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Inchiesta: Chi cambia chi? Le pedagogie nelle comunitá di accoglienza - Varchi n. 8

di Gabriella Paganini

Se intendiamo per dissidenza l'atteggiamento critico nei confronti di un potere nel cui orizzonte ci si vuole comunque muovere, perché riconosciuto sostanzialmente utile o necessario, le comunità di accoglienza costituiscono un interessante laboratorio per osservarne modalità e sfumature.

L'esercizio di un potere è inevitabilmente connaturato a queste organizzazioni di cura, è presente nella più libertaria come nella più strutturata, prescinde dal tipo di ospiti (persone tossicodipendenti o con problemi psichiatrici, carcerati in affidamento ai servizi o individui in stato di grave marginalità sociale) e convive con l'obiettivo generalmente dichiarato di aiutare le persone a ritrovare la propria capacità ed autonomia di scelta.

È un potere che si declina in alcune direzioni fondamentali, con le inevitabili differenze relative ai diversi mandati educativi e alle infinite variazioni dovute alla sensibilità degli operatori e al tipo di relazione che riescono ad instaurare. Una direzione è quella insidiosa determinata dalla volontà di trasformare lo stile di vita dell'altro, volontà che spesso può risultare seducente, perché affettiva e protettiva, ma anche cadere nella tentazione di colonizzare lo spazio altrui con i propri valori e convinzioni; un'altra è segnata dall'inevitabile generalizzazione dell'offerta pedagogica, in cui le singole individualità rischiano di rimanere soffocate e di essere percepite come coincidenti con il comportamento deviante; infine c'è quella dei dispositivi di inferiorizzazione che facilmente scaturiscono dalla relazione educativa, necessariamente asimmetrica anche quando l'educando è un adulto, e spesso inducono passività e compiacenza. Sono aspetti emersi da alcuni incontri con operatori ed ospiti di comunità afferenti principalmente a tre note istituzioni cittadine, San Marcellino, San Benedetto al Porto e il Centro di Solidarietà; va aggiunta la netta sensazione che la compiacenza sia l'atteggiamento più diffuso tra ospiti ed operatori per motivi analoghi di pigrizia e ricerca del “quieto vivere” e che la dissidenza, se per gli operatori che la esercitano è per lo più volontà costruttiva di innovazione, per gli ospiti è spesso difesa della propria singolarità e dei propri spazi, accompagnata da diversi gradi di consapevolezza: si può presentare come generica insofferenza alle regole, resistenza passiva a ciò che viene percepito come intrusivo in chi è all'inizio del percorso o come articolato pensiero critico, possibile solo in chi è approdato ad una ricomposizione e consapevolezza di sé.

 

Il “dentro” e il “fuori”

Le comunità di accoglienza, che si definiscano educative o terapeutiche, tendono ad essere istituzioni totali, a creare cioè una cesura tra le logiche dominanti all'interno e quelle comunemente accettate nella realtà esterna. Lo scarto può essere più o meno vistoso, ma è sempre presente ed è una delle ragioni originarie sia della compiacenza che della dissidenza, perché entrambe sono influenzate dal grado di osmosi che attraverso ospiti ed operatori si stabilisce tra le due dimensioni. Per quanto riguarda gli ospiti, a volte entrambi gli atteggiamenti, apparentemente opposti, sono in realtà determinati da uno stesso legame mantenuto con la mentalità precedente: “Ci sono persone – osserva Marco Malfatto, operatore della comunità di San Benedetto al Porto - che assumono subito la retorica di una certa visione del mondo strumentalmente, mi compiacciono per ottenere un beneficio per sé, ma non gli importa nulla del resto; è lo stesso meccanismo di certa dissidenza che forza le regole solo per tornaconto personale. Devo dire che noi siamo egualmente critici nei confronti di tutti e due, anzi di più verso chi è compiacente perché sappiamo che gatta ci cova. Dopo la strada, il carcere, sanno subito da chi possono scucire di più. Prima di fidarsi e capire che possono dire ciò che pensano ci vuole tanto, tanto tempo”. E poi c'è la tendenza al generico “farsi i fatti propri”, tanto frequente anche nel mondo di fuori: “È il classico meccanismo del quieto vivere – aggiunge Anna Kocilova, operatrice nella stessa struttura – per cui meno dico meno mi rompono le scatole; anche se noto che c'è qualcosa che non va in qualcuno, anche un semplice 'come stai?' non lo dico, così lui non mi mette in discussione”.

Se si osservano le cose dal punto di vista degli operatori, pare invece che un certo atteggiamento critico e dissidente sia possibile quanto più si mantiene un certo distacco, quando si prova a mantenere un punto di vista esterno anziché appiattirsi sulla rassicurante consuetudine del metodo collaudato. Sempre M. Malfatto nella sua tesi di laurea dedicata alle tecniche pedagogiche nelle comunità educative si chiede: “Chi, senza essere considerato pazzo o nevrotico, penserebbe mai di pianificare il tempo e lo spazio della sua vita con una strutturazione così minuziosa, capillare, controllata e razionale come avviene nelle comunità?”. Gli fa eco Mara Lai, responsabile della comunità terapeutica del Ceis di Trasta: “Molti ragazzi accettano regole, subiscono situazioni anche pesanti e devo dire che ogni tanto, quando mi tiro fuori dal gruppo e guardo quello che succede in comunità, rifletto e penso a quando li rimproveriamo di non aver fiducia in noi... in realtà ne hanno tantissima, perché ogni tanto mi dico che se io fossi nella loro condizione sarei già andata via!... a volte ho queste forme un po' schizoidi...”. Nel raccontare le reiterate punizioni inflitte tempo addietro ad un ospite, colpevole di fare cose di nascosto come ad esempio fermarsi, durante il tragitto per andare a scuola, a far visita ad un'amica o a casa della madre per andare in bagno o al bar per prendere un caffè, aggiunge: “... mi rendo conto che a sentirlo al di fuori... io non parlo del mio lavoro all'esterno, perché sembra un manicomio. All'interno di questa realtà però ha un senso importante, educativo e costruttivo”.

A volte è necessario che passi un certo periodo di tempo dopo la conclusione di un'esperienza per guardarla con un po' di distacco critico, anche alla luce di altre esperienze. È quello che emerge dalla testimonianza di Nicoletta Vaccamorta, attualmente operatrice nel centro My Space e fino al 2000 nella comunità di Trasta: di quest'ultima esperienza rievoca la perfetta sintonia con il direttore di allora, il rapporto dialogico e molto formativo che permetteva di dare un senso al preciso sistema di regole della struttura, vissuto come orizzonte tutelante all'interno del quale essere creativamente operativi e educativamente efficaci. Parlando del richiamo, strumento con cui l'operatore infligge un rimprovero urlato all'ospite che deve subirlo in silenzio, oggi afferma: “Se mi dicessero di fare il richiamo nella forma di 15 anni fa oggi sarei dissidente proprio rispetto alle forme che si seguivano allora, perché senza un lavoro pedagogico forte alle spalle tutta una serie di riti sembrano uno schermo dietro cui nascondere il fatto che non si crede in quello che si dice. Tu eri in una stanza, il ragazzo bussava, tu dicevi avanti, lui entrava e tu gli urlavi... Non mi piace più. Se hai autorevolezza lo fai senza tutta questa messa in scena che è un po' schiacciante. A My Space succede direttamente, se devo dirti delle cose te le dico come un adulto assertivo; non ti mangio la faccia, ma ti dico in modo chiaro e netto che hai sbagliato.”

 

Se a dissentire è il vertice

Se intendiamo la dissidenza come pensiero critico che si orienta in senso progressivo contro consuetudini e apparati consolidati o contro tentazioni regressive, non è escluso che possa essere esercitata anche dai vertici di una struttura. Se si parla di vertici dissidenti il pensiero va subito alla figura carismatica di don Andrea Gallo, fondatore e coordinatore della comunità di San Benedetto. La sua è innanzi tutto una dissidenza verso le gerarchie ecclesiastiche, che si alimenta proprio del rispetto appassionato delle Sacre Scritture: “Come prima lettura della Quaresima il mercoledì delle Ceneri, tutta la Chiesa, compresi i monaci nei conventi che la recitano all'alba, propone Isaia, cap. 58, versicoli I-XII; si parla di digiuno, di penitenza e Isaia, a nome di Dio, chiede che cosa sia quel piegarsi, quella cenere, quelle cerimonie e dichiara che il digiuno che vuole è piuttosto sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi, spezzare ogni giogo, dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, i senza tetto, vestire chi è nudo; se farai così brillerà tra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio, la tua luce sorgerà come l'aurora... è da qui che nasce il mio impegno, e poi c'è la Costituzione, e il Concilio Vaticano II; sono qui le radici del dissenso amoroso con la mia Chiesa, perché non promuove la partecipazione, l'ascolto, il dialogo ed è misogina, sessuofobica, ostile agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati, fa crociate...”.

Così distribuire preservativi con l'Unità di strada della Lila o accettare la scelta del matrimonio civile da parte di alcuni ospiti della comunità contro il parere della Curia, schierarsi contro la legge Fini-Giovanardi denunciandone l'infondatezza scientifica e l'incostituzionalità sono solo alcuni dei modi in cui si articola il suo dissenso nei confronti di poteri superiori; ma ha avuto scontri anche con gli operatori, alcuni dei quali hanno finito per andarsene. “Pensavano fossero utili forme disciplinari più strutturate, ma io ho sempre detto che la nostra caratteristica principale doveva essere l'accoglienza. Una volta abbiamo ospitato uno che veniva da 13-15 anni di manicomio e che aveva una marcia in più nella ristorazione, tanto che era diventato responsabile della trattoria. Ogni tanto, quando l'incasso era al completo, scappava con la cassa e poi dopo una settimana tornava, coperto di roba firmata. La mia pedagogia era questa: lo chiamavo e gli davo del ladro e lui si offendeva, ma io cercavo di fargli capire che rubare a noi era più grave che rapinare una banca e che se voleva riscattarsi doveva rendere tutto. E lui in effetti dava via tutte le cose firmate, tranne le scarpe perché nessuno aveva piedi enormi come i suoi. Vedendolo recidivo qualche operatore cominciava a dirmi che per aiutarlo avrei dovuto denunciarlo, anche perché era un esempio negativo per gli altri... figuriamoci, conoscendo noi che cos'è il carcere e quali danni irreversibili produce.. Con gli altri ragazzi poi si poteva parlare e spiegare... questa era la nostra pedagogia, non avevamo ideologie precostituite...”.

