA DI FOLCO e GIULIO CESARE ZAVATTINI - Sapienza Università di Roma 
Riassunto. Lo scopo di questa rassegna è quello di delineare lo stato dell’arte relativo allo studio della relazione d’attaccamento padre-bambino nella prima e nella seconda infanzia.

È stata esaminata la letteratura riguardante: 1) il padre come figura d’at- taccamento; 2) l’attaccamento al padre come predittivo degli esiti di sviluppo; 3) la concordanza/ discordanza delle rappresentazioni dell’attaccamento alla madre e al pa- dre rispetto a tali esiti; 4) il gioco nella «relazione d’attivazione» padre-bambino; 5) la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento ed, infine, 6) la sensitivity paterna. Da una disamina della letteratura, è emerso che: il padre è indubbiamente un’impor- tante figura d’attaccamento e che la relazione d’attaccamento padre-bambino predice alcuni esiti di sviluppo; in presenza di discordanza, l’attaccamento al padre funge da «buffer» rispetto ad esiti di sviluppo negativi, mentre, in caso di concordanza, pro- muove esiti di sviluppo positivi; il gioco è incorporato nella relazione d’attaccamento padre-bambino e favorisce la regolazione emotiva; la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento si verifica tardivamente nello sviluppo; infine, la sensitivity nel gioco è un parametro da considerare nella valutazione della relazione d’attaccamento padre- bambino. Questa rassegna evidenzia la specificità della relazione d’attaccamento pa- dre-bambino e i suoi effetti diretti/indiretti sullo sviluppo di quest’ultimo ma, soprat- tutto, la necessità di sviluppare una cornice teorica e metodologica appropriata per concettualizzarla.


1. INTRODUZIONE
Nonostante il focus della teoria dell’attaccamento sulla madre, in qualità di caregiver primario, un numero consistente di contributi di ricerca, negli ultimi anni (Bernier e Miljkovitch, 2009; Bretherton, 2010; Lamb, 2002, 2010; Newland, Freeman e Coyl, 2011; Tamis-Le- Monda, 2004; Vreeswijk, Maas, Rijk, Braeken e van Bakel, 2014) ha evidenziato l’importanza che il rapporto con il padre ha per lo svi- luppo infantile, la cui influenza sullo sviluppo del bambino, specie nella prima infanzia, è stata sottovalutata o considerata solo alla luce della figura materna.
La letteratura sull’attaccamento ha individuato quattro modelli concettuali secondo cui può essere delineato il ruolo assunto dalla figura paterna nel corso degli anni (Van IJzendoorn, Sagi e Lam- bermon, 1992): un modello monotropico, che ha ipotizzato il ruolo preminente della figura materna nello sviluppo della personalità del
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bambino, tralasciando il ruolo del padre; un modello dell’organizza- zione gerarchica (Bacro e Florin, 2009; Main, Kaplan e Cassidy, 1985; Suess, Grossman e Sroufe, 1992), che pone la relazione con la ma- dre al vertice di una gerarchia di figure alternative e che la considera predittiva di un maggior numero di esiti adattivi, pur considerando il ruolo del padre; un modello dell’organizzazione integrata, secondo cui l’integrazione delle diverse relazioni d’attaccamento determina esiti ottimali; ed infine un modello dell’organizzazione indipendente, secondo cui la relazione con ciascuna figura d’attaccamento determina specifici esiti di sviluppo, ma tutte le relazioni sono ugualmente im- portanti (Howes e Spieker, 2010). In generale, l’evoluzione dei mo- delli segnala un passaggio dall’enfasi della relazione diadica madre- bambino, come bias nei costrutti e nei disegni di ricerca ad una let- tura in termini triadici e di coparenting1 (Attili, 2001; Bornstein, Put- nick e Landsford, 2001; Camisaca, Miragoli e Di Blasio, 2013; Dazzi e Zavattini, 2011; Fivaz Depeursinge e Corboz-Warnery, 1999; Gros- smann, Grossmann, Kindler e Zimmermann, 2008; Thomassin e Su- veg, 2014; Zavattini, 1999).
La presente rassegna della letteratura si è basata su una ricerca bibliografica all’interno delle banche dati internazionali PsycINFO, PsycArticles, PubMed, Medline ed ERIC, utilizzando, unitariamente alla parola chiave «father» e in modo alternato, i termini «attach- ment», «middle childhood», «infancy» e «childhood». Escludendo le ri- cerche qualitative e i contributi teorici, nell’intervallo temporale dagli anni Sessanta al 2013, si è pervenuti alla selezione di 103 studi em- pirici, comprensivi di misure osservative, semi-proiettive, narrative e self-report, inerenti la relazione d’attaccamento padre-bambino nella prima e seconda infanzia e in pre-adolescenza. Ci preme sottolineare che l’accezione di relazione d’attaccamento padre-bambino, per come è stata intesa in questa sede, non si limita al caregiving, di solito ap- pannaggio della relazione con la madre, bensì, intende l’attaccamento al padre come un sistema d’equilibrio tra i comportamenti d’attacca- mento e quelli di esplorazione, dato il tipo di attività ludiche e alta- mente stimolanti che egli promuove nella relazione con il bambino. Pertanto, lo scopo di questa rassegna è di delineare le problematiche più significative relative alla relazione d’attaccamento padre-bambino e la predittività rispetto ai possibili esiti di sviluppo, esaminandola sia isolatamente, sia rispetto alla relazione d’attaccamento madre-bam-
1 Per coparenting s’intende il modo in cui due o più adulti si coordinano l’esercizio delle funzioni genitoriali, condividendo le responsabilità nella crescita e nella cura dei figli (Feinberg, 2003). Tale modalità può essere ravvisata tanto nella famiglia nucleare quanto nella famiglia estesa, così come in presenza di divorzio dei genitori o in casi di genitorialità adottiva.
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bino, nonché analizzare variabili come le interazioni ludiche e la sensi- tivity, che potrebbero essere implicate nella trasmissione intergenera- zionale dell’attaccamento.
2. IL PADRE COME FIGURA D’ATTACCAMENTO?
Negli anni Settanta/Ottanta, superando l’ipotesi monotropica bowlbyana, che presupponeva un ruolo preminente della figura ma- terna sullo sviluppo del bambino (Bowlby, 1969-1982), alcuni studi (Schaffer e Emerson, 1964) dimostrarono che a 7, 8, 12 e 13 mesi i bambini cresciuti in famiglie Euroamericane non avevano preferenze per un genitore in particolare.
La formazione del legame d’attaccamento ad entrambi, infatti, era contemporanea, ma la situazione subiva un rapido cambiamento in- torno al secondo anno di vita, quando alcuni bambini mostravano una forte preferenza per la figura paterna. Le ricerche condotte da Mary Ainsworth in Uganda (1967), su bambini di 6 mesi di vita, rilevarono che uno dei 26 si rivolgeva esclusivamente al padre e 3 mostravano una preferenza per tale figura d’attaccamento. Contributi successivi (Lamb, 1977) evidenziarono, inoltre, che la preferenza dei bambini per la fi- gura paterna e la protesta alla separazione si evidenziavano, nel 75% dei casi, solo nel secondo anno di vita, soprattutto per quanto riguar- dava i maschi. Si fece strada, quindi, l’ipotesi che il padre potesse es- sere identificato come figura d’attaccamento. Rispetto a questo punto, tuttavia, i risultati presenti in letteratura sono ancora contraddittori, rivelando, in alcuni casi, una preferenza per la madre (Frodi, Lamb, Hwang e Frodi, 1982), in altri una preferenza per il padre, rispetto alla madre, in presenza di un’estranea (Cohen e Campos, 1974), e in altri (Clarke-Stewart, 1978; Schaffer e Emerson, 1964), infine, l’assenza di preferenze per un unico genitore piuttosto che per l’altro (Goossens e Van IJzendoorn, 1990). Tali evidenze empiriche, derivanti dall’utilizzo di misurazioni di laboratorio, come la Strange Situation Procedure (SSP; Ainsworth e Wittig, 1969)2, focalizzate sulla reazione del bambino alla
2 La Strange Situation Procedure (SSP) (Ainsworth e Wittig, 1969) è una procedura standardizzata di laboratorio che permette di valutare i comportamenti di attaccamento e quelli di esplorazione di bambini di un anno di età, attraverso otto episodi di sepa- razioni dal caregiver e riunioni, della durata di circa tre minuti ciascuno. Il compor- tamento dei diversi bambini nella Strange Situation viene classificato in tre categorie: Sicuro (B), insicuro Evitante (A) e insicuro Ambivalente (C). Successivamente è stata definita una quarta categoria, denominata Disorganizzato/Disorientato.
