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Narcisismo: dimensioni relazionali, cliniche e sociali - Varchi n. 9

di Mauro Fornaro*

Ratio del seminario

La nozione di narcisismo si è notevolmente inflazionata in questi ultimi decenni: al giorno d'oggi non sempre è inteso come modalità patologica, anzi un po' di “sano” narcisismo non guasta; il che accade, curiosamente, al tempo stesso in cui la clinica psicoterapica rileva un incremento di disturbi narcisistici di personalità in luogo delle classiche nevrosi.

Nella polis e nelle organizzazioni lavorative, poi, sono state individuate e stigmatizzate modalità narcisistiche di conduzione da parte dei leader, mentre i sociologi a partire da Lasch insistono sui tratti narcisistici dell'uomo “post-moderno”, per altri versi affetto da straordinarie fragilità e insicurezze.

Dal canto suo l'elaborazione teorica ha enfatizzato oscillazioni e ambiguità già presenti nel pensiero freudiano, disperdendosi però in rivoli divaricanti. Dunque, un break di riflessioni sulle potenzialità e sui limiti di questo “costrutto” si impone, tanto più che lo psicoterapeuta non può dirsene fuori nell'esercizio della sua stessa attività.

  1. Narcisismo nella clinica e nelle teorie

    Lo stato dell’arte – La nozione di narcisismo, con per altro tante altre in psicologia clinica e psicoanalisi, è caratterizzata da un alto tasso di polisemia e specie in questi ultimi tempi l’area semantica cui applicare il concetto di narcisismo pare essersi ulteriormente ampliata. Una responsabilità di questa tendenza va attribuita già a Freud, che dall’originario significato di perversione sessuale, ereditato dalla psicopatologia della sessualità di fine Ottocento, ha applicato la definizione di narcisismo a una gamma viepiù ampia di fenomeni; non solo, ma nel corso della sua lunga opera ha pure variato la spiegazione teorica del narcisismo e inoltre la sua collocazione nelle tappe dello sviluppo infantile.

     Il che segnatamente accade quando Freud cambia la collocazione del cosiddetto narcisismo: primario in una prima versione è una fase transitoria nel corso dello sviluppo infantile, successiva allo stato frammentato proprio delle pulsioni parziali o autoerotiche, e consiste nell'investimento del proprio corpo come un che di unitario, condizione a sua volta per passare all’investimento del corpo-persona altrui in toto, richiesto dalla fase edipica.

   Nella seconda topica della psiche, quella inaugurata con Al di là del principio di piacere (1920), Freud intenderà invece il narcisismo primario come uno stato anoggettuale, in cui cioè tutta la libido è raccolta nell’Es (meglio diremmo nell’organismo): non c’è rapporto con l’esterno e prototipi ne sono la fase intrauterina e il sonno.

   Considerando, dopo Freud, la ormai lunga storia di questo concetto e le declinazioni che di esso sono state date nelle numerose correnti interne ed esterne alla tradizione psicoanalitica, occorre ricavare la seguente conclusione: non esiste la definizione “vera“ e tanto mena la spiegazione “vera” del narcisismo, bensì esso appare un costrutto funzionale alle diverse concezioni complessive della psichicità e della relazionalità. È dunque opportuno seguire alcune di queste soluzioni: ripercorrerò quelle che a me appaiono più interessanti. Non si tratta in fin dei conti di fare dell’eclettismo, se si passa talora da una concezione all’altra del narcisismo; ma dato il carattere euristico che alla fin fine devono avere classificazioni e spiegazioni in ambito psicopatologico, risulta produttivo vedere di volta in volta e comparativamente la maggior fecondità dell’una rispetto all’altra.

 

1.1. Fenomenologia clinica del narcisismo

   Qualche premessa sui criteri di classificazione – Il “Disturbo narcisistico di personalità” nel DSM è categoria che presenta limiti specifici, oltre a quelli in generale del DSM, tant’è che nella bozza preparatoria presentata nel 2010 del DSM 5 s’era pensato di toglierlo (è stata poi fatta marcia indietro a seguito delle numerose proteste). Contro una concezione del narcisismo come categoria psicopatologica a se stante e ben delimitata, c’è il fatto che troppi aspetti narcisistici si trovano in altri quadri patologici, a partire dalle psicosi; inoltre, data la diffusione a quanto pare accresciuta di tratti narcisistici nella popolazione, il disturbo si è come normalizzato. Del resto il DSM, al pari di ogni altra classificazione nosografica, è strumento che va utilizzato da parte del clinico al più come ipotesi di lavoro, non come inquadramento esaustivo delle persone (sì che nota la classe, si saprebbe tutto o quasi della persona inclusa in quella classe). Piuttosto l’elemento nomotetico, cioè la classe generale di una data sindrome, va duttilmente coniugato con l’elemento idiografico, cioè la storia e le caratteristiche specifiche di quella concreta persona.

   Comunque, a mio parere, è bene procedere per tratti - uso in senso generico l’espressione “tratti” - piuttosto che invocare categorie univocamente delimitate, perché manca un’unità, un nucleo unificante al di là dei vari sintomi del Disturbo narcisistico, sul quale nucleo i ricercatori ampiamente possano convergere, come invece avviene in medicina. Per es. nel caso del colera vi sono sintomi comuni con la dissenteria, ma poi sono risolti in una sindrome ben delimitata grazie a un’unità eziologica alla base dei sintomi, nella fattispecie la presenza del vibrione del colera; non così, invece, nelle classificazioni psicopatologiche. I tratti che qualifichiamo di narcisismo possono essere presenti, molti ma non tutti in una data persona, taluni tratti narcisistici poi possono rilevarsi anche in soggetti nel complesso normali e in maniera significativa pure in patologie non tipicamente narcisistiche. Pertanto, i soggetti che riteniamo affetti da un disturbo narcisistico di personalità sono individuabili non solo per via della compresenza in essi di vari tratti narcisistici, ma anche solamente per la particolare enfasi di qualche tratto; inoltre questi tratti sono in qualche modo tra di loro connessi, così da costituire un idealtipo, o prototipo, sia pur elastico e dai confini fluidi.

   Rispetto a questo prototipo appreso o dalla letteratura o da nostra precedente esperienza, siamo portati in seduta a comparare il caso concreto che abbiamo davanti: almeno così io procedo mentalmente, cioè per analogia con qualche caso tipico già conosciuto, più che non per deduzione da un’astratta categoria nosografica. Dunque è la intensità dei tratti e una certa connessione tra di essi, che distingue i tratti di cui parlo rispetto ai meri (nove) item del disturbo narcisistico secondo il DSM. Nel DSM, infatti, gli item sono posti tutti al medesimo livello: sono oggetto di una mera valutazione quantitativa (almeno 5 su 9, senza una scala di priorità) e di una mera giustapposizione (quasi come se la personalità non fosse che una sommatoria di elementi discreti, sempre uguali a se stessi, a prescindere dal contesto globale in cui si trovano).             

   Non lontano dalla classificazione SWAP (Shedler-Westen Assessment Procedure)[1] – che mi convince più di altre perché lavora lungo dei continuum dalla normalità alla patologia piuttosto che su classi o categorie rigide – individuerei agli estremi di un medesimo continuum due prototipi di narcisismo: a) narcisismo grandioso; b) narcisismo fragile. In comune hanno il fatto che sono disturbi che si collocano entrambi sull'asse della regolazione dell'autostima (da un estremo di eccesso a uno di difetto, con oscillazioni che per altro possono trovarsi nella stessa persona). In altri termini, il tallone d’Achille di questi soggetti riguarda la questione dell'immagine di sé e del riconoscimento atteso da altri. Ripropongo questi due prototipi con qualche mia aggiunta o variazione anche perché, al di là delle diverse denominazioni, su di essi convergono ricercatori di diversa provenienza: il che è un indizio di qualcosa di valido.

  1. Narcisismo grandioso, da eccesso, o via alta del narcisismo, o narcisismo overt (chiaro). Il soggetto si attende la conferma di sé, come ovvia e naturale conseguenza del suo sentirsi eccellente, superiore; tutto è lui dovuto, gli altri debbono a lui inchinarsi: è proprio di personaggi che danno per scontato che devono essere seguiti e ammirati per le loro grandi qualità e alcuni di essi possono effettivamente essere dotati di qualità fisiche, intellettuali ecc., superiori alla media. Si sentono invincibili, anche di fronte alle avversità; nutrono fantasie di strepitoso successo; non sbagliano mai, non accettano le critiche: le colpe, se ci sono errori o disfunzioni, sono degli altri. Incapaci di capire i bisogni degli altri, hanno scarsa empatia, non sono capaci di relazioni paritetiche (in fondo sono soli, in quanto ammirati da persone che loro sentono comunque inferiori).

 

Sono rintracciabili due sottotipi:

a1. narcisismo nella forma escludente l’altro o narcisismo “maligno” (Kernberg), spesso compensatorio di forti frustrazioni e umiliazioni (v’è molto spirito di rivalsa). “Io sono tutto e gli altri valgono nulla”, potrebbe essere lo slogan. Molto competitivi, con componenti aggressive primarie, devono sempre prevalere: esigono riconoscimento di sé in forma prepotente, arrogante, con imposizioni sugli altri, sfruttamento degli altri per i propri fini, fino al cinismo (come in dittatori senza scrupoli, ma li troviamo anche in leader e manager di aziende, nelle organizzazioni di vario tipo, sotto una patina magari di formale correttezza);

 

a2. narcisismo nella forma inglobante o esibizionistico-seduttiva, spesso è narcisismo primitivo e non reattivo, da iper-rispecchiamento parentale (non c’è stata competitività esasperata, per affermarsi, perché sono soggetti da sempre riusciti e apprezzati). “Io sono tutto e gli altri sono una parte di me”, è il possibile slogan. Più affascinanti e attrattivi che non impositivi, lavorano sugli altri più con la seduzione del fascino suscitato dalle loro qualità straordinarie che non con la prepotenza o con l’arroganza. Espansività, grossa e fiduciosa sicurezza di sé sono loro caratteristiche ricorrenti; inoltre hanno capacità di muoversi sul piano interpersonale, dotati come sono di una certa abilità nel coinvolgere gli altri, i collaboratori, ma in quanto gli altri sono interamente riconducibili al loro mondo, disposti a seguirli in tutto e per tutto nei loro progetti. Non sono più “buoni” dell’altro tipo: hanno manifestazioni anche molto aggressive a risposta di delusioni e tradimenti presunti o reali dei seguaci; non ci si aspetterebbe tanta reazione aggressiva a differenza dell’altro tipo che è fin dall’inizio aggressivo, arrogante, escludente.

   Siamo in tutti questi casi alla frontiera con franchi disturbi di personalità, previsti dai manuali di psichiatria e di psicopatologia (Kets de Vries, 1989, Prisoners of Leadership, Wiley, New York). Anche se socialmente realizzati, questi soggetti possono condividere tratti con quadri psicotici caratterizzati da deliri di grandezza, quanto meno tratti comuni nel campo della ipomaniacalità, ipomaniacalità che per altro troviamo in tanti leader pur creativi e costruttivi, capitani di industria, banchieri, ma a rischio di fare flop e di sgonfiarsi rovinosamente. Sugli aspetti sociali e le conseguenze sul piano sociale di questi tipi di leader narcisistici avremo modo di parlare nell'ultima giornata.

   Entrambi i due sottotipi arrivano in seduta quando cadono più o meno rovinosamente nella depressione (altrimenti soggettivamente sono realizzati), o quando si sentono intimamente insoddisfatti (scarto tra il successo esteriore ottenuto e quello che “davvero” desideravano), o quando si crea una crepa nell’immagine vincente di sé (tipici i fenomeni di impotenza sessuale nei maschi, dove il narcisismo ha spesso connotazioni falliche, ricorrente il “crollo” dopo un inatteso tradimento del partner), o ancora quando si manifestano blocchi nell’attività lavorativa (improvvise fobie che ne limitano la capacità di lavorare e di muoversi, quasi attacchi autolesionistici per taciti sensi di colpa: non possono più prendere l’aereo, andare sull’ascensore, ecc.; tipici inoltre gli improvvisi attacchi di panico, come se non potessero reggere a tanta altezza). In seduta sono soggetti non facili: difficilmente accettano situazioni sia pur funzionali di dipendenza, competono col terapeuta nell’interpretazione, sono i padroni della seduta, fanno e disfanno gli appuntamenti, pretendono di usare il telefonino in seduta, inglobano il terapeuta nell’immagine grandiosa di sé (“io posso avere solo il top come terapeuta”). Il più delle volte non sono disposti a mettere in discussione la loro grandiosità, ma chiedono, al contrario, che la si ripristini e restauri nella originaria onnipotenza, reiterando così, piuttosto che superando, la matrice vera del loro malessere. Tutti questi aspetti sono ben illustrati nel caso di Mauro Mancia, Il furto degli occhiali, che vi invito a leggere, anche se non condivido un certo “meccanicismo” interpretativo che troviamo in tanti kleiniani, tra cui il pur eccellente e compianto Mancia.

  1. b) Narcisismo fragile, da difetto, o via bassa del narcisismo, o narcisismo covert (coperto, nascosto). Questa patologia narcisistica “da difetto” è contraddistinta dalla carenza di quel “narcisismo minimo vitale” (Bolognini, 2008, “Nuove riflessioni sul narcisismo”, relazione dell’11 dicembre al Centro Milanese di Psicoanalisi), che, se troppo deficitario, limita l'accettabilità o amabilità di sé agli occhi propri e altrui. Si tratta di una costellazione psichica abbastanza diversa dal narcisismo entrato nel linguaggio comune, che corrisponde piuttosto al narcisismo “da eccesso”. Mentre i narcisisti grandiosi sono sicuri di sé e il plauso è loro naturalmente dovuto, questi tipi di narcisisti, insicuri di sé, invocano una conferma: “Cerco di apprezzarmi e/o che tutti gli altri mi apprezzino”, potrebbe essere la loro massima.

   Varie forme di questo narcisismo fragile sono di sempre, a partire dall’adolescente insicuro del proprio io-corpo, che cerca un riconoscimento, timido o esibizionista che sia, confrontandosi con i coetanei; la ragazzina che cerca la sua nuova identità somatica e psichica allo specchio, compiacendosi delle forme puberi, vergognosa e ad un tempo desiderosa dello sguardo dell'Altro. La perversione sessuale narcisistica di chi gode anche sessualmente guardandosi allo specchio, magari masturbandosi allo specchio, può partire da qui o comunque svilupparsi in correlazione a questa fase adolescenziale, cui sono riferibili anche i primi innamoramenti omosessuali. Ricordo poi che il narcisismo come perversione sessuale è il primo senso in cui l’espressione narcisismo fu usata nella psicopalogia moderna: “Ammirazione per la propria immagine, accompagnata da piacere di tipo sessuale” (vedi P. Naecke, 1899, e H. Havelock Ellis, 1897). E questo senso di narcisismo fu quello dapprima ereditato da Freud, come già accennavo. Ma, cosa curiosa, presto Freud lo intende in chiaro senso relazionale facendone la chiave di volta dell'interpretazione dell'omosessualità, preceduto dall’allievo Sadger: nell'altro omo ritrovo me stesso, il mio io amabile che vedo e amo nell’altro, magari identificandomi per parte mia con l’antico sguardo della madre su di me.

   Può anche essere un narcisismo che ha per oggetto non l’intera immagine di sé o del proprio corpo, ma aspetti di sé, erotizzando cioè una parte di sé, del proprio corpo reale o immaginario, ovvero erotizzando proprie doti, quasi la contemplazione di un proprio tesoro segreto, goduto tra sé e sé, a volte in modo schivo, non esibizionista. Mi sento grande per una mia conquista, ma godo a tenerla per me, è il tema di carattere narcisistico di un mio vecchio caso. Trattavasi di un rude alpinista, accademico CAI (Club Alpino Italiano), con grosse realizzazioni in montagna nell’aprire nuove vie, compensative per altro di insuccessi scolastici e lavorativi: un patrimonio da tener per sé, una contemplazione delle proprie imprese, non volendo vedere, una volta rientrato alla base, giornalisti o altri cui raccontare e magari vantarsi delle proprie imprese. Un’analità notevole si poteva intravvedere in questa persona, quasi un guardarsi l’ombelico, il prezioso tesoro-feci da tenere dentro di sé (aveva per altro problemi intestinali, un’ostinata stitichezza, unita sorprendentemente a fantasie inconsce… di gravidanza, le feci-bambino): esiste pure un narcisismo anale e non solo orale o fallico. Come un tesoro da godere dentro di sé, anche l’intellettuale nevrotico ossessivo vive il suo tratto narcisistico, nei pensieri oggetto delle sue “masturbazioni mentali”: un piccolo narcisismo mentale.