Il caso di Michele Corioni, attualmente operatore a San Marcellino, è diverso: durante l'esperienza di coordinatore in una comunità per minori a S. Nicolò, appartenente al circuito della cooperativa La Comunità, si è trovato a gestire un potere nei confronti di un gruppo di lavoro a sua volta detentore di potere, dal momento che ogni équipe di questa cooperativa ha una sua autonomia e può discutere e prendere decisioni su problemi sia teorici che pratici, compresa la sostituzione del coordinatore. Così racconta: “Le cose all'inizio sono andate molto bene, anche perché c'era una forte reazione al coordinatore precedente ed io ero stato preso come deus ex machina. Quasi subito mi sono accorto che dovevo assumere o un coordinamento compiacente che ascolta le istanze del gruppo ma le cavalca, o uno non proprio di dissidenza, ma più direttivo. Questo bivio si è profilato di fronte alla richiesta di espulsione di un ragazzo magrebino di 17 anni, colpevole di aver provocato una rissa, e questo nel momento in cui mancava solo una settimana alla sua collocazione in un alloggio protetto: avrebbe perso tutto, e aveva anche una fidanzata incinta. Non era la prima volta che mi trovavo a gestire casi analoghi, ma lì mi sono fortemente opposto e fortunatamente il ragazzo è arrivato all'alloggio protetto e ha continuato il suo percorso, ma da quel momento io ho perso il controllo dell'équipe: le decisioni venivano prese a latere rispetto al coordinamento, una vera e propria resistenza passiva... ho sperimentato lo stress psicologico di chi si sente solo. Alla fine dell'anno il contratto ovviamente non mi è stato rinnovato e non ho potuto rimanere nemmeno come educatore”.

Si è trattato dell'atto finale di una dissidenza che M. Corioni presenta come scelta etica, la scelta di contrastare la prassi di un gruppo di lavoro che, allontanatosi dal pensiero fondante della comunità nata sull'obiettivo di accogliere e non di espellere, si era ritrovata a comportarsi “come una tribù che insegue la propria sopravvivenza, cosa che significa avere ragazzi che non fanno casino: è, al livello di un piccolo gruppo di 7 educatori con 9 ragazzi, quello che succede nei servizi che spendono più soldi per mantenere se stessi che per raggiungere gli obiettivi prefissati”. Anche riguardo alla supervisione si era manifestato il suo dissenso perché era considerata dall'équipe un momento in cui “parlare un po' di quello che è successo”: “Ma - aggiunge M. Corioni – si trattava sempre di che cosa è successo al ragazzo, mai a me in quel contesto, mai riflettere su perché ho reagito così, che cosa mi sono portato in comunità... forse perché ci si sente deboli, fragili, si teme che appena ci si apre il collega possa giudicarci. Si era creato un meccanismo di questo tipo: cause storiche o strutturali generano stanchezza nell'équipe che per sopravvivere cerca di ritagliarsi una mole di lavoro vivibile; di fronte alla sensazione di essere a corto di strumenti per agire educativamente sul ragazzo, si scarica la responsabilità su di lui, sulla sua incompatibilità con la struttura o con gli altri ragazzi, mentre si tratta semplicemente di una profonda paura di perdere il controllo della situazione. Sarebbe disumano non avere paura, si tratta semplicemente di assumere un punto di vista più libero rispetto alle proprie emozioni, utilizzarle come strumenti di lavoro invece di nasconderle sotto considerazioni di carattere organizzativo. È stato il motivo per cui ho dissentito profondamente dall'operato del mio gruppo”.

 

Gli spari sopra sono per voi

Tra gli operatori spesso capita che dissidenza e compiacenza siano facce della stessa medaglia: il vero dissidente è chi, con una comunicazione chiara, tenta di rompere un tabù, spinge per un cambiamento, fa emergere le contraddizioni del gruppo di lavoro, non rispetta in modo deferente le gerarchie in quanto tali; nella reazione che provoca spesso i giochi sono più confusi, magari perché non si ha il coraggio di entrare in conflitto o semplicemente perché fa paura abbandonare un sentiero noto e allora la via di uscita non di rado è la resistenza passiva: razionalmente si riconoscono le ragioni della critica, ma emotivamente non si regge il cambiamento e si cerca di svuotarlo e farlo fallire. Emanuela Costa, assistente sociale che opera nella sezione della Maddalena del Comitato per i diritti civili delle prostitute e a Milano in due progetti rivolti a pazienti psichiatrici gravi (un centro di risocializzazione e un progetto di residenzialità leggera), è una dissidente nata e ha ben chiari questi meccanismi: “La fatica che sento maggiormente è nei confronti del mio gruppo di lavoro e della struttura, più che dei pazienti che mi appassionano perché sono come libri da leggere. A quasi tutti i livelli io mi pongo in una posizione di rottura, re-nudo-on la chiamo, re nudo acceso, cioè tendo a far esplodere le contraddizioni più che a ricucirle. Ad esempio sento tanto il fatto che siamo autoreferenziali: recentemente durante una riunione d'équipe abbiamo trascorso un'ora e mezza a parlare del caso di una paziente, quando bastava leggere il contributo da lei scritto per Avventura socio urbana, il giornale che stiamo allestendo con i pazienti per raccogliere la loro voce. Titolo del suo pezzo: Che cosa è per me la residenzialità leggera. Ma, dico io, è tutto qui, invece di passare un'ora a raccontarcela tra di noi, bastava leggere che cosa dice lei. La mia responsabile allora osserva che comunque non abbiamo perso tempo perché parlare di lei è come farle posto dentro di noi. Sì, ma raccontandocela, infatti le cose dette da noi non coincidevano assolutamente con quelle dette da lei. Ascoltiamola allora! È questo il mio modo di essere dissidente. Ascoltiamoli e non facciamoci un filmino su di loro! È un rischio che ho ben presente perché, quando abbiamo realizzato una brochure filmata per far conoscere l'attività del centro, ero partita con un'idea simile a quella di Avventura socio urbana, cioè far raccontare loro, ma poi il mio responsabile mi ha portato su un'altra strada, dicendo che era giusto che loro si mettessero un po' al servizio del Centro raccontandone le attività e io ci sono stata, con il risultato di un lavoro che ci aveva molto divertito, ma che risultava molto edulcorato. Io riconosco la capacità di accoglienza e la bravura dei miei colleghi, ma il pezzo che sento mancare è la parte dei pazienti: è come se avessimo paura di chiedere a loro, che le loro risposte ci possano mettere in discussione, facendo emergere una nostra vulnerabilità che non vogliamo riconoscere, e allora ci nascondiamo dietro il nostro titolo, dietro un mare di parole, mentre loro comunicano in modo più diretto, semplice e sintetico”. Emanuela rimpiange gli anni dell'unità di strada della Lila, in cui, a differenza di oggi, non era l'unica a dissentire e questo permetteva di avere confronti anche molto accesi, ma franchi e mai malevoli, quindi formativi. “Mi manca quel confronto, perché potevamo anche litigare, ma condividevamo un modo di stare al mondo; i miei attuali colleghi invece mi ringraziano, sembrano apprezzare, ma sotto sotto non so che cosa serpeggia: ad esempio rispetto ad Avventura socio urbana a parole sono tutti collaborativi, ma sento che c'è come un ostruzionismo e proprio nel momento in cui funziona. Ho creato ad esempio uno strumento innovativo, una e-mail di cui tutti abbiamo dominio e password per scambiarci i materiali ed ha avuto successo tra i pazienti, uno dei quali ha scritto persino una canzone sul suo disturbo bipolare... ma sento che è come se sperassero che non funzionasse, per tornare un po' nella culla della parola detta, che è la forma di comunicazione in cui si sentono a loro agio... sono dissidenti nei miei confronti, ma in modo compiacente; è un'arma sottile che utilizzano anche alcuni pazienti, come quello che è venuto al centro per un colloquio e ha iniziato citando una canzone di Vasco Rossi 'Gli spari sopra sono per voi' con un sorriso enorme. Ecco è questo l'atteggiamento”.

 