La codifica prevede l’analisi del video e l’attribuzione di punteggi sulle seguenti scale:
– ricerca di vicinanza e di contatto (Proximity and Contact Seeking Behaviour), che valuta l’intensità e la persistenza degli sforzi del bambino per ottenere la vicinanza e/o il contatto con la figura d’attaccamento;
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separazione, evidenziano, talvolta, delle differenze solo per la ricerca e la frequenza della prossimità, per la durata e per l’uso della base sicura. Nel tentativo di definire quale posto i padri occupino nella ge- rarchia delle figure d’attaccamento, la letteratura ha evidenziato che dal 5% al 20% dei casi (Ainsworth, 1967; Freeman e Brown, 2001; Trinke e Bartholomew, 1997) sono figure preferenziali dopo le ma- dri e assolvono ad una funzione compensatoria quando queste non sono capaci di provvedere al nurturing, o là dove sono poco coinvolte (Hossain, Field, Gonzales e Malphurs, 1994). La sicurezza dell’at- taccamento al padre costituisce, perciò, un fattore buffer rispetto
all’eventualità di una relazione d’attaccamento insicura con la madre. Lo studio di Freeman, Newland e Coyl (2010) mette in evidenza il ruolo delle variabili dell’età e del genere, affermando che l’identifica- zione del padre come figura preferenziale d’attaccamento sarebbe pro- pria dei maschi e nella fascia dalla tarda infanzia alla prima adolescenza (Baldoni, 2007). Alcuni contributi, inoltre, sostengono che le bam- bine non abbiano preferenze per un genitore piuttosto che per l’altro (Lamb, 1977), come caregiver e che presentino un attaccamento sicuro rispetto ad entrambi i genitori (Michiels, Grietens, Onghena e Kup- pens, 2010), mentre altri sostengono che la sicurezza dell’attaccamento sia legata alla concordanza di genere nella diade, per cui le bambine sarebbero sicure rispetto alle madri e i bambini rispetto ai padri (same
sex linkage hypothesis) (Belsky, Jaffee, Sligo, Woodward e Silva, 2005). Uno studio (Diener, Isabella, Behunin e Wong, 2008) condotto su 126 bambini dai 6 agli 11 anni, al fine di valutare l’associazione tra la sicurezza dell’attaccamento e la competenza sociale percepita, supporta tale ipotesi, ovvero che l’interazione sicurezza-genere sia si- gnificativa. La somministrazione della Security Scale3 (Kerns, Keplac e
– la scala di mantenimento del contatto (Contact Maintaining Behaviour), che valuta la persistenza e l’intensità degli sforzi del bambino per mantenere il contatto con il caregiver; – la scala di resistenza (Resistant Behaviour), che valuta i comportamenti di resi- stenza al contatto quali il broncio, l’agitazione, l’angoscia e la rabbia, la loro frequenza
e durata;
– la scala di evitamento (Avoidant Behaviour), che valuta il grado di evitamento
dell’interazione del bambino con l’adulto.
3 La Security Scale (Kerns, Keplac e Cole, 1996) è un questionario autosommini-
strato, costituito da 15 affermazioni relative alla figura materna e 15 affermazioni rife- rite alla figura paterna e finalizzato a valutare il grado di sicurezza vs. insicurezza per- cepita dai bambini all’interno della relazione con entrambi i genitori nella fascia d’età compresa tra gli 8 e i 14 anni. Per ogni affermazione il bambino deve scegliere l’affer- mazione che maggiormente lo rappresenta e i 15 item riguardano il grado in cui una specifica figura d’attaccamento è percepita come responsiva e disponibile, la possibilità di ricorrere alla figura d’attaccamento in circostanze stressanti ed infine, la percezione che il bambino ha di essere a proprio agio nel comunicare con il caregiver. Lo stru- mento non fornisce uno specifico stile di attaccamento ma piuttosto a percezione di sicurezza nei confronti dei genitori all’interno di un continuum che va dalla sicurezza all’insicurezza.
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Cole, 1996), evidenziava, per le bambine del campione, una maggiore sicurezza percepita rispetto alla relazione con la figura materna, men- tre per i bambini rispetto a quella paterna.
3. PREDITTIVITÀ RISPETTO AGLI ESITI DI SVILUPPO
In linea con l’ipotesi gerarchica, parte della letteratura tende a concludere che il potere predittivo della relazione d’attaccamento madre-bambino sia maggiore di quello della relazione padre bam- bino (Brown, Schoppe-Sullivan, Mangelsdorf e Neff, 2010; Main, Ka- plan e Cassidy, 1985; Steele, Steele, Croft e Fonagy, 1999; Suess et al., 1992) rispetto agli esiti di sviluppo. In particolare, lo studio di Suess et al. (1992), condotto su un campione di 39 bambini esaminati attraverso la SSP rispetto ad entrambi i genitori a 12 e a 18 mesi, e poi in un’attività di gioco e in una prova di competenza sociale a 5 anni, dimostra quanto la competenza nel gioco e la capacità di ri- soluzione dei conflitti fossero variabili predette dall’attaccamento alla madre per le bambine ma non per i bambini, mentre la competenza sociale in generale correlasse con l’attaccamento alla madre, indipen- dentemente dal genere. Parte della letteratura, invece, sostiene l’ipo- tesi che la forza dell’associazione tra attaccamento ed esiti di sviluppo evolutivo sia pressoché simile nelle diadi padre-bambino, madre- bambino (Baiocco, 2008; Brown, McBride, Bost e Shin, 2007). A tale proposito una ricerca condotta su 860 bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni (Michiels et al., 2010), somministrando la Security Scale (Kerns et al., 1996), insieme ad un questionario per verificare la presenza di sintomatologia depressiva, ha evidenziato che esclusiva- mente la sicurezza dell’attaccamento ad entrambi fosse predittiva dei problemi internalizzanti/esternalizzanti e dell’adattamento sociale dei bambini. Inoltre, la disponibilità paterna correlava con bassi punteggi di depressione.
Infine, un altro filone di studi ha fornito dati a supporto del fatto che la sicurezza della relazione d’attaccamento padre-bambino sia connessa a minori problemi comportamentali (Verschueren e Mar- coen, 1999), maggiore socievolezza (Lamb, Frodi, Hwang e Frodi, 1982; Sagi, Lamb e Gardner, 1986) e migliore qualità delle interazioni tra pari, nonché predittiva di minori sintomi ansiosi nell’infanzia (Bo- gels e Perotti, 2011).
I contributi empirici degli ultimi anni (Cabrera, Shannon e Ta- mis-LeMonda, 2007; Flanders et al., 2009; Michiels et al., 2010; Richaud de Minzi, 2010), infatti, hanno messo in luce che l’attac- camento padre-bambino, avrebbe un valore predittivo maggiore di quello madre-bambino rispetto alla regolazione delle emozioni
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(Diener et al., 2008) e a problemi comportamentali di tipo ansioso/ depressivo (Verschueren e Marcoen, 1999) in età scolare. Secondo quanto sostenuto, infatti, da un recente studio condotto su un am- pio campione di 552 soggetti (Richaud de Minzi, 2010), al fine di verificare quanto la sicurezza dell’attaccamento inferita dalla Security Scale autosomministrata correlasse con l’affetto e con le difficoltà in- contrate nel caregiving dai genitori, l’influenza paterna contribuisce alla varianza spiegata e supera di gran lunga quella materna nel pre- dire disturbi internalizzanti/esternalizzanti per il campione totale, in particolare per le bambine.
Alcuni studi (Michiels et al., 2010; Newland, Coyl e Chen, 2010) evidenziano un’inversione di tendenza rispetto alle formulazioni teori- che del modello monotropico, attestando che, indipendentemente dal genere del bambino, l’attaccamento al padre contribuirebbe all’ap- prendimento di strategie di coping funzionali e adattive.
Da una ricerca longitudinale (Verissimo, Santos, Vaughn, Torres, Monteiro e Santos, 2011), condotta su 35 diadi madre-bambino, padre-bambino, esaminati con l’Attachment Q-Sort4 (AQS; Waters, 1987; Waters e Deane, 1985) tra i 29 e i 38 mesi e volta a testare la predittività dell’attaccamento alle due figure genitoriali rispetto al nu- mero di amici a 4 anni di età, risulta che solo l’attaccamento al padre sarebbe predittivo della popolarità tra pari in età prescolare, mentre la madre permetterebbe l’approfondimento di aspetti legati all’inti- mità e al proprio mondo interno (Steele et al., 1996), attraverso un maggior coinvolgimento in conversazioni ricche di riferimenti agli stati mentali e alle emozioni (Grossmann, Grossmann, Fremmer- Bombik, Kindler, Scheuerer-Englisch e Zimmermann, 2002). Gli Au- tori osservano che mentre il padre favorirebbe l’esplorazione, pro- muovendo l’apertura verso il mondo esterno attraverso attività ludi- che altamente stimolanti e competitive, la madre sarebbe più dedita al caregiving.