   Se ricordo questi casi è per rilevare una volta di più che tratti significativi di narcisismo possono ritrovarsi anche in soggetti nevrotici, non prevalentemente caratterizzati da disturbi narcisistici di personalità. Anzi, troviamo narcisismo latente anche in ciò che appare prima facie negazione del narcisismo, cioè disistima di sé e del proprio corpo: si pensi ai disturbi dismorfofobici di chi non sopporta certe parti del proprio corpo (invocando ossessivamente interventi chirurgici migliorativi), e soprattutto ai disturbi anoressici dilaganti nella nostra società, dove il narcisismo è presente in un ideale dell’io, che drammaticamente conflige con la percezione, spesso falsata, di sé. Potremmo sbizzarrirci a ritrovare tratti narcisistici in ulteriori psicopatologie, ma mi fermo.

   In tutte le variegate forme fin qui menzionate di narcisismo da via bassa, il narcisismo è fenomeno di sempre. Oggi però troviamo nuovi segni di narcisismo fragile a seguito di variazioni socio-culturali rilevate per primo dallo storico e sociologo Christopher Lasch: in un fortunato volume (La cultura del narcisismo, L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive) ne mostra l’inflazione negli USA, a partire dagli anni Settanta. Mi soffermo su questo tipo di narcisismo, di più di quanto abbia fatto per quello grandioso, perché sembrerebbe essere fenomeno specifico e crescente del nostro tempo. Appare nella forma di un debole senso di sé, che richiede costanti conferme: la patologia è una versione ipertrofica della normale richiesta di riconoscimento di sé. Le osservazioni inaugurate da Lasch collimano per vari aspetti con quelle di Heinz Kohut, che negli stessi anni rilevava la nuova sintomatologia sul lettino dell’analista, inoltre convergono con le tesi di vari sociologi (Baumann Z. e Lipovetsky G.), circa un tipo di uomo e di donna che definirei “estetico-narcisista”: ripiegato individualisticamente su di sé, figlio di una società caratterizzata da crisi delle ideologie, della religione, crisi di valori di rilevanza sociale. Sono valori che in passato costituivano per molti delle idealità: non che non vi fosse per nulla narcisismo, ma a ben vedere si riponeva il senso della propria realizzazione a livello di valori di portata universale e non al livello del mero io o Sé individuale. Segue da questa crisi, che per Lasch era la crisi degli ideali utopici del Sessantotto, anzitutto un’esasperata ricerca della realizzazione del Sé individuale, priva di rapporti solidali col prossimo: si manifesta nel culto del proprio io e specie del proprio corpo, un corpo che deve essere sempre in forma, donde il tormento per l’efficienza psico-fisica, la bellezza e la prestanza ad ogni età della vita, il look, il lifting, la fitness, la censura dell’invecchiamento. L’uomo estetico-narcisista è ripiegato su di sé anche nel rapporto con le cose, laddove ricerca illusoriamente una propria consistenza attraverso il godimento immediato di quei beni di consumo – il vestito di moda, l’ultimo gadget, l’ultimo tipo di telefonino – che gli rimandino un’immagine di sé accettabile agli occhi propri e altrui; ma rischia di crollare di fronte al senso di vuoto, di noia, di inconsistenza di tutto ciò.

Il narcisismo da difetto, più trattabile che non quello da eccesso, è patologia in crescita: lo rilevano molti clinici, anche se nessuno, a quanto mi risulta, fornisce statistiche attendibili. L’incremento si accompagna a un calo delle classiche nevrosi, collegabili più a conflitti intrapsichici e interpersonali che non a disturbi nella sfera della realizzazione di sé, come invece nei disturbi narcisistici. Questi tipi di uomo e di donna estetico-narcisisti, che si sono affermati negli ultimi decenni, secondo alcuni segnalerebbero addirittura un cambiamento antropologico: un primato dell’uomo del difetto, alla ricerca famelica di un’autorealizzazione, rispetto all’uomo del conflitto, proprio delle nevrosi classiche. Dunque Narciso ha preso il posto di Edipo? Sarei prudente, pur riconoscendo una crisi al giorno d’oggi dell’Edipo e del complesso paterno.

Cambiamenti vistosi in tema di sintomi narcisistici rileviamo già tra gli adolescenti. Emblematico è il fenomeno dello hikikomori: l’adolescente nipponico che si chiude nella sua stanza, dove può rispecchiarsi negli oggetti familiari che gli parlano di lui entro le mura domestiche, attaccato al computer e alle relazioni in rete che facilitano sì i rapporti, ma dietro a una maschera, così da non affrontare i rischi e le difficoltà di intrattenersi con ragazzi reali. Senza arrivare allo hikikomori, troviamo forme di questo nuovo narcisismo nell’adolescente “fragile e spavaldo”, secondo l’indovinata espressione di Pietropolli Charmet: allevato da genitori che vedono il piccolo non più come un selvaggio di cui addomesticare gli impulsi aggressivi e sessuali, è da crescere come una piantina cui fornire il buon terreno perché si sviluppino le potenzialità a lui interne, presunte o reali che siano, da blandire, da nutrire con ogni mezzo. È un cambiamento rispetto ai figli di Edipo dei più vecchi, caratterizzati dal conflitto, dalla repressione genitoriale delle pulsioni a-sociali – così ancora Pietropolli Charmet. Il figlio di Narciso ha sempre ragione, è sempre da difendere; alla punizione, a volte salutare, si vuole in tutto e per tutto sostituire la dolce persuasione. Di conseguenza il piccolo Narciso, contemplato e lusingato da genitori, nonni e zii, in una società in cui per altro la piramide generazionale è spesso rovesciata (1 figlio, 2 genitori, 4 nonni), coltiva il proprio io fisico e morale in attesa di un radioso avvenire, convinto delle proprie qualità straordinarie. Salvo poi la crisi adolescenziale “all’apparir del vero”: da una parte rivendica autonomia fino alla ribellione dal modello di sé ideale che sente imposto, ma con l’angoscia poi di non riuscire a realizzarsi secondo un suo modello; dall’altra parte resta dipendente dal plauso, essendosi ormai innescato il leitmotiv della realizzazione narcisistico-individualistica di sé, il cui riconoscimento viene però alla fin fine dagli altri, dalla società.

   Nella patologia questo figlio di Narciso è caratterizzato dalla vergogna per non essere bello, famoso, creativo secondo quanto suppone che gli altri si aspettano da lui. Carente invece di senso di colpa – del resto come è possibile avercelo se i genitori sono più adolescenti di te, e nel caso in cui trasgredisci non sanno dove girarsi o peggio sono sempre pronti a giustificare il piccolo Narciso, sempre bello e buono? – , è poco influenzato dall’autorità di tipo paterno, a vantaggio di un modello materno accudente e protettivo di cura e di gratificazione. Mira all’autorealizzazione in termini di successo individuale come valore massimo; ma si rivela fragile, perché poco abituato a confrontarsi con la competizione, con la frustrazione. Inevitabile conseguenza del fallimento rispetto alle aspettative di successo sono la depressione, il senso di vuoto, l’abulia, l’abbandono scolastico, fino ad arrivare a forme di devianza, a partire dall’uso di sostanze: sono sintomi che portano questo adolescente dallo psicologo. (Vedi appendice 1)

  1. c) Ultima e curiosa notazione: dove potremmo collocare il Narciso della più nota versione del mito, cioè quella latina, scritta da Ovidio nelle Metamorfosi (III libro)? A veder bene, in nessuna delle suddette tipologie: il disturbo che porta Narciso alla morte non è un eccesso di narcisismo, per cui cercando di abbracciare la propria immagine cade nello specchio d’acqua e vi affoga, come spesso si afferma. Ovidio insiste piuttosto sugli aspetti di “strano delirio” (novitas furoris, verso 350), di “triste demenza” (misero furori, v. 479): Narciso diventa pazzo, cioè delira, si ferisce il petto, rifiuta il cibo. È un depresso che si autoaggredisce e si lascia morire, dopo aver fatto svanire, con la consunzione fisica del proprio corpo, la sua stessa bellezza. Perché questo? Perché non trova l’altro reale che va cercando, o meglio mentre lo trova, lo perde perché irraggiungibile. Ovidio si diffonde ampiamente nel descrivere come Narciso, pur avendo capito che l’immagine che vede nell’acqua è lui stesso (“iste ego sum!”, v. 463), parla a questa immagine come se fosse una persona reale. Ci sono espressioni toccanti come quando nota che il presunto altro freme per poterlo baciare, allo stesso modo con cui lui freme per baciare l’altro. Un primato del desiderio omosessuale per un altro, uguale a sé in bellezza? Ma c’è di più, ed è l’insistenza su un’illusione: Narciso continua a credere reale l’altro che vede riflesso, solo perché desidera che questo altro ci sia davvero. L’illusione diventa poi delirio (“furor”), quando parla all’immagine come se fosse davvero un’altra persona. Narciso, insomma, vuole uscire dalla prigione del suo narcisismo, vuole incontrare una persona da amare: sente il suo narcisismo come una miseria (“inopem me copia fecit”, la ricchezza mi ha fatto misero, v. 466), non come un motivo di vanto da spendere ai suoi o agli altrui occhi, tant’è che desidera uscire dal suo corpo (“o utinam a nostro secedere corpore possem!” Oh, potessi staccarmi dal corpo! v. 467). Narciso è spaccato (quasi una Spaltung di freudiana memoria) tra il desiderio e la realtà e preferisce la realtà fittizia creata dal mero desiderio, perciò è psicosi; ma esprime un desiderio sano, quello di avere un altro da sé da amare, prendendo però una via sbagliata, dopo che ha rifiutato l’amore offertogli da Eco e da altri fanciulli/e reali. La contraddizione sta nel fatto che il suo è il desiderio sì di un altro reale da amare, che però sia identico al suo Io ideale e non tanto al suo io reale, perché lo desidera anche quando lui stesso si abbruttisce: vuole il dio che, come nel supplizio di Tantalo, si mostra ma non si concede.

Non deve sorprendere la pluralità di versioni e di letture del mito; anzi ciò sollecita, come nei casi clinici, a non fermarsi alla stazione della prima interpretazione, ma altre sono possibili, altre narrazioni: le varie narrazioni permettono di vedere l’evento da una molteplicità di prospettive, e fungono anche da differenti ipotesi di lavoro, come dovrebbe essere in clinica, alcune delle quali saranno abbandonate alla luce di nuovi fatti, che non sono integrabili nella precedente narrazione.

 

1.2 Definizioni metapsicologiche del narcisismo, considerato nei vari tipi di rapporto con l’oggetto

Premetto l'obiettivo o meglio l'auspicio finale di poter congiungere il piano clinico con quello metapsicologico o teoretico che dir si voglia: cosa tutt'altro che facile. Il piano metapsicologico si costruisce spesso generalizzando dinamiche riscontrate in qualche caso concreto, pertanto v'è sempre il problema se la spiegazione teorica, che pretende di valere in generale, si attagli poi effettivamente ai molteplici nuovi casi, alle molteplici declinazioni del narcisismo che man mano si riscontrano, oppure valga solo per un numero limitato di casi e declinazioni. Problema serio nel caso del narcisismo, perché già in Freud e poi nel corso del tempo il concetto si è esteso a comprendere oggetti e situazioni dapprima non considerate di carattere narcisistico. Se la risposta è negativa, se cioè nuovi fatti qualificati di narcisismo stentano ad essere inquadrati nella spiegazione del narcisismo fino al momento adottata, la teoria deve o essere complessificata, cioè maggiormente articolata, o abbandonata. Ma non è così semplice questo lavoro di aggiustamento e/o di falsificazione, perché a sua volta la teoria che abbiamo cara, tendenzialmente ci fa interpretare il caso clinico in modo ad essa conforme: si incomincia col selezionare, anche in buona fede o inconsciamente, quegli elementi, quei fatti che portano acqua alla teoria prediletta, e inoltre si finisce coll'identificare, in virtù della medesima teoria, ulteriori situazioni in cui parlare di narcisismo, ma sconosciute ad altre teorie. Il che accade ad esempio, come vedremo fra poco, quando il narcisismo è definito e spiegato come ritiro della libido sull'Io (o Sé). E questa circolarità tra teoria e fatti che dovrebbero confermarla è cosa spiacevole, che però, mal comune mezzo gaudio, troviamo anche in altre discipline. Lascerei aperto per le discussioni pomeridiane il problema di quanto le varie teorie che vado esponendo si attaglino ai casi a noi noti.

   Con questo spirito epistemologicamente scaltrito, ripercorriamo dunque alcune tra le varie definizioni metapsicologiche, ovvero teoriche, di narcisismo, definizioni che prefigurano in certa misura delle spiegazioni. Mi soffermerò sulle definizioni collegabili a: a) Grunberger, b) psicologia psicoanalitica dell’Io, c) Kohut, d) kleiniani; farò solo cenni alle posizioni di Green, Kernberg e Gabbard. Tutte queste posizioni sono fiorite entro la tradizione psicoanalitica, dopo Freud, e a ben vedere si richiamano sempre a qualche momento del poliedrico discorso freudiano.

  1. Stato di piacere in cui la “libido” (mettiamo per ora un punto interrogativo su questo discusso concetto) è tutta raccolta nel proprio organismo (o nell’Es). Quindi è libido anoggettuale, cioè non c’è investimento del mondo esterno o perché non c'è ancora stato o perché c'è stato un disinvestimento. Il narcisismo così definito sarebbe proprio in primo luogo della vita intrauterina, in secondo luogo, come disinvestimento, proprio del sonno e del ripiegamento su di sé nel corso della malattia grave. È il francese di origine magiara, Bela Grunberger, che enfatizza questo concetto di narcisismo, riprendendo il tema del narcisismo primario nel senso della seconda topica freudiana, cioè l'originario stato della libido raccolta nell'Es, quando dall'Es non si è ancora differenziato l'Io. È uno stato paradisiaco, edenico, dove il bisogno è immediatamente soddisfatto, c’è solo piacere, e ad esso in fondo tutti tenderemmo, secondo Grunberger. Un siffatto narcisismo, di per sé senz’altro buono, sta in contrapposizione alla relazione oggettuale e alla pulsione, che invece suppongono uno stato di bisogno, di mancanza. Il pulsionale, e con esso il relazionale e l’oggettuale, significano pertanto una rottura dello stato edenico, dovendo cercare all'esterno l'oggetto di soddisfacimento. Grunberger finisce, infine, con l'elevare il narcisismo a un’istanza quasi al livello di Io Es e Super-io: suppone alla nascita una “massa narcisistica ego cosmica”, come dire che tutto il mondo sarebbe sentito come in una fusione narcisistica con l'Io, senza differenziazione alcuna tra l'Io (Sé) e gli oggetti.                                                                                                Farei una critica a questa concezione del narcisismo, che personalmente non trovo accettabile, ma che ha avuto una certa diffusione: 1) vi vediamo un uso decisivo del dubbio concetto di libido, intesa come una (supposta) energia tutta contenuta nell’organismo o nell’Es; 2) che sia poi uno stato davvero edenico quello fetale (specie negli ultimi mesi) è tutto da vedere; o piuttosto non è uno stato fantomatico, più postulato retrospettivamente che davvero vissuto? 3) ciò che manca qui, nella fase intrauterina, per poter parlare di un fenomeno psichico, è il soggetto “intenzionante”, il soggetto cioè che si rapporta a qualcosa, così che questo tipo di narcisismo sembra uno stato, un dato, un evento fisico più che un processo psichico: in tal caso potremmo parlare di narcisismo? In realtà Narciso cerca l’oggetto: Narciso, nelle varie versioni del mito, muore perché vuole abbracciare, senza riuscirci, quell'immagine riflessa nell’acqua, anzi nella versione di Ovidio, vorrebbe che quell'immagine di sé fosse davvero un’altra persona bellissima da amare. La relazione insomma appare essenziale, perché vi sia fenomeno psichico, quand'anche fosse una relazione con se stessi, con la propria immagine. Poste premesse a mio parere fasulle, seguono tesi infondate: a falso quodlibet sequitur. Occorre svincolare la definizione teorica di narcisismo dal punto di vista economico (destinazione e quantità di libido), anche se poi è da chiedersi se il punto di vista relazionale sia in grado di cogliere tutti i tipi di narcisismo individuati in clinica utilizzando il punto di vista economico, per esempio nei casi di ritiro dell'investimento affettivo dal mondo esterno, a seguito di frustrazioni o altro.                                                 

Narcisismo di vita e narcisismo di morte, è il titolo altisonante del volume di André Green, che ricordo qui perché pure lui autore di scuola francese, per altro non insensibile al lacanismo. Green vuole rivitalizzare la tanta discussa metapsicologia freudiana e nella fattispecie del narcisismo cerca una via di mezzo tra la prima e la seconda teoria freudiana del narcisismo primario. Il narcisismo di vita è inclusivo dell’oggetto, è eros e favorisce la crescita; il narcisismo di morte nega l’oggetto, il soggetto si richiude su di sé e negando la relazione, è autodistruttivo, collude con la (fantomatica) pulsione di morte. I due aspetti sono certo presenti in Freud stesso, anche se Freud non sottolinea le dimensioni mortifere del narcisismo come attiva esclusione dell’oggetto, bensì solo come sterile ripiegamento su di sé. Comunque con Green lavoriamo già sull’asse della relazione soggetto-oggetto: si tratta di affermare o negare l’oggetto, in funzione delle modalità con cui il soggetto intenziona l’altra persona, includendola (eros) o escludendola (thanatos) da sé. Dice una cosa ovvia, anche se poi ci ricama molto su, come spesso fanno i francesi.            