La relazione con l'autorità

A San Marcellino la realtà è più complessa: si tratta di una comunità diffusa con una serie di Servizi in cui le persone si spostano nell'arco della giornata, ad esempio il Centro diurno al mattino, il Circolo ricreativo al pomeriggio, i dormitori alla sera, il tutto strutturato a tappe educative, tra cui il Centro di ascolto, la Pronta accoglienza, la Seconda accoglienza, la Comunità e gli alloggi assistiti. Questa complessità si riflette anche sul lavoro degli operatori, perché può capitare che la stessa persona sia operatore in una struttura e responsabile in un'altra. E poi c'è la strutturazione gerarchica, tradizionalmente piuttosto rigida, a partire dal presidente che è sempre un gesuita, al vicepresidente, che attualmente è anche il responsabile dei servizi, fino ai responsabili di aree e di struttura. Danilo De Luise, responsabile dei Servizi, nella sua posizione ha il polso degli umori prevalenti tra gli operatori. “Alcuni percepiscono che non ci sia possibilità di dissenso, e questa è una cosa veramente strana; infatti ci abbiamo lavorato parecchio l'anno scorso, anche con degli esterni, abbiamo sviluppato un sistema di certificazione di qualità, con l'idea di sviluppare un modello utile, all'interno del quale inserire il monitoraggio sul lavoro degli operatori che raccolga anche il loro punto di vista: così abbiamo creato spazi, luoghi, colloqui (io vedo tutte le persone), ma l'idea che mi sono fatto è che o c'è un percorso di maturità nella relazione con l'autorità, oppure si finisce per proiettare sempre sul capo di turno ogni frustrazione, cosa che funziona come una valvola di decompressione molto forte. È la logica del corridoio: ci sono problemi che non vengono portati nella riunioni dove se ne può parlare, ma capisci benissimo che l'esercizio della lamentazione avviene in altre situazioni dove tu non sei mai. Non è facile mettersi in gioco, reggere situazioni di conflittualità; sono dinamiche legate al potere, alla struttura gerarchica gesuitica... che paradossalmente viene percepita, soprattutto dai responsabili di area, come più rigida e accentrata oggi rispetto al periodo della leadership carismatica di padre Carena o di padre Remondini durato fino al 1998-2000, mentre in realtà è esattamente il contrario. Infatti è evidente che un leader carismatico rappresenta un potere più forte, ma anche più disordinato, per cui chi era attorno alla cerchia del capo si sentiva più o meno coinvolto, magari in modo paternalistico; quando invece ti dai la struttura, in realtà la partecipazione è molto più democratica, c'è un sistema informativo dal basso verso l'alto, che però si ferma ai responsabili di area... Ad esempio dal basso arrivano molte proposte che dall'alto sono appoggiate, ma dagli altri operatori spesso vengono prese malissimo; questo perché dovrebbero essere discusse dentro l'area di riferimento con i responsabili, ma può succedere che la partita si giochi al di fuori delle riunioni e così molti hanno la sensazione di non avere deciso e si mettono di traverso... poi magari si trasferisce il dissenso su aspetti più teorici... il cambiamento crea resistenza”. A conferma di questa maggior apertura, si è modificato in questi anni anche il criterio con cui assumere gli operatori: in passato si privilegiava la persona, il suo stile di vita, la sua concezione del lavoro sociale come vocazione, più che la formazione a cui provvedeva l'associazione in un secondo momento; oggi si cercano entrambe le cose ed è considerata una ricchezza l'esperienza maturata dall'operatore in altre realtà. Santa Bellomia ne è un esempio: da cinque anni lavora come operatrice al circolo ricreativo La svolta e alla sera è responsabile della Treccia, un dormitorio femminile in via di trasformazione come comunità; ha alle spalle un' esperienza decennale di lavoro sociale in progetti di lotta al traffiking e alla tratta degli esseri umani e a San Marcellino ha introdotto un nuovo sguardo e nuove modalità di relazione, oltre a una buona dose di spirito critico. “È dirompente, un ciclone, ha modi diretti per esprimere eventuali dissensi” dice di lei Massimo Tersigni, responsabile della Svolta, e aggiunge con molta onestà: “Inizialmente non l'ho presa molto bene. Forte dei miei 12 anni di esperienza nell'associazione, vedo arrivare una collega più vecchia di me e con una sua esperienza, ma inferiore gerarchicamente, che pensava e cercava di realizzare idee fuori dalle consuetudini, come ad esempio una festa con la musica... mi ha messo in confusione. Pensavo che mi avrebbe messo i piedi sulla testa, che avrei fatto una brutta figura con i miei superiori, mi sentivo squalificato. Ero abituato al fatto che l'inferiore può certamente esprimersi, ma è sempre richiesta una certa obbedienza; pensavo in modo gerarchico, però poi ho riflettuto: se una collega propone una cosa furba, perché non esserne contento e fare tesoro della novità?”

 

Il principio di affiliazione

  1. Bellomia riconosce la capacità di San Marcellino di confrontarsi positivamente con i cambiamenti ed aprirsi al nuovo; ha percepito ascolto ed attenzione nei confronti degli operatori nuovi, soprattutto dall'alto, ma si è resa conto che la struttura è cristallizzata, per cui è facile sentirsi ribadire la bontà delle pratiche tradizionali da chi si fa scudo dell'anzianità e della maggiore esperienza. Il dissenso più forte lo sente nei confronti del principio dell'affiliazione, che è un mandato forte e riguarda sia gli ospiti che gli operatori: “Giochiamo al circolo, alla famiglia, al lavoro, simuliamo situazioni che si possono trovare fuori. È un modello che può funzionare per un po', ma crea un forte legame affettivo e di dipendenza, soprattutto nelle donne, dove il tema che ho visto più frequentemente è proprio quello della dipendenza. Può diventare una sostituzione. La maggior parte delle donne ha dipendenza dall'alcol, come gli uomini, ma anche dal compagno di turno, è uno schema mentale che si rischia di perpetuare, per cui secondo me è necessario far vivere modalità di legame diverse per non ripristinare modelli che loro conoscono bene e che le spinge ad essere seduttive e compiacenti per essere sicure che tutto vada bene. Il principio di affiliazione per gli operatori si traduce nelle false attività socializzanti come gli inviti a prendere un caffè insieme per creare un clima di familiarità a cui se dici no passi per quella strana e ti tagli fuori. Ci sono comportamenti cristallizzati che vengono non tanto dalla presidenza, ma dagli operatori, soprattutto i più vecchi: per esempio viene usato moltissimo il termine affidati, rilassati, devi avere fiducia, so io qual è il tuo bene, ma le persone che arrivano da noi sono molto destrutturate e nella loro esperienza magari si sono fidate e sono state tradite, o sono scappate.. e poi la fiducia è una cosa reciproca, che nasce da sé e non a comando.” Un limite di San Marcellino, secondo lei, è che, grazie all'autosufficienza economica, tende ad essere chiuso, monolitico, autoreferenziale, come emerge anche dalla scelta dell'utenza: italiani, senza dimora e dipendenti solo dall'alcol, scelta che giudica espulsiva e destinata a trasformarsi in una gabbia. E non condivide neppure la mancanza di una forte spinta all'autonomia, all'emancipazione; i percorsi sono molto lunghi, anche 6 o 7 anni e la tendenza è a mantenere un atteggiamento protettivo anche dopo: “È un po' come quando i genitori stimolano i figli ad uscire di casa, ma poi gli dicono di portare a casa la roba da lavare. Vai, ma solo fin lì, io ti guardo e ti aiuto sempre. La cosa curiosa è che il modo per spingerli ad uscire che mi viene prospettato è quello di non rendere troppo accoglienti, caldi, affettivi i posti. Lo trovo un discorso sadico e mi ha fatto molto riflettere: non credo che un posto debba essere brutto per farti venire voglia di andare via, basterebbe già il conflitto indispensabile creato dalle regole; non è il luogo, ma è la relazione che aiuta”. Infatti alla Treccia, il dormitorio femminile di cui è responsabile, l'atmosfera è calda e accogliente a differenza della corrispondente struttura maschile, più razionale, dispersiva e ordinata; una novità accolta entusiasticamente dalle ospiti è stata ad esempio la festa di compleanno, con tanto di torta e candeline. Il tentativo è anche quello di superare quello che Santa giudica l'errore iniziale: aver pensato questa struttura sullo schema di quelle maschili, magari con piccole differenze dettate da una serie di stereotipi sessisti a cui si riduce lo specifico femminile, come ad esempio spostare gli orari perché le donne ci mettono di più a prepararsi. “Da parte di molti operatori - conclude – sento la convinzione che le persone che si rivolgono ai nostri servizi non cambiano, convinzione probabilmente dovuta anche al fatto che fino ad un po' di tempo fa l'età media dell'utenza era alta. Io però la penso diversamente. Una volta durante una riunione si parlava della parola 'scelta' e un mio collega di grado superiore, quasi per zittirmi, mi aveva detto che una persona delle 'nostre' non sceglie. Beh, ho ribattuto, secondo te no, ma ha dentro di sé una libertà che la può portare a rifiutare tutto questo; magari può rivelarsi una scelta suicida, però... 'Lo sappiamo che la pensi così' è stata la sua risposta e la cosa mi aveva ferito. Io alla Svolta faccio un servizio dove non si dà niente tranne un posto dove stare; tutto viene costruito soltanto stando insieme, attraverso idee stimolanti che restituiscano dignità alle persone, come organizzare tornei, gite... È uno spazio che permette di vedere che c'è in loro voglia di partecipazione, di vita”.

 

Rispondere ai bisogni di chi?

  1. De Luise, che è a San Marcellino da 25 anni e molto ha riflettuto e scritto sulle dinamiche all'interno di questo tipo di Servizi, ha ben chiara l'importanza della relazione, a tutti i livelli: “Il modo in cui ci poniamo nella relazione con le persone è un punto importante che spesso presidiamo poco perché siamo travolti dal fare e quindi tutte le dinamiche che riguardano il potere, la difesa dal dolore, dal rispecchiamento restano spesso sfocate, finché non succede qualcosa che le scaglia in primo piano. Molte cose si imparano sul campo; l'atteggiamento paternalistico ad esempio, che qualcuno ha segnalato negli anni come criticità con insofferenza e che per qualcuno è stato anche motivo di allontanamento, mi ha portato ad interrogarmi molto. E mi rendo anche conto che questa consapevolezza può entrare in contrasto con il livello di messa in gioco dell'operatore, nel senso che superare la dimensione paternalistica fa sentire meno difeso. Io sono convinto che chi si avvicina al lavoro sociale deve puntare i riflettori su di sé, però non se ne può fare un dogma, perché non siamo tutti uguali, alcuni non se la sentono: sono però convinto che questo sia un limite. Perché chi si trova in una relazione di aiuto è diverso solo per il ruolo, non per la condizione di essere umano; da qui nasce il rispetto nei confronti di queste persone che non vanno trattate come bambini, ma rispettate anche in quello che non ci piace, cosa che fa sentire più esposti. In questo rientra anche il fatto che il miglioramento della vita della persona deve avvenire secondo la sua visione, non la nostra, mentre spesso a questi lavori ci si avvicina per rispondere a bisogni che sono nostri. La consapevolezza che il mio bisogno è diverso da quello dell'altro e che sono lì per comprendere il suo e l'unico modo per farlo è capire il mio sembra semplice ma non lo è. Comprendere il mio può essere doloroso e allora lo proietto sull'altro. Di notte ci sono persone di buona volontà che vanno in giro a dare aiuto: è interessante. Ho visto persone dare mandarini sotto la neve, panini a destra e a manca... noi non diamo niente, un thermos di caffè e uno di cioccolata per rompere il ghiaccio ed entrare in contatto. Eppure anche a me è capitato di sentirmi scemo quando in una di queste sere fredde in una galleria di Largo XII Ottobre una signora, che era lì a dormire insieme ad altri, mi ha chiesto della semplice acqua e non l'avevo.. Certi meccanismi di dissidenza e compiacenza nascono proprio quando la persona sparisce nei bisogni dell'operatore: a volte scappa, a volte si arrabbia, altre si adatta ed è la soluzione più pericolosa, perché uno si comprime, si comprime e poi lo perdi”.