In conclusione, i risultati della ricerca sull’attaccamento al padre, oltre ad essere esigui, se paragonati a quelli che hanno interessato la figura materna, sono anche piuttosto contrastanti perché sul piano me- todologico gli studi si sono avvalsi, inizialmente, di una metodologia viziata da bias, dando per scontato di poter prendere in prestito sia
4 L’Attachment Q-Sort (AQS; Waters, 1987; Waters e Dane, 1985) è un metodo di osservazione naturalistica della relazione d’attaccamento genitore-bambino, utilizzabile da 10 mesi a 6 anni, finalizzato a valutare il comportamento di base sicura nell’inte- razione diadica. Consta di 90 item riferiti a specifici comportamenti di base sicura e a specifici contesti. Il codificatore impila i 90 item in 9 pile da dieci item ciascuno, dal meno simile al più simile al bambino osservato e il punteggio d’attaccamento che ne consegue è dato dalla correlazione tra la descrizione del bambino osservato e la descri- zione prototipica della sicurezza.
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gli strumenti sia i costrutti utilizzati per indagare la relazione madre- bambino e sottovalutando, in tal modo, la peculiarità di tale relazione.
4. CONCORDANZA VS. DISCORDANZA DELLE CLASSIFICAZIONI DELL’ATTACCAMENTO
Gli studi condotti da Michael Lamb (1976, 1977), in cui fu re- plicata la SSP con i padri per verificare la presenza della stessa di- stribuzione dei pattern dell’attaccamento a 12 mesi riscontrata dalla Ainsworth in Uganda, non evidenziarono delle differenze nei pattern dell’attaccamento ma misero in discussione l’assunto della Ainsworth (1967) secondo cui un attaccamento insicuro rispetto alla madre ren- desse difficile la costruzione di qualsiasi altra relazione.
Sin dagli anni Ottanta, in linea con il modello dell’organizzazione integrata avanzato da Van IJzendoorn, Sagi e Lambermon (1999), i ri- cercatori hanno rivolto l’attenzione all’individuazione di quegli aspetti caratteristici delle singole relazioni d’attaccamento rispetto alla madre e al padre al fine di determinare quali fossero i contributi specifici ap- portati dalle singole figure genitoriali nonché i vantaggi, in termini di esiti di sviluppo, di un’eventuale concordanza/discordanza delle rap- presentazioni dell’attaccamento ad entrambe.
Due studi, in particolare, (Lamb et al., 1982; Main e Weston, 1981), attraverso la stessa procedura, la SSP, giunsero a risultati si- mili, per quanto riguarda l’assenza di concordanza ma differenti, per quanto riguarda l’influenza del contributo paterno sullo sviluppo del bambino. Il primo studio citato (Main e Weston, 1981) fu condotto su 61 bambini ed ebbe la finalità di indagare l’indipendenza dell’at- taccamento a ciascun genitore tramite la SSP, al dodicesimo e al di- ciottesimo mese di vita, nonché la reazione dei bambini di fronte ad un estraneo. I risultati confermarono l’indipendenza delle classifica- zioni dell’attaccamento del bambino rispetto ad entrambi i genitori nonché la stabilità in un periodo di 8 mesi.
Inoltre, al contrario di quanto si verificò per la relazione d’attac- camento rispetto alla madre, gli autori non riscontrarono che una de- bole associazione tra la sicurezza dell’attaccamento padre-bambino e la risposta dello stesso ad una figura non familiare vestita da clown. Tale dato fu poi imputabile ad un errore metodologico per cui l’attac- camento al padre venne valutato 6 mesi dopo e non contestualmente alla valutazione dell’attaccamento materna.
Al contrario, nel secondo studio, condotto su un campione svedese di 51 bambini, sottoposti alla SSP rispetto ad entrambi i genitori a 11 e 13 mesi di vita, Lamb et al. (1982) riscontrarono che i bambini sicuri con i loro padri erano anche più socievoli con gli estranei, indi- pendentemente dal sesso dell’estraneo e dal coinvolgimento paterno
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nel caregiving. Inoltre, da tale studio non emerse alcuna correlazione significativa tra le classificazioni dell’attaccamento ad entrambe le fi- gure genitoriali, ovvero, i bambini sviluppavano modelli dell’attacca- mento differenti rispetto ad entrambi i genitori.
Pur mostrando livelli di ricerca di prossimità e di contatto simili, i padri erano i destinatari di maggiori comportamenti affiliativi come i sorrisi, le vocalizzazioni e le preferenze per i giochi. In presenza di un estraneo, tuttavia, «si verificava una drammatica trasformazione nel comportamento del bambino», dal momento che questi rivolgeva i comportamenti d’attaccamento e quelli affiliativi verso la madre (Lamb, 1976, p. 242).
Uno dei limiti insiti in tale procedura, realizzata con i padri, può essere rappresentato dall’incapacità di distinguere il ricorso al pa- dre come figura di protezione e di conforto dalla ricerca del padre come compagno di gioco5. I contributi disponibili in letteratura dagli anni Ottanta ad oggi, evidenziano quanto la «doppia sicurezza», intesa come concordanza dei modelli dell’attaccamento relativi alla relazione madre-bambino e padre-bambino, sia predittiva di socievolezza, di una percezione positiva del Sé, di autostima, di popolarità tra pari e di competenza sociale.
Lo studio condotto in Israele da Sagi et al. (1986), adottando la stessa metodologia, ovvero la SSP a 11 e 14 mesi, è stato uno dei primi a riscontrarono che i bambini che vivevano nei kibbutz, aventi un at- taccamento sicuro ad entrambi i genitori, fossero più socievoli con gli estranei rispetto a chi era sicuro nella relazione con un solo genitore.
Una ricerca successiva (Verschueren e Marcoen, 1999), nel tenta- tivo di valutare il potere predittivo e il ruolo congiunto o compen- satorio delle rappresentazioni dell’attaccamento ad entrambe le figure genitoriali, attraverso un compito di completamento di storie, rispetto allo sviluppo della competenza socioemotiva e alla percezione del Sé, ha rivelato che il potere predittivo della relazione d’attaccamento ma- dre-bambino/padre-bambino differisce a seconda del dominio di svi- luppo che si intende valutare. Infatti, esaminando un campione di 80 bambini di cinque anni di età, mentre la qualità della relazione d’at-
5 Lo stress indotto dalla situazione sperimentale della SSP, pertanto, potrebbe au- mentare considerevolmente la visibilità della figura materna come figura di riferimento, dal momento che tale procedura è stata validata sulle madri. Se la sicurezza nell’esplo- razione è il parametro centrale nella SSP, continuando ad utilizzare tale paradigma consolidato solo con la figura materna si rischia, infatti, si rischia di non cogliere la peculiarità della relazione d’attaccamento padre-bambino, individuabile principalmente nella promozione dell’esplorazione attraverso il gioco. Bowlby (1988) stesso conside- rava il gioco una parte importante della relazione d’attaccamento con la figura paterna, complementare al caregiving insito nella relazione d’attaccamento madre-bambino, in- tendendo l’attaccamento come il bilancio tra comportamenti d’attaccamento e compor- tamenti esploratori.
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taccamento madre-bambino prediceva una migliore percezione del Sé, quella padre-bambino, invece, prediceva problemi comportamentali di tipo ansioso o di ritiro. Inoltre, rispetto al ruolo congiunto della dop- pia sicurezza, emerse che una relazione d’attaccamento sicura con un genitore può compensare o costituire un buffer rispetto all’insicurezza dell’attaccamento rispetto all’altro genitore, sebbene l’effetto compen- satorio non sia mai completo.
Anche uno studio di Sagi-Schwartz e Aviezer (2005), evidenziò come l’attaccamento padre-bambino non fosse predittivo di esiti come l’adattamento sociale e la popolarità tra pari a cinque anni di vita ma predicesse considerevolmente un numero svariato di esiti adattivi tra i quali la stima di sé, il successo scolastico e con i coetanei ad 11, 17 e 20 anni di età. A 20 anni, inoltre, fu evidente la predittività della relazione d’attaccamento con il padre valutata tramite la SSP rispetto alla stima di sé nelle relazioni sentimentali e il senso di autostima. Tali risultati sono stati confermati da alcuni studi, con alcune eccezioni (Richaud de Minzi, 2010), dai quali è emerso che la concordanza tra il modello d’attaccamento del bambino rispetto alla madre e quello rispetto al padre, nella direzione della «doppia sicurezza», influenza la competenza sociale, la competenza scolastica e la popolarità tra pari (Diener et al., 2008; Verìssimo et al., 2011).