Su questo registro di un narcisismo buono e uno cattivo lavora pure Semi: il narcisismo è una dimensione fondamentale e normale dell'attività psichica, che ci riguarda tutti e in ogni fase della vita. Semi evidenzia quanto Narciso sia presente nella nostra quotidianità – dal mondo della famiglia a quello della politica –, ci influenzi nella costruzione delle nostre relazioni affettive e sociali e conclude che l'amore di sé può danneggiarci, ma è necessario per poter stare bene in compagnia degli altri.

  1. b) Narcisismo è la relazione libidica (“libido” qui facilmente è decodificabile come “affetto positivo”) rivolta all’Io ovvero al Sé, differenziata dalla relazione libidica verso l’altro, verso l’oggetto esterno. È definizione direi classica e che prevale nella psicologia psicoanalitica dell’Io (inaugurata da Heinz Hartmann). A rigore dovrebbe essere esclusa da questa definizione di narcisismo la relazione con l’oggetto esterno, nel senso che la relazione con quest’ultimo propriamente non potrebbe essere qualificata di narcisismo. Va poi tenuto presente che l’Io o il Sé, cioè l’oggetto dell’investimento narcisistico, è tante cose: il corpo, l’intera persona, la propria mente o qualità morali intellettuali, il proprio Io ideale e ideale dell’Io e altro ancora su cui torneremo domani. Bisognerebbe poi dilungarsi sulla nozione di the self: il Sé, e non l’Io, con Hartmann appare l’oggetto appropriato dell’investimento narcisistico: un’occasione per far chiarezza nell’equivoca nozione freudiana di Io, ora inteso da Freud come una delle tre istanze, assieme all’Es e al Super-io, ora come tutta la psiche. L’Io qui si relaziona con l’immagine di sé ovvero con “il Sé” (abbreviazione di “immagine di sé”) amato, ovvero investito libidicamente. La relazione narcisistica, in questa prospettiva, si differenzia nettamente dalla relazione oggettuale: è investimento dell’Io o meglio del Sé in luogo dell’investimento dell’oggetto. Dunque il criterio di individuazione del narcisismo è topico, cioè il narcisismo è definito dal luogo in cui sta l’oggetto verso cui si rivolge l’investimento affettivo: se il Sé, allora abbiamo narcisismo, se il non-Sé, cioè l’oggetto fuori da me, allora abbiamo una relazione oggettuale. Si suppone pertanto una chiara differenza tra Sé e non Sé, chiari confini tra me e l’altra persona. In questa linea di pensiero, che prevale appunto nella psicologia dell’Io, il problema sollevato è solo sul piano evolutivo: se il narcisismo da una parte e la relazione oggettuale dall’altra prevedano due linee di sviluppo distinte o se invece il narcisismo, tappa anche utile nello sviluppo, debba lasciare poi il passo in ogni senso all’amore oggettuale, pur permanendo aspetti di narcisismo in fasi più mature dello sviluppo. Prevale la seconda linea, all’interno di un rapporto tra narcisismo e relazione oggettuale concepito in radice come inversamente proporzionale. Mi spiego. Questo tipo di rapporto era già stato configurato da Freud nel ’14 (Introduzione al narcisismo) con la metafora dell’ameba che allunga e ritira gli pseudopodi (se li protende all’esterno, allora il corpo dell’ameba si riduce, viceversa se l’ameba ritira le protusioni, il corpo si accresce); o ancora, il medesimo rapporto è raffigurato con l’immagine del tubo a U (se il liquido cresce da una parte, dall’altra decresce nella stessa misura, e viceversa). È un primo punto critico di questa definizione di narcisismo, cioè è da vedere se davvero al crescere dell'amore verso gli altri decresca l'amore per sé, e viceversa.

Un secondo punto critico, su cui non mi sembra che i teorici della psicologia psicoanalitica dell’Io abbiano riflettuto abbastanza, è che si dà per scontata una netta distinzione tra me e l’altra persona, tra Io e non-Io, tra Sé e non-Sé, tra interno ed esterno. Ma siamo proprio sicuri che a livello psichico il confine con l’altro coincida col confine del proprio corpo? Forse che c’è un confine così netto tra me e l’altro a livello psichico, così come certamente c’è un confine netto a livello fisico, dove ciascuno finisce coi limiti del proprio corpo? A ben vedere non è così a livello psichico: amando l’altro in certo modo lo faccio mio, quanto meno parte del mio mondo; è il caso dell’innamoramento, che sembrerebbe significare in prima istanza il massimo di svuotamento di sé, ma in verità si pone nell’altro il proprio amato ideale dell’Io, come già notava Freud; è pure il caso dell’amor filiale, che sembra essere il più oblativo, ma nel figlio il genitore riconosce pure un prolungamento, una parte di sé. Lo stesso Freud clinico e fenomenologo, che più volte a mio avviso sopravanza il Freud metapsicologo, parla di un Io allargato (erweitetes Ich, 1915, Pulsioni e loro destini), che include in qualche modo la relazione con l’oggetto nella transizione dal narcisismo alla relazione oggettuale; parla inoltre di scelte oggettuali di tipo narcisistico (1914, Introduzione al narcisismo), su cui torneremo ampiamente. Infine, a proposito della morte della figlia Sophie nel 1920, parla di una “offesa narcisistica” (Lettera al pastore Pfister, del 17.1.1920, in Psicoanalisi e fede: carteggio col pastore Pfister, Boringhieri, Torino 1970). In che senso si può parlare qui di offesa narcisistica, se non nel senso che la figlia era sentita come parte di lui stesso? (Credo sia da escludere l’ipotesi che la figlia andandosene lo avrebbe offeso, quasi lo avesse fatto apposta). Insomma il Freud clinico sembra superare il Freud teoretico del modello del tubo a U, cioè del rapporto inversamente proporzionale tra narcisismo e amore o relazione oggettuale. Piuttosto è concepibile che amando l’altro si possa avere un ritorno di amore per sé e viceversa.                     

   Faccio a questo punto una digressione sul rapporto psichico tra io e altri, tra il Sé e l’oggetto, per poter introdurre con maggior cognizione di causa un’ulteriore definizione teorica di narcisismo che dà ragione dei menzionati aspetti di contiguità tra relazione oggettuale e narcisismo. Sono aspetti che evidenziò ampiamente Kohut, di cui fra poco. Si apre un enorme problema che mette in discussione l’idea corrente che la frontiera della psiche di ciascuno coincida con la frontiera del proprio corpo o del proprio Sé. Già Kurt Lewin negli anni Trenta mostrava che né la psiche né i suoi oggetti vanno trattati alla stregua di oggetti del mondo fisico. Vige anzitutto un rapporto assolutamente solidale tra la Person e la sua Umwelt, cioè il mondo circostante ad essa solidale. Il mondo circostante (appunto Um-Welt in tedesco) e gli oggetti anche materiali in esso contenuti sono diversamente sentiti in funzione del modo con cui sono intenzionati (a dire dello iato tra mondo fisico e mondo psichico): gli oggetti con cui mi rapporto cambiano di “valenza” in funzione del mio stato emozionale, dunque psichicamente sono in qualche modo inclusi nel mio mondo. E oggi abbiamo l’ampia gamma, in seno alla stessa tradizione psicoanalitica, di concezioni “di campo” della relazione, in cui la psichicità intersoggettiva sembra superare i limiti fisici dei corpi individuali, essendo il campo un elemento terzo rispetto agli individui che vi si relazionano, anche se il campo non esiste senza i concreti individui. Si pensi poi alle concezioni di ispirazione bioniana circa momenti di indifferenziazione psichica io-altri ecc., circa assetti gruppali interni allo stesso individuo, sì che la frontiera tra la mia psiche e l’altrui non è affatto netta, anzi vi sono aspetti di psichicità transindividuale. Quanto meno, infine, occorre ammettere che la psiche di ciascuno si protende oltre al corpo e alla propria persona, includendo in certo modo anche l’oggetto, nella misura in cui lo sento parte integrante e costitutiva del mio mondo. Posso sentire cioè l’oggetto come parte del mio Io allargato, per dirla con Freud, che pur non ammetteva forme di psichicità transindividuale o collettiva; di più già Freud (1917, Lutto e melanconia) mostrava nel caso nell’incorporazione narcisistico-melanconica che posso sentire la persona cara come parte non solo della mia Umwelt, volendo ancora esprimerci nei termini di Kurt Lewin, ma piuttosto parte della mia Person, anzi parte, fantasmaticamente, del mio corpo. Alludo alla nozione freudiana, e prima ancora di Karl Abraham, di identificazione con l’altro per via di incorporazione orale (come quando si dice metaforicamente – ma neppure tanto metaforicamente nello psicotico – “ti voglio tanto bene che ti mangerei”).

   Tutto questo al fine si attestare che psichicamente non v’è confine netto e predeterminato tra me e l’altro da me, fino a poter mettere in qualche senso l’altro “dentro di me”. Ho presente il caso di una giovane sposa che sentiva nella sua pelle, in momenti di allucinazione sensoriale specie nel dormiveglia, il corpo freddo-cadaverico e poi in putrefazione del marito, morto sul colpo in un incidente di caccia: soffriva, quasi dovesse contenere un bambino morto nella propria pancia, tant’era la tenerezza per il marito trapassato dai pallini da caccia, in un’immaginaria con-fusione somatico-sensoriale col corpo del marito.

  1. c) Accediamo così alla definizione del narcisismo di Heinz Kohut, inteso come relazione libidica, indirizzata oltre che a sé, a qualsiasi persona o anche cosa sentite come parte integrante, costituiva del proprio mondo o di sé. È una definizione che sul piano metapsicologico rompe inequivocabilmente col modello a U e vede una sinergia e non un antagonismo tra amore oggettuale e narcisismo, prospettando nelle fasi evolutive una linea autonoma di sviluppo del narcisismo, su cui tornerò domani. Il che accade nella misura esatta in cui l’altro viene sentito come solidale con la propria esistenza, in qualche modo incluso nel proprio mondo ovvero funzionale al proprio mondo, alla sua costituzione e al suo mantenimento, come possono esserlo i genitori per il bambino, ma poi pure i parenti cari, gli amici cari nel corso della stessa vita adulta. Notate che ho detto “in qualche modo incluso”: su questa espressione si gioca la differenza tra amore sano e amore patologico e patogeno verso l’altro, cioè in funzione della misura in cui si lascia all’altro indipendenza da sé e a sé indipendenza dall’altro, o al contrario lo si vuole assorbire integralmente nel proprio mondo, nella propria persona.

Il risultato comunque dell’operazione kohutiana (già nel suo lavoro inaugurale del 1971, Narcisismo e analisi del Sé) è che il narcisismo non è più definito dall’oggetto (il Sé anziché il non-Sé) o dal luogo in cui si trova l’oggetto investito (dentro di sé o fuori di sé). Il narcisismo è definito invece dalla modalità dell'investimento, cioè se e in che misura l’oggetto è sentito come parte di sé e del proprio mondo, o invece sentito come estraneo. È dunque la modalità intenzionale, cioè l’investimento affettivo positivo di alcunché, e non il luogo dell’oggetto o il tipo di oggetto, ciò che decide se c’è o no narcisismo.

Ciò detto, nascono tuttavia altri problemi: visto che ogni oggetto per cui nutro affetto positivo viene a far parte del mio mondo, viene ad arricchire me e il mio mondo, allora c’è davvero qualche relazione oggettuale che esuli dal narcisismo? Già qui si intravedono alcuni limiti della teoria di Kohut, che anche per non essere accusato di una sorta di pan-narcisismo, nel senso che ogni relazione affettiva finirebbe col risolversi in relazione narcisistica, asserisce esservi due linee di sviluppo nel soggetto: quella narcisistica e quella dell’amore oggettuale. Ma la relazione amorosa stessa può “mangiarsi” narcisisticamente ogni oggetto, nella misura in cui l’oggetto amato è sentito come parte di sé o del proprio mondo. L’aggressività dovrebbe portare fuori dall’economia narcisistica, ma non è detto, almeno in Kohut: questo perché non esiste per lui una pulsione aggressiva, distruttiva primaria, ma l’aggressività è sempre reattiva al narcisismo frustrato, dunque l’aggressività è secondaria a relazioni che si configurano in primis come amorose e dunque in definitiva narcisistiche. Ad esser precisi, comunque, occorre tener presente che Kohut distingue le relazioni oggettuali, che ricadono senz’altro a suo stesso dire all’interno dell’economia del narcisismo, dall’amore oggettuale: quest’amore, se davvero tale, cioè rispettoso dell’autonomia dell’oggetto investito d’amore, dovrebbe fuoriuscirne; ma lasciamo a domani la disamina di questa soluzione, che a mio avviso non convince.

   Non c’è dunque possibilità, lungo la linea kohutiana, di andare davvero al là del narcisismo? La morte, la sofferenza, il dolore: dove li mettiamo? Possiamo sentirli parte di una Umwelt affettivamente intenzionata? Kohut in un lavoro rivoluzionario, che nell’originale è già del 1966, Forme e trasformazioni del narcisismo (tradotto in La ricerca del Sé), cerca di mostrare come anche la morte possa essere concepita e vissuta entro un’estrema trasformazione della relazione narcisistica. Il che può accadere nella misura in cui ci sentiamo parti di un cosmo infinito, elevando il nostro pensiero e sentimento al livello dell’infinito, al livello di un sentimento oceanico, direi: allora ci sentiamo partecipi di quel tutto, sia pure come parti transeunti, così da dar senso alla nostra stessa morte… Lascio a voi fare considerazioni in merito.

  1. d) Nella linea inaugurata da Melanie Klein non c’è spazio per un narcisismo primario in nessuno dei due sensi utilizzati da Freud, perché la psiche fin dall’inizio, e per sempre, sarebbe relazione con oggetti, buoni o cattivi. Qui il narcisismo è la formazione di un Io (Sé) onnipotente e ipso facto distruttivo dell’oggetto. Spiego meglio. Il narcisismo appare reattivo alla frustrazione ovvero all’oggetto cattivo (cioè la madre assente ovvero investita di aggressività da parte del piccolo e dunque cattiva): si crea per reazione un Sé onnipotente che funge da sostituto dell’oggetto buono mancante. È un Sé onnipotente, perché pensa di essere autosufficiente e di poter fare a meno della frustrante situazione di dipendenza da un oggetto, la madre, sentito onnipotente (in quanto può dare e togliere tutto), ma divenuto cattivo perché gravemente frustrante (c’è solo il tutto o il niente nella primitiva logica della “posizione schizo-paranoide”, di cui parla la Klein). Il riferimento elettivo è a casi di psicosi: è tipico dell’orientamento kleiniano dare interpretazioni che partono da concettualizzazioni sulla psicosi – se non da una psicotizzazione della nozione di oggetto –, e dunque da una interpretazione della stessa patologia nevrotica in termini psicotici (in quanto la psicosi dell'adulto esprimerebbe i meccanismi psichici primari, cioè quelli che sarebbero propri della primissima infanzia). Abbiamo così un narcisismo inteso come del tutto cattivo, incompatibile con la presenza dell’oggetto esterno e con la coesistenza con esso. Infatti nell’oggetto esterno si proiettano le parti cattive di sé con i meccanismi di “scissione” e di “identificazione proiettiva” – concetti che sono un po’ il “mantra” dell’analista kleiniano. Questo narcisismo non ammette l’altro come oggetto indipendente, perché sentito come cattivo e frustrante e pertanto lo si vuole distrutto. È dunque una nozione di narcisismo incompatibile con la relazione amorosa indirizzata all’oggetto esterno, cioè il narcisismo in questa accezione è antitetico alla relazione amorosa, è sempre negativo. Occorre notare che un tale narcisismo, cresciuto all’ombra dell’originaria posizione schizo-paranoide, per poter conseguire l’affermazione onnipotente di sé, avrà sempre bisogno della rinascita dell’oggetto, onde sussistere come attività di distruzione.

           Insomma, per il kleiniano il narcisismo si costituisce a seguito di una relazione (frustrante) con l’oggetto e pertanto si manifesta come reazione a un oggetto, a differenza di Grunberger; ma a differenza di Green, che pur ammette accanto a un narcisismo di morte uno di vita, qui il narcisismo appare come una relazione immediata di distruzione dell’oggetto altro da sé. Dunque la distruttività è coestensiva col narcisismo, fa parte della natura del narcisismo, e non è reazione a un narcisismo che è stato frustrato, come invece è in Kohut. Vale a dire, per il kleiniano H. Rosenfeld, che si è molto occupato di narcisismo, abbiamo prima la frustrazione da parte dell'oggetto sentito onnipotente e poi il narcisismo onnipotente come reazione ipertrofica alla frustrazione, quindi l'immediata distruttività; viceversa in Kohut abbiamo prima il narcisismo come originario Sé grandioso del piccolo, poi la frustrazione traumatica del narcisismo, cui segue per reazione l’aggressione mortifera che si esprime nella “rabbia narcisistica”. Chi ha ragione? Metapsicologie che diventano “metafisiche”?