Anche certi dissensi possono nascere da questo limite e D. De Luise racconta un episodio significativo che ha come protagonisti i volontari: “Due anni fa il trasferimento di due accoglienze notturne in una nuova è stata anche l'occasione per cambiare alcuni aspetti dell'organizzazione, come ad esempio la cena. Prima la situazione era più familiare, con una tavolata dove mangiare tutti insieme, cosa gratificante per i volontari e per alcuni ospiti, ma fortemente espulsiva per altri, per i motivi più diversi: difficoltà a stare in rapporto stretto con gli altri, a reggere una situazione affettiva troppo simile ad una condizione famigliare perduta, paura paranoica di essere avvelenato... Si è optato così per una situazione più neutra, ma giudicata più accogliente per tutti, una specie di self service con tavolini al posto della tavolata. Tre o quattro volontari erano incazzati per il cambiamento perché aveva messo fine a quello che giudicavano il momento più bello. Noi ci proviamo, ma non è semplice far lavorare le persone su questo aspetto. E poi c'è questa curiosità morbosa... noi non diamo informazioni sugli ospiti ai volontari, ma alcuni fanno fatica ad accettarlo, vorrebbero sapere tutto di tutti. Credo che in realtà questi servizi smuovano le nostre angosce più profonde; a me interessa sempre il lavoro di Canetti su masse e potere, dove il potere è visto come massimo tentativo di fuga e sublimazione dell'angoscia di morte che l'incontro con queste situazioni chiaramente ti sollecita. E se non capiamo quello che ci succede diventiamo pesanti e perversi. Nasce da qui la percezione ottocentesca e paternalistica dell'intervento sociale come beneficenza, ancora oggi presente, che rafforza lo stigma e lascia le cose come sono; può essere superata solo dalla considerazione del lavoro sociale come contaminazione culturale, altrimenti lo stereotipo è sempre in agguato: un giorno arriva un ospite con un giubbotto firmato e una volontaria vedendolo è andata letteralmente fuori, perché secondo lei teniamo delle persone che non ne hanno bisogno”.

 

Organizzazione e metodi

A volte il dissenso nasce da cambiamenti che hanno allontanato il servizio in cui si lavora dalle caratteristiche che aveva all'origine, come nel caso di Mara Lai che, da responsabile della comunità terapeutica del Ceis a Trasta, mostra una certa insofferenza per le condizioni di lavoro odierne, dovute anche ai tagli economici: “Vorrei avere i luoghi separati com'era una volta (Accoglienza, Comunità, Doppia diagnosi, Casa famiglia per malati di Aids), mentre oggi è più complicato, la comunità ha un ruolo centrale e passa tutto di qui. A volte ci sarebbe la necessità di fermarsi per discutere su un problema, ma noi cuciniamo anche per gli altri e non ci possiamo fermare per pensare. Anche per quanto riguarda il mandato educativo, siamo legati al problema economico: io vorrei dire più spesso 'vai a casa una settimana e poi se vuoi tornare ne discutiamo', ma non è permesso perché rischi di perderli e con loro la retta e questo ci lega; in questo momento è la cosa che mi blocca di più perché viene molto dall'alto. Ma se si parte dalla persona, è assurdo tenerla qui contro il suo volere... E poi ci sono i carcerati che creano altri problemi: se in tre o quattro mesi non fanno nessuno sforzo per dare un senso a questa possibilità e la prendono solo come un modo per stare fuori dal carcere, finiscono per appesantire una situazione già complessa di per sé”. Mara Lai è anche critica sull'eccessiva importanza data al Gruppo famiglia, un gruppo esteso di un giorno, preceduto da una serie di incontri preparatori, in cui ognuno individua l'elemento famigliare su cui lavorare di più perché l'ha fatto stare più male: lavorano in 4 o 5 insieme agli operatori e si isolano in una stanza dove fanno un lavoro emotivo. “È l'ultimo retaggio di un lavoro molto più grosso che veniva fatto anticamente, dove c'erano molti di questi momenti su vari temi. Dovendo ridurre i tempi è rimasto questo, ma è un po' staccato dal resto, un po' fine a se stesso. Dovrebbe essere il punto di partenza non di arrivo, e invece passa la percezione che se si è fatto il famiglia, si è fatto tutto e questo nella mentalità sia degli ospiti che della struttura. Tra i miei colleghi alcuni sono abbastanza convinti che va bene così, altri meno. Cerco di affrontare problemi come questi nelle riunioni, ma come responsabile sono in una posizione in cui non amo imporre le cose. La mia utopia è che si arrivi a vedere insieme quello che c'è da modificare. C'è invece un tallone duro che questo lavoro non lo vuole fare perché andrebbe a mettere in discussione delle certezze, delle capacità. Con i miei superiori, il responsabile terapeutico e il direttore generale, abbiamo iniziato a parlarne, ma è difficile perché non c'è mai il momento da dedicare mezza giornata a questo, viviamo sempre sull'emergenza. Per questo mi interessa di più parlare singolarmente con i miei colleghi e preparare il terreno per poi arrivare con proposte alternative. Ma può anche succedere che nella riunione di équipe si decida un intervento su un ospite e l'operatore che non è d'accordo, invece di manifestare il suo dissenso e proporre alternative, si limiti a non fare quello che si è deciso. Non ci sono richiami, la cosa viene fuori in riunione e io mi ci arrabbio”.

Questa volontà di cambiamento investe soprattutto i metodi di lavoro ed è sollecitata da una realtà che pone sfide sempre nuove, per chi le sa raccogliere; anche M. Malfatto si è posto in questa prospettiva di dissenso costruttivo appena arrivato a San Benedetto e con i suoi colleghi è riuscito a poco a poco ad introdurre importanti innovazioni: “Noi abbiamo portato il lavoro d'équipe a San Benedetto: prima c'era solo il Comitato ristretto elettivo che comprendeva anche gli ospiti, ed esiste tuttora, ma secondo me era una forma di democratizzazione che poteva funzionare quando i soggiorni erano lunghi; poi sono cambiate le cose, sono arrivate persone con problemi diversi, il Ser.T ha abbreviato le permanenze e forse è più democratica una gestione in cui il gruppo degli operatori si confronta e cerca di portare una coerenza di contenuti. La democratizzazione sta nella relazione più che nella formula, ed è fondamentale che tra operatori si faccia un fronte unico... e questo l'abbiamo introdotto noi”.

 

Quale dissidenza in regime di convenzionamento?

Giovanni Lizzio, responsabile della Finestra sul porto, una comunità terapeutica del Ceis per adolescenti psichiatrici convenzionata con la Asl, sposta il problema della dissidenza e della compiacenza sul piano dei rapporti tra una struttura e i suoi interlocutori, che per la comunità di Trasta è il Ser.T e per la Finestra sul porto si moltiplicano tra Consultorio, Comune per chi è affidato anche ai Servizi sociali e Tribunale dei minori per chi ha pendenze con la Giustizia: “Spazio per la compiacenza ce n'è sempre, a maggior ragione in una struttura che sceglie di essere convenzionata ed ha quindi un inviante a cui deve rendere conto. Nel mondo delle dipendenze, ad esempio, la comunità di San Patrignano si è sempre vantata di non essere convenzionata e quindi libera, al di là del rispetto delle leggi, di decidere in che modo applicare il patto riabilitativo che è stipulato tra privati. Noi invece, se volessimo allontanare una persona che ha rotto il patto terapeutico o non rispetta le regole, potremmo essere ostacolati dalla posizione del Ser.t che magari non ci obbligherebbe a tenerla, ma la potrebbe inviare in un'altra comunità squalificando il nostro intervento. Comunque l'idea del convenzionamento, anche se oggi accettiamo anche rette private quando il Ser.t non è in grado di pagarle, è nel nostro DNA e quindi non avrebbe senso per noi essere troppo dissidenti. Questo è un problema anche della struttura di cui sono responsabile, perché i minori a volte arrivano dalle comunità educative del Comune; non stanno alle regole e ce li inviano sospettando un esordio psichiatrico, un po' come se elevare il livello della terapeuticità fosse più contenitivo e in effetti lo è sul disagio psichico, ma non su quello comportamentale: uno che non sta alle regole non ha bisogno di una comunità terapeutica, ma di una comunità educativa più dura. È vero che la logica della cura non prescinde da una riabilitazione anche educativa ed è proprio questa la difficoltà per noi e il terreno di maggior frustrazione per gli operatori: la regola è l'obiettivo e spesso è disattesa, l'importante è mantenerla, le eccezioni poi... Ho visitato altre comunità terapeutiche per adolescenti più omogenee per problemi e il lavoro che si fa è più facile e più efficace, anche se da noi ritengo che funzioni bene il lavoro sull'autonomia, teso a rendere il ragazzo individuo e individuato anche rispetto alla famiglia, senza allontanarlo dal territorio, dalla scuola, dagli ambienti che frequentava”.

 

Psicologo o educatore?

Per quanto riguarda gli operatori, G. Lizzio, che è psicologo, ha riscontrato che è proprio tra i suoi colleghi di formazione il più alto grado di dissidenza: “La cosa più difficile per loro è tenere separato l'intervento educativo da quello psicologico: lo psicologo ha ottimi strumenti per leggere certe dinamiche, ma si deve fermare. Fatica soprattutto chi ha una formazione psicodinamica, chi ha una concezione chiara e definita del setting e può capitare che vada in confusione e rischi di dissociarsi quando ci sono da attuare interventi, come perquisizioni, controlli, punizioni, proprio perché li sente come violazioni del setting: ho avuto colleghi che si sono licenziati per questo”.