In uno studio condotto su un campione di 73 bambini di dieci anni di età (Booth-LaForce, Oh, Kim, Rubin, Rose-Krasnor e Bur- gess, 2006), finalizzato ad identificare la relazione tra il funziona- mento nel gruppo dei pari e la sicurezza dell’attaccamento in rela- zione ad entrambi i genitori, valutando la percezione della sicurezza e l’autostima, è emerso che la doppia sicurezza fosse associata alla valutazione della competenza sociale riferita dai genitori e dalle inse- gnanti. Inoltre, sebbene i punteggi fossero inferiori rispetto a quelli mostrati verso le madri, la percezione di sicurezza nella relazione con il padre risultava connessa a minori livelli di aggressività.
Una recente ricerca (Kochanska e Kim, 2013) sulla predittività della sicurezza dell’attaccamento rispetto ad entrambe le figure ge- nitoriali e i problemi comportamentali in età successive, ha replicato quanto precedentemente riscontrato anche da Verschueren e Mar- coen (1999). Esaminando un campione di 101 bambini con la SSP a 15 mesi, considerando i problemi comportamentali riferiti a sei anni e mezzo dai genitori e dalle insegnanti e a otto anni di età dai bam- bini stessi, è emerso che la «doppia insicurezza» rispetto ad entrambi i genitori abbia un effetto positivamente significativo sul numero di sintomi esternalizzanti riferiti e manifestati dai bambini se parago- nati con i coetanei insicuri rispetto ad uno dei due genitori. Secondo questo studio la sicurezza rispetto ad una delle due figure genitoriali, infatti, metterebbe al riparo i bambini dalla possibilità di manifestare
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tali sintomi, mentre la «doppia sicurezza» non avrebbe un valore ad- dizionale protettivo rispetto alla sicurezza con uno solo dei due, si- milmente ai risultati ottenuti da Kochanska e Kim (2013) e contraria- mente a quanto riscontrato in passato da Sagi et al. (1986) e da Die- ner et al. (2008). Kochanska e Kim (2013), infatti, hanno di recente riscontrato quanto la sicurezza dell’attaccamento dei bambini ad en- trambi i genitori non abbia un valore protettivo addizionale rispetto all’esordio di disturbi esternalizzanti in età scolare, se paragonati a coloro che sono sicuri nell’attaccamento rispetto ad un solo genitore.
5. IL GIOCO E LA «RELAZIONE D’ATTIVAZIONE»
Secondo quanto precedentemente osservato, diversi contributi di ricerca (Goosens e Van IJzendoorn, 1990; Belsky, 1996; Grossmann et al., 2008), sostengono che il padre e la madre influenzino diversa- mente, seppur integrandosi, lo sviluppo della personalità, emotivo e sociale del bambino (Bost, Choi e Wong, 2010; Caldera, 2004; Meier, Martin, Bureau, Speedy, Levesque e Lafontaine, 2014), fungendo en- trambi da figure d’attaccamento.
La responsività e la sensitivity paterna rispetto al comportamento dei bambini e l’abilità di coinvolgerli in interazioni diadiche ludiche sem- bra essere associata alla regolazione delle emozioni (Grossman et al., 2002; Michiels et al., 2010) e alla propensione all’attività esploratoria in una cornice in cui il bambino può apprendere strategie diverse per fronteggiare le avversità. Sebbene i padri siano in grado di fornire cure appropriate e responsive ai bisogni dei loro bambini (Newland, Coyl e Freeman, 2008; Wilson e Prior, 2010), il loro ruolo nello sviluppo del bambino, non diventerebbe evidente prima dell’età prescolare e sco- lare, di pari passo con l’incremento di autonomia da parte degli stessi (Bretherton, 2010; Lamb, 2002) e del maggior coinvolgimento e inte- resse paterno nel proporre attività di gioco competitivo, ovvero tutte quelle attività ludiche che comportano il gioco fisico e strumentale e che incoraggiano l’assunzione dei rischi nell’esplorazione dell’ambiente, perché protetti dal contesto di sicurezza della relazione con il padre. Diversi studi cross-culturali hanno evidenziato una forte associazione tra il comportamento paterno e l’attaccamento nel gioco competitivo (Grossmann et al., 2002; Paquette, 2004) già a partire dal periodo pre- scolare (Lamb, 2002; Fletcher, StGeorge e Freeman, 2013).
L’attaccamento in età scolare si caratterizza per un aumento delle at- tività esplorative e per un minor ricorso alla figura di caregiving prima- ria che, sebbene continui a detenere il compito di fungere da rifugio sicuro, cede il passo a quella che Paquette (2004) definisce «relazione di attivazione» per caratterizzare l’interazione ludica padre-bambino.
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L’importanza delle attività di gioco proposte dal padre nell’ambito di tale relazione, finalizzate ad incoraggiare il bambino ad assumersi dei rischi, è stata confermata anche da una recente ricerca (Paquette e Du- mont, 2012) condotta su 51 diadi padre-bambino in età prescolare. I risultati hanno convalidato l’ipotesi di una correlazione tra l’ipoattiva- zione dei bambini nel gioco e il numero di sintomi internalizzanti, con- siderando come variabili di controllo anche il comportamento paterno, il temperamento del bambino e il numero di ore lavorative del padre.
Paquette (2004) suggerisce, da una prospettiva antropologica, che la tendenza della figura paterna a riproporre compiti più attivi, di gioco fisico e strumentale, incoraggiando il bambino a correre dei ri- schi, seppur contenuto dal contesto di sicurezza della relazione con lui (Hazen, McFarland, Jacobvitz e Boyd-Soisson, 2010), promuova lo sviluppo del senso di disciplina e delle abilità competitive nonché un comportamento autonomo (Bogels e Phares, 2008; Paquette e Du- mont, 2013). Pertanto, esisterebbe un’associazione tra giochi che sti- molano elevati livelli di arousal e i loro effetti sulla regolazione emo- tiva da parte dei bambini (Volling e Belsky, 1992).
Inoltre, recenti evidenze empiriche, attraverso videoregistrazioni dell’interazione di gioco (Flanders, Leo, Paquette, Pihl e Séguin, 2009), hanno indagato lo studio della funzione del gioco del tipo «azzuffata», finalizzato a stimolare la competizione nella relazione padre-bambino e la capacità di autoregolazione, prendendo in considerazione un cam- pione di 85 diadi, con bambini dai 2 ai 6 anni. Questi studi hanno evi- denziato che là dove i padri sono meno coinvolti i bambini sono più aggressivi, a riprova dell’importanza della funzione regolatoria paterna rispetto all’esordio di comportamenti esternalizzanti. Un recente studio volto a verificare l’associazione positiva tra la relazione d’attivazione padre-bambino e la frequenza con cui i padri ingaggiano con i figli ma- schi giochi del tipo «azzuffata» (Paquette e Dumont, 2012) ha rivelato, in 58 diadi padre-bambino, bilanciate rispetto al genere, che non c’è alcuna relazione tra la frequenza con cui intraprendono quest’attività e i pattern dell’attaccamento valutati alla SSP. Inoltre, bambini stimolati di più dai propri padri sono anche quelli che propongono attivamente con maggiore probabilità giochi del tipo «azzuffata» con loro a 3 anni.
6. TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE DELL’ATTACCAMENTO
La ricerca sulla trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento nella relazione padre-bambino non ha prodotto finora risultati signi- ficativi né conclusivi (Van IJzendoorn e De Wolff, 1997), ad eccezione di alcuni contributi recenti (Bernier e Miljkovitch, 2009; Miljkovitch, Danet e Bernier, 2012). Lo studio condotto da Bernier e Miljkovitch
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(2009), infatti attesta, in un piccolo campione di padri aventi la custo- dia esclusiva dei loro figli, la presenza di una concordanza tra il mo- dello di attaccamento dei genitori e quello dei figli. Tale dato, riscon- trato anche in un altro contributo (Miljkovitch et al., 2012), non era stato evidenziato, invece, quando i padri erano sposati o vivevano con le madri dei loro bambini. Inoltre, da questo studio emerge come lo stato della mente paterno preoccupato risulti associato ad un modello dell’attaccamento ambivalente/resistente dei bambini in età scolare (4-6 anni). Tale aspetto, secondo gli Autori, apre una riflessione sul fatto che probabilmente la trasmissione intergenerazionale dell’attacca- mento, per quanto riguarda la relazione padre-bambino, si verifichi in periodi più avanzati dello sviluppo di quanto non accada per quella madre-bambino (Bernier e Miljkovitch, 2009). Rispetto al campione preso in esame, inoltre, è emerso come i padri con attaccamento insi- curo avessero anche figli con più alti indici di disorganizzazione. Tut- tavia, un recente contributo italiano (Tambelli, Odorisio e Simonini, 2013) che ha indagato la trasmissione intergenerazionale dell’attacca- mento rispetto ad un campione normativo, somministrando l’Adult Attachment Interview6 (AAI; George, Kaplan e Main, 1985) a 57 cop- pie di genitori e invitandoli a partecipare alla SSP con i loro bambini, quando questi avevano 12 e 18 mesi di vita, ha evidenziato una con- cordanza elevata tra il modello di attaccamento genitoriale e quello del bambino (86% con la madre; 91% con il padre), dato che fino a qual- che decennio fa, visto il progressivo mutamento socio-culturale che ha
6 L’AAI (George, Kaplan e Main, 1985) è un’intervista semi-strutturata finalizzata a valutare lo «stato della mente» rispetto alle proprie esperienze d’attaccamento in- fantili. Il sistema di codifica verte sulla valutazione del modo di porsi dell’individuo rispetto alla propria esperienza passata, sul modo di narrarla e di revisionarla, con- ferendole un significato e, se necessario, rielaborandola nel corso della narrazione in rapporto all’intervistatore. L’intervista indaga un ampio spettro di tematiche relative all’attaccamento, a partire dall’infanzia del soggetto, affrontando la rievocazione di si- tuazioni di malattia o di vulnerabilità, di separazione dalle figure genitoriali e richiede nello specifico di connotare tali esperienze e di supportarle con ricordi ed episodi che possano essere considerati esemplificativi. Inoltre, l’intervistato è invitato a formu- lare delle riflessioni e delle valutazioni complessive delle esperienze passate, alla luce dei suoi vissuti attuali, una volta divenuto adulto. L’intervista, di durata variabile, da un’ora a un’ora e mezza, viene audio-registrata e trascritta verbatim, per consentire una valutazione secondo due modalità: bottom-up, il testo viene analizzato nella forma e nei contenuti attraverso le Scale dell’Esperienza Soggettiva (5 scale), che valutano le esperienze di attaccamento nell’infanzia e sono finalizzate a delineare la storia dell’in- tervistato e le sue esperienze relazionali pregresse; le Scale dello Stato della Mente (9 scale), che esaminano lo stato della mente dell’intervistato nel qui ed ora, rispetto alle sue personali rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento e al modo in cui le ha organizzate. L’intervista prevede una ulteriore valutazione, di tipo top-down, ovvero, un esame complessivo, a posteriori, per consentire l’attribuzione di una classificazione finale, sulla base dell’organizzazione mentale mostrata dall’intervistato, consentendo l’attribuzione di una delle seguenti categorie: Sicuro, Distanziante, Preoccupato, Irri- solto e Inclassificabile.
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visto i padri sempre più coinvolti nella crescita e nella cura dei propri bambini, era sicuramente meno evidente (Van IJzendoorn, 1995).
Diversi contributi empirici hanno tentato di individuare quali siano le possibili vie attraverso le quali avvenga la trasmissione intergene- razionale dell’attaccamento nella relazione padre-bambino, prendendo in considerazione il parenting (Baiocco, 2008; Baiocco et al., 2010) e l’insieme di credenze che il genitore ha sul proprio ruolo parentale.
Uno studio longitudinale (Howard, 2010) condotto su 72 padri con interviste e questionari a 6, 12, 18 e 24 mesi di vita del bambino, volto a verificare se il modello d’attaccamento di quest’ultimo potesse essere connesso alle credenze del padre sul parenting e se queste fossero mec- canismi attraverso cui lo stile d’attaccamento dei padri potesse model- lare quello dei bambini, ha dimostrato l’assenza di una relazione tra le due variabili (Bernier e Milijkovitch, 2009). Inoltre, le credenze che il padre ha sul parenting non mediano tale associazione. Mentre i padri sicuri hanno credenze positive circa il proprio ruolo, quelli identificati come ansiosi-ambivalenti riportano alti livelli di abuso potenziale e di stress e bassi livelli di efficacia nel parenting. I padri evitanti, invece, riferiscono minori conoscenze sul parenting. Tale variabile, infatti, sem- bra concorrere a determinare la qualità della relazione d’attaccamento.
Come Fagot e Kavanagh (1993) e Suess et al. (1992) hanno di- mostrato, i padri riferiscono che le interazioni con bambini insicuri rispetto all’attaccamento siano difficili e sgradevoli, pertanto ten- dono ad essere meno coinvolti, in particolar modo con i figli maschi, aspetto che spiegherebbe anche la prevalenza di disturbi del compor- tamento (esternalizzanti) nel sesso maschile. Inoltre, secondo quanto emerso da uno studio (Bost et al., 2010) condotto su 44 bambini in età prescolare e i loro genitori, finalizzato a valutare lo stile narrativo genitoriale e il riferimento alle emozioni in un compito di rievoca- zione di eventi passati, mentre le madri sono più ostili ed intrusive e fanno un minor riferimento agli stati mentali nelle conversazioni con i bambini quando percepiscono che questi hanno difficoltà tempera- mentali elevate, i padri sono più ostili e intrusivi e, al contrario, fanno maggior riferimento alle emozioni quando percepiscono nei propri fi- gli un livello di difficoltà temperamentali marcato.
Resta tuttora da definire l’entità della trasmissione intergenerazio- nale dell’attaccamento nonché il potenziale ruolo di mediatore della sensitivity7 paterna in tale processo o il ruolo giocato da ulteriori va- riabili addizionali.
7 Per sensitivity materna s’intende l’abilità di percepire e di inferire il significato sotteso dietro ai segnali manifestati dal bambino e di rispondervi in modo pronto ed appropriato (Meins, 2013; Oppenheim e Koren-Karie, 2013).
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Un recente contributo (Madigan, Benoit e Boucher, 2011) che contrasta con quanto sostenuto finora, tuttavia, ha evidenziato che la concordanza/discordanza tra lo stato della mente paterno e l’attacca- mento del bambino, a 18 mesi di vita, si aggira intorno al 74%, con- tro il 77% di concordanza riscontrata tra lo stato della mente ma- terno e l’attaccamento del bambino. In particolare, in questo studio, l’82% dei padri con uno stato della mente sicuro/autonomo all’AAI aveva bambini con attaccamento sicuro e il 63% dei padri classifi- cati come Irrisolti rispetto al lutto o trauma all’AAI aveva bambini con attaccamento disorganizzato. Lo stato della mente irrisolto pa- terno non sembrava, inoltre, essere associato a particolari pattern d’interazione comportamentale atipici rilevati dall’AMBIANCE8 (Bronfman, Parsons e Lyons-Ruth, 1999-2004), al contrario di quanto accade per la disorganizzazione nella relazione madre-bam- bino, che sembra essere mediata proprio da comportamenti spaven- tati/spaventanti. Dallo stesso studio è emersa, poi, una concordanza tra il modello dell’attaccamento materno e quello paterno che si ag- gira intorno al 58%.
Pertanto, alla luce dei contributi della letteratura esaminati finora, si può concludere che le evidenze empiriche siano pervenute a risultati contrastanti: in alcuni casi è stata evidenziata una debole associazione tra attaccamento e sensitivity paterna (Van IJzendoorn e De Wolff, 1997) e la presenza di una trasmissione intergenerazionale dell’attacca- mento mentre in altri la non significatività di tale trasmissione (Bernier e Miljokvitch, 2009; Miljokvitch et al., 2012). Tali risultati potrebbero indurre a ritenere che la sensitivity non sia il mediatore attraverso cui si realizza questo processo relativamente alla relazione padre-bambino (Grossmann, Grossmann e Zimmermann, 1999), ma che sia necessa- rio tenere presenti ulteriori variabili quali i modelli operativi interni rispetto alla relazione sentimentale attuale (Howard, 2010), la marital quality (Cowan, Cohn, Cowan e Pearson, 1996; Freeman et al., 2010; Lang, Schoppe-Sullivan, Kamp Dush e Kotila, 2013; Wong, Man- gelsdorf, Brown, Neff e Schoppe-Sullivan, 2009) e la qualità del copa- renting (Brown et al., 2010; Newland et al., 2008).