           Comunque nell’ottica della scuola kleiniana, solo ammettendo l’oggetto buono assieme e non in opposizione all’oggetto cattivo, ovvero riappropriandosi delle parti cattive di sé, scisse e proiettate nell’altro, cioè passando alla cosiddetta “posizione depressiva”, si supera il narcisismo, inteso nel senso negativo appena descritto. Pertanto qui non ha senso parlare di un sano narcisismo: la dimensione libidica del narcisismo si esprime solo nella creazione dell'immagine onnipotente di sé, ma a ben vedere una tale immagine è già pregna di valenze distruttive (vedi anche il già citato M. Mancia, Narcisismo).

  1. Kernberg (1975, Sindromi marginali e narcisismo patologico) collega i narcisisti ai soggetti borderline. Lo ricordo qui sia pur di passaggio in quanto Kernberg si pone in una linea intermedia (politicamente di compromesso?) tra la posizione della “ortodossa” psicologia psicoanalitica dell’Io e quella dei kleiniani. Contro Kohut, suppone che aspetti comprimari, e non solo reattivi, di aggressività siano presenti nel narcisismo, inoltre le difettosità dello sviluppo hanno una genesi endogena, pulsionale, prima che ambientale (l’aggressività per lui è innata). Disturbi della relazione col Sé e disturbi della relazione con l’oggetto sono collegati: mancando l'integrazione del Sé e dell'oggetto buono con l'aggressività e con l'oggetto cattivo, l'oggetto e il Sé vengono idealizzati come difesa dall'oggetto cattivo. Il Sé grandioso nell’infanzia pertanto è reattivo e difensivo, piuttosto che originario. Ne segue che, nella cura, il narcisismo grandioso non è da accogliere e far evolvere (Kohut), bensì da interpretare come una difesa da liquidare.

Infine G.O. Gabbard (1989, Two subtypes of narcissistic personality disorder, Bull. Menninger Clin., 53, pp. 527-532) distingue fra due tipi di pazienti narcisistici, quelli “inconsapevoli” e quelli “ipervigili”. L’inconsapevole (assimilabile nel mio linguaggio alla via alta del narcisismo) è caratterizzato da arroganza, invasività, egocentrismo, continui tentativi di truffare l'altro. È inconsapevole perché non sembra rendersi conto della conseguenze dei propri atteggiamenti. Ne deriva una certa discrepanza fra aspirazioni e realtà esterna. L’ipervigile (via bassa del narcisismo) è invece caratterizzato dai seguenti comportamenti: schivo, con sentimenti indefiniti di depressione, particolare sensibilità a come gli altri reagiscono nei suoi confronti; timidezza e inibizione, difficoltà a mettersi in evidenza per paura dell’umiliazione e del rifiuto.

 

  1. Teoria relazionale del narcisismo; narcisismo nelle fasi evolutive e nel transfert

 

2.1 Per uno schema formale della relazione narcisistica

     Iniziamo col tentare una definizione sintetica di narcisismo. Non pretendo che sia quella giusta, tanto più che si tratta di un “costrutto”, non di un'etichetta applicata a un oggetto predefinito. Intendo piuttosto offrire una sollecitazione a lavorare con un certo rigore sui concetti, cosa quanto mai necessaria nella nostra disciplina, nella quale spesso manca questo costume. Proverei a definire il narcisismo come una relazione amorosa indirizzata su di sé, che può essere prevalente o anche esclusiva rispetto alla relazione indirizzata ad altro da sé. Più precisamente la relazione deve essere:

  • amorosa; e poiché “amore” è termine non meno polisemico, potremmo delimitare un po' l'aggettivo “amorosa” parlando di “relazione affettiva positiva”. Deve cioè esserci in qualche senso una relazione affettiva positiva verso di sé, e non un semplice disinvestimento dell’oggetto altro da sé. Se si ammettesse questo secondo caso, come fa Grunberger e già prima Freud, ci sarebbe automaticamente narcisismo in base a un discutibile presupposto di costanza energetica, nel senso che la libido – la quale entro una concezione fisicalistica deve restare in quantità costante in un sistema chiuso – tolta da una parte (esterno), aumenta automaticamente nell’altra (interno), e viceversa. Ma se la parola “libido”, cui sarebbe bene rinunciare per i discutibili presupposti energetici di cui è gravida, è decodificabile fenomenologicamente come “investimento affettivo positivo”, si vede quanto superabile sia il concetto di libido nel senso freudiano. Andrebbero a rigore escluse dalla nozione di narcisismo anche quelle posizioni di scuola kleiniana che parlano di narcisismo pure a proposito dell'identificazione proiettiva di oggetti cattivi nell'altro (cioè attribuzione all'altro delle parti cattive di sé), solo perché quegli oggetti sono parti del Sé: ma sono oggetti odiati, non amati. D’altra parte, va pure osservato che, se la relazione verso di sé deve essere amorosa, l'egoismo, come centratura su di sé, non sempre coincide con il narcisismo. Non è detto, infatti, che nell’egoista ci sia investimento amoroso di sé, ma può anche non avere granché stima di sé: può semplicemente fare i propri interessi senza curarsi degli altri, come per esempio l’avaro che, tipico egoista, può accumulare beni più per una paura irrazionale della povertà, che non per una particolare stima di sé. A meno però di identificare il narcisismo con l’affezione per quel denaro nel quale l’avaro ripone il senso di sé, il valore di sé: mi amo, mi apprezzo in quanto ho un grosso tesoro; ma a ben vedere è già un’estensione del concetto di narcisismo alla relazione oggettuale;
  • distinta, in prima battuta, dalla relazione affettiva negativa, cioè dall’odio verso di sé. Infatti in prima battuta, cioè fenomenicamente, è scorretto dire ad esempio che chi insiste nel sentirsi depresso è un narcisista: se lo diciamo, è perché diamo preventivamente una certa spiegazione della depressione di quel dato soggetto (notoriamente l'autodenigrazione può nascondere un grado anche alto di narcisismo: mi sento negativo, perché non sono quell’ideale che vorrei essere). Insomma in linea di principio la descrizione va distinta dalla spiegazione: per quanto certa epistemologia ponga dei dubbi su questo principio, sta di fatto che tra psicoterapeuti accade che si convenga sulla descrizione, ma non sulla spiegazione (salvo poi fare confusione nella teoria tra descrizione e spiegazione).

   In sintesi, non basta a mio parere che non vi sia oggetto esterno investito, non basta il semplice ripiegamento su di sé per poter parlare di narcisismo, occorre anche un investimento affettivo positivo su di sé, un amore di sé abbastanza manifesto. Più in generale, perché ci sia psichicità, perché un fenomeno sia qualificabile di psichico, deve sempre esserci relazione, cioè un rapportarsi a qualcosa, in una parola deve esserci "in-tenzionalità" (nel senso etimologico della parola di "tendere a qualcosa"), e non invece un mero stato, come accade a un oggetto inanimato. Di più, nel narcisismo curiosamente accade che è il soggetto in-tenzionante che si relaziona a sé, ponendo se stesso a "oggetto".

Torniamo alla definizione di narcisismo che si dà appunto correttamente a mio avviso come relazione, una relazione che si esplica sull’asse di continuità/opposizione tra relazione amorosa verso di sé e relazione amorosa verso altro da sé: su questo asse si dispiega la problematica più propria del narcisismo (ma è errato vedere dispiegarsi sul medesimo asse l’intera psichicità, come finisce col fare la kohutiana psicologia del Sé). Allora vorrei a questo punto, e tutto quanto sopra premesso, rintracciare uno schema più generale entro il quale possano stare più aspetti, più oggetti del narcisismo. È il piatto forte del menù di oggi. Va da sé, dopo tutto quello che ho detto, che l’unica soluzione esclusa dallo schema che propongo è di intendere il narcisismo come stato anoggettuale della libido. Propongo dunque di ragionare sul presente schema.

   La fecondità dello schema come struttura aperta è che può raccogliere al suo interno varie

soluzioni, molte di quelle prospettate dai vari teorici, cioè le varie soluzioni sono leggibili come varianti entro lo stesso schema, ed è un vantaggio; l’altro vantaggio è che lo schema, in quanto insaturo, si lascia riempire con molteplici possibili precisazioni, lascia aperta in particolare la possibilità di individuare una gamma di oggetti narcisistici. E potremo riflettere assieme su questi oggetti che ricorderò e su altre eventuali entità narcisistiche. I termini essenziali in gioco nello schema sono vari, perché il concetto di narcisismo è tributario a sua volta di concetti più generali e più basilari, come quelli di soggetto, Io, , oggetto, altro, Altro, relazione, come vi sarete accorti dai discorsi fatti fin qui. Le diverse accezioni di questi concetti chiave danno luogo a spiegazioni e soluzioni diverse al tema del narcisismo, cioè il concetto di narcisismo è funzionale a come si intendono questi concetti basilari, che sono a ben vedere concetti molto filosofici. Anche per questo si sono sviluppate teorie diverse sul narcisismo. Purtroppo, infatti, sui concetti basilari della nostra disciplina, come quelli appena menzionati, non v’è definizione concorde tra gli psicologi: non sono tasselli stabili nella composizione del mosaico che costituisce una teoria, come invece accade nella definizione formale di un termine in matematica o in fisica, col quale poi, una volta definito, si può procedere in maniera pressoché univoca. Nel nostro caso è un po' come se si dovesse costruire una casa appoggiandocisi a un certo numero di zattere, ciascuna delle quali subisce le oscillazioni delle onde.    

   Ripeto con maggior ordine i termini di base da considerare: a) relazione, poi b) soggetto, cioè il chi della relazione di narcisismo (Io, Sé, Altro), c) oggetto, cioè chi o che cosa è investito di narcisismo (Io, Sé, articolazioni dentro al Sé, altra persona, ecc.).

  1. Relazione. La “in-tenzionalità”, dicevo prima, è carattere essenziale della psiche, senza il quale cioè propriamente non v’è psiche: la psiche per lunga tradizione anche al di fuori della psicoanalisi, è intesa come “atto”, cioè attività di rapportarsi a qualcosa. Ogni relazione, poi, suppone un termine a quo (nel nostro caso in prima istanza l’Io o il Sé) e un termine ad quem, l’entità verso cui l’atto si indirizza. Ma sorge subito il problema: viene prima la relazione o prima i termini relazionati? Non è questione capziosa, tipo se prima viene l’uovo o la gallina. In una prospettiva fenomenica, di immediata apparenza, certo esistono prima i termini individuali, i quali in seconda battuta entrano in relazione. Ma non è detto sia così, se pensiamo non al livello visibile immediato (c’è prima Carlo e Giovanna, che poi per es. si innamorano); se invece pensiamo al livello delle condizioni in cui e per cui i singoli individui si costituiscono, in cui e per cui Carlo e Giovanna si innamorano, le cose stanno un po’ diversamente. Da tempo si va in questa direzione, cioè si sostiene da più parti il carattere costitutivo della relazione, o quanto meno delle modalità relazionali, che precedono i termini relazionati; è cosa piuttosto ignorata alle origini della psicoanalisi in cui ci si concentrava sull’organismo, sul singolo individuo, che poi si rapporta ad altro. Da qualche decennio a questa parte si va in altra direzione per esempio con le concezioni “di campo” della relazione (i Baranger), con i modelli ispirati anche alla Gestalt, di cui già parlavamo ieri, poi con Bion e altri: in tutti questi modelli prevale qualche tipo di strutturazione che non solo precede i singoli relazionati, ma anche concorre a costituirli nelle rispettive individualità. La concezione kohutiana e quella lacaniana del narcisismo, di cui parleremo, vanno pure esse verso il primato della relazione, entro la quale si costituiscono i due termini, a quo e ad quem, della relazione narcisistica. In effetti, occorre anzitutto rilevare che nasciamo già dati, e per taluni versi predestinati, entro una rete di relazioni che non abbiamo scelto: relazioni parentali, cultura, lingua. Gli schemi comportamentali poi, interiorizzati o innati che siano (come ci insegnano anche i cognitivisti), fungono come dei canovacci comportamentali che includono scenari relazionali in cui pure l’Io è già compreso: si pensi ad esempio ai “modelli operativi interni” di cui parla Bowlby. Se poi la psiche è intesa come originariamente gruppale, se vi è un primato della relazione come vuole Bion – anche se poi Bion non ha dato contributi di rilievo sul narcisismo per quanto il gruppo in Assunto di Base sia apertissimo ad esisti in senso narcisistico – , allora anche l’Io, o il Sé, prima ancora di costruire delle relazioni narcisistiche, partecipa di una gruppalità, interna o esterna che sia. L’Io cioè è già attraversato da Altro, da una rete di relazioni che lo precedono, da datità di altro tipo che al singolo risultano inconsce pur essendo esse la materia, la pasta di cui esso è per molti versi costituito. Gruppalità interna vuol dire che noi siamo già relazione, esseri relazionati, prima ancora di entrare in relazione effettiva e affettiva con un dato x esterno a noi, prima di avere un amico, una morosa. Più individualista invece è la prospettiva della psicologia psicoanalitica dell’Io e quella kleiniana, nel senso che, per la maggior parte degli stretti esponenti di queste correnti, la relazione è il risultato esterno delle dinamiche sorte sul terreno intrapsichico (kleiniani), oppure la relazione è un risultato dell’individuo che dapprima è dato come organismo e poi si rapporta con l’ambiente (psicologia dell’Io).

   Comunque il primato della relazione, anche senza far appello a modelli di mente transindividuale, gruppale o collettiva, dovete concedermi, vale quanto meno nella misura in cui si convenga che l’Io, o il Sé, si costituisce nel corso dello sviluppo ontogenetico attraverso gli altri con cui ci si è rapportati. Questo fatto nel caso del narcisismo appare abbastanza evidente, almeno in certe letture della sua psicogenesi: costituisco la mia identità personale anche nel riflesso speculare dato dal desiderio amoroso dell’Altro su di me (narcisismo genitoriale che predestina l’essere del piccolo): vedremo questo fatto in dettaglio, proprio studiando il narcisismo nel corso dello sviluppo infantile. In conclusione, al minimo occorre concedere che non è poi così scontato che gli individui vengano prima delle relazioni, piuttosto essi si fanno nella relazione, in quanto nascono già relazionati. La dinamica relazione-relazionati è piuttosto articolata.

  1. Veniamo ora al chi, cioè il soggetto della relazione narcisistica: Io? Sé? Ma a ben vedere c’è “Altro” in me, pur quando “io” intenziono qualcosa. Si noti che Altro con la maiuscola è diverso da altro con l’a piccola: con l’a piccola è l’altra persona o cosa determinata che percepisco, che ho di fronte; con l’A grande è il terzo, che spesso non si percepisce né direttamente, né come oggetto determinato, come quando si dice “rispetto a terzi”. Vale a dire l’Altro è la struttura, l’organizzazione che precede e a volte costituisce inconsciamente la soggettività di ciascuno, precede ed entra implicitamente nella costituzione di una stessa relazione a due, come “il terzo”, che funge ad esempio da regola del rapporto tra i due, o quanto meno da base comune, quale può essere il comune linguaggio. Ecco allora il modello della clessidra nel grafico che vi ho proposto: l’Io o il Sé sono come a un nodo, a una strettoia dell’imbuto nella parte a sinistra del grafico. In questa strettoia dove ho posto l’Io, o Sé, convergono una marea di altre cose che lavorano il più delle volte inconsapevolmente dentro a me quando io agisco, ritenendo illusoriamente di essere io l’esclusivo protagonista, ovvero il soggetto del mio agire. Chi guarda chi, quando una ragazzina alle soglie della pubertà si guarda allo specchio, già ci domandavamo: si guarda con l’occhio suo o dell’Altro?

   Tutti coloro poi che insistono sulle dimensioni costitutivamente relazionali o anche solo su quelle inconsce della personalità, devono convenire sul peso dell’Altro, l’Altro che, quale “vero” soggetto, agisce in ciascuno attraversando l’intenzionalità conscia, attraversando e bypassando l’Io, così da falsificare l'identificazione semplicistica dell'Io col soggetto dell'atto intenzionale. In generale, chi agisce quando io penso di agire in prima persona? L’eteronomia dell’Io dovrebbe essere patrimonio acquisito dopo Freud e non solo per la presenza dell’inconscio nei vari sensi dell’inconscio freudiano: c’è molto altro da me in me che agisco, una cultura, una società, una lingua che mi precedono. L’Io o Sé da una parte e il soggetto dall'altra non sono la stessa cosa: il soggetto vero, quello che agisce in e attraverso l'Io può essere l'Es, ma anche il Super-io, per dirla in termini freudiani.   

