Editoriale - Varchi n.1

“…di doman non v’è certezza”
né abbiamo Muse a cui rivolgere la nostra preghiera

Stiamo per varcare una soglia, qualcosa di quel che c’era prima non c’è più e, come sempre accade nel movimento, il dopo è dato soltanto da questo inizio e da quel che verrà. Questo è il primo numero della nostra rivista.

Vogliamo provare ad esserci, ad esserci meglio e di più in questo tempo presente non facile nel paese come nelle stanze dei terapeuti.
Questa rivista nasce in una scuola di formazione, una scuola per i laureati in psicologia e medicina che scelgono di diventare psicoterapeuti con indirizzo psicoanalitico.

Nasce per dar vita ad uno spazio di confronto, di incontro, di riflessione, di ricerca e di esplorazione di quegli ambiti lavorativi dove la psicoanalisi entra attraverso il pensiero, attraverso l’auto-osservazione e il tentativo di dare senso a ciò che a prima vista può sembrare solo espressione di emozioni e di affetti, o di diverse opinioni ma che ad uno sguardo più attento rivela la passione del prendersi cura dell’altro con sé e di sé con l’altro.  
Non pensiamo che manchino riviste utili per la formazione al nostro mestiere, pensiamo di poter offrire un contributo allo scopo di stimolare l’interesse dei giovani a scrivere e a leggere, a interessarsi di quel che si fa e si dice altrove per aprire nuovi dibattiti e nuove ricerche, per confermare una tradizione di interesse per la condizione umana.    

Il mestiere dello psicoterapeuta è fatto di comunicazione e la comunicazione scritta nel campo della formazione degli psicoterapeuti ha un valore particolare, in quanto porta con sé la conoscenza e l’incontro con chi si muove diversamente ma per gli stessi obiettivi. Se non ci si allontana dal principio di realtà e quindi dall’apertura alla complessità, senza compiere facili e superficiali riduzionismi, possiamo trovare qualche aspetto di semplicità che accomuna le persone che fanno questo mestiere.

Nella quotidianità del nostro lavoro spesso ci si intende e ci si parla con linguaggi tecnici che potremmo definire gergali, non facilmente comprensibili da altri, per questo diventa importante impegnarsi nella ricerca delle parole giuste per riferire con la maggiore precisione possibile la sensibilità di aspetti complessi delle relazioni terapeutiche. E’ necessario uno sforzo che aiuti il contatto con il resto del mondo, che favorisca lo scambio con altre discipline e con le persone non addette ai lavori.

Uno sforzo che limiti il rischio di un noi indefinito, il rischio di una fusione confusiva, della sottovalutazione della responsabilità verso i terzi, siano essi pazienti o allievi in formazione. Da un lato abbiamo quel che si fa nelle terapia e dall’altro quel che si riesce a dire di questo fare, che inevitabilmente sarà sempre un po’ diverso e un po’ meno completo da quel che si esperisce nell’incontro vivo con l’altro. Del resto tutte le esperienze umane sono segnate da un quid indicibile, sebbene non sia rara la sensazione di aver potuto comprendere, di aver potuto sentire nel proprio vivere il vissuto dell’altro.  

E’ attraverso la scrittura e la lettura che l’indicibile della relazione terapeutica cerca uno spazio; si impone a volte tra le righe un’associazione, un legame tra le parole di chi scrive e la risonanza affettiva di chi legge, che porta un nuovo pensiero, a volte un pensiero diverso, a volte la sorpresa dello stesso pensiero del’Altro, proprio come nell’analisi.
La comunicazione impossibile dell’esperienza autentica, che non può che rimanere nella complessità dell’esperienza viva dell’hic et nunc, si trasforma in chi legge in una nuova esperienza emozionale e conoscitiva ad un tempo.
Un lampo del nucleo più profondo del terapeuta che ci racconta i suoi pensieri, le sue storie, qualche volta ci arriva e ci conforta, ci accoglie e ci stimola altri pensieri.
E’ pur vero che c’è chi parla di quel che accade nelle ore del mestiere solo per esibizione, ma molto spesso è un’esibizione volta a scongiurare la solitudine, per la paura del sapersi soli, un’esibizione per questo tollerabile.
La solitudine ha due facce, una piena e una vuota, dipende quindi da dove si dirige lo sguardo.
Scrivere e leggere è star da soli e star con l’altro allo stesso tempo, è banale di per sé, ma particolarmente significativo per le persone che fanno questo mestiere.
La solitudine è la compagna più stretta del terapeuta, spesso lo è molto più che per i pazienti stessi.  Tutto nel nostro mestiere è attraversato da una tensione di opposti, di opposti in movimento: due esseri umani si incontrano in uno spazio intimo da estranei per avvicinarsi molto ma in modo tale da potersi riallontanare, al di là del trasporto , della sofferenza, della gioia e del dolore vissuto insieme.
Si scrive di clinica, per non sentirsi soli; per  questo stesso motivo si legge.  
C’è il bisogno di essere visti in quel che si fa e di vedere quel che fanno gli altri, non abbiamo certezze, e cerchiamo almeno di conquistare qua e là un sentimento di certezza, uno sprono a proseguire la strada di una data terapia, ma anche la strada stessa da terapeuti.
Aprire un varco alla curiosità, evitare l’isolamento, concederci di essere  collegati al mondo per non sovrapporci ad esso nell’illusione di aver trovato la cosa più giusta o più vera, ci impone di dare a questa rivista un carattere di salutare modestia nel tentativo di offrire un contributo onesto e serio.
Gli scritti che verranno devono essere intesi solo come un segno, un breve passaggio, una traccia su cui riflettere, una cifra che può avere a che fare con la psicoanalisi anche quando si presenta  fuori dai canoni classici della psicoanalisi.
Non abbiamo conoscenze assolute ma solo regole pratiche messe lì apposta per non cadere nell’illusione dell’assoluto. Regole dovute, regole calate nella realtà della situazione: il setting, quell’insieme di regole che ci consentono di essere in relazione con l’altro da una posizione asimmetrica ma dichiarata e riconosciuta, concordata con l’altro in sintonia con il principio di realtà.