8 Scala utilizzata per valutare comportamenti d’interazione atipici nella relazione genitore-bambino negli episodi di riunione della SSP e in sedute di gioco strutturate. Consta di cinque dimensioni volte a valutare comportamenti atipici del caregiver, ov- vero: errori nella comunicazione affettiva, confusione di ruoli/confini, disorientamento/ paura, intrusività/negatività e comportamento di ritiro. La codifica si basa sulla va- lutazione del livello complessivo di comunicazione interrotta (su una scala da 1 a 7), sull’intensità e sulla frequenza dei comportamenti atipici manifestati nelle dimensioni descritte. Le classificazioni «interrotta» o «non-interrotta» sono assegnate in base al livello complessivo di comunicazione interrotta. Un punteggio da 1 a 4 caratterizza un’interazione «non-interrotta» e da 5 a 7 un’interazione «interrotta».
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7. SENSITIVITY PATERNA
Uno degli aspetti più evidenti emerso dalla letteratura è che le di- verse attitudini nel parenting, riscontrate tra madri e padri, siano im- putabili in parte ad aspetti biologici, soprattutto ormonali (Feldman, Gordon, Schneiderman, Weisman e Zagoory-Sharon, 2010; Schradin e Anzenberger, 1999)9, in parte ad aspetti psicologici.
Ben lungi dall’essere esclusivamente un fattore biologico, la sensiti- vity è chiaramente connessa ad aspetti psicologici, quali le esperienze di caregiving pregresse relative alla propria infanzia (Lucassen, Thar- ner, Van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, Volling, Verhulst, Lam- bregtse-Van den Berg e Tiemeier, 2011). Una nota meta-analisi (Van IJzendoorn e De Wolff, 1997), finalizzata a studiare l’associazione tra la sicurezza dell’attaccamento padre-bambino e la sensitivity paterna, ha rivelato un debole effect size di r = .13, considerando 8 studi, dato confermato anche da una meta-analisi recente (ibidem), mentre un effect size di r = .24, su un numero di 21 studi, per quanto riguarda l’associazione tra sicurezza dell’attaccamento madre-bambino e la sen- sitivity materna. Da studi precedenti emergono effetti separati dell’in- fluenza delle rappresentazioni dell’attaccamento materne10 (r=.50, N = 656) e paterne (r = .37, N = 198) sul modello dell’attaccamento del bambino, considerando sia la concordanza dei modelli dei geni- tori (r = .28, N = 226) sia la concordanza delle classificazioni dei bam- bini (r = .17, N = 950).
È stata avanzata l’ipotesi, inoltre, che i padri possano compensare il loro minore livello di sensitivity attraverso altri canali, ad esempio, attraverso l’influenza esercitata sull’attaccamento della madre e sulla sensitivity di quest’ultima (Steele et al., 1996).
9 La cura sensibile e responsiva che i padri mostrano sin dai primi giorni di vita dei loro figli, infatti, sembra supportata anche da evidenze ormonali. Secondo quanto evi- denziato da uno studio recente, condotto da Storey, Walsh, Quinton e Wynne-Edwards (2000), esiste un’associazione tra la responsività paterna ai segnali del bambino e la va- riazione nei livelli ormonali dei neo-padri. Un recente contributo (Gordon, Zagoory- Sharon, Leckman e Feldman, 2010) volto a indagare il ruolo svolto da due neuropep- tidi, prolattina e ossitocina, interessati nella formazione del legame madre bambino, ha evidenziato che, in particolar modo la prolattina, riveste un ruolo chiave anche nella neurofisiologia della paternità. Esaminando le interazioni di gioco di 43 neo-padri con il loro primogenito al secondo e al sesto mese dalla nascita, prelevando dei campioni di plasma paterno, i ricercatori hanno riscontrato un incremento nei livelli di prolattina dei neo-padri in relazione al gioco, mentre di ossitocina nella sincronizzazione affettiva, similmente a quanto si verifica nella maternità. L’ipotesi che alla base del parenting ma- terno e paterno siano coinvolti gli stessi ormoni, in particolar modo la prolattina, tut- tora è la più accreditata (Wynne-Edwards, 2001).
10 Mentre la sensitivity materna, seppur con una piccola percentuale di varianza non spiegata, definita transmission gap, è considerata il precursore della sicurezza dell’attaccamento madre-bambino, pochi sono i contributi relativi all’attaccamento pa- dre-bambino.
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Tuttavia, di recente, la ricerca sull’attaccamento ha confermato che i padri capaci di descrivere relazioni positive con i propri genitori, improntate alla sicurezza e alla cura, sono più sensibili e coinvolti di quelli con minori esperienze positive (Bretherton et al., 2005; Cowan et al., 1996). Inoltre, sembrerebbe che il benessere da loro perce- pito sia un aspetto che contribuisca alla sensitivity dal momento che, come alcuni studi suggeriscono, i padri depressi sono meno intrusivi (McElwain e Volling, 1999) e molto più interattivi con i loro bambini, se paragonati alle madri affette dalla stessa sintomatologia.
La sensitivity paterna, infatti, diviene particolarmente evidente nei casi in cui la madre è affetta da un disturbo psicopatologico, come la depressione post-natale, fungendo da fattore protettivo in tale conte- sto (Baldoni, 2012; Baldoni, Baldaro e Benassi, 2009; Hossain et al., 1994).
Al contrario, un recente studio longitudinale condotto su 125 fa- miglie per verificare se esiti di sviluppo negativi connessi a comporta- menti spaventanti paterni fossero mitigati dalla sensitivity, ha eviden- ziato quanto un’esperienza di caregiving insensibile e spaventante per l’irrisoluzione da lutto o trauma del padre (Hazen et al., 2010), risulti essere predittiva di problemi di regolazione emotiva ad un anno di vita del bambino e di problemi attentivi a 7 anni. Tali risultati evi- denziano come la sensitivity paterna mitighi l’impatto negativo di un comportamento spaventante per i padri ma non per le madri, per le quali entra in conflitto sia con la funzione di caregiving sia con la fun- zione di base sicura.
Alcuni recenti studi hanno evidenziato che il calore e la sensitivity paterna, indipendentemente dal calore e dalla sensitivity materna, cor- relino in modo univoco con la sicurezza dell’attaccamento (Richaud de Minzi, 2010), al contrario della scarsa sensitivity genitoriale, che ri- sulta associata a livelli elevati di evitamento e problemi comportamen- tali (Cummings, George, Koss e Davies, 2013; George, Cummings e Davies, 2010). A supporto di ciò anche un altro studio (NICHD, 2004) ha evidenziato quanto la sensitivity paterna osservata a 4 anni e mezzo di età predica significativamente la percezione che le inse- gnanti hanno del livello di problemi comportamentali di bambini in età scolare, della competenza sociale e della qualità della relazione che instaurano con loro oltre e aldilà della sensitivity materna e indi- pendentemente dal genere.
Inoltre, in uno studio longitudinale (Grossmann et al., 2002) che ha interessato un campione di 44 famiglie di cui è stata valutata la rappresentazione dell’attaccamento a 6, 10 e 16 anni è emerso quanto la sensitivity paterna, a differenza di quella materna, intesa come sup- porto e opportunità di sfida nel gioco, risulti essere predittiva delle rappresentazioni dell’attaccamento in adolescenza più di quanto non
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lo sia la sicurezza dell’attaccamento nella relazione padre-bambino nell’infanzia. La sensitivity nel gioco sembra essere una caratteristica del sistema dell’attaccamento padre-bambino così come lo è la sensi- tivity nel caregiving per quanto riguarda la relazione madre-bambino, dove il sistema dell’attaccamento è concepito come l’equilibrio tra i comportamenti d’attaccamento e quelli di esplorazione. Pertanto, se- condo i contributi esaminati, si potrebbe concludere che la sensitivity di per sé non spieghi del tutto esaustivamente la differenza indivi- duale nella sicurezza dell’attaccamento alla madre e al padre.
È probabile che ulteriori caratteristiche individuali paterne, come il parenting e il coinvolgimento nel caregiving (Newland et al., 2008), insieme a caratteristiche familiari contestuali, come il coparenting, pos- sano risultare utili per spiegare la proporzione di varianza relativa a diversi aspetti dell’adattamento del bambino oltre gli effetti della va- rianza spiegata dalla sensitivity (Brown et al., 2010).
8. CONCLUSIONI
La letteratura esaminata in questa rassegna si è focalizzata su- gli aspetti più rilevanti con cui la teoria dell’attaccamento ha consi- derato, da un ventennio a questa parte, il peso della figura paterna nello sviluppo del bambino. Infatti, per comprendere l’unicità di tale contributo, secondo quanto emerso anche dalle evidenze empiriche brevemente riproposte in questa sede, è comunque opportuno esa- minare il contesto familiare allargato ed in particolar modo il ruolo di «gatekeeping»11 materno (Allen e Hawkins, 1999; Attili, Vermigli e Roazzi, 2012; Cassibba, 2003; Van IJzendoorn e De Wolff, 1997).