   Quanto testé detto vale pure, specificamente, nel caso del narcisismo: sono forse io in ogni senso il soggetto della relazione narcisistica che intrattengo, o questa relazione risulta anche dal desiderio dell’Altro su di me? Vale la seconda, nella misura in cui ciascuno è attraversato da uno sguardo “narcisisticamente” desiderante dell’Altro: così Kohut col tema dello madre rinviante al bambino un’immagine narcisistica di lui stesso, come vedremo; Lacan con la tesi che lo stadio dello specchio tra il primo e il secondo anno di vita contribuisce alla costituzione ad un tempo dell’immagine unitaria dell’io (je) e del narcisismo. Del resto, Narciso appare già “narcisisticamente” amato dalla madre, la ninfa Liriope: stuprata da Cefiso, dio del fiume omonimo che circuisce la fonte di cui Liriope è ninfa, Narciso cresce in un rapporto duale con la madre, non conosce il padre. La madre lo riflette: secondo altre versioni rispetto a quella classica di Ovidio, Liriope è niente meno che la ninfa protettrice della fonte stessa in cui Narciso muore, quasi a dire che resta affogato nel grembo materno. Allora, se è consentito ricamare un po’ su quest’altra versione del mito, “dietro” al riflesso in cui Narciso si rispecchia c’è proprio l’acqua, cioè la madre, sì che la ninfa sembra essere la causa prima del narcisismo di Narciso: la madre narcisista di Narciso che lo vuole (re)incorporare, troppo bello per lasciarlo ad altre donne (la ninfa Eco) o ad altri giovinetti.

  1. Quello di oggetto è un concetto vastissimo in psicologia e psicoanalisi: è un altro da me reale (persona, cosa, ma può anche essere, come oggetto parziale ovvero pulsionale, una parte del corpo); oggetto è rappresentazione (idea, immagine, oggetto del desiderio); oggetto allucinato (nel sogno, nella psicosi); ma anche stato emozionale viscerale, subsimbolico, pre-rappresentativo in quanto emergente nei rapporti intuitivi e primari con l'altro. Insomma “oggetto”, fenomenologicamente, è tutto ciò che di reale o di immaginario può pararmisi alla mente, al pensiero, ai sensi, dunque anche l’immagine di me stesso è suscettibile di diventare a me oggetto. Nel caso del narcisismo, l'oggetto genericamente è l’Io o meglio il Sé, la propria persona, fisica, intellettuale, morale. Per altro notiamo subito che questa curvatura dall’Io al Sé nel narcisismo, a partire dalle teorizzazioni di Heinz Hartmann, è favorita dal fatto che la parola self in inglese ha pure funzione di pronome riflessivo, a differenza della parola io (si vede una volta di più come la lingua veicola delle connotazioni che diventano poi problemi di rilevanza psicologica). Comunque l’Io ovvero il Sé sono ampiamente articolati al loro interno e possono esserci nel caso del narcisismo accentuazioni o esclusività di talune loro componenti. Vale a dire, gli oggetti narcisistici coincidenti con, o inclusi nell'Io o Sé sono molteplici, come si vede nello schema sopra proposto:
  • il proprio corpo, il Sé corporeo, meglio l’immagine del proprio corpo, cioè il corpo soggettivamente vissuto (“soggettivamente”, perché può esservi uno scarto tra immagine soggettiva e realtà del corpo, per es. nel disturbo da dimorfismo corporeo);
  • o anche parte del corpo come nell'esibizionismo fallico, che non è solo del bimbetto orgoglioso del suo membro, ma tosto questo è attraversato da significati culturali che trapassano la sua concreta fisicità. Abbiamo così le tante traslazioni simboliche dell’oggetto parziale, a partire dalla fase fallico-narcisista, dove il fallo non è il pene, che semmai ne è la modesta incarnazione materiale, ma è l’organo maschile ripreso nell'immaginario e nel simbolico (e così si vede bene la differenza tra l’oggetto concreto materiale e l'oggetto assurto a simbolo di potenza, dove l'oggetto cambia in funzione delle simbolizzazioni culturali); pure i seni femminili a volte appaiono come simboli fallici di potenza femminile, come mostra la debordante abbondanza nelle raffigurazioni delle grandi Madri nella mitologia antica;
  • la propria intera “persona”, corpo e mente, ovvero il Sé nel senso più pieno di “one’s own person” (la propria persona, Hartmann, 1950, già citato);
  • la propria mente, il Sé mentale (abilità e prestazioni intellettuali, skill, qualità morali particolari). Probabili sono le sinergie tra investimento narcisistico del corpo e investimento delle proprie doti psicologiche; ma sono possibili pure degli squilibri del Sé mentale rispetto all'immagine corporea soggettiva, che può non piacere e non si vuole esibire, quasi a sottolineare il primato assoluto del Sé mentale su quello corporeo. Dostoevskij per es. era piccolo, mingherlino, ma aveva una grande considerazione di sé, altrimenti non avrebbe resistito alle tragedie, alla fame. Tipica figura poi è quella del prof, scienziato genialoide che si trascura nel vestire e nella cura del corpo, quasi per far meglio risaltare le sue doti di eccezionale intelligenza. Si può arrivare fino ad odiare il corpo, per far risaltare un Io mentale o spirituale ipertrofico, come accade nel disprezzo del corpo di certe forme religiose. E ancora narcisismo esaltato dello spirito troviamo in certe espressioni mistiche, in certe sofferenza e frustrazioni-fustigazioni della carne, anche se appaiono esteriormente come la massima negazione del narcisismo (del corpo). (A ben vedere, non sono neppure espressione di santità, ma tragiche illusioni di santità, almeno nel cristianesimo, perché queste espressioni “religiose” insistono più sulle opere, cioè su di sé, sulla propria autoflagellazione come condizione di salvezza, che non sulla grazia che viene dall’Altro);
  • il proprio Io ideale: diverso dall’ideale dell’Io, è il mio io idealizzato. (Mi spiegherò poi meglio circa la differenza tra Io ideale e ideale dell’Io, non sempre tenuta presente in psicoanalisi). Può trattarsi, emblematicamente, dell'immagine di me idealizzato che l’altro mi rimanda: è il caso dell’immagine di lui/lei che l’innamorata/o rimanda alla persona amata, nel senso che l’innamorato vede o meglio stravede per essa, suscitando e lusingando così l'“Io ideale” nell’altro. In altri termini, è l’immagine idealizzata di me, che l’altro mi comunica e in cui io, lusingato/a, mi rispecchio: amo non tanto l’altro per quel che è o può diventare, ma amo l’amore, cioè l'idealizzazione, che l'altro ha per me (senza preoccuparmi di chiedermi chi è lui/lei a prescindere da me). È un miraggio prevalentemente femminile, almeno nella mia esperienza clinica, che spesso ho riscontrato nel fallimento di tante coppie: non ti sei messa con Gianni, ma con l’immagine che Gianni rimandava a te di te stessa;
  • il proprio Io (Sé) sociale (William James e George Mead distinguono giustamente Sé corporeo, Sé spirituale, Sé sociale): è l’immagine sociale di sé, cioè il proprio status socio-economico-professionale, che è vantato anche se non si è né belli, né troppo intelligenti, talora difensivamente per mascherare una propria mediocrità;
  • l'ideale dell'Io, diverso dall’Io ideale, perché qui vige uno scarto tra ciò che sono e ciò che vorrei essere ma non sono; quindi l’ideale mi può anche far sentire in colpa perché ne sono lontano. Il rapporto con l'ideale dell'Io ha degli aspetti anti-narcisistici, se narcisismo è amore di sé, mentre qui posso sentirmi inadeguato, insufficiente; ma è ancora narcisismo, se leggiamo nell’ideale dell’Io l'introiezione di qualità idealizzate che appartengono ai miei desideri, ma anche a un'altra persona reale che ho idealizzato: lo ammiro e vorrei essere come lui, cosa che accade tipicamente nel rapporto del gregario col leader carismatico. Col che però siamo già avviati sul versante delle relazioni oggettuali narcisistiche, di cui più oltre;
  • i propri pensieri e credenze sovrainvestiti: pensiero magico, onnipotenza dei pensieri, magia delle parole, già presenti per altro nello stadio di Piaget dell’egocentrismo nel bambino. (Ma in quest’ultimo caso propriamente c’è investimento amoroso? In che senso?). È pure il caso, con Freud, dei deliri psicotici (psicosi come nevrosi narcisistica, diversa da nevrosi di transfert), dove v'è sovrainvestimento di pensieri e desideri, ritenendoli reali. È il caso ancora del vissuto ipocondriaco, ancora secondo Freud;
  • il noi, ovvero narcisismo del gruppo di appartenenza: etnie, nazioni, partiti, confessioni religiose. “Noi siamo i migliori, noi abbiamo la Verità”, sarebbe lo slogan. Con o senza il leader in cui riporre il proprio ideale, questo tipo di narcisismo è comunque un fattore identitario importante che, in senso positivo, crea coesione sociale, in senso negativo tende al disprezzo, fino alla distruzione, degli altri gruppi.
  1. d. Relazioni oggettuali narcisistiche. L’investimento amoroso qui avviene su oggetti esterni al Sé, cioè fisicamente diversi dalla propria persona, ma investiti come fossero parti di un Io o di un Sé allargati. La relazione si qualifica di narcisismo in virtù del modo (affetto positivo) di relazionarsi con l’oggetto, sia che l'oggetto venga sentito indipendente da me, sia confuso con me, ma comunque rientrante nel mio mondo. La nozione di relazioni oggettuali narcisistiche – che risulta un ossimoro per chi contrappone l’Io all’oggetto, il Sé al non Sé – suppone una diversa filosofia del rapporto io-altra persona, io-mondo circostante: “Yo soy Yo y mi circumstancia”, scriveva Ortega y Gasset; la psichicità di ciascuno travalica le frontiere del proprio corpo, ma anche quelle del proprio Io. Già ne parlavamo ieri. Vi sono varie modalità con cui si può far rientrare l’altro nel proprio mondo, cioè v’è una scala di gradazioni, o meglio una scala di figure, lungo la quale l’altra persona viene riconosciuta più o meno indipendente rispetto a me: si va dall’estremo della totale inclusione in me o confusione dell’altro con me, all’estremo opposto del riconoscimento della sua indipendenza. E la modalità con cui si inserisce l’altro nel proprio mondo dipende anche dall’immagine che ciascuno ha di sé (ad es. un narcisista esibizionista inclusivo, di cui parlavo, è ben poco disposto a riconoscere autonomia di desideri e di progetti nell’altro).

   Provo a fare un elenco pure di questi possibili oggetti “esterni”, intenzionati con modalità narcisistica, e una breve descrizione di ciascuno:

  • L’altro considerato non in sé, ma solo “amato” come funzionale a un me grandioso (narcisismo grandioso inclusivo dell’altro): do tutto ai miei amici, in quanto fanno parte del mio progetto, perché e purché mi seguano fedelmente.
  • L’altro vale in quanto mi riconosce, mi rispecchia (come nell'amore dell’Io ideale di cui sopra; è anche il transfert speculare di cui parleremo fra poco occupandoci di Kohut: l’altro è amato in quanto rispecchia la mia grandiosità).
  • Sento l’altro come me e mi rispecchio in lui/lei, trovandovi magari il mio Io ideale (tipico dell’amore omosessuale, inoltre del transfert gemellare di cui parla Kohut).
  • L’altro dentro di me (introiettato), ma tenuto distinto da me: amore per il leader, le cui qualità reali o presunte incarnano il mio ideale dell’Io (transfert idealizzante di Kohut).
  • L’altro dentro al mio mondo, al mio “Io allargato”, ma riconosciuto autonomo da me: relazioni affettive corrette, nella misura in cui l’altro è amato come parte del mio mondo, ma rispettato nella sua autonomia e separabilità da me; in questo caso abbiamo fenomeni “empatici” e atteggiamenti empatici corretti, non manipolatori.
  • L’altro dentro di me, incorporato quasi un “pezzo” di me (“ti voglio tanto bene che ti mangerei”): le relazioni narcisistico-orali che esemplarmente si ritrovano alla base della melanconia (sì che la morte o l’abbandono da parte dell’altro significano la mia stessa morte, Freud, 1917, Lutto e melanconia).
  • L’altro confuso con me: come nelle relazioni simbiotizzanti madre-bambino o nei fenomeni unipatici.
  • L’altro in cui io sono inglobato: l’altro mi prende dentro di sé, sono interamente e “felicemente” dipendente dall’altro (riproduzione di un certo rapporto del bambino verso la madre).
  • Gli altri, il gruppo con cui sono fuso: caso del contagio emotivo nelle folle, dei deliri collettivi in cui gli individui agiscono all’unisono (il soggetto è come fuso col gruppo, si sente con la massa come un unico grande corpo onnipotente, invincibile).

   Questo elenco di relazioni oggettuali narcisistiche mostra una volta di più che la patologia del narcisismo nell’ambito delle relazioni oggettuali si gioca sulla modalità dell’inclusione dell’altro nel proprio mondo. Si gioca cioè sul grado di autonomia e di indipendenza da me che riconosco all’altro e viceversa sul grado di autonomia di me stesso dall’altro: si va dall’estremo della “incorporazione” dell’altro o della “con-fusione” con lui, a quello opposto del riconoscimento della sua autonomia, come il buon genitore “empatico” che promuove l'autonoma realizzazione del figlio secondo le tendenze a lui interne (anche se queste si discostano dai propri desideri sul figlio), ed è orgoglioso proprio per questo.

 

2.2 Narcisismo in un’ottica evolutiva: il narcisismo “sano”

Kohut – Mi riferirò in particolare all’opera di Kohut, perché questo autore ha evidenziato molti aspetti del narcisismo poco esplorati prima di lui e inoltre ha riletto alla luce delle nozioni di Sé e di narcisismo un po’ tutto l’edificio della psicoanalisi, con risultati più o meno accettabili. Insomma Kohut appare colui che ha enfatizzato più di ogni altro il ruolo del narcisismo nel corso della costituzione del soggetto e del suo sviluppo. Per questo merita di essere seguito con attenzione nelle pieghe del suo discorso, per vedere sia pur criticamente fin dove ci porta, ovvero fin dove lo si può seguire.

   Kohut (The Analysis of the Self, 1971; The Restoration of the Self, 1978; ecc.; per uno studio sulla sua opera, M. Fornaro, Il soggetto mancato. Saggio sulla psicologia del Sé di Heinz Kohut, Studium, Roma 1996) viene dalla psicologia dell’Io, ma va oltre. Per lui il narcisismo è da intendersi non come fase dello sviluppo da superare, ma come qualcosa di permanente, che però deve evolvere in forme accettabili di narcisismo, a partire dall'infantile (da lui supposto) “Sé arcaico grandioso”. Tanto meno il narcisismo nell’adulto è sempre una patologia. Anzi nel saggio precorritore del 1966, di cui vi parlavo ieri, Kohut prefigura quello che egli chiama “sano narcisismo”: risulta dalla trasformazione del narcisismo grandioso in termini di capacità di autoironia, di distacco da Sé, di umorismo rispetto all’assolutizzazione dei propri valori e ideali, fino all’accettazione della propria morte (che invece dovrebbe essere con Freud la più grave offesa narcisistica, tant’è che per Freud non vi sarebbe rappresentazione inconscia della propria morte). Vi sarebbe dunque uno sviluppo del narcisismo parallelo allo sviluppo delle relazioni oggettuali.

   Inoltre, ulteriore novità per la tradizione freudiana, il narcisismo sano concorre potentemente alla formazione stessa del Sé. Da qui il carattere particolarmente deleterio dei disturbi che accadono sulla linea del narcisismo (e anche per questo contributo teorico Kohut è corresponsabile dell’inserimento della classe dei disturbi narcisistici nelle nosografie psicopatologiche). I disturbi narcisistici, dal canto loro, che Kohut pone quanto a gravità in una posizione intermedia tra nevrosi e psicosi, non sono tanto dovuti a ripiegamenti difensivi dell’investimento libidico dall’oggetto esterno al Sé (questo è il narcisismo secondario, patologico, di cui parlava Freud), quanto piuttosto essi dipendono da mancate o cattive evoluzioni sulla linea dell’autonomo sviluppo del narcisismo. Il che accade o a seguito di carenze empatiche da parte delle figure parentali, o a seguito di incapacità del soggetto ad effettuare trasformazioni dell’originario narcisismo grandioso, cosa di cui è comunque corresponsabile il caregiver che non abbia saputo esercitare "frustrazioni ottimali" (ma Kohut, dico fin da ora, dà poco spazio alla funzione paterna, cioè all’Edipo, nel suo ruolo di limitazione del desiderio del piccolo/a). Questo in generale; ora articolo meglio.

