Varchi - tracce per la psicoanalisi

Varchi n.18 anno 2018  
semestrale del Ruolo Terapeutico di Genova

stranieri

percezione dell'altro
e diritti inviolabili

 

EDITORIALE

Questo numero è dedicato al tema dello straniero.
Varchi ha sempre sostenuto la necessità di osservare e riflettere sulle problematiche sociali dell’oggi, su come sono percepite e su come sono trattate, a partire da quanto emerge nella nostra città.
I pensieri e le esperienze riportati negli articoli, molto diversi tra loro, hanno in comune lo sforzo e la responsabilità soggettiva degli autori di rapportarsi con umiltà e competenza ad una questione molto complessa senza nessuna pretesa di esaurire la questione, anzi ogni articolo potrebbe dar vita ad un nuovo dibattito.
Diamo quindi merito a chi ha scritto proprio perché nella tendenza attuale prevale il bisogno di liquidare la faccenda con argomentazioni superficiali, che si rifanno alla dicotomia bene/male, affermando in questo modo le posizioni culturali dominanti nella società.
Come se fosse unicamente un problema di carattere morale e non un fatto da governare e gestire per il benessere comune.
Ed è così che lo straniero entra in categorie già definite, vittima o criminale, e la realtà concepita è quella immaginata e non quella data.
Gli studiosi e gli operatori, compresi quelli che hanno collaborato a questo numero, che con l’accresciuta presenza degli stranieri nel nostro paese e nella nostra città si misurano nel lavoro quotidiano, sembrano non incidere sul vissuto della gente.
Troppi mondi chiusi, che non trovano una strada per coinvolgere nel dibattito e nella gestione dei problemi la gente comune.
La percezione concreta della presenza dello straniero per lo più si limita a quei momenti in cui capita di essere interrotti fastidiosamente in una conversazione da chi chiede elemosina o cerca di vendere chincaglierie.
I politici, tutti, sembrano essere impegnati a trovare le migliori strategie per liquidare il problema.
Che è, poi, lo stesso messaggio veicolato dai media: liquidare il problema per essere liberi di dedicarsi ad altro.
E intanto qualcuno, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, mette in atto la liquidazione alla lettera, sparando e uccidendo.
Nelle pagine di questo numero compare spesso lo straniero con tanto di nome: Sophie, Peace, il dott. Alì e il mediatore Jalal e il meticcio K. ci coinvolgono nelle loro storie e mettono a nudo noi stessi.
In un articolo si parla di una ragazzina spaventata/spaventante senza nome: il suo nome è uguale al nostro, potremmo chiamarla Follia, perché l’irrazionale e il non senso ci accomuna a lei.
Basta un nome, un contatto, l’accettazione di una relazione e “la dolce indifferenza del mondo” si rompe e nello stesso tempo “l’insensatezza del mondo” di cui parlava Camus si svela ai nostri occhi.
E come sempre è dal carcere e dalla psichiatria che si risale ad una conoscenza più profonda e più veritiera di cosa siamo noi e cosa sono loro.
Qui si scopre che quel che vale per uno è dannoso per un altro, la presenza del mediatore in un caso sembra risolutiva in un altro per nulla, oppure si scopre che gli strumenti di mediazione, come la pittura, superano le difficoltà della lingua. Potremmo azzardarci a riconoscere le nostre arretratezze, la nostra mancanza di creatività e di capacità di elaborare risposte nuove a bisogni e desideri antichi.
“Vorrei una vita” dice “un sopravvissuto” davanti al suo avvocato; motiva così alle autorità competenti la sua richiesta di asilo e la sua odissea.
E inizierà da lì una nuova odissea, un viaggio nelle contraddizioni delle nostre leggi, delle nostre istituzioni e della nostra gente per il suo diritto alla vita. Un viaggio che per qualcuno finisce in carcere, per qualcuno in psichiatria. Qualcuno scappa, qualcuno finisce nelle mani di chi sa chi…
E questa è la fine di molti minorenni che fuggono perché vogliono raggiungere qualcuno di conosciuto. Le tentano tutte. A volte sbagliano e finiscono nelle mani dell’Orco che credevano di aver ormai sconfitto.
Per qualcuno sarà doppia assenza per molto tempo, doppia mancanza di appartenenza, non è più uno del paese da cui è arrivato e non è ancora uno di noi, forse non lo sarà mai.
Altri cercano rifugio nella magia o nella follia per un’inconciliabile doppia presenza, il legame con le origini della madre e il legame con le origini del padre: essere meticcio. Così come può diventare inconciliabile il passato con il presente o il presente con il futuro. Persone che vivono nella sensazione di appartenere a un non luogo senza casa, famiglia, risorse. Spaventati e spaventanti.
Eh già l’altro da sé è una minaccia!
Sulle prime è sempre così ma a volte, poco dopo, la minaccia si trasforma in opportunità. Cosi ci racconta il nostro straniero antropologo bianco in Benin.Lo straniero è una minaccia per qualcuno e un’opportunità per qualcun altro in Benin!
Con sarcasmo dobbiamo costatare che anche qui da noi è così: gli stranieri neri in Puglia sono un’opportunità per i lavori sottopagati nei campi e gli stranieri che a Genova vivono ammassati in scantinati affittati a loro dal genovese sono ancora un’opportunità per facili guadagni.
Siamo tutti vulnerabili perché, come dice Zoja, il male è asimmetrico sul bene, “l’impulso distruttivo si comunica in un attimo mentre la solidarietà diventa un discorso più astratto e culturale, che richiede un dibattito e non un’emozione istantanea e immediata”.

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