11 Per «maternal gatekeeping», in senso stretto, s’intende l’insieme di credenze e comportamenti che inibiscono l’apporto di collaborazione da parte dei padri nella ge- stione di aspetti domestici e nella crescita dei figli, dovuta all’adozione di un compor- tamento limitante da parte delle madri. Tale definizione, coniata da Allen e Hawkins (1999), si declina in tre dimensioni: la riluttanza da parte delle madri nel delegare la re- sponsabilità della gestione domestica e familiare, determinata dall’adesione a stereotipi definiti relativi alla gestione dell’ambiente domestico e alla crescita dei figli, un’identità dipendente dalla conferma altrui di come vengono allevati i figli e di come ci si prende cura della gestione della casa e la convinzione che i lavori domestici appartengano alla sfera femminile e che per le donne sia più facile prendersi cura dei figli e occuparsi della gestione familiare. Gli Autori sottolineano comunque che, sebbene per le donne sia possibile non riuscire a delegare la responsabilità domestica e la cura dei figli, per- ché i mariti potrebbero essere o sono in realtà poco competenti, oppure oppongono resistenza allo svolgimento di tali compiti, in alcuni casi esse sperimentano una sorta di ambivalenza verso la partecipazione dei loro partner. Infatti, se da un lato li vorrebbero partecipi e collaborativi e sperimentano sollievo quando ciò accade, dall’altro si sen- tono in colpa per aver delegato. Tale ambivalenza rispetto al coinvolgimento paterno è necessaria a mantenere il «gate» del territorio domestico chiuso o aperto, a seconda delle circostanze.
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Secondo tale accezione, il contributo paterno nella relazione d’attac- camento con il bambino è unico e predittivo degli esiti di sviluppo in presenza della funzione di convalida di tale ruolo operata dalla figura materna12.
Sebbene parte della letteratura sull’attaccamento abbia sostenuto la tesi secondo la quale i modelli educativi adottati dai due geni- tori siano simili e contribuiscano a determinare la concordanza delle rappresentazioni dell’attaccamento del bambino alla madre e al pa- dre (Fox, Kimmerly e Schafer, 1991; Steele et al., 1996), confluendo dunque in un modello unitario, un numero consistente di studi ha, al contrario, evidenziato che il parenting materno e paterno differiscono (Barnett, Deng, Mills-Koonce, Willoughby e Cox, 2008), e pertanto potrebbero concorrere diversamente allo sviluppo della sicurezza dell’attaccamento (Volling e Belsky, 1992).
Tuttavia, il modo in cui la relazione d’attaccamento madre-bam- bino/padre-bambino contribuiscano a determinare tali esiti, oltre l’età prescolare, resta ancora piuttosto oscuro. Infatti, a paragone con gli innumerevoli contributi che hanno preso in esame la relazione d’at- taccamento madre-bambino, esigui sono quelli che hanno esaminato gli effetti di specifiche dimensioni del comportamento di cura paterno sull’attaccamento infantile, la maggior parte dei quali sono stati presi in esame in questa rassegna (Belsky, 1996; Grossmann et al., 2002).
Dall’analisi di tali studi, pertanto, sono emersi diversi aspetti sui quali la ricerca futura potrà fornire ulteriori spiegazioni. In primo luogo, per quanto riguarda la via d’influenza della relazione d’attac- camento padre-bambino (diretta o indiretta) rispetto all’attaccamento dello stesso, nonché i meccanismi coinvolti, poco definiti e svariati sembrano essere i precursori (Van IJzendoorn, 1995), mentre un set noto di variabili, tra cui la sensitivity materna e la funzione riflessiva, è accreditato come promotore della sicurezza nella relazione madre- bambino. Sebbene in passato l’associazione tra la sensitivity paterna e l’attaccamento infantile fosse risultata modesta (Van IJzendoorn e De Wolff, 1997), la recente letteratura sul tema, al contrario, ha eviden- ziato, in alcuni casi, che la sensitivity correla con la sicurezza dell’at- taccamento (George et al., 2010; Lamb e Tamis-Lemonda, 2004; Ri- chaud de Minzi, 2010), indipendentemente dal contributo materno (NICHD, 2004).
12 Nel corso degli ultimi anni la definizione di «maternal gatekeeping» è stata no- tevolmente messa in discussione da alcuni Autori (Schoppe-Sullivan, Brown, Cannon, Mangelsdorf e Sokolowski, 2008; Walker e McGraw, 2000) perché, nell’enfatizzare l’ambivalenza materna, rischia di minimizzare la responsabilità paterna, trascurando il ruolo attivo dei padri nell’opporre resistenza al coinvolgimento e di stigmatizzare, al tempo stesso, le madri, le quali possono svolgere davvero un ruolo facilitante rispetto al coinvolgimento dei padri nel parenting e nel coparenting.
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Questo dato, ovvero l’associazione tra la sensitivity paterna e l’at- taccamento, diviene più evidente nel contesto di attività ludiche sti- molanti, come i giochi del tipo «azzuffata» (Goosens e Van IJzendo- orn, 1990; Grossmann et al., 2008), a riprova del fatto che il mecca- nismo mediatore tra il comportamento paterno e l’attaccamento del bambino differisca per madri e padri e pertanto necessiti di strumenti adeguati a coglierne la peculiarità (Grossman et al., 2002) in conte- sti differenti (Simonelli, Moretti, Penta e Maffeis 2012). La sensitivity, infatti, non può essere utilizzata in modo riduzionistico come misura dell’attaccamento. La sicurezza dell’attaccamento in senso lato, infatti, può essere intesa come «sicurezza psicologica», inclusiva sia della sicu- rezza dell’attaccamento sia della sicurezza dell’esplorazione, alla quale la madre e il padre apportano il proprio contributo, seppur in modo diverso (conforto vs. gioco, esplorazione) (Grossmann et al., 2008).
Un altro aspetto da evidenziare è che la letteratura tuttora dispo- nibile si limita all’età prescolare ed esigui sono i contributi che hanno preso in esame la relazione d’attaccamento padre-bambino nell’età scolare, quando tale figura diventa più coinvolta, più presente e di conseguenza potrebbe avere (Kochanska e Kim, 2013; Newland et al., 2008) anche un peso più influente rispetto ad alcuni domini di svi- luppo (Verissimo et al., 2011; Verschueren e Marcoen, 1999), mentre la relazione d’attaccamento madre-bambino, rispetto a quella padre- bambino, sembrerebbe avere maggiore influenza rispetto ad altri esiti di sviluppo limitatamente ai primi anni di vita (Main et al., 1985).
Inoltre, a supporto della riconosciuta unicità del contributo pa- terno allo sviluppo del bambino, è emerso quanto la figura paterna rappresenti un fattore protettivo là dove la relazione con la madre è compromessa da disturbi psicopatologici o in presenza d’insicurezza dell’attaccamento (Goodsell e Meldrum, 2010). Pertanto, in questi casi, il padre potrebbe costituire una valida risorsa sulla quale inve- stire nei trattamenti terapeutici della diade e dell’intero nucleo fami- liare (Roggman, Boyce, Cook e Cook, 2002).
L’analisi della letteratura sul tema stimola, infine, la formulazione di molteplici considerazioni di carattere metodologico, che in parte giustificano il ritardo con cui la ricerca si è apprestata a considerare la figura paterna, in parte, rappresentano punti di partenza per la ri- cerca futura. Nonostante i numerosi studi correlazionali condotti ne- gli ultimi anni non permettano di formulare alcuna considerazione di tipo causale e gli studi longitudinali siano esigui per la difficoltà a coinvolgere i padri in disegni di ricerca impegnativi, non si deve com- mettere l’errore di adottare una metodologia «poco sensibile», presa in prestito dagli studi coinvolgenti le madri, per valutare la relazione d’attaccamento padre-bambino. Invece, si può pensare di utilizzare come parametro il coinvolgimento paterno nell’ambito di attività di
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gioco competitivo, ovvero la sensitivity nel gioco, al posto della sen- sitivity nel caregiving (Grossmann et al., 2002, 2008; Paquette, 2004).
Il ritardo con cui la letteratura scientifica si è apprestata a colmare quello che Lamb ha definito «il contributo dimenticato allo sviluppo del bambino» (Kotelchuck, 1976; Attili, 2001; Lamb, 2010) potrebbe essere imputabile all’avvicendarsi di diversi modelli teorici con cui si è maggiormente definita e delineata la specificità del ruolo paterno e la sua funzione non solo «compensativa» ma anche «trasformativa» ri- spetto alla figura materna.