Una digressione sulla nozione kohutiana di Sé va preliminarmente fatta, per intendere appieno la linea evolutiva del sano narcisismo. Il Sé per lui non è soltanto l’immagine di sé, cioè la rappresentazione che ciascuno ha di se stesso, corpo, mente: di certo questa rappresentazione è oggetto elettivo di investimenti narcisistici e in ciò Kohut si trovava in sintonia con la psicoanalisi “ortodossa”, tant’è che fu Anna Freud a fargli l’introduzione a quello che sarà poi considerato il manifesto della psicologia del Sé, cioè il già citato The Analysis of the Self del 1971. Progressivamente il Sé verrà inteso da Kohut come struttura costitutiva della persona, una sorta di quarta istanza sovrapponibile alle tre classiche istanze freudiane, Io, Es e Super-io. Caratterizzare di narcisismo questa struttura, cioè il Sé così inteso, come Kohut effettivamente finirà col fare, è cosa assai impegnativa, perché non si tratta più solo di un’immagine (di sé), ma si tratta di come il Sé, ovvero la psiche in toto, obiettivamente si costituisce ed obiettivamente è. Cambia così il modello di mente rispetto a quello freudiano, perché ora il narcisismo colora tutta la psiche e non ne è solo un momento, sano o patologico che sia. Anzi, il Sé diventerà, specie negli ultimi lavori di Kohut, il “centro della psiche”, riprendendo peraltro alcune connotazioni tipiche del Selbst dei tedeschi (inteso come la parte più intima e più propria di ciascuno, una connotazione che viene dalla corrente protestante del Pietismo): non dimentichiamo l’origine austriaca di Kohut. “Centro della psiche” vuol dire che il Sé viene ad essere il centro dell'iniziativa, il nucleo costitutivo della specifica personalità e dinamismo di ciascuno, tant'è che Kohut finirà col parlare di un “Sé nucleare”, una sorta di intima essenza individuale che guiderebbe il programma di vita di ciascuno. Ebbene questo Sé, istanza sovrastante e ad un tempo centro della mente, si colora intrinsecamente di narcisismo nel senso che non si costituisce per Kohut se non attraverso relazioni narcisistiche, cioè le relazione che l’individuo intrattiene con l’“oggetto-Sé”. Oggetto-Sé, tipico costrutto kohutiano, sono tutte quelle persone che appartengono al mio mondo, con cui ho un rapporto affettivo (possono anche essere cose e animali cui sono particolarmente affezionato) e che supportano psicologicamente la crescita di ciascuno nelle fasi evolutive, e inoltre supportano l’esistenza di ciascuno nel corso di tutta la vita, avendo ciascuno di noi sempre bisogno di persone da amare e da cui essere amato. Nelle fasi evolutive, l’oggetto transizionale di Winnicott può certo fungere da oggetto-Sé.

Tornando al narcisismo, esso dunque per Kohut è decisivo nel corso dello sviluppo ai fini della costituzione non solo di una buona immagine di sé, ma in definiva è costitutivo del Sé stesso: il Sé è risultato di investimenti narcisistici e ad un tempo è fonte di narcisismo, obbligando di conseguenza a ripensare tanto lo sviluppo psichico normale quanto la patologia, come imperniati sia l’uno che l’altra attorno agli equilibri o disequilibri sull’asse del rapporto Sé/oggetto-Sé (selfobject, scritto tutto attaccato negli ultimi scritti, a dire che è un tipo di oggetto peculiare, non un qualunque oggetto a cui poi si sovrappone il Sé). Un Sé coesivo e non frammentato si costituisce in primo luogo attraverso la corretta relazione che l’oggetto-Sé primario, cioè la madre, intrattiene con il piccolo. Ella, rimandando normalmente al bimbo una positiva immagine di lui stesso, concorre potentemente alla costituzione nel bambino di un buona immagine di sé. Il piccolo si riconosce, si “rispecchia” negli occhi della madre, secondo la felice espressione kohutiana. Negli occhi della madre egli si sente più o meno valorizzato, a seconda dell’immagine che la madre gli rimanda di lui stesso con le sue parole, i suoi atteggiamenti, la sua giocosa (o meno) accettazione, con la sua valorizzazione delle espressione del piccolo. Ma proprio questo riconoscimento tramite rispecchiamento concorre a costituire l’identità del piccolo, perché specie nelle fasi precoci l'identità si costituisce altresì tramite l'introiezione di relazioni con le figure investite affettivamente. La madre, dunque, se da una parte rinforza l’autostima e il senso di sicurezza del piccolo, riversandogli il suo orgoglio, dall’altra parte, con le sue aspettative e con i positivi desideri nei suoi confronti – già prima che nasca, secondo l’ultimo Kohut e poi secondo Lacan – lo chiama a un’identità che ha ancora da costituirsi; ella cioè concorre, nei termini di Kohut, a forgiare il Sé nucleare del futuro adulto.

   Tuttavia la madre, ovviamente, non fa un'operazione neutra, di mero rispecchiamento di ciò che il piccolo virtualmente è: in questo atto ci mette anche del suo. Qui il discorso potrebbe allargarsi, oltre Kohut, ad intendere l'investimento narcisistico del genitore sul figlio nelle sue molteplici forme, anche patologiche, comunque sempre concorrenti a caratterizzare l'identità del figlio stesso: evidentemente il rispecchiamento può sortire effetti negativi, a seconda di quanto il genitore vi proietta di suo per compensazione di sue mancanze, oppure per identificazione o per rivalsa rispetto a quanto vissuto a sua volta nella propria relazione parentale. Come dire che il contenuto e la modalità del rispecchiamento genitoriale sono intessuti nella trama dei rapporti transgenerazionali cui i genitori stessi partecipano. (Il che è importante tener presente in clinica: ad esempio, per comprendere le difficoltà di una madre col figlio, il terapeuta ha pure da chiedersi, anche nel transfert, di quali rispecchiamenti e proiezioni parentali essa sia già stata a sua volta oggetto). A questo proposito voglio ricordare un caso emblematico di mia conoscenza: una madre, per altro presto rimasta vedova, chiama il figlio unigenito Dante, perché doveva essere nelle sue fantasie piccolo borghesi di intellettuale frustrata, un novello Dante Alighieri. Il che certo spronò molto il piccolo, candidato al grande successo, tanto da diventare sì ottimo professore, ma non il Dante cui lo chiamava il narcisistico Io ideale instillatogli dalla madre (col risultato di un crollo di carattere psicotico alla “crisi della mezza età”, quando cioè si tirano le prime somme della propria vita).

   Questa azione di rispecchiamento che induce il piccolo ad una identità, sana o disturbata ma che comunque che ha ancora da venire – dal momento che la madre e poi anche gli altri parenti parlano non già al bimbo reale, ma al bimbo che ha da venire (per come si rapportano a lui, per come lo desiderano, lo immaginano, ecc.) – può essere raffigurata nel seguente grafico.

   I suddetti rischi di proiezioni che portano a rispecchiamenti sfavorevoli, per Kohut sarebbero esorcizzati, nel corso del sano sviluppo, dalla capacità del genitore di esercitare empatia. L’empatia dal canto suo per Kohut è da intendersi, prima che come benevola accoglienza e supporto, come “introspezione vicaria”, cioè comprensione delle intime emozioni e tendenze del bambino e in definitiva come appoggio allo sviluppo del suo "Sé nucleare", nel quale sarebbe contenuto un virtuale progetto di vita. Il rispecchiamento empatico genitoriale, in quanto rispettoso delle specificità e virtualità del figlio, sarebbe dunque la chiave di volta della costituzione di un sano narcisismo nel piccolo e ad un tempo condizione di un sano sviluppo del Sé – Sé che a questo punto, come già dicevo, è sia immagine di sé nel bambino, sia struttura obiettiva dello stesso. Questo sano narcisismo, mentre concorre alla costituzione del Sé, è pure indispensabile a quella coesione (si noti la parola tipicamente kohutiana, cohesion) psichica, necessaria per un buon rapporto con se stessi, ma anche con gli altri. In che senso?

   Notiamo anzitutto che la coesione del Sé è condizione per quel tanto di amor proprio e di consistenza in sé stessi necessari a vivere rapportandosi serenamente con gli altri. La clinica offre la controprova, mostrando che se c’è una carenza di amor proprio, di investimento affettivo benevolo sulla propria persona, è difficile che l’individuo riesca a essere altrettanto benevolo verso il prossimo. Se prevale l’autodenigrazione, l’autolesionismo, il senso di colpa nevrotico, non può non risultare disturbato anche il rapporto con il prossimo. Sotto questo profilo il narcisismo sano appare molto simile all’amor sui (amor di sé) degli scolastici medievali, che non solo lo ritengono compatibile con l’amore per l'altro, ma anzi precondizione di questo stesso amore. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, dice anche il Vangelo: non si tratta dunque di rinunciare all’amore di sé, anzi a ben vedere basterebbe quel “come te stesso” per costituire la base di una sufficiente ed efficace moralità, cioè l’altro è da trattare come me, ovvero come vorrei che fossi io trattato. Insomma, per tornare a Kohut, Kohut ha avuto il merito di sdoganare il narcisismo da quella colorazione prevalentemente negativa sotto il profilo pure etico, affermatasi in tanta psicoanalisi prima di lui.

   “Sé coeso” e sano narcisismo dunque vanno di pari passo e hanno le loro basi nell'interazione della prima infanzia con l'oggetto-Sé; ma è altresì vero per Kohut, torno a ripetere ancora, che per tutta la vita ciascuno di noi ha bisogno di figure care cui appoggiarsi, da cui avere e a cui dare affetto; e queste relazioni sono indispensabili al mantenimento dell’identità personale: chi sono io se avulso dal contesto delle relazioni affettuose, amicali? Resta comunque vero che solo la sana relazione narcisistica con l’Altro genitoriale è pronostico di future buone relazioni oggettuali, sia sul piano della convivialità e dell’amicizia, sia sul piano affettivo-sessuale. Già lo si sapeva dall’antichità: “Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem/… cui non risere parentes/ nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est” (“Incomincia, fanciullino, a conoscere la madre dal [suo] sorriso/ … colui a cui i genitori non sorrisero né il dio lo beneficia del banchetto, né la dea lo degna del giaciglio coniugale”, Virgilio, Bucoliche, Egloga IV). D'altra parte in mancanza di questo sano narcisismo che concorre alla coesione del soggetto, il Sé del piccolo si “sbrindella”: non si costituisce, per usare una metafora, quel guscio che tiene insieme il Sé, e allora l’uovo non sta assieme, si fa la frittata, l’omelette – come notava già Lacan, giocando con l’assonanza in francese tra homme, uomo, e omelette, frittata.

Lacan – Mi pare utile, anche a fini critici nei confronti Kohut, notare analogie e differenze della posizione di Kohut rispetto a quella di Lacan. Entrambi parlano di rispecchiamento come condizione per la costituzione del Sé in Kohut, del je, cioè io, in Lacan. Lacan precede di oltre vent'anni Kohut, scrivendo nel ’49, Le stade du miroir comme formateur de la fonction du je. Partendo dal freudiano narcisismo primario nella versione anteriore al 1920 (momento di unificazione delle pulsioni erogene parziali, così da investire il proprio corpo nella totalità), lo stadio dello specchio, che si verifica nel corso del secondo anno di vita, dispiega per Lacan i suoi effetti anzitutto a livello percettivo-gestaltico, cioè ai fini della costituzione dell’immagine unitaria del proprio corpo. Trattasi in sostanza della costituzione dello schema corporeo. Osserva infatti Lacan un fatto tipico del cucciolo di homo sapiens, cioè la prematurazione del momento percettivo, per cui il piccolo coglie in unità il proprio corpo prima dell'effettiva capacità di gestire in unità il proprio corpo. Vale a dire, l’acquisizione sul piano neurofisiologico della coordinazione motoria e della postura eretta, che suppongono una certa acquisizione dello schema corporeo, resta più arretrata rispetto all’immagine già unitaria del corpo. Anzi, la maturazione neurofisiologica sarebbe favorita proprio dalla visione allo specchio di sé o di un altro bambino più o meno coetaneo (già lo psicologo francese Henri Wallon aveva fatto quest’osservazione, insistendo da buon marxista sulla costitutiva, essenziale relazionalità dell’essere umano). Da qui per Lacan, da questa costituzione speculare dell'io (je), o più precisamente dell’io-corpo, deriva il fondamentale narcisismo dell’io: fondamentale perché coessenziale all'io, narcisismo perché l’immagine di sé che in età critica il piccolo vede nello specchio (o anche che vede in un coetaneo) è investita pure affettivamente, come testimonia la compiaciuta risposta di giubilo quando riconosce sé allo specchio.

   Tuttavia, allo stesso tempo, per Lacan siamo all’origine di un duplice dramma: da una parte, abbiamo lo scarto tra l'immagine di sé e la realtà di inadeguatezza sul piano fisiologico, scarto che determina un'anticipazione delle possibilità immaginarie rispetto a quelle reali; dall'altra parte, abbiamo l’inevitabile alienazione per cui l’immagine dell'io-corpo viene dall’altro, cioè da un riflesso speculare (il quale per altro, prima che il piccolo riconosca sé nello specchio, è inteso come un altro bambino, che il piccolo va cercando dietro allo specchio). Notevole a questo punto la differenza da Kohut, pur accomunati entrambi dalla centralità della relazione speculare ai fini della costituzione dell’io o Sé che dir si voglia. Kohut valorizza il bicchiere mezzo pieno del rispecchiamento narcisistico, la sua intima positività e costruttività; Lacan evidenzia il bicchiere mezzo vuoto, cioè il fatto che il rispecchiamento contrassegna l’io di narcisismo, ma in senso deleterio. Infatti questo io eminentemente narcisistico-immaginario, cioè sorto attraverso immagini (non ha senso per Lacan in sede psicoanalitica parlare di un Io autonomo dalle pulsioni, come fa Hartmann, correlato alle funzioni neurofisiologiche utili all’adattamento all’ambiente), è base per le fughe nell’immaginario, nell'illusorio: l’illusione di essere e poter fare più di quello che si è o si può fare. (Wallon però non trae tutte queste conseguenze in ordine alla costituzione speculare dell’immagine corporea). Inoltre, mentre per Lacan la costituzione dell’io è segnata da una inevitabile alienazione (perché, dicevo, col rispecchiamento l’io si costituisce tramite l’altro, sia pure questo altro la mia immagine allo specchio, e a maggior ragione se l'altro è la madre), Kohut vede solo la dimensione normalmente positiva, cioè empatico-supportiva di questo ruolo impersonato dall’altro (materno).

   Insomma, mentre per Lacan la scissione, come illusione e alienazione, è già nel cuore della costituzione dell’io, e il narcisismo va senz'altro superato – riconoscendo il vuoto che sta dietro allo specchio, alle immagini falsamente riempitrici – , Kohut prevede delle trasformazioni del narcisismo, cioè delle forme vieppiù evolute, in mancanza delle quali si avranno patologie del Sé. Ciò che in Kohut è alla base della linea evolutiva del rapporto Sé/oggetto-Sé, per Lacan è alla base di inevitabili dilacerazioni nel soggetto. Come se ne esce allora per Lacan, se per lui non esiste una linea evolutivo-trasformativa del narcisismo?

   Occorre guardare in faccia il vuoto che sta dietro allo specchio, cioè è impossibile equiparare sé alla propria immagine speculare (il soggetto non è esauribile nell'immagine pur formativa dell'io-corpo: dietro lo specchio non c’è nulla, c’è il vuoto, la morte). Parimenti è impossibile che alla lunga sussista lo specchio materno, alias la simbiosi narcisistico-speculare madre-bambino: già denunciata dal complesso d’Edipo, questa simbiosi, pur funzionale nella fase primaria dello sviluppo, è prodromo di patologia grave. Dunque Edipo vs Narciso? Ed ecco la funzione del padre da Lacan tanto invocata, anche come fattore anti-narcisistico: quale elemento terzo rispetto alla coppia madre-bambino/a, la funzione paterna, introdotta dal complesso di Edipo, richiama all'alterità, alla diversità, esercitando un’azione di separazione e dunque di delimitazione, sia con l’opporsi alla chiusura del desiderio – quella che si esprime nel rapporto totalizzante madre-bambino/a – sia con il contribuire alla formazione dell’identità di genere del piccolo. Kohut invece non coglie l’importanza di questa funzione, e anche per questo il sospetto è che in lui la relazione affettiva non esca mai, strutturalmente, dal narcisismo: la “frustrazione ottimale” della grandiosità narcisistica, funzione esercitabile indifferentemente da ambo i genitori, rappresenta a ben vedere solo una delimitazione del narcisismo, non un altro registro rispetto ad esso.

   La funzione del padre dunque (che certo in difetto del padre reale può essere esercitata da parte di una madre abbastanza intelligente da non chiudersi nel rapporto duale col piccolo), indicando un’irriducibile alterità, è un potente antidoto all’autoreferenzialità narcisistica, sia essa vissuta dal singolo sia dalla coppia madre-bambino. In particolare essa dovrebbe delimitare il narcisismo grandioso, via alta, significando al piccolo che il mondo non è ai suoi piedi; ma pure dovrebbe rinforzare l’Io del soggetto fragile che teme di incontrare il mondo, nella via bassa del narcisismo, abituando il piccolo Narciso alla presenza corroborante del limite, della competizione. In Kohut invece non esiste una specifica funzione paterna, come del resto neppure in tanti esponenti della variegata corrente delle relazioni oggettuali: il padre più che rappresentare il divieto, la delimitazione, la sana separazione, è un’ulteriore figura di supporto, una specie di surrogato della madre, un “mammo” come mi piace dire, avendo un ruolo sostanzialmente non differenziato da quello della madre. A riprova, Kohut contrappone a Edipo, o meglio al conflitto edipico padre-figlio, la figura di Achille: Achille blocca l’aratro con cui si mostrava pazzo (per evitare di andare a Troia) a un Ulisse che gli aveva messo il figlioletto Neottolemo davanti ai buoi. Cioè Achille, buon padre, si arresta di fronte al rischio di far del male al figlio, rinuncia alla finta pazzia e si sacrifica per il figlio, andando incontro a quel destino che gli prediceva che non sarebbe più tornato da Troia.

