PROBLEMA CULTURALE O SOCIO-ECONOMICO?

di Marina Montesano*

(L’articolo è stato pubblicato sul n.2 di Varchi)
Nell’agosto 1989 a Villa Literno, in provincia di Caserta, venne assassinato il
sudafricano Jerry Essan Maslo. Lavorava nelle campagne per la raccolta di pomodori
per una paga giornaliera risibile e viveva con altri, che ne condividevano la condizione,
in baracche e capannoni senza acqua né luce. Una notte, un gruppo di banditi
armati fece irruzione nel rifugio per derubare i lavoratori e, di fronte a un accenno
di reazione, uccise Maslo con tre proiettili. Era un clandestino, sebbene fosse fuggito
da un paese nel quale era perseguitato per ragioni politiche: ma a quel tempo l’Italia
accordava lo status di rifugiati solo a coloro che provenivano dall’Europa dell’est. La
sua morte non fece esplodere una rivolta; gli immigrati misero invece in atto uno
sciopero contro il caporalato che ogni giorno sceglieva i braccianti nella piazza che, a
Villa Literno, era stata ribattezzata “degli schiavi”. Già nei mesi precendenti i giornalisti
del TG2 si erano interessati del problema di Villa Literno, intervistando diversi
clandestini, fra i quali lo stesso Maslo. La notizia dell’assassinio fece scalpore, la
CGIL chiese e ottenne i funerali di stato, ai quali presero parte l’allora vicepresidente
del Consiglio, Claudio Martelli, e altri rappresentanti delle istituzioni, e a Roma si
svolse una grande manifestazione contro il razzismo. Nei mesi successivi Martelli si
fece promotore di una legge (che prese infatti il suo nome) con la quale si riconosceva
anche agli stranieri extraeuropei richiedenti asilo politico la possibilità di ottenere lo
status di rifugiati, eliminando la limitazione geografica preesistente.
Esaurita l’ondata di sdegno, però, le cose tornarono come prima: a Villa Literno
il clan camorrista dei casalesi dette alle fiamme la costruzione che avrebbe dovuto accogliere
i lavoratori in condizioni più decenti e le bande di giovani affiliati tornarono
a presidiare le strade dopo il tramonto per esser certi che “ i negri” non vi si aggirassero.
La protesta era insomma domata, e gli affari potevano riprendere come e meglio
di prima. Non solo in Campania, ovviamente, perché lo sfruttamento dei braccianti
clandestini è una piaga di buona parte dell’Italia meridionale, e nel decennio a venire
si sarebbe diffusa in tutta la penisola. Cantieri edili, piccole imprese, agricoltura: i
clandestini sono ormai impiegati ovunque, in condizioni identiche a quelle sofferte
da Maslo prima della morte.
Veniamo a episodi più vicini a noi. Nel settembre 2008 a Castel Volturno, ancora
territorio dei casalesi, un gruppo armato esplode oltre cento proiettili contro un
gruppo di africani: ne muoiono sei e gli immigrati danno vita a una rivolta. Nonostante
i media cerchino di far passare la vicenda per un regolamento di conti, a carico
dei lavoratori non emerge alcunché; non si tratta di scontri fra bande rivali, ma di
un modo per tenere a bada gli immigrati impiegati nei lavori agricoli e, perché no,
nel piccolo spaccio. Infine, nel gennaio di quest’anno a Rosarno una nuova sparatoria
(che segue una lunga catena di ferimenti e pestaggi) miete vittime, e una nuova
rivolta esplode; ma più che mai i cittadini del centro calabrese sembrano stringersi
intorno a chi spara, e per le strade si scatena la “caccia al negro”. Lo stato interviene
con la repressione degli insorti e la loro deportazione in altri luoghi. Una reazione
ben diversa rispetto a quella seguita ai fatti di Villa Literno, che da una parte offre un
quadro del degrado subito dalla politica italiana in questi ultimi vent’anni, dall’altra
deve portarci a riflettere su scenari più ampi.