Da un decennio a questa parte, pertanto, (Grossmann et al., 2002, 2008) si è sentita la necessità di impiegare metodologie di valutazione dell’attaccamento al padre che rendessero ragione della sua «unicità» e al tempo stesso della sua complementarietà rispetto alla figura ma- terna (Cabrera et al., 2007; Freeman et al., 2010; Grossmann et al., 2008). Diverse critiche, infatti, sono state avanzate nei confronti della metodologia impiegata fino a qualche anno fa.
Se da un lato i self-report hanno avuto i limiti di indagare aspetti del comportamento potenzialmente soggetti a desiderabilità sociale, oltre ad essere spesso compilati dalle partner (Belsky et al., 2005; Tamis-LeMonda et al., 2004), metodi come la SSP, ampiamente uti- lizzati per valutare la relazione d’attaccamento madre-bambino, non sono sembrati adeguati per indagare la qualità della relazione padre- bambino perché enfatizzano solo la risposta alla separazione (Gros- smann et al., 2002). In realtà da diversi studi è emerso che quanto più i padri sono coinvolti nella vita dei loro bambini, tanto più breve e meno evidente risultava essere la protesta di questi ultimi alla separazione (Kotelchuck, 1976; Spelke, Zelazo, Kagan e Kotel- chuck, 1973), parametro di valutazione dell’attaccamento su cui si basa la SS.
La sensitivity paterna (Belsky, 1983), pertanto, è un indicatore in- sufficiente nel predire la sicurezza dell’attaccamento (Van IJzendoorn e De Wolff, 1997), stando al debole effect size riscontrato relativa- mente alla potere predittivo della sicurezza dell’attaccamento al padre rispetto allo sviluppo sociale ed emotivo (Main e Weston, 1981; Suess et al., 1992; Volling e Belsky, 1992). Grossmann et al. (2002, 2008) suggeriscono, infatti, che la qualità e il potere predittivo della rela- zione padre-bambino, madre-bambino deriva da diverse esperienze so- ciali precoci e di conseguenza dovrebbe essere valutata diversamente.
Una serie di recenti studi attestano che, mentre le madri sono più sensibili e responsive nella sintonizzazione affettiva rispetto al pianto e al distress dei bambini, i padri sono più abili nel sintonizzarsi sulla motivazione degli stessi ad esplorare, intraprendendo giochi rischiosi ed emotivamente attivanti (Bretherton et al., 2005; Grossmann et al., 2008; Newland et al., 2008; Paquette, 2004).
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Attualmente, pertanto, la metodologia più impiegata nelle ricer- che sulla relazione d’attaccamento padre-bambino sembra predili- gere l’analisi dell’osservazione dell’interazione diadica e triadica, dove il gioco interattivo e sensibile, che è anche una componente saliente della relazione d’attaccamento e le dinamiche interattive di coregola- zione (Simonelli e Bighin, 2012), sono parametri da tenere in grande considerazione (Grossmann et al., 2002; Tambelli et al., 2008). Una procedura sperimentale come la SSP enfatizzerebbe di più la sensi- bilità e la capacità di conforto, mentre le osservazioni naturalistiche potrebbero cogliere maggiormente il ruolo del padre che, nelle situa- zioni di gioco, fornisce sicurezza nel contesto di «un’eccitazione moni- torata e controllata» (Grossmann et al., 2008) attraverso un supporto sensibile e impegnato quando il sistema esplorativo del bambino è at- tivato (Simonelli et al., 2012).
È possibile, infatti, che la sensitivity nel gioco sia parte integrante del sistema dell’attaccamento padre-bambino così come lo è la sensiti- vity nel caregiving della relazione d’attaccamento madre-bambino, ap- propriatamente valutata con la SS.
Nella prospettiva «transazionale» adottata negli ultimi anni è chiaro come l’attaccamento non possa essere l’unica variabile da pren- dere in considerazione, o meglio, come non possa essere considerato indipendentemente da altre caratteristiche proprie del bambino e del genitore, oltre che contestuali.
Nella reciproca influenza che padre-bambino esercitano l’uno sull’altro, non si può non considerare sia le caratteristiche tempera- mentali (Fox et al., 1991) del bambino sia le percezioni che il geni- tore ha dello stesso (Steele et al., 1996), che possono incidere negati- vamente sul coinvolgimento nella relazione con notevoli ripercussioni sulla gamma di stimolazioni alle quali i bambini sono esposti (Mes- sina e Zavattini, 2014). Tale rassegna presenta il limite di non esau- rire completamente il dibattito sulle molteplici sfaccettature della re- lazione d’attaccamento padre bambino né tantomeno sul suo inseri- mento in un contesto più ampio quale il contesto familiare (Belsky e Fearon, 2008; Cowan e Cowan, 2006), tematiche sulle quali sono stati condotti numerosi studi (Barnett et al., 2008) finalizzati a capire come l’aspetto coniugale e quello parentale (Allen e Hawkins, 1999; Coyl-Shepherd e Newland, 2013, Velotti, Di Folco e Zavattini, 2013) si intersechino in una dinamica triangolare che considera la trasmis- sione della sicurezza/insicurezza in senso lato (Fivaz Depeursinge e Corboz-Warnery, 1999). Tuttavia, per la vastità dei contributi pre- senti in letteratura e per la molteplicità e la complessità delle varia- bili da tenere in considerazione, si è preferito mantenere il focus solo sulla relazione d’attaccamento padre-bambino, rispetto alla quale si riscontrano ancora pochi contributi riepilogativi dello stato dell’arte
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limitatamente al panorama scientifico italiano, tralasciando, così, le possibili interconnessioni con il funzionamento familiare, oppure con la relazione di coppia o con il coparenting. In una prospettiva futura, infatti, sarebbe opportuno indagare, la tipologia dei vari matching dei partner e successivamente il significato trasformativo che i M.O.I. di un partner può avere sull’altro e viceversa, poiché la soddisfazione coniugale risulta essere predittiva della relazione genitore-bambino e degli esiti di sviluppo di quest’ultimo, ben oltre la sensitivity genito- riale. Ulteriori aspetti, non meno degni di attenzione per la ricerca futura sul tema sono, inoltre, rappresentati dallo status socio-eco- nomico e dalle potenziali variabili psicopatologiche paterne che, in qualità di fattori distali (Belsky e Fearon, 2008), potrebbero poten- zialmente influire sulla relazione, per via indiretta, ovvero attraverso la qualità della relazione di coppia (Castellano, Velotti, Crowell e Zavattini, 2014; Wong et al., 2009), attraverso il coparenting e attra- verso la sensitivity materna; mentre, per via diretta, attraverso le rap- presentazioni dell’attaccamento (Velotti, Castellano e Zavattini, 2011), le credenze paterne circa il parenting (Baiocco et al., 2010), il coin- volgimento e il gioco. Inoltre, nel tentativo di seguire i cambiamenti socioculturali verificatisi da qualche anno a questa parte, che hanno comportato delle rivisitazioni nella struttura familiare nucleare, allar- gando a poco a poco la sfera di interesse alle famiglie monogenitoriali (Miljkovitch et al., 2012) e alle coppie omosessuali, sarebbe oppor- tuno rivolgere l’attenzione a come la relazione padre-bambino si ca- ratterizza in tali contesti familiari differenti da quelli tradizionalmente studiati finora.
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[Ricevuta il 24 luglio 2013] [Accettata il 2 febbraio 2014]
Father-child attachment relationship: a review of the literature
Summary. This review article aims to present the state of the art regarding father-child attachment relationship in early infancy and middle childhood. We will examine the literature about: 1) father as an attachment figure; 2) attachment to father as predic- tive of children’s developmental outcomes; 3) concordance/discordance of attachment representations to mother/father with respect to developmental outcomes; 4) play in father-child «activation relationship»; 5) the intergenerational transmission of attach- ment and, finally, 6) paternal sensitivity. Based on the review of extant literature, we found that: father is an important attachment figure and the father-child attachment predicts some development outcomes; in presence of discordance of attachment rep- resentations, attachment to father acts a «buffer» against negative developmental out- comes, while, in case of concordance, it promotes positive ones; play is embedded in father-child attachment relationship and it promotes emotion regulation; intergenera- tional transmission of attachment happens later on in the development; lastly, sensitiv- ity in play is a parameter that ought to be considered in future assessments of father- child attachment relationship. This review outlines the distinctiveness of father-child attachment relationship and its direct/indirect effects on child development but, most of all, the necessity to develop a specific theoretical and methodological framework to conceptualize it.
Keywords: attachment, father, intergenerational transmission, sensitivity, play.
La corrispondenza va inviata a Simona Di Folco, Dipartimento di Psicologia Dina- mica e Clinica, Sapienza Università di Roma, Via degli Apuli 1, 00185 Roma. E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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