Scrivere sulle questioni che attraversano la clinica della sofferenza umana oggi richiede di tollerare una svariatissima esistenza di diversità di modi di essere e di vivere, così come molti sono oggi i modi di concepire la vita e di darvi un senso. Per questo è d’obbligo imparare ad essere laici e riuscirci è anche una grande soddisfazione.  Possiamo, quindi, solo provare a comunicare esperienze relazionali che si articolano in concetti, comunicare fatti e sentimenti che ci attraversano, riflessioni e ipotesi che ci avvicinano ad un mondo mai definitivamente conoscibile e descrivibile: il mondo interiore, senza dimenticare che tutti ne hanno uno e che nessuno ne conosce interamente qualcuno, nemmeno il proprio.
E’ il mondo che ciascuno di noi ha più vicino e che è al contempo più lontano.Qualche volta ci appare addirittura un mondo perduto o impossibile da conquistare.
E’ dentro questo mondo che viviamo il conflitto tra il desiderio e il dato di realtà, ed è in questo mondo che la consapevolezza dell’esistenza del limite, della certezza di non poter passare attraverso un muro e quindi dell’essere un corpo, un corpo mortale, può naufragare nella psicosi quando si perde la forza di sostenere il conflitto dentro di sé e con il mondo o imparare ad esserci perché in legame con l’altro.
E’ la passione per la conoscenza di questo mondo che ci spinge a sperimentare l’esistenza dell’inconscio.     
Varcare questa soglia fa parte del nostro mestiere.

 

Il Ruolo Terapeutico di Genova

Ne Il Ruolo Terapeutico di Genova confluiscono varie attività: ricerca, clinica e impegno culturale e formazione, che si avvalgono del pensiero e del metodo psicoanalitico.
La prossima apertura di Centri Clinici, collegati ad  attività di Ricerca con altri partner, vuole  confermare l’idea di una “Psicoanalisi” che possa essere fruibile  in situazioni diverse  e al contempo mantenere un nucleo scientifico rigoroso.
Nella nostra professione, come in tante altre,  non possiamo prescindere da una componente etica che non  sapremmo definire meglio che con queste parole: “l’impegno ‘militante’ per l’affermazione dei valori dell’onestà, dell’assunzione di responsabilità, dell’adempimento del dovere; della necessità di non tradire mai la propria coscienza:  non omnis moriar” (Carlo Azeglio Ciampi).
Le nostre iniziative culturali  hanno come finalità quella di  testimoniare la possibilità “anche oggi “ di un autentico agire nel rispetto del proprio compito professionale e istituzionale.
Per quanto concerne la nostra principale  attività, la formazione, essa si concentra nei quattro anni di corso di specializzazione post-lauream della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica (riconosciuta dal MIUR con Decreto Ministeriale del 31/07/2003).
Gli anni della specializzazione sono anni di studio e di praticantato, sono anni  in cui studio e lavoro si incrociano e si alternano nella quotidianità.
Lo “sbarca lunario”, come dicono gli allievi, è la loro  principale occupazione retribuita; sbarcano il lunario in contesti della Sanità, dei Servizi Sociali, della Scuola.
Sono i luoghi dove la sofferenza e il malessere  di tante persone   si manifestano   con una domanda d’aiuto, una domanda che li investe personalmente.
In questi contesti nel giovane laureato nasce il bisogno di rispondere a queste domande con competenza: il desiderio di saper fare, di saper essere al meglio, di riuscire ad autoaffermarsi come persona e come professionista, lo veicola a formulare una domanda di formazione.
La domanda degli allievi è semplice: esprime il desiderio di acquisire competenze che si coniughino con un principio etico fondamentale, non essere di danno all’altro.
Nelle nuove generazioni di terapeuti molti muovono verso la professione da questa  consapevolezza: la sofferenza nasce in situazioni relazionali ed è ancora una relazione (quella  terapeutica) che può promuovere la possibilità di vivere meglio la propria vita.
Tanto basta per definire l’obiettivo del  terapeuta e  quindi anche della formazione, per cercare gli strumenti atti ad integrare competenze e conoscenze in un agire etico che testimoni l’onesto impegno ad aiutare l’altro a liberare la capacità di determinare consapevolmente le proprie scelte dalle resistenze inconsce.
L’aspettativa degli allievi è quindi orientata all’apprendimento di un metodo che stimoli il pensiero, aiuti a fare i conti con la realtà e con la realtà dei veri sentimenti, delle vere motivazioni e desideri.
Indubbiamente in tutto questo la psicoanalisi è ancora una buona maestra.  
La clinica richiede un contratto tra terapeuta e paziente che definisce il loro setting, lo spazio e il tempo che scandisce i loro incontri assicurando un rigore metodologico ed un’autodisciplina che permettano un libero processo dialogico, uno scambio umano