E’ un problema razziale quello che attraversa l’Italia? Che la nostra sia ormai
divenuta (perché non è sempre stato così) una cultura provinciale e gretta, che teme
o rifiuta ciò che conosce poco o per niente, mi pare un dato incontrovertibile. Il
resto d’Europa non è poi messo molto meglio di noi e gli episodi di intolleranza
razziale sono all’ordine del giorno. Tuttavia, ridurre il tutto a un problema culturale
è fuorviante, in quanto elude questioni ben più importanti. Così come non ci si può
soltanto scagliare contro camorre, mafie e ‘ndranghete: perché ciò che succede nelle
campagne meridionali è solo più violento ed eclatante di quanto si verifica anche nel
resto d’Italia. Il lavoro e il suo sfruttamento stanno ormai tornando a essere (come lo
erano stati nel XIX secolo, all’epoca dell’industrializzazione selvaggia) il nodo centrale
attorno al quale ruotano i problemi socio-economici del nostro tempo.
A partire dagli anni Ottanta, e con maggiore intensità nei Novanta, la combinazione
di pratiche come l’outsourcing, ossia il subappalto a partner esterni per alcuni
settori del processo produttivo o per l’offerta di servizi, e l’offshoring, che si ha quando
tale subappalto viene affidato a partner all’estero, hanno caratterizzato le pratiche di
numerose multinazionali. L’outsourcing serve a trasferire alcune fasi della produzione
a ditte in grado di svolgere tali lavori a costo competitivo rispetto a quanto la sede
centrale dovrebbe pagare producendo in casa; l’offshoring moltiplica le possibilità
di risparmio, e quindi di guadagno, in quanto l’esternalizzazione avviene in mercati
dove il costo del lavoro è infinitamente più basso. Nel 2001, l’adesione della Cina alla
World Trade Organization (WTO) ha aperto il mercato a un’onda di esternalizzazioni
per quanto concerne la produzione industriale nordamericana ed europea. Con
questo sistema, com’è noto, le corporations hanno accumulato ricchezze vertiginose.
Tuttavia esiste un altro sistema sicuro per aumentare gli introiti ed evitare che i
dipendenti, magari spalleggiati dal governo locale – come è successo in Cina – chiedano
aumenti salariali: muovere non gli impianti e i servizi, ma i lavoratori. L’arrivo
in massa di immigrati nei paesi occidentali consente ai datori di lavoro di controllare
una manodopera disposta a lavorare con paghe basse e pochi diritti; se poi i migranti
sono anche clandestini, la prospettiva migliora: sono ricattabili, possono essere
trattati come schiavi, ma senza doversi neppure preoccupare di nutrirli e dar loro
un alloggio, sia pure misero (cosa che tutti i sistemi basati sul lavoro schiavile hanno
sempre fatto). Se i lavoratori si ribellano, in aree con un alto tasso di violenza, come
quelle italo-meridionali, il fuoco delle squadracce li mette a tacere. Ma anche altrove,
il ricatto di una mano d’opera in esubero consente di avere sempre un ricambio allo
stesso prezzo, senza quindi dover mai cedere alle richieste.
Se prendiamo coscienza che la situazione è questa, forse il dibattito in merito
dovrebbe spostarsi dall’invocazione di manifestazioni e di programmi educativi per
l’accettazione “dell’altro da noi” (esercizio peraltro legittimo e meritorio) a questioni
ben più concrete. Una sensibilizzazione, se pure è ancora possibile, passa attraverso la
consapevolezza che la condizione dei migranti clandestini, per quanto estrema, non è
poi del tutto diversa da quella che si sta preparando anche per il lavoro di coloro che
una cittadinanza invece l’hanno. La “flessibilità” del lavoro, a lungo decantata come
panacea per una società più libera e moderna, ha lasciato ampie fasce di lavoratori
prive dei diritti che, ancora fra gli anni Sessanta e Settanta, ci parevano inalienabili.
I contratti a termine, anche in settori di profilo medio-alto, hanno ormai preso quasi
completamente il posto di quelli a tempo indeterminato.
Ma c’è di più. Il 25 febbraio 2004 era stata presentata dalla Commissione europea
una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai
servizi del mercato interno, nota in genere come ‘direttiva Bolkenstein’, nella quale si
legge: “Al fine di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi la proposta
prevede:– il principio del paese d’origine, in base al quale il prestatore è sottoposto
unicamente alla legislazione del paese in cui è stabilito e gli Stati membri non devono
imporre restrizioni ai servizi forniti da un prestatore stabilito in un altro Stato membro”.