Katiuscia Del Dottore è una psicoterapeuta che sembra rientrare tra questi casi, anche se ha lavorato come operatrice alla Finestra sul porto e per qualche mese alla comunità di Trasta dal 2009 al 2011, dopo 4 anni di esperienza in altre realtà (la comunità Exodus all'isola d'Elba e la comunità terapeutica per anziani, adulti ed adolescenti psichiatrici di Borzonasca afferente al circuito privato della Redancia) dove sostiene di aver maturato una certa consapevolezza dei confini tra lavoro psicoterapeutico e lavoro educativo: “All'inizio ero entusiasta, mi piaceva molto lo spirito del Ceis e apprezzavo molto il coinvolgimento della Salute mentale perché mi sembrava che questo potesse dare più sostegno all'operatore. Alla Redancia il gruppo era stato venduto ad una holding per cui eravamo quotati in Borsa... al Ceis mi sentivo in un contesto più comprensibile. A lungo andare però non ho trovato spazio di espressione. Alla Redancia avevamo un contratto da liberi professionisti e questo ci dava una certa libertà, al Ceis è data per scontata assoluta obbedienza e disponibilità: io avevo la scuola, la famiglia lontana, esigenze che con un po' di apertura avrebbero potuto essere perfettamente compatibili con il lavoro, ma questa apertura non c'è stata. Eravamo in minoranza ad avere una formazione come la mia, gli altri operatori consideravano giusta questa impostazione. Io però riflettevo: il Ceis è imperniato sul rispetto della persona, ma come posso far sentire persone i ragazzi e farli crescere se io come persona non esisto? Il clima di lavoro era di obbedienza, aiutava più ad evacuare il conflitto che ad affrontarlo: dopo due anni da loro avevo imparato a stare zitta. Il responsabile mi aveva richiamata per dirmi che nel lavoro andavo bene, ma il mio modo di fare elettrizzava l'équipe, invece di calmarla, ma io esprimevo semplicemente il mio pensiero, ad esempio sulla gestione di alcuni casi, della aggressività di alcuni ospiti. Nelle riunioni di supervisione formalmente eravamo liberi, ma i colleghi a tempo indeterminato che si identificavano nella struttura riportavano al responsabile ciò che emergeva e dicevano anche che le mie pretese di armonizzare i turni con gli impegni extra erano eccessive. Il mio dissenso era sul fatto che rivendicavo più risorse per noi, come ad esempio essere in due di notte o avere qualche capo che fosse disponibile a venire il sabato e la domenica nel caso succedesse qualcosa; contestavo il fatto di non avere appoggio dai superiori e a volte neppure dai colleghi in caso di difficoltà con gli ospiti. Una cosa su cui dissentivo al cento per cento era il fatto che a volte lasciassero svolgere ad un ospite il lavoro dell'operatore. Una volta una ragazza ha preso il sopravvento ed è riuscita a calmare gli altri ragazzi meglio di noi: accettare questo secondo me costituiva un danno, oltre che per il nostro ruolo, anche per la ragazza, perché non la aiutava a capire i limiti, avendo tra l'altro proprio il problema di non riconoscersi come adolescente perché considerata sempre l'adulta di casa... ne abbiamo parlato in due supervisioni, ma gli altri colleghi non vedevano dove fosse il problema, visto che aveva salvato una situazione e quindi andava bene così. Eppure molte cose della Finestra sul porto mi piacevano: il fatto che la struttura fosse molto aperta e poco ghettizzante, che gli ospiti potessero uscire e molte attività si facessero all'esterno, mentre alla Redancia si faceva tutto all'interno e avevo la sensazione che si lavorasse per far sì che gli adolescenti si abituassero a vivere in comunità anche da adulti. Comunque alla fine il contratto non mi è stato rinnovato, sono stata l'unica ad essere tagliata”.

Dalla parte dell’ospite

 

  1. Costa, parlando della nascita di Avventura socio urbana, racconta il dibattito sul primo titolo proposto, Sorvegliati speciali, a cui hanno partecipato i pazienti inviando i loro contributi. Uno scrive: “Innanzitutto spieghiamolo questo titolo, anche se è chiaramente ironico. SORVEGLIATI, sì, perché è vero che in qualche modo siamo sorvegliati, ma nel senso di seguiti quotidianamente, prima di tutto attraverso i colloqui personali con i nostri cinque operatori. Le nostre giornate sono fondamentalmente libere – sta nel concetto stesso di Residenzialità LEGGERA appunto – e mirano alla conquista o alla riconquista di un equilibrio che ci riporti all’autonomia. Quindi sorvegliati significa per noi sostenuti, incoraggiati, aiutati giorno dopo giorno ad avere sempre maggior fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità...”

Un' altra ribatte: “La mia posizione rispetto al titolo della rubrica è nota, personalmente io non mi sento né sorvegliata né speciale, né in senso letterale e neppure in senso ironico, a parte il fatto che in due anni di frequentazione del sistema psicosociale tutto ho visto tranne che dell’ironia (salvo quella che frequentemente e amaramente si nota spesso in alcuni reparti ospedalieri o in comunità ad alta protezione fatta palesemente dal personale - e in specifico da medici e da educatori - verso alcuni pazienti, di solito i più gravi: quella però non è ironia, è semplice cattivo gusto che condisce l’esercizio del loro arbitrario ed intoccabile potere)... Io quello che ritengo sia giusto dire, dico, pur sapendo di espormi, e pur avendo verificato sulla mia pelle in passato recente in comunità a quali ritorsioni ti espone la libertà di opinione nei confronti di chi esercita un potere assoluto”.

Vi si leggono due atteggiamenti paradigmatici, la tendenza ad appiattire le proprie aspettative su quelle della struttura di appartenenza e la decisa volontà di autoaffermazione e autonomia di giudizio, che si intrecciano a vari livelli in chi è ospite di una comunità educativa.. Va detto innanzitutto che per chi è all'inizio di un percorso in comunità il bisogno di aiuto, lo stato di sofferenza e la personalità ancora troppo destrutturata impediscono sia di contrapporsi in modo articolato a chi detiene il timone della relazione educativa, sia di razionalizzare l'accettazione di un modello proposto come dotato di un particolare senso. Infatti per questa inchiesta è stato privilegiato il confronto con due ospiti del Ceis e due di San Benedetto giunti alla fase finale del loro percorso, perché all'inizio non di rado si oscilla tra la logica della compiacenza strumentale o del “farsi i fatti propri”e quella della impulsiva riottosità ad ogni regola.

Nei confronti della prima tutti gli operatori, indipendentemente dalla formazione, dalla filosofia educativa, dalla struttura in cui operano, si dichiarano critici e decisi a scoraggiarla, come si capisce anche dalle parole di Bessi, ospite a Trasta: “L'ospite ideale per loro non è quello tutto perfetto, perché è più falso, ma la persona che riesce a tirare fuori la parte peggiore di sé per lavorarci sopra. Io per esempio non sono mai stato ai lavori e loro non sono contenti: Mara dice 'male male! O fingi troppo bene o sei troppo furbo'. Io non sono mai ricaduto; per carattere cerco di rispettare le regole e loro non amano troppo questo. Sperano che non finga perché se uno nasconde bene i problemi quando esce rifà le stesse cose”.

Se la compiacenza è da scoraggiare ne consegue logicamente che la dissidenza debba essere se non proprio incoraggiata, almeno accolta, ma non sempre accade, come emerge dal racconto di M. Corioni: “Nelle comunità per adolescenti ci lavorano dei post-adolescenti e in quelle per ragazzi più piccoli operatori più adulti. Qui ci mettiamo mamma e papà e là fratelli e cugini. Ho capito che i vecchi cercano di evitare gli adolescenti perché sono sempre in opposizione. Certo i ragazzi che ho visto durante l'anno in cui ho lavorato a S. Nicolò erano dissidenti per natura, ed è anche facile in comunità, dove il gruppo degli operatori è maggioritario, ha più potere per cui stimola da parte dei ragazzi un continuo ed individualistico dissentire. Forse anche per il mio rapporto difficile con gli operatori, mi è capitato di chiedermi se, visto che l'obiettivo nascosto sembrava essere l'insegnamento della compiacenza, non potesse essere insegnata invece la dissidenza, però ho resistito alla tentazione perché non si può insegnare a dissentire a degli adolescenti che di fatto già lo fanno naturalmente proprio perché il gruppo impone una certa frustrazione di desideri e aspettative. Si poteva insegnar loro a gestire la loro dissidenza e questo doveva partire dall'accoglierla, anziché disprezzarla: la accolgo creando un cerchio più ampio in cui uno possa mettersi dove gli pare con lo sgabello, ma rimanendo più o meno all'interno del cerchio, in modo da avere il tempo di riflettere e capire se è un capriccio, e in tal caso ritornare al gruppo, o una dissidenza etica. A proposito di quest'ultima, ricordo il caso di un nostro ragazzo magrebino che, preso in carico dai servizi sociali, perché utilizzato dal padre come venditore di fiori, e iscritto ad un corso professionale che frequentava con volontà e profitto, subiva forti pressioni da parte dei famigliari rimasti al paese perché diventasse operativo e mandasse soldi. Gli unici soldi che aveva erano quelli della paghetta di 8-10 euro passata dalla comunità e lui la accumulava per mandarla giù, e per le sue necessità era un continuo andare da un operatore all'altro per farsi regalare delle cose, per esempio scarpe, e le chiedeva di marca. Noi che avevamo capito questa pressione, di fronte ad un ragazzo dilaniato tra il senso di colpa verso i famigliari che non può aiutare, le sollecitazioni del contesto in cui vive che gli impone un certo standard, il sentimento di vergogna dell'immigrato, non abbiamo trovato di meglio che rispondere con il discorso illuminante di un mio collega: 'Neanch'io ho le scarpe di marca, non vedo perché le devi avere tu!'. Siccome il ragazzo non demordeva e riusciva ad infilarsi con le sue richieste tra i varchi che intravedeva nel fronte degli operatori, è stato ritenuto incompatibile con il gruppo dei ragazzi, perché poi anche gli altri avrebbero voluto le cose di marca”.

