Varchi - tracce per la psicoanalisi

Varchi n.17 anno 2017  
semestrale del Ruolo Terapeutico di Genova

finis vitae

diritto di morire
diritto di vivere

 

EDITORIALE

“È difficile trovare un pensiero più offensivo di quello della morte; o, piuttosto, dell’inevitabilità della morte; della transitorietà del nostro essere nel mondo. […] La morte è la sconfitta finale della ragione, in quanto la ragione non può la morte – non quello che sappiamo essere la morte; il pensiero della morte è, ed è destinato a rimanere, una contraddizione in termini”. Così Zygmunt Bauman nel saggio del 1992 Il teatro dell’immortalità; a sottolineare il concetto, cita Merleau-Ponty, che accomuna la nascita e la morte come esperienze fuori della portata dell’umano, dal momento che possiamo concepirci solo come già nati o ancora in vita, Freud, che nota come continuiamo a essere presenti come spettatori anche quando tentiamo di rappresentarci la nostra morte, e E. Morin che conclude il suo saggio L’uomo e la morte (1970) definendo la morte la più vuota delle idee vuote, in quanto il suo contenuto “è impensabile, inesplicabile, un concettuale je ne sais quoi”. Anche Tolstoi si pone sulla stessa lunghezza d’onda nella Morte di Ivan Il’ic (1886): “Il sillogismo elementare: Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale – per tutta la vita era sembrato sempre giusto a Vanja, ma solo in relazione a Caio, non in relazione a sé… un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri esseri: lui era Vanja… - Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me piccolo Vanja, per me Ivan Il’ic… non può essere che mi tocchi di morire!”. Come coscienza del vuoto, dell’assenza definitiva, del non-essere, la percezione della morte non può che essere traumatica e fonte di orrore, da cui non ci salviamo neppure accogliendo l’invito di Bauman a riflettere su come, proprio perché svuota la vita di senso, la nostra mortalità indirettamente ci sfidi a costruirci da soli, attraverso la cultura nei suoi vari aspetti, la negata immortalità. Così l’umanità, nella sua storia, si è preoccupata da un lato di conservare il passato affidando al futuro opere d’arte, valori, sistemi filosofici, istituzioni e, dall’altro, di affinare le armi più adatte per esorcizzare il nostro destino di precarietà. Philippe Ariès, nel famoso saggio del 1977 L’uomo e la morte dal Medio-evo ad oggi, ricostruendo diacronicamente i cambiamenti nel rapporto dell’uomo occidentale con la morte, sottolinea come cruciale il passaggio dalla morte “addomesticata” premoderna, inscritta in un ordine divino, inalterabile da parte dell’uomo, a quella “capovolta” tipica della modernità, percepita come massimo scandalo. La società borghese sottrae l’individuo all’eternità dell’essere in cui era inscritta e riscattata la sua mortalità e lo pone in una condizione di solitudine di fronte alla morte che, vissuta come un tabù, come negazione di tutto ciò che la razionalità a partire dal ’700 promette di dominare e controllare, inizia a contendere alla sessualità l’innominabilità. Nel 1955 lo psicoanalista e sociologo Geoffrey Gorer intitola proprio La pornografia della morte un articolo pubblicato sulla rivista Encounter in cui dimostra come nel mondo occidentale la morte ad un certo punto sia diventata qualcosa da mettere da parte, da allontanare dalla vita sociale. Per tutti questi motivi la redazione di Varchi ha deciso di affrontare il tema della morte, per definizione scomodo e a cui, possibilmente, sfuggire. In Parlamento si discute del cosiddetto biotestamento: sembra che solo la politica ormai passi il suo tempo (interminabile) a ragionare di ciò che, invece, nella società e nella vita di ciascuno di noi, inevitabilmente ‘si vive’: il dolore, la malattia, la morte degli altri, la paura del degrado fisico e psichico, l’angoscia dell’invecchiamento, la rappresentazione della propria fine, le domande su cosa mi sopravvivrà, sul senso della vita e della morte, sul dopo di me, sul mondo visibile e invisibile. Insomma tutto quello che riguarda ‘banalmente’ il morire e che angoscia noi mortali. Citando Sandro Penna ‘Ognuno di noi è, nel suo cuore, un immortale’. Sappiamo tutti benissimo che non è così e, se avete voglia di sfogliare queste pagine, vi capiterà di incontrare ‘cose’ e temi interessanti. Spesso inauditi, talvolta sconvolgenti, qua e là ironici. Incrociate, se volete, le dita, ma che sia una buona lettura.

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tesiUna volta al mese...

E’ con piacere che segnaliamo la nascita di una nuova sezione del sito dedicata alla pubblicazione delle  tesi di specializzazione degli psicoterapeuti diplomati dalla Scuola. Ogni lavoro sarà preceduto da una breve nota da parte della Scuola allo scopo di segnalare le peculiarità del lavoro.

 

Ed ecco a voi Sara Veneziani con:
Un caso di anoressia nervosa maschile.