2.3. Tipi di transfert narcisistici, come segni-effetti della patologia narcisistica

     Occorre premettere qualche cenno alla psicopatologia narcisistica in Kohut. I disturbi narcisistici sono ricondotti in sostanza a carenze di rispecchiamento empatico da parte dell'oggetto-Sé, ovvero a carenze del caregiver nell’esercizio della “frustrazione ottimale”. Tra di essi Kohut include anche quelli che chiama “disturbi narcisistici alloplastici”: si manifestano in comportamenti che si palesano all’esterno (allo-), quali le tossicodipendenze e forme varie di devianza. Anche questi disturbi suppongono la deficitaria costituzione di un Sé coeso oppure un Sé rimasto ipertrofico in fantasia e dunque scisso dal fragile Sé reale: in ogni caso è favorito un ripiegamento surrogatorio sulla droga e/o su comportamenti devianti, quali sostituti della gioia data dalla realizzazione di sé nel rapporto con l'oggetto-Sé.

   I “disturbi narcisistici autoplastici”, cioè quelli che si manifestano all’interno del soggetto, dal canto loro consistono in un senso di vuoto, di noia, di inutilità; abbattimento, sfiducia; carenza di desiderio, di iniziativa, di progettualità; depressione latente, inibizioni nel lavoro. Piuttosto affini ai sintomi propri del “narcisismo fragile”, denotano un Sé fiacco e poco investito, donde un superficiale interesse alle stesse relazioni affettivo-sessuali che non siano di immediato consumo, l’incapacità di mantenere e stabilire rapporti affettivi significativi, la ricerca del piacere immediato e la scarsa sopportazione delle frustrazioni; inoltre vaghi disturbi ipocondriaci, psicosomatici. Questi tipi disturbi sarebbero in crescita tra quelli riscontrati da Kohut nella sua casistica clinica. Possono pure manifestarsi fratture nel Sé per la prima volta nel corso della piena vita adulta quando, alla mezza età, si è esposti al rischio della depressione conseguente alla constatazione di “non aver realizzato i modelli fondamentali del [proprio] Sé” (1977, La guarigione del Sé.

   Una certa vaghezza e ubiquità, a ben vedere, dei sintomi “autoplastici”, che si possono riscontrare in tanti altri quadri psicopatologici, comporta una difficoltà a riconoscere con sicurezza in clinica una chiara, predominante patologia narcisistica. Lo studio del tipo di transfert che si attiva in seduta diventa allora importante per Kohut, al fine di identificare assetti narcisistici, o quanto meno importanti aspetti narcisistici della personalità. Il transfert funge da sorta di cartina di tornasole dei rapporti difettosi con l’oggetto-Sé originario, perché Kohut suppone, a torto o a ragione, una continuità lineare con le fasi dello sviluppo infantile. Vale a dire, il transfert riprende, nel rapporto col terapeuta, esattamente i punti interrotti dello sviluppo narcisistico, ovvero i punti di criticità incontrati nel rapporto Sé/oggetti-Sé, trascurando le probabili (ri)elaborazioni fantasmatiche provenienti dall'interno del soggetto, sia al tempo, sia nel prosieguo del suo sviluppo.

Al di là della criticabilità di questa nozione di transfert, l’insegnamento da trarre è che torna utile prestare attenzione alle eventuali modalità narcisistiche con cui il paziente si rapporta al terapeuta. In particolare seguendo Kohut occorrerebbe vedere:

  • se e quanto il paziente riconduca il terapeuta a sé, facendolo parte più o meno confusiva di sé, o soggiogandolo in qualche modo a sé, cioè riportandolo alle sue modalità relazionali di supremazia e di ricerca di plauso. In casi di questo tipo abbiamo per Kohut un “transfert speculare”, il più delle volte espressione di un Sé grandioso, ma rintracciabile spesso anche dietro a un comportamento dimesso, con difficoltà il più delle volte ad accettare la dipendenza funzionale propria del rapporto terapeutico (vedi appendice 2).
  • se e quanto il paziente si appoggi al terapeuta, trasferendo su di lui qualità idealizzate, a magica soluzione dei propri problemi. È il caso del “transfert idealizzante”, espressione della interiorizzazione nel soggetto di un oggetto-Sé grandioso, già sperimentato nel rapporto con un oggetto-Sé infantile sentito come onnipotente (vedi appendice 3)
  • se e quanto il paziente senta il terapeuta come un compagno ideale, un alter ego, con la possibilità per altro di valenze affettive omosessuali. È il “transfert gemellare” di chi si sente paritetico, quasi identico con l'oggetto-Sé.

   In tutte queste situazioni transferali, le interpretazioni del terapeuta scivolano via senza incidere: o perché in sostanza sono rifiutate (il paziente non accetta di mettersi in gioco, di sopportare gli aspetti di inevitabile dipendenza dall’altro, ed è specie il caso del narcisismo grandioso, autosufficiente); oppure perché c’è stasi in un rapporto simbiotico-dipendente, tipo madre-bambino (il paziente si sente protetto da una figura ideale, il terapeuta, che sa tutto, risolve lui tutti i suoi problemi); oppure anche c’è stasi in un rapporto simbiotico-gemellare, in comunione con un compagno ideale, con cui si sta tanto bene così, senza che si debba alcunché cambiare.

   Concludo con una questione aperta di tecnica della clinica. Quanto può sostenersi, ovvero quanto può essere efficace in seduta una tecnica di conduzione che dopo Kohut, e non solo a causa sua, è diventata sempre più materna, empatica, supportiva? Si noti che solo in parte è giustificabile con la variazione del tipo di sintomi oggi osservabili, collegabili a un soggetto fragile e incapace di sostenere i conflitti, rispetto al soggetto “conflittuale” delle nevrosi classiche. Una soluzione di fronte a soggetti dal narcisismo fragile, per i quali sarebbe dirompente un intervento in clinica di tipo paterno-separativo, è quella di avviarli a mo’ di bambini viziati a un processo maturativo, con tecniche di carattere supportivo-empatico, dove il terapeuta si pone come buon oggetto-Sé. Una volta che il soggetto abbia guadagnato sufficiente coesione e consistenza di sé, potrà essere disponibile ad assaggiare un po’ di codice paterno.

 

  1. Narcisismo “sociale” e narcisismo dello psicoterapeuta

 

3.1 Narcisismo “sociale” e leader narcisisti

   A che pro questo allargamento del discorso sul narcisismo al di là delle caratteristiche dei singoli? Vi sono due ordini di ragioni. Anzitutto sono convinto del significato, della valenza socio-politica che hanno di fatto e debbono avere ancor di più la psicologia clinica e quella dinamica; è dunque un invito a guardare con occhio critico la società e i rapporti di potere vigenti nei vari gruppi e organizzazioni, utilizzando gli strumenti offertici dalle nostre discipline. V’è poi un ordine di ragioni più attinente alla nostra attività professionale: certamente chi fa della psicologia del lavoro e delle organizzazioni dentro a delle aziende o a degli Enti pubblici o privati, è direttamente interessato alle valenze sociali e gruppali della psicologia, sperabilmente con un taglio di psicologia clinico-dinamica. Ma anche per chi svolge in altri ambiti la propria attività di psicologo, segnatamente nei servizi sanitari e assistenziali, è utile avere conoscenza delle forme di leadership narcisistica e delle configurazioni di tipo narcisistico che possono presentarsi in qualunque ambiente di lavoro. È utile, per saperle riconoscere, per non farsi fagocitare, per avere strumenti che permettano di muoversi con meno difficoltà nel rapporto coi capi, coi colleghi, coi collaboratori. Infine, pure chi lavora nel privato di uno studio si trova ad avere a che fare con il proprio gruppo o scuola di riferimento, dove comunque si attivano dinamiche gruppali, rapporti di leadership sani o disturbati.

   Domandiamoci anzitutto in che senso si può parlare di un “narcisismo sociale”. Lo si può sia per via di leader e di gruppi caratterizzati da tratti di marcato narcisismo (ricordo che ieri parlavamo di forme di narcisismo di gruppo), sia per via di contesti socio-economico-culturali che premiano le manifestazioni di narcisismo dei singoli. Il che accade per esempio propagandando individualismo, mistica della competizione e del successo personale, arricchimento spropositato, il tutto correlato al declino delle grandi ideologie politiche, alla crisi dei tradizionali valori religiosi. Ne consegue tra l’altro l’allentamento dei legami sociali, l’appannamento del senso di solidarietà, la crescita dell’anonimato in cui non si conosce il vicino di casa e si è indifferenti all’altro. Non intendo sostenere che tutta la società italiana odierna è così; dico che nella misura in cui si affermano quelle tendenze, si crea un contesto in cui sono favoriti comportamenti di tipo narcisistico di individui e di gruppi, che cercano realizzazioni di sé meramente incentrate sui propri interessi individualistici o corporativi. Il che è tanto più vero quanto più prevalgono (pseudo) valori ispirati allo status symbol, all’apparire più che all’essere, al riconoscimento basato sulla celebrità, sulla visibilità mediatica, togliendo la consapevolezza che vi sono forme più profonde e intime di autostima e riconoscimento da parte degli altri e degli altri da parte di sé.

Questo tipo di contesto, enfatizzato da forme sfrenate di liberismo, ha favorito, o quantomeno non contrastato, l’emergere di avidità insaziabili, tipo quelle dei cosiddetti tycoon, i magnati della finanza e dei grandi gruppi multinazionali, o anche quelle di manager di grosse aziende, idolatrati e super pagati con cifre iperboliche, tollerati anche se fanno errori (per altro sono corresponsabili della crisi finanziaria del 2008). “La finanza compensa prioritariamente gli psicopatici asociali, che fanno carriera più rapidamente degli altri”, scrive un gestore di portafogli newyorkese, che collabora in segreto col movimento Occupy Bank, a sua volta collegato a Occupy Wall Street (“Le Monde” del 14 luglio 2012, p. 19). In effetti, tratti di psicopatia a-asociale troviamo di certo tra i narcisisti grandiosi quando, privi di scrupoli e di empatia fino al cinismo, ignorano le sofferenze che possono procurare ad altri. Ma sono altresì favoriti politici, donne e uomini, maggiormente disposti a esporsi narcisisticamente, cioè a chiedere consenso per le straordinarie doti personali, reali o presunte, propensi a propagandare la propria immagine, fisica e morale, la propria storia di successi personali e familiari, facendo magari promesse mirabolanti, tanta è la loro sicumera (sono sempre forme di narcisismo da via alta). Anche in passato grandi personalità chiedevano il consenso, ma lo chiedevano più per gli ideali che proponevano e a cui si ispiravano che non per la propria persona.

   Se l’ambiente, la cultura può favorire o premiare l’emergere di leadership di tipo narcisistico, viceversa l’imporsi di questo tipo di leader può plasmare una certa cultura o mentalità del gruppo che si riconosce in quel leader e nei suoi “valori”. Notiamo così overdose di autoreferenzialità anche tra i giovani che prendono esempio e si sentono giustificati di fronte ai comportamenti di stampo narcisistico dei vari leader, dei vari personaggi di successo nello spettacolo, enfatizzando in senso individualistico il “diritto naturale” alla felicità.

   Vediamo ora vari tipi di leadership narcisistica. Sono stati descritti specie da Kets de Vries (1993, Leader, giullari e impostori, diventato un best seller) facendo anzitutto della cosiddetta “clinica d’azienda”, cioè operando con strumenti psicoanalitici all’interno di aziende in crisi. Ma i risultati di questi studi sono estendibile alle organizzazioni politiche e agli uomini politici. Kets de Vries rileva l’ambiguità del narcisismo spesso riscontrato nel leader. Scrive: “Il narcisismo è una sostanza tossica. Sebbene sia un ingrediente chiave per il successo, non ci vuole molto perché un leader finisca in overdose” (2004, Organizations on the Couch, in “European Management Journal”). Nella graduatoria che egli stila sulla motivazione alla leadership, alla conquista del potere, in testa stanno appunto i soggetti narcisisti (narcisismo da via alta, naturalmente), poi gli aggressivo-paranoidei, quindi i controllanti, ecc. (Kets de Vries, 1989, Prisoners of Leadership, Wiley, New York, riportato in Quaglino, Psicodinamica della vita organizzativa, Cortina, Milano 1996, p. 238). Infatti occorre avere una buona dose di sicurezza e di fiducia in se stessi, come appunto hanno i soggetti narcisisti, per affrontare le sfide, i momenti difficili, i rovesci e le avversità nell’ascesa al potere, le rivalità, le invidie dei colleghi. Tuttavia questi soggetti sono sempre a rischio di debordare, procurando danni anche letali all’organizzazione per cui lavorano, al gruppo che conducono, soprattutto se strumentalizzano l’organizzazione o il gruppo ai propri fini di successo e di arrivismo personale. Con Kets de Vries si possono distinguere i seguenti tipi di leader narcisisti:

  • narcisista reattivo. Se lo si considera nella sua psicogenesi, spesso nasconde un’originaria frustrazione e svalutazione, subìta nell’ambiente familiare con genitori distratti, occupati più per se stessi e la propria carriera che non per il figlio. Manifesta un senso instabile di autostima, donde l’elaborazione ipertrofica e difensiva della propria immagine. Ha uno stile di potere coercitivo, controllante, sospettoso, denota elementi persecutori nella sua personalità, teme costantemente di essere “fregato”. Tende a svalutare i collaboratori, a dominare, sfruttare, sorride e pugnala (è assimilabile al narcisista maligno, di cui dicevo il primo giorno). Può anche esser capace di “empatia”, intesa però come mera intuizione dei vissuti altrui, ma senza benevolenza, anzi con modalità perversa, cioè sfrutta la conoscenza del vissuto dell’altro, per meglio colpirlo a proprio vantaggio (perfidia);
  • narcisista auto illusorio. Nella psicogenesi possiamo trovare soggetti iperstimolati dall’ambiente familiare, che sono stati considerati come bambini meravigliosi, prodigio; di qui la frenesia e competitività per rimanere a galla rispetto agli altri, onde confermare l’immagine di sé gonfiata (narcisismo esibizionistico). I confronti e gli scontri rischiano di minare la loro certezza di sé. Più miti dei primi, hanno comunque povertà di affetti e di empatia. Hanno uno stile di potere manipolativo, ambivalenza tra cooperazione e competizione, lealtà e tradimento;
  • narcisista costruttivo. Sa far fronte alle frustrazioni e alle sfide con molta fiducia in se stesso. Mostra indipendenza di pensiero e dagli eventi esterni; ha una grande livello di autostima, ma anche capacità di comprendere gli altri e di impegnarsi in azioni riparative, riconoscendo i propri errori; è ambizioso ma sufficientemente adattabile, elastico. Lo stile di potere è carismatico-persuasivo. Tende a identificarsi con l’organizzazione come portatore di un grande progetto in cui cerca di coinvolgere tutti in un sentimento di unità.

   Kets de Vries (L’organizzazione nevrotica) riprende inoltre le concettualizzazioni di Kohut. Studiando i rapporti tra leader e gregari, vi riconosce tra l’altro i vari tipi di transfert già individuati da Kohut:

  1. a) transfert idealizzante è quello dei gregari verso il leader, che essi ammirano incondizionatamente e da cui dipendono acriticamente. Riporta come caso esemplare il commento di un manager nei confronti del capo:

Il signor Myers, il nostro presidente? Che posso dire? È incredibile! Lavoro con lui da tre anni e non ha ancora finito di stupirmi. Non so come faccia. Prendiamo la sua capacità di lavorare; qualunque sia la difficoltà del momento, Myers riesce a padroneggiare la situazione. Senza di lui non saremmo mai riusciti a fare quello che abbiamo fatto… Mi ha insegnato tutto quello che so di questa azienda, ma sono ancora ben lungi dall’averlo raggiunto. Sarei perduto senza di lui. A volte mi scervello per risolvere un problema, ma arriva Myers e ne trova immediatamente la soluzione. La stessa cosa accade nelle riunioni: ha l’abilità di arrivare al nocciolo della questione e di trovare la soluzione (p. 71).

  1. b) transfert speculare è quello del leader stesso, che si attende plauso incondizionato dai collaboratori. Ancora un caso esemplare dallo stesso lavoro di Kets de Vries:

Si direbbe che non gli importi molto che ci siamo o no. Ovviamente ci chiede la nostra opinione, ma sembra non ascoltarci. Si aspetta che gli rispondiamo come un coro greco, anonimo, senza volto e impersonale. Finché lo applaudiamo, non c’è nessun problema. Ma talvolta sa essere così affascinante – detesto me stesso quando cado nei suoi tranelli di manipolatore, dovrei saperlo ormai. Devo dargli atto che riesce a ottenere risultati dalla gente. A dispetto di tutte le sue pretese, tuttavia, è tutto tranne che un giocatore di squadra. La maggior parte di ciò che afferma – tutti i piani, le promesse – è fittizio e alla lunga ti senti usato. Non è solo il mio parere; altri hanno fatto la stessa esperienza … (p.75).