In generale comunque, almeno come dichiarazione di intenti, dalle testimonianze raccolte gli operatori sembrano concordare sulla necessità di accogliere le forme di dissenso, anche se i modi di incanalarlo variano nelle diverse realtà. Al Ceis i ragazzi spiegano che ci sono procedure precise: se c'è qualcosa che non va la si può mettere per iscritto e gli operatori poi la portano all'attenzione dell'équipe; se il dissenso è nei confronti di un compagno si scrive un biglietto con la data, il destinatario, la situazione e il sentimento sollecitato e poi durante i gruppi dinamici, due a settimana, a partire da quel biglietto ci si chiarisce: “Si può anche urlare - spiega Bessi - ma senza offendere nessuno; è un modo per conoscerci meglio, per evitare scontri futuri. Infatti se due in accoglienza litigano è difficile che prendano provvedimenti, ma se litighiamo noi che abbiamo già fatto un certo programma ci fanno il mazzo, perché da noi si aspettano che riusciamo a gestire le situazioni, visto che abbiamo gli strumenti per agire diversamente”.

A San Benedetto non si intravedono canali così strutturati e M. Malfatto spiega le dinamiche relative a questo problema: “La comunità fin dall'inizio ci chiede un approccio pedagogico fondato sull'accoglienza: è una pedagogia faticosa, perché abbiamo meno dispositivi di potere rispetto ad altre comunità e questo rende la vita difficile e rischiamo di ricadere nella ricerca di strumenti di protezione. Il fatto che proponiamo agli ospiti una relazione tendenzialmente alla pari in cui cerchiamo il confronto e le motivazioni su tutto, ci mette nelle condizioni di essere fallibili come loro ed è in questo contesto che si può manifestare il loro dissenso. D'altronde sono convinto che quando una persona si riprende dal malessere iniziale deve arrivare al punto di scontrarsi con ciò che percepisce come autorità; la crescita passa anche di qua, altrimenti qualcosa non ha funzionato. Sta poi a noi riuscire a capire, ed è difficilissimo, quando la critica è volta ad un immediato tornaconto individuale oppure rientra in un'ottica complessiva che ricade sulla struttura; e inoltre quanto io sono in grado di accogliere la critica perché magari mina il mio controllo, oppure è sensata ma può comportare un surplus di lavoro o di impegno psicologico, non ultimo il fatto di fronteggiare chi strumentalmente mostra di non capire perché alcune critiche sono accolte ed altre no”. E conclude con un'onesta autocritica: “Da un lato ci consideriamo una comunità che, esercitando un pensiero critico a livello politico e sociale, sa accogliere più di altre il dissenso. È difficile però quando il dissenso riguarda noi stessi, la struttura con le sue regole e la sua cultura e allora la tentazione è di inquadrarlo in qualche modo per ricollocarlo all'interno di una ordinarietà, perché può minare l'agire dell'operatore; il rischio è di utilizzare argomenti un po' autoreferenziali, retorici, autoaffermativi... qui si fa così perché... e poi grandi motivazioni ideali, molto belle e condivisibili, ma che sul piano concreto possono stridere con la realtà. Se dico che qui si fa così e basta ho almeno il pregio della chiarezza, ma se dico che qui si può mettere in discussione tutto e poi non si può... “.

E in effetti Andrea, tre anni di permanenza nella struttura di via Buozzi ed ora alloggiato in appartamento, punta il primo indice proprio su questa incoerenza: “Se devo riflettere su che cosa significa essere dissenziente a San Benedetto, la prima cosa che mi viene in mente è l'opposizione fisiologica nei confronti degli operatori. San Benedetto cerca di funzionare in modo trasversale, vorrebbero esserci non ruoli, ma funzioni. In realtà, trattandosi di un'istituzione che risponde a leggi e richiede competenze, esiste uno scalino tra educatori e utente. Cerca di seguire la filosofia del 'siamo alla pari, cresciamo insieme', ma in realtà non può perché è l'educatore che deve passarti delle cose e farti crescere. È questa contrapposizione che viene avvertita per prima, la riflessione sul potere inteso come possibilità e non tirannia, sulla crescita bilaterale viene dopo. Non pregiudica comunque l'innamoramento iniziale determinato dal fatto che questo è un posto particolare: io mi ci ritrovo a prescindere, ci credo per il rispetto che vi si respira, per la cultura alternativa che non esiste fuori: per noi tossicodipendenti, solitamente giudicati ed emarginati, sentirsi alla pari, sentirsi considerati come aventi un valore solo perché si esiste, il fatto di essere coinvolti nelle scelte, nelle responsabilità delle cose della casa... è la luce!... poi naturalmente vengono fuori anche le rotture”.

Tempi, spazi, regole, organizzazione...

 

  1. Malfatto nella sua tesi di laurea così descrive sinteticamente la regolamentazione di spazi e tempi all'interno della comunità in cui lavora: “Alle sette e trenta sveglia, un quarto d’ora per scendere a fare colazione. Poi pulizie di casa fino alle nove, ora dell’inizio dell’attività di informatica. Mezz’ora per vagare liberamente in internet, poi organizzazione della 'lezione' con durata media di un’ora, poi pulizie del laboratorio. Si sale a pranzo, organizzato alle 12,30. Una volta finito si lavano i piatti e si puliscono gli ambienti in cui si cucina e si pranza. Mezz’ora di pausa, poi alle 14,30 attività ludico-ricreativo-culturali, a seconda del giorno. Le attività sono già anticipatamente organizzate e precisamente osservate. E così via… ora dopo ora, fino al momento di dormire”. M. Lai accenna ad una strutturazione analoga e sottolinea quale lavoro enorme sia ottenere l'adozione di comportamenti apparentemente banali: il rispetto degli orari, della persona (lavarsi, tenersi in ordine, farsi la barba) e delle cose, quindi pulire la stanza quotidianamente e fare le pulizie approfondite il sabato. Anche a San Marcellino, pur partendo dall'idea che l'obiettivo dell'accoglienza impone di ridurre al massimo l'apparato normativo, ci sono alcune regole base: la sobrietà, tassativa per l'accoglienza notturna, ma molto meno per chi è in comunità; il divieto di usare violenza fisica, la cura di sé e il rispetto degli impegni, quest'ultimo considerato con una certa elasticità, per evitare meccanismi espulsivi.

La prima forma di dissidenza è proprio il disconoscimento delle regole, il rifiuto di adattarsi a ritmi organizzativi inusuali di cui non si coglie il significato. D. De Luise dice che a San Marcellino questa conflittualità si può manifestare sia con l'aggressività fisica o verbale che con la passività, considerata più subdola perché in un contesto faticoso ed emotivamente pesante chi si mette in questa posizione rischia di sfuggire all'attenzione degli operatori; G. Lizzio la definisce “resistenza al cambiamento” e la nota non solo nel sottrarsi ai compiti quotidiani, ma anche nella fatica che molti fanno a chiedere, a dipendere: “Nella comunità per tossicodipendenti nella prima fase è imposta una sorta di regressione, in cui si deve chiedere tutto, come il bambino con la mamma. Devono farlo e imparano a farlo. L'idea di partenza è che il tossicodipendente è autocentrato e cancella la capacità di chiedere: pretende e chiede solo il soddisfacimento di bisogni, non chiede veramente delle cose. Devono fare domande scritte, riappropriarsi di un linguaggio, fanno molta fatica. Poi quando arrivano alla fase del reinserimento dove sono chiamati a proporre un'idea all'operatore, tendono a chiedere e fanno fatica a proporre”.

Andrea L., ospite a Trasta, conferma questo tipo di dissidenza e la spiega col fatto che si arriva da situazioni in cui non si rispettano regole e quindi di alcune neppure si capisce il senso: “Perché per esempio farsi la barba tutte le mattine, se neanche ce l'hai, o tagliarsi i capelli solo il sabato o farsi il letto in un determinato modo stile militare tirandolo bene e rimboccandolo? Loro dicono che bisogna partire dalle piccole cose. Non abbiamo orologio, Mp3, orecchini, veniamo privati di tutto, così quando arrivi al punto del percorso in cui siamo arrivati io e Bessi cominci ad assaporare anche le piccole cose, a conquistare tutto a poco a poco”. Bessi aggiunge: “Ci sono parecchie cose che non capisci, per esempio il fatto di avere le cose contate a colazione e se ne prendi di più ti mettono davanti a quello che facevi quando eri tossico, ma secondo me non c'entra niente il burrino con la droga. È lo stesso criterio che li spinge magari a dire no quando esci ad accompagnare qualcuno e chiedi soldi tuoi per prendere un caffè: è una voglia, non una necessità.” “Quando sono andato a casa la prima volta è stato bellissimo aprire il frigo e prendere quello che volevo!” commenta Andrea L.. “Un'altra cosa che non sopporto dell'ufficio e mi è successo un paio di volte – continua Bessi - è che se sbagli qualcosa ti dicono di andarti a fare tre turni, magari di pulizie o di piatti, e alla fine si parlerà del motivo. La filosofia è che ti devi fidare di quello che ti dicono: se ti dicono di fare una cosa il motivo c'è e poi ti verrà spiegato. Non lo sopporto, perché non sono stupido e dove non ci arrivo vorrei una spiegazione”. Quella evocata da Bessi è la cosiddetta messa ai lavori che solo M. Lai accetta di definire una punizione, mentre altri, anche tra gli ospiti, preferiscono indicarla come “strumento” o “pausa di riflessione su un errore commesso”, alludendo al fatto che la persona in questione esegue il suo lavoro in una sorta di isolamento dagli altri proprio per ripensare tra sé all'accaduto; un altro strumento correttivo è il richiamo, “fischione” nel gergo degli ospiti, che M. Lai dice essere attualmente meno usato che in passato. Andrea L. così racconta la sua esperienza in proposito: “Un mese fa sono ricaduto in un atteggiamento che avevo all'inizio: mi faceva tutto schifo, non volevo stare qua. Il mio operatore ha aspettato per vedere se la situazione migliorava, poi mi ha chiamato in ufficio e in modo molto acceso mi ha chiesto il perché del mio comportamento e ha cercato di farmi capire come mai secondo lui agivo così. Lui urlava e io dovevo stare zitto e con le mani dietro la schiena. È come ricevere una sberla, uno scossone, uno schiaffo morale per ripigliarti... subito la prendi così e ti senti salire la vecchia impulsività, poi pensi a quello che ti è stato detto durante il fischione. Non l'ho sentito come umiliante, eppure io sono sensibile... poi gli ho spiegato le mie ragioni e lui è riuscito a tirarmi fuori le cose, è durato 40 minuti. Se da te ci si aspettano determinate cose, è brutto per loro vedere che in pochi giorni torni indietro di mesi! Si preoccupano per loro e per noi”. Molto meno collaborativa la reazione messa in atto tempo addietro da un altro ragazzo, che M. Lai ricorda come un caso eclatante di dissidenza: “Dopo che l'operatore ha finito di urlare, il ragazzo gli chiede se ha finito e poi si toglie i tappi dalle orecchie. L'operatore, peraltro severissimo, è rimasto così basito che non è riuscito a reagire; sembrava un setting terapeutico in cui si fosse verificato un rovesciamento di ruoli”.

Sia Andrea L. che Bessi indicano tra le violazioni più comuni il fatto di fumare in camera, oppure prendere un caffè in più quando si è in cucina e alla richiesta di indicare da 0 a 10 il grado di dissidenza che riscontrano in comunità, emerge da parte del primo un livello medio di 4 o 5: questo perché ha notato che normalmente il dissenziente rientra e riesce a dare un senso alle cose; Bessi lo diversifica in base al momento del percorso, un 10 all'inizio, destinato poi a scemare: “C'è gente che all'inizio si pone contro con forza, poi si interviene su certi atteggiamenti: non si possono sminuire certi strumenti di casa. Loro ti chiedono se c'è qualcosa che non va, tu lo scrivi e lo portano all'équipe, come quando abbiamo chiesto e ottenuto una migliore turnazione per la pulizia dei bagni”. Sul grado di compiacenza non si esprimono, ma riconoscono che ce n'è: “All'inizio si è compiacenti per convenienza e poi ci si dà un senso”.

Più articolata è la posizione di Andrea che, pur riconoscendosi nei principi ideali di fondo di San Benedetto, esprime una critica all'istituzione nel suo complesso, a cominciare dalla struttura gerarchica che dagli amministratori in cima alla piramide si estende fino ai rapporti tra operatori e utenti; stigmatizza le varie assemblee allargate, a cui ha partecipato come delegato di via Buozzi e che ha poi disertato considerandoli luoghi di democrazia apparente: “Non vi si diceva nulla di significativo per non toccare tasti che creano conflitti: ad esempio un tasto che crea conflitto è la cassa comune, che è stato un valore di San Benedetto e ora è solo uno strumento pedagogico. Inizialmente non c'erano soldi privati, né di operatori né di utenti, poi sono cambiati i tempi, ogni realtà ha avuto una sua idea di cassa comune e gli operatori hanno cominciato a vivere in case private con il loro stipendio. Via Buozzi con Mignanego ha deciso di aprire un tavolo di discussione per ragionare insieme e magari aggiornare il concetto di cassa comune; era un bel discorso di approfondimento, che ci avrebbe anche permesso di affrontare alcune nostre contraddizioni, ma tutti si sono messi sulle difensive”. Un altro aspetto, oggetto della critica di Andrea, è il fatto che a volte piombano dall'alto decisioni tra capo e collo, non discusse o discusse poco, cosa che trova stridente con la democrazia, presentata come valore fondante: “Per esempio un nuovo ospite, di cui nessuno sa niente, può arrivare all'improvviso, senza che gli operatori possano valutare se il gruppo è in grado di accoglierlo; a volte capita che si venga avvertiti all'ultimo momento che la comunità organizza un concerto e ci si giustifica con il fatto che si tratta di entrate per la comunità e, visto che con esse ci sosteniamo e viviamo, dobbiamo essere riconoscenti e darci da fare... cosa peraltro giusta, ma basterebbe organizzare le cose per tempo; può anche capitare che si sia programmato di vedere un film e salta perché all'improvviso bisogna andare a fare un trasloco... sono discutibili i modi. Un altro esempio è il sostegno a Marco Doria e alla sua campagna elettorale: ovviamente politicamente si può dissentire, non si è obbligati a votarlo, ma ci sono delle richieste... ad esempio nei suoi giri elettorali ha fatto sosta in via Buozzi, e allora usciamo, facciamo... Io mi sono dissociato. Quando ha vinto è venuto a fare una cena a Mignanego insieme a tutta l'alta borghesia genovese che lo aveva sostenuto e ci volevano delle persone a servire: io ho detto che se lo sognavano che sarei andato a servire M. Doria con tutta la borghesia di Genova e ci sono andati altri che, non essendo politicizzati, l'hanno preso come un servizio qualsiasi”.

Loris, da due anni in Via Buozzi e prossimo a trasferirsi in appartamento, sposta l'attenzione sui rapporti con gli operatori: “A volte ci sono problemi di comunicazione tra noi e loro e si formano due gruppi e può capitare che tanti ragazzi ce l'abbiano con loro perché dicono che non fanno pienamente il loro lavoro, che non si mettono in discussione e vogliono avere sempre ragione... io no, dopo due anni con me c'è un rapporto diverso... però alcuni li vedo stanchi, perché questo posto è come una giostra che va a cento all'ora, devi stare in questi tempi, ti senti chiamare continuamente, tutti, sia operatori che ragazzi. Così capita che mi facciano fare delle cose, mentre io magari ne sto facendo o pensando delle altre e faccio confusione. Io ad esempio so fare delle cose creative, mi dai qualunque cosa e diventa nuova, la riciclo, la smonto, la rielaboro e due volte alla settimana lo insegno ai ragazzi, ma questo è un ruolo che dovrebbe svolgere un'operatrice. Guai a dirglielo! Ma a volte mi sembra che ci vorrebbe più formazione per gli operatori: una volta gli ho detto di scendere dal cavallo bianco e di cominciare a fare una settimana di residenziale o di diurno come i tossicodipendenti... Quando vedono che uno comincia a stare bene dicono 'che bello!', è un investimento, ma io sento che il mio pezzo qui l'ho fatto, ho dato quello che potevo dare e dopo si può solo regredire. Ne ho visto tanti regredire! Io adesso sto meglio, ho scoperto delle belle sfumature della vita; qui entrano tante persone fatte che stanno male e a me dà fastidio perché mi fanno da specchio... io ora sento il bisogno di nutrirmi di altre cose. La comunità mi sta stretta, mi sembra anche che stia perdendo piano piano quello che ha seminato, sente la crisi: don Gallo ha la sua età, non c'è mai, ha tanti impegni per mandare avanti questo posto; una volta faceva riunioni settimanali in ogni realtà, dove metteva in discussione se stesso e gli operatori al pari degli ospiti. Io ho avuto modo di partecipare a due di queste riunioni alla cascina di Mignanego e l'ho trovata una cosa piacevole, gratificante, eppure non è facile mettersi a nudo”. Qualcosa di simile si sente nelle parole di Bessi. e Andrea L., ma con più accettazione: “È un dovere anche per noi stessi ripagare per quello che abbiamo avuto e mettere in pratica quello che abbiamo imparato. Una persona che arriva entra in accoglienza e noi dobbiamo accogliere uno che magari si è fatto il giorno stesso o è in terapia, dobbiamo stargli vicino, spiegargli le regole. Alcuni lo fanno volentieri, ricordandosi di come erano loro, per altri è faticoso”.

L'identità dell'individuo e l'orizzonte del gruppo

 

“Per la maggior parte delle persone che vengono in comunità in condizione di tossicodipendenza il problema più grave è la solitudine e quindi tutte le attività che facciamo sono per coinvolgerle a stare insieme, per farle aprire agli altri e creare rapporti sani”. Lo afferma A. Kocilova ed è il pensiero di fondo che accomuna tutti quelli che operano in situazioni analoghe. Anche M. Lai sottolinea come si lavori molto sullo stare insieme e come sia importante sperimentarlo, anche solo per fare un gioco o guardare un film, e imparare a riflettere sulle maschere che si indossano per andare avanti: molti sono infatti al Ceis i gruppi denominati e strutturati in base alle finalità.

Da questo principio di fondo nascono una serie di conseguenze sul concreto modo di vivere in comunità in cui la bontà dell'obiettivo si scontra con la inevitabile difesa dei propri spazi e della propria individualità che può sfociare in atteggiamenti di più o meno voluto o consapevole dissenso. Così può accadere che si accetti il principio di dividere la camera con una persona con cui non si va d'accordo, perché è presentata come una prova difficile per imparare a controllarsi e a costruire relazioni più ampie, e vederne magari nascere un'amicizia, come è successo a Andrea L.; o che ci si adatti alla filosofia del Ceis in base alla quale è una forma di rispetto verso di sé e verso gli altri osservare, controllare, giudicare e se è il caso riferire agli operatori tutto ciò che fanno gli altri ospiti, o a quella di San Benedetto per cui, come dice Anna, i problemi che emergono vanno sempre comunicati al gruppo, perché è giusto che vivendo a stretto contatto ognuno sappia che cosa ha in testa il suo compagno, come sta, dove sta andando. Ma può anche arrivare il momento in cui uno non ce la fa più e se ne va. G. Lizzio legge così il fenomeno: “Più che le regole sono le colpe che spingono ad abbandonare: quando uno nasconde agli altri le trasgressioni e queste si accumulano, la pressione collettiva del gruppo degli operatori e degli altri ragazzi diventa forte e non riescono più a sopportarla”. Andrea L. e Bessi confermano questo quando raccontano come funziona il foglio delle colpe. “Lo fanno fare a tutti ogni tanto, in base a quello che succede, e sempre a chi finisce la messa ai lavori: se uno si sente la coscienza sporca racconta le cose che ha fatto e non doveva fare o che ha visto e non ha detto e si libera la coscienza... Fa bene farlo”. M. Malfatto riconduce l'80% dei casi di abbandono al richiamo della sostanza, anche se ammette la criticità della fase finale del percorso: “Quando uno è arrivato a maturare degli strumenti per gestire la sua vita e confrontarsi con la realtà, la comunità diventa pesante: c'è un confronto su tutto e su tutti, con persone che non abbiamo scelto, magari opposte a noi...”. Sono illuminanti le parole con cui Andrea L. spiega una sua defaillance: “Motivo della mia regressione secondo me è stato lo stress: 24 ore qui valgono tre giorni fuori; stare insieme a 35 teste... chi ha la terapia, chi è appena arrivato, chi ti è antipatico, chi ha la testa calda... arrivi a tappo”.