Il timore per quello che è stato definito un esempio di dumping sociale (cioè un
volontario stimolo al ribasso per depauperare le forze lavoratrici) aveva condotto nel
2005 al clamoroso referendum che, tanto in Francia quanto nei Paesi Bassi, bloccò
momentaneamente il progetto di ratifica della Costituzione europea. Tuttavia, nel
dicembre 2006, una versione modificata della direttiva è stata approvata: in apparenza,
il principio del paese d’origine dovrebbe riguardare soltanto alcune materie,
lasciando da parte il diritto del lavoro. Tuttavia, da più parti si sono denunciate alcune
ambiguità di fondo, visto che nel testo si legge che i “servizi di interesse generale
non economici” sono esclusi, mentre “i servizi di interesse economico generale sono
servizi che, essendo prestati dietro corrispettivo economico, rientrano nell’ambito di
applicazione della presente direttiva”, con l’esclusione di alcuni settori quali la sanità,
i trasporti ecc. (Direttiva 2006/123/CE).
Sulla base di queste ambiguità, alcune recenti sentenze della Corte Europea
contraddicono di fatto la normativa. Nel caso Laval-Vaxholm, una ditta lituana ha
aperto una filiale in Svezia nella quale ha impiegato i propri operai nella costruzione
di una scuola, pagandoli al prezzo di ingaggio valido nel paese d’origine, molto più
basso della media svedese; i sindacati del paese scandinavo avevano bloccato i lavori,
ma la Corte Europea ha dato ragione agli imprenditori lituani. In Finlandia, nel cosiddetto
caso Viking, una compagnia marittima ha cambiato bandiera a un proprio
vascello per sostituire l’equipaggio con marinai estoni, pagati al costo del lavoro del
loro paese d’origine. Un altro contenzioso è sorto intorno all’appalto per la costruzio-
ne del penitenziario di Gottingen-Rosdorf, in Bassa Sassonia, vinto dalla Object und
Bauregie. Secondo la legge le imprese, incluse quelle subcontrattate, devono applicare
almeno il salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente. Ma un’impresa
polacca subappaltata ha versato ai suoi dipendenti impegnati nel cantiere meno della
metà del salario minimo; per questo il governo regionale ha chiesto 85.000 euro di
penale alla Object und Bauregie; tuttavia, agli inizi dell’aprile 2008, la Corte Europea
ha decretato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono compatibili
con la direttiva sui lavoratori distaccati transnazionali.
In conclusione, il problema dello sfruttamento della mano d’opera clandestina
in Italia ci pare doversi inscrivere in una prospettiva più ampia di sfruttamento del
lavoro: la criminalizzazione dei clandestini, cui quotidianamente assistiamo, serve
a tacitare un’opinione pubblica sempre più preoccupata per la perdita di sicurezza
economica che la coinvolge; ma i meccanismi dello sfruttamento restano nascosti,
e aizzare coloro che godono dei diritti di cittadinanza contro i “nuovi venuti” è un
modo antico per occultare i problemi reali ed evitare ogni possibilità di unione e
azione comune contro i reali meccanismi di sfruttamento. La presa di coscienza di
questo dato, però, deve anche indurci a riflettere sui possibili (ancorché difficili) strumenti
per contrastare il fenomeno, almeno a livello educativo. Un approccio eccessivamente
culturalista rischia di risultare retorico e di non scalfire nemmeno la reale
sostanza del problema; al contrario, un discorso incentrato sul dato socio-economico
potrebbe risultare più incisivo ed efficace. Come invocava Bertolt Brecht al Congresso
internazionale degli scrittori antifascisti del 1935: “Compagni, parliamo dei rapporti di
produzione”.

*Marina Montesano è ricercatrice di Storia medievale presso l’Università di Genova ed
è fellow di Harvard. Si occupa di storia delle culture e delle società tra medioevo e prima
età moderna e collabora con la pagina culturale del ‘Manifesto’.

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