I dilemmi della psichiatria territoriale.

Mario Rossi Monti

Per la psichiatria comunitaria vale probabilmente ciò che Churchill diceva della democrazia: è un pessimo sistema di governo, ma certamente migliore di tutti gli altri. Ogni volta che si parla di democrazia è bene ricordare quanto labile è il confine che separa questa instabile e precaria forma di governo dal totalitarismo: il grande vantaggio della nostra società - ha scritto Isaiah Berlin (1969) - è di accettare maggiormente uno stato imperfetto delle cose. Nei sistemi totalitari invece si crede alla soluzione definitiva e totale dei problemi e ciò conduce inevitabilmente alla tragedia.

Allo stesso modo, nel dibattere i pr oblemi incontrati dalla psichiatria comunitaria è opportuno tenere presente la storia dal quale questo modello è emerso e tentare, attraverso quello scatto gestaltico che caratterizza la percezione delle figure ambigue, di mettere di tanto in tanto a fuoco lo sfondo su cui questa figura si è inscritta. Il modello della assistenza psichiatrica manicomiale allora, anche se in una versione che ne rappresenta certamente una ipersemplificazione, torna così attuale.

Torna alla mente anche il fatto che più di 20.000 persone vivono a tutt'oggi ancora nei ruderi manicomiali ed hanno, soprattutto in alcune regioni, poco o nulla risentito del cambiamento del modello di assistenza operato dal 1978 in poi. E' stato calcolato che, se i tassi di dimissione e di mortalità seguiranno un andamento costante, questo problema ci accompagnerà fino al 2007 (Crepet,1989, 1992). La "attualità" dell'ospedale psichiatrico sembra tuttavia caduta nel dimenticatoio ed il manicomio, come un utensile preistorico, è entrato a far parte del «retrobottega della psichiatria» (Jablensky,1982): ciò è tanto più grave in quanto una disciplina che non sa prendersi cura dei suoi errori o dei danni che ha causato rivela un basso grado di maturazione e di
responsabilità sociale.

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