Quindi se il gruppo è sicuramente risorsa ed aiuto, inevitabilmente si trasforma anche in un contenitore in cui le persone sentono dispersa o soffocata la propria specificità individuale e reagiscono per difenderla. E questo nonostante tutti gli operatori incontrati dichiarino di adoperarsi per personalizzare il più possibile i percorsi, cercando di coinvolgere attivamente l'interessato nella loro definizione.

Un caso molto diffuso in tutte le realtà è la diversa percezione dell'utente e della struttura sul momento più adatto per uscire definitivamente e affrontare il mondo esterno: “Sono arrivato ad un punto che avrei bisogno d'altro, un lavoro, una casa, andare via di qua – dichiara Andrea L. - e invece mi dicono che bisogna aspettare che decidano loro quando sono pronto, perché ho bisogno di lavorare ancora su alcune cose, anche se per me non è così; e poi mi dicono che è terapeutico stare in comunità anche un giorno in più, perché si affrontano dinamiche sempre diverse”. Loris è riuscito ad ottenere di andare in un appartamento, ma tra gli operatori c'è chi lo ritiene rischioso: “Sono preoccupati perché qui ho mille attenzioni e stimoli che controllo e fuori hanno paura che mi trovi in difficoltà, regredisca e torni alle sostanze. Per qualcuno un trans nella vita può fare solo da zerbino per gli uomini, ma non è così. Io, gli ho detto, posso essere una grande imprenditrice, potrei diventare chissà che cosa”.

Andrea è fortemente critico sul modo in cui a San Benedetto si gestiscono le dinamiche di gruppo e ha sempre manifestato, in modo anche accesamente polemico, il suo dissenso: “All'inizio ad una persona viene chiesto di non pensarsi come individuo, ma come parte del tutto; ci si deve annullare e io non lo condivido, anche se devo ammettere che all'inizio il tossico è tutto proiettato verso l'interno e sente i problemi come insormontabili, mentre guardare intorno a sé e un po' meno i propri malesseri aiuta a ridimensionare la propria percezione delle cose. Ma deve essere un momento di passaggio, perché poi bisogna trovare un equilibrio tra il noi e l'io, e qui è impossibile. Io sono un anarchico individualista e questa cosa mi è pesata. Una volta ho avuto anche un'esplosione di rabbia, per cui me ne sono andato e ho avuto una ricaduta, perché qui c'è l'usanza di non mettere in discussione il singolo, ma il gruppo: questo per evitare che si evidenzino differenze tra chi è più avanti e chi più indietro, più in alto o più scemo, cosa teoricamente bellissima, ma dopo un po'... Così succede che se qualcuno non si interessa a nulla, vive come se fosse parcheggiato, pensa solo a se stesso, la responsabilità viene fatta ricadere su tutti perché secondo loro chi non ha il comportamento adeguato dovrebbe sentirsi addosso la critica. Invece magari succede che lui si fa scivolare tutto addosso e chi invece si sta sbattendo, è più ricettivo e più coinvolto emotivamente, come era il mio caso perché mi barcamenavo tra i lavori della comunità, il maneggio, i negozi, i gruppi, si sente ingiustamente martellare, anche se i rimproveri non sono per lui. Non è assolutamente funzionale e la mia critica sul momento è stata accolta, però poi lo stile non è cambiato perché è troppo radicato... si continua così perché si è sempre fatto, ma quando lo vedo ricapitare su altri lo faccio notare”.

Loris evidenzia un altro aspetto di questo mancato equilibrio “tra io e noi” a San Benedetto ed è la tendenza a privilegiare la razionalità, che è territorio universale, rispetto all'emotività che si declina individualmente: “In questa comunità non si lavora sull'affettività, ma si lavora troppo di testa: loro dicono che si deve partire da un equilibrio interno, cercare il proprio baricentro, farlo salire e arrivare alla testa. Io ho una persona che mi segue individualmente per affrontare i nodi più profondi, perché mi dicono che non possono essere portati agli altri ragazzi per non appesantirli. Quindi io devo elaborare tutto e portarlo in altri termini. Anche altri che hanno avuto storie pesanti come la mia vanno magari dallo psicologo del Ser.t,.T, per poi riportare le cose in un altro modo, altrimenti gli altri saltano e cercano le sostanze. Io però sono una provocatrice, mi piace provocare per capire e tirare fuori le cose di pancia; ma loro insistono sul fatto che bisogna essere razionali... hanno paura che scoppino delle bombe, così capita che in una riunione mista con gli operatori tutti assumano un ruolo e simulino quello che non è. C'è chi vuol far vedere che sta bene, ma non è vero, chi sorride, ma non è contento...”

È un meccanismo che si riflette anche sul modo in cui è stata accolta l'identità sessuale di Loris: “Io sono entrata qua con l'intenzione di cambiare sesso. Le operatrici della comunità mi hanno proposto di far parte del gruppo donne che hanno creato insieme con le ospiti, ma mi rinfacciavano il fatto che avevo atteggiamenti provocanti, dovuti ai meccanismi che mi portavo dietro dalla strada, insomma che non avevo atteggiamenti da donna. Infatti, ho risposto, non sono una donna, sono un transgender, nato uomo e sono stufa che mi ricucite addosso un vestito da donna che non mi appartiene: voglio essere riconosciuta come trans. Allora poi mi hanno imposto questo: visto che se porto delle dinamiche di transessualismo le persone saltano, io qui sono riconosciuta come donna. Ma santo cielo, siamo nella comunità di San Benedetto al Porto! Se il Gallo sapesse una cosa del genere!”.

È ancora Loris a mostrare insofferenza per la modalità imposta dalla comunità di mettersi in discussione e riflettere su tutto quello che si fa durante la settimana e su come lo si vive: “Sono stata 15 giorni nella comunità di Alessandria e quando sono tornata un'operatrice mi ha rimproverato perché aveva saputo che là non mi ero messa in discussione e secondo lei avevo portato una maschera. Intanto chi può dire quanto una persona è se stessa o porta una maschera e poi io ero me stessa; in quei 15 giorni ho fatto quello che sapevo fare e non mi metto in discussione con persone che conosco appena. Ne ho le palle piene di rifare l'ABC tutti i mesi!”.

La priorità del gruppo sull'individuo emerge anche dai divieti che vigono nelle comunità, primo tra tutti quello di intrecciare relazioni esclusive, soprattutto se di carattere sentimentale e sessuale. Questo perché ognuno nel suo percorso deve evitare complicazioni che lo possano distrarre dai suoi obiettivi; per questo se accade bisogna dirlo e la coppia viene separata per un periodo più o meno lungo, per rendersi conto della profondità del legame. Gli ospiti si dichiarano d'accordo con questa regola, ma lasciano capire che non di rado ci sono legami vissuti di nascosto. Andrea L. con profondo dissenso racconta di un legame negato: “Io mi trovo molto bene con una donna molto più grande di me che è ospite qua. Stavo sempre con lei a parlare, ma per loro non andava bene. Per la differenza d'età, perché mi isolava dal gruppo, perché abbiamo obiettivi diversi. Io ancora adesso non accetto questa cosa, perché non ci vedo proprio niente di male. Hanno ripreso sia lei che me e ora dobbiamo fingere di non parlarci, di evitarci, eppure io le sono affezionato perché tra noi c'è sintonia e ci sarà sempre. Per me è assurdo, ma siccome mi hanno già rovinato troppe giornate su questa cosa , cercherò di dare meno visibilità alla cosa. Stamattina ero fuori della cucina con un altro ragazzo ed è arrivata lei chiedendomi una cosa, ma io mi sono allontanato dicendole che non volevo rotture e lei ha capito e mi ha ringraziato”.

La difesa della propria identità passa attraverso mille comportamenti diversi; avviene con forme di resistenza sotterranea, con esplicite rivendicazioni nei luoghi deputati al confronto o, più spesso, nei momenti più informali, come avviene al circolo ricreativo di San Marcellino, dove, come hanno notato S. Bellomia e M. Tersigni, una partita a carte o una tazza di caffè funzionano meglio dell'organizzazione del Centro di Ascolto per sollecitare le richieste o esprimere i rifiuti. M. Corioni ne analizza due tipici: “Un caso standard è rifiutarsi di venire al dormitorio. Questo perché le persone percepiscono uno scarso spazio di concertazione tra l'utenza e il fornitore del servizio: tu hai un bisogno e io ti fornisco questo. Noi però non abbiamo solo a che fare con la fornitura di un servizio, ma anche con il ristabilimento di una identità delle persone e questo non è sufficiente. L'identità non significa appiccicare dei bollini, altrimenti chi agisce nel sociale potrebbe pensare di sapere lui ciò di cui l'altro ha bisogno; invece c'è bisogno anche dell'altra persona, delle sue reazioni. Quando rifiutano il dormitorio è perché ne vorrebbero uno dove poter esprimere le loro esigenze, per esempio bere il caffè prima di andare a dormire, invece della camomilla prevista dal servizio. In questo caso grazie ad operatori dissidenti si è riusciti a introdurre il caffè, ma non è stato facile, perché il problema è che l'ha chiesto l'utente e l'utente deve prendersi quello che gli viene dato. Questo è il caso minimo; il caso massimo è: vai alla Salute Mentale, così prendi la pensione di invalidità mentale in modo da avere qualche soldo in tasca. Ma una persona ci mette un po' prima di decidersi a fare un passo di questo tipo; io ho un concetto utilitaristico, ho la mappa dei servizi in testa, vedo quali tagli sono stati fatti e intravedo uno stratagemma e lo propongo, ma lui non vuole passare per matto e non possiamo pensare che se rifiuta è un idiota, perché preferisce 0 a 265 euro; semplicemente gli costa dire di sì, perché ne va della sua identità. C'è tutto il meccanismo della dissidenza: io non accolgo l'altro e l'altro dissente, assume una posizione etica, dice di no e per questo viene pure giudicato”.