   Kets de Vries applica queste analisi anzitutto alle realtà organizzative nelle aziende di produzione di beni e servizi, ma ritengo che questi stessi concetti siano applicabili alle organizzazioni politiche, a partiti, sindacati. Finisce così col delineare una sorta di narcisismo organizzativo: il leader narcisista, sia esso capo aziendale o capo politico, plasma l’organizzazione e, viceversa, culture narcisiste selezionano come leader degli individui che già colludono con quella cultura per via della propria personalità. Se poi c’è forte collusione tra leader narcisista e cultura prevalente nell’organizzazione da lui diretta possono aversi pericolose derive, fino alla perdita di contatto con la realtà. Si generano, cioè, perniciosi circoli viziosi tra questi tipi di leader e la conferma data loro dai seguaci, che spesso sono collaboratori da lui scelti, che a lui devono tutto e quindi si comportano come “yes men”. Il che accade sia in politica sia nelle aziende. Procedendo su questa via, si può arrivare al punto che si creano forme di folie à deux, nella quale pressoché totale è la complementarità tra transfert idealizzante dei seguaci e transfert speculare del leader, dando luogo a conferme vicendevoli in cui si perde ogni senso critico e autocritico.

   Organizzazione nevrotica istero-narcisista. Vari tipi di “organizzazione nevrotica” sono classificati da Kets de Vries nell’omonimo e già menzionato testo del 1984, diventato un classico. L’idea di attribuire a un’intera organizzazione la qualifica di nevrotica, si basa sull’osservazione che esistono forti correlazioni tra tipo di personalità nevrotica del leader, da una parte, e tipo di malessere organizzativo di cui soffre il gruppo, l’azienda da lui diretta, dall’altra. Il leader in effetti dà la sua impronta al gruppo che conduce, impronta che è tanto maggiore quanto più i rapporti nel gruppo sono personali, informali, quanto più inoltre c’è scarsa strutturazione formale; il leader è magari anche il fondatore dell’azienda, dell’associazione, comunque l’animatore.

   Tra le varie organizzazioni nevrotiche individuate da Kets de Vries spicca per gli aspetti narcisistici l’organizzazione di tipo isterico: il leader isterico-istrionico si caratterizza per forti tratti narcisistici. Spesso fantasioso, estroverso, deve dare spettacolo, deve colpire gli stakeholder, brillare nella grandiosità anche esteriore, per es. negli arredi, nell’auto usata, ecc., deve stupire. Ricordo il caso del padrone di una fonderia, presso cui feci un intervento con un collega: ci si sarebbe aspettato il suo ufficio coerente con il tipo piuttosto “rude” di lavorazione; ci accolse invece in un magnifico e grandioso salone, le cui pareti erano ricoperte di enormi quadri d’autore ritraenti grandi battaglie storiche…. tutto un programma. Questo tipo di soggetti spesso non bada a spese, pur di avventurarsi in nuove imprese, in nuovi progetti, come se dovessero sempre volare alto e far cose grandi; ma come Icaro, non avendo i piedi per terra né ali troppo robuste, rischiano poi di cadere rovinosamente. Molto sicuri di sé, presentano tratti ipomaniacali, portati come sono a fare il passo più lungo della gamba. Seduttivi e trascinatori, sono però poi accentratori, dando poco peso e autonomia ai collaboratori: tutti i meriti devono essere i loro e se falliscono la colpa è degli altri. Le iniziative azzardate e altisonanti possono portare alla rovina l’organizzazione, l’azienda, il gruppo che conducono.

   Cionondimeno un tal tipo di leadership può risultare funzionale in particolari momenti e contesti, per es. quando occorre lanciare prodotti nuovi, in un mercato nuovo e in forte espansione, come poté essere la new economy di inizio millennio; utile, mutatis mutandis, anche quando si devono avviare iniziative coraggiose e molto innovative. Parimenti utile può tornare il leader politico ultrasicuro di sé in certi momenti storici particolari, quando cioè il gruppo, la nazione da lui condotta si trovano in situazioni di straordinaria difficoltà, come fu il caso emblematico del primo ministro Winston Churchill, personalità con tratti di grandiosità delirante, in una Inghilterra al collasso sotto le bombe della Germania nazista.

   Nel leader a conduzione ossessiva il narcisismo è riversato sulla perfezione del prodotto di quell’azienda o di quell’organizzazione, ma questo tipo di leader è meno dannoso del leader isterico-istrionico.

 

3.2 Il narcisismo nel terapeuta: tentazione ricorrente

Indubbie sono le connessioni tra le difettosità nell’area del narcisismo, dovute alla pregressa personalità del terapeuta, e le difficoltà o gli scivolamenti da lui vissuti nell’esercizio della professione. È altresì vero che particolari relazioni o situazioni nel rapporto col paziente o particolari contesti gruppali e sociali possono scatenare o incentivare nel terapeuta problematiche nell’area del narcisismo. Passerei allora in rassegna alcune configurazioni narcisistiche che mi paiono tipiche, collegabili sia a difettosità personali del terapeuta, sia a particolari relazioni da lui intrattenute nel corso della sua attività.

  1. Narcisismo della figura professionale:
  • si sente un gradino superiore agli altri per le capacità di cogliere le recondite motivazioni proprie e altrui che il non terapeuta non capisce; si vanta inoltre di aver fatto un sacco di anni di analisi. A proposito di motivazioni meno confessabili nel voler fare l’analista o lo psicoterapeuta, ricordo il caso di una giovane laureata che inconsciamente colorava di fallico-intellettuale il proprio narcisismo di aspirante analista. In seduta insisteva sul desiderio di fare la “ps… ps… psicoanalista”. Tanto nella sua fonetica tornava quel “ps, ps”, da risuonarvi (fatti salvi disturbi da logopedista) il far pipì del bambino/a, ovvero, nel contesto delle rivalità infantili, il poter finalmente “pisciare più lungo” degli altri/e;
  • interpretazionismo saccente-meccanico del comportamento altrui, al di fuori della seduta e il più delle volte neppure richiesto: oggi meno ricorrente, ma frequente agli albori della diffusione della psicoanalisi;
  • narcisismo fragile tipico del terapeuta alle prime armi: teme di non riuscire a sostenere il ruolo. Vorrebbe cioè essere apprezzato dal paziente, parimenti dai colleghi o dal supervisore, ma teme di non essere all’altezza. Accade allora spesso che si preoccupi, difensivamente, di un rispetto rigido e formale delle regole del setting, mancando di quella duttilità richiesta dall’incontro con persone reali (ma è una duttilità che si acquisisce con l’esperienza e con la capacità di apprendere dai propri stessi errori).
  1. Narcisismo all’interno del setting:
    • sano compiacimento intellettuale, quando l’ipotesi interpretativa trova riscontro, quando la relazione col paziente, o analizzando che dir si voglia, è coronata da successo. Diventa narcisismo “fallico”, se ci si compiace di poter penetrare nella mente dell'altro, di avere in mano un po' il segreto dell'altro;
    • narcisismo da transfert idealizzante: il terapeuta oggetto di transfert idealizzanti da parte del paziente, magari a tinte erotiche, si sente lusingato, importante per il paziente che dipende da lui (fino al limite di abusarne, come nella mala pratica di taluni); ma viceversa, c’è chi prova viva difficoltà a sopportare questo investimento idealizzante da parte del paziente, vuoi perché si sente sovraccarico di aspettative, vuoi perché vengono toccate parti irrisolte di lui stesso;
    • narcisismo da salvatore del paziente: pretesa, megalomanica, del terapeuta di essere sempre in grado di “guarire” o quanto meno di poter soccorrere il paziente a mo’ di buona madre, che non si tira mai indietro. È vero che i pazienti hanno bisogno di aiuto, ma a volte possono fare del male al terapeuta, e non è sempre il caso che egli si disponga programmaticamente come un San Sebastiano (“Chi vuol essere troppo santo si ritrova bestia”, ammoniva Pascal…);
    • offese narcisistiche subite in seduta: il paziente si comporta come se il terapeuta non ci fosse oppure dovesse essere in tutto al suo servizio (magari con la tacita giustificazione: “Sono io che ti pago”). Se il paziente aggredisse il terapeuta, allora si parlerebbe di transfert negativo ecc., che il terapeuta in genere fin dall’inizio mette in conto; qui invece il paziente chiede al terapeuta di far solo da palo, o da specchio del suo discorso, delle sue esibizioni, come se non gli importasse nulla del suo ruolo professionale. Le stesse interpretazioni, corrette o meno, possono comunque dargli fastidio, quasi fossero intrusioni: “Tu, terapeuta, devi solo starmi ad ascoltare”; o anche: “Permetti che faccia il mio comodo” fuori da ogni regola (ritardi, disdette pretestuose delle sedute, chiamate al telefonino in seduta). Nel qual caso il terapeuta, se non sa padroneggiare quel tanto di legittimo narcisismo professionale, rischia di cadere nel gioco, cioè di sentirsi personalmente offeso, reagendo inadeguatamente a ciò che è pur sempre un “messaggio” del paziente.
  2. Narcisismo di scuola:
  • per il possesso della retta teoria: l’appartenenza al gruppo socialmente forte, alla riconosciuta e famosa scuola di psicoterapia/psicoanalisi. Fortunatamente oggi sappiamo, dopo tanta ricerca empirica in psicoterapia, che la persona del terapeuta e l’alleanza terapeutica che egli riesce a stabilire, contano ben più che non la teoria di scuola o l’appartenenza di scuola;
  • narcisismo nel gruppo dei colleghi: sono il più bravo nel capire i casi, faccio pubblicazioni su riviste importanti, scrivo libri…

   Tutte queste forme di narcisismo dello psicoterapeuta pregiudicano l’attento e partecipe ascolto del paziente. La corretta posizione del terapeuta, che sia di antidoto a queste forme di narcisismo, è ciò che personalmente chiamerei con un’espressione forte “docta ignorantia” – un sapere di non sapere a fronte dalla specificità irripetibile dell’altrui persona. Ma attenzione, la dotta ignoranza, a differenza della crassa ignoranza, suppone il massimo di scienza, al cui vertice però è richiesto al terapeuta che incontra “quella reale” persona di essere incondizionatamente aperto e recettivo al suo discorso: “senza memoria e senza desiderio”, avrebbe detto Bion (fatti salvi altri problemi che non sto qui a dire). Anzi il discorso dell’altro deve essere metabolizzato in e attraverso la persona stessa del terapeuta, come insegna l’utilizzo del controtransfert, che però reinterpreterei come “incontro-transfert”, per via di una immedesimazione con l’altro che sia radicale (e non tanto “contro”), cioè recettivo-identificativa con le stesse risonanza somatiche provocate dalle emozioni che si attivano in seduta. Per questa radicalità che va oltre alla stessa “empatia”, la quale tiene pur sempre ferma la distinzione io-tu, parlerei di momenti di “unipatia”. Si tratta di fasi in cui, in una momentanea con-fusione regressiva ma funzionale, ci si trova all’unisono con l’altro, per poterne poi emergere in seconda battuta, con una sorta di moto a delfino: dando senso, parola e dunque differenziazione a quelle comuni emozioni attivatesi nell’incontro-transfert (vedi Fornaro, 2012, L’etica della “professione” psicoterapeutica, in corso). Ma tutto ciò suppone appunto la rinuncia a ogni difesa di tipo narcisistico, sia riguardante la propria persona, sia riguardante la propria tecnica o teoria di scuola, dietro cui spesso ci si para a fronte delle difficoltà di un incontro spesso “perturbante” con l’altro...

 

APPENDICI

1 CASO DI “PICCOLO NARCISISMO”

 

La storia di Giovanni e la trappola (intergenerazionale) narcisistica

Giovanni, una storia come tante, giovane professionista, figlio unico di due genitori di successo, racconta come gli sia stato difficile rifiutare il denaro che la madre, vedova, è sempre stata disponibile a fornirgli senza limiti. Per questa madre, a sua volta allevata con grandi sacrifici e diventata docente universitaria con le proprie forze, era inconcepibile che il figlio potesse anche solo minimamente patire le privazioni che lei aveva conosciuto. Prima di Giovanni la donna aveva avuto un altro figlio sopravvissuto per sole sei ore. Il padre, deceduto precocemente, proveniva da una famiglia abbiente in quanto il nonno, inventore, aveva avviato una lucrosa attività; successivamente il padre, anche dopo la rapida caduta del benessere famigliare dovuta alla crisi degli anni Settanta, non aveva mai saputo rinunciare a uno stile di vita ben al di sopra delle sue possibilità, e aveva abituato il figlio ad ogni genere di doni costosi e a lunghe vacanze in luoghi di villeggiatura rinomati. La trappola narcisistica si chiuse su Giovanni: lo stile di vita grandioso dei genitori, che nascondeva e compensava antichi lutti e frustrazioni narcisistiche, condusse il figlio a non sperimentare la distanza tra i propri desideri e quello che realmente avrebbe potuto ottenere con impegno e fatica. Dopo una brutta esperienza con cocaina e alcol, e una volta dilapidato il patrimonio famigliare, divenne necessario per Giovanni chiedere aiuto a chi, nel bene e nel male, gli era stato sempre vicino: la compagna Paola che lo accompagnò nello studio dell’analista.

Giovanni è un esempio di una classe di pazienti che appaiono mediamente gravi all’inizio del percorso analitico, ma che migliorano non poco quando alcuni “miti famigliari” vengono portati alla luce. I sintomi iniziali di Giovanni riguardavano l’uso alterno di cocaina e alcol, momenti di grandezza e di promesse irrealizzabili fatte a se stesso e agli altri, delusioni e frustrazioni conseguenti ai fallimenti inevitabili rispetto alle mete irraggiungibili, senso di vuoto interiore al di fuori dei momenti di grandiosità e onnipotenza. Più tardi, dopo il primo anno di analisi, il quadro cambiò radicalmente. Grazie ai sogni, alle associazioni e alle interpretazioni di transfert Giovanni divenne consapevole di come dietro la facilità con cui si comprano le cose si nasconda la difficoltà a riconoscere il vuoto interiore, il lutto e la separazione dai propri sogni di grandezza.

Gli avvenimenti in analisi attraversarono l’analista provocando in lui, a sua volta, il bisogno di essere lusingato in conseguenza delle sue “intelligenti” interpretazioni, come in uno specchio narcisistico contaminante. Grazie al riconoscimento di questa trappola narcisistica, e all’analisi di un proprio sogno, l’analista comprese come Giovanni stesso fosse stato sedotto nel doversi sentire “un principino”, e nel dover sostenere fino ad allora quel personaggio. L’esempio di Giovanni, e forse anche del suo analista, suggerisce come la sofferenza, legata a trappole narcisistiche transgenerazionali, possa presto modificarsi in una condizione meno infausta qualora si riconoscano quegli aspetti di invischiamento narcisistico. I cambiamenti di Giovanni passeranno attraverso vari gradi: dal potersi sentire a proprio agio con i clienti anche senza indossare l’abito blu abitualmente portato dal padre, al poter distinguere i bisogni bulimici e lo shopping compulsivo dalle vere necessità condivise con la compagna. Il suo stesso peso corporeo e l’aspetto fisico si modificheranno, mostrando i segni degli avvenimenti e dei conflitti subiti.

(Tratto da Pasino C, Cellerino M., Fornaro M. (2012) La trappola narcisistica, in “Realtà psichica e regole sociali. Denaro, potere e lavoro fra etica e narcisismo”, Atti del XVI Congresso nazionale della Società Psicoanalitica Italiana, Roma, 25-27 maggio 2012,   pp. 188-190, in http://www.spiweb.it/congresso ).

 

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* Mauro Fornaro è Ordinario di Psicologia dinamica, Università di Chieti-Pescara. Psicologo e psicoterapeuta. C.so Cavallotti 15, 15121 Alessandria – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

[1] La SWAP parte dal presupposto che il metodo più efficace per descrivere la personalità di un individuo sia quello di valutare in senso dimensionale quanto il suo funzionamento sia riferibile ad una serie di stili di personalità o “prototipi”. Tutti gli individui avrebbero caratteristiche riconducibili a ognuno degli stili/disturbi di personalità e si differenzierebbero tra loro in base all'intensità e alla combinazione di più tratti. Le diagnosi SWAP descrivono lo stile di personalità di un soggetto e quindi anche gli aspetti di funzionamento sano (Westen, D., Shedler, J., Lingiardi, V., La valutazione della personalità con la SWAP-200, Cortina, Milano 2003). Una recente revisione della SWAP, che assegna un posto alla “Personalità narcisistica” entro lo “spettro esternalizzante” (gli altri spettri sono quello “internalizzante” e quello “borderline-disregolato”) è descritta in Westen et al. (2012), Una tassonomia delle diagnosi di personalità derivata empiricamente, Psicoterapia e scienze umane, 46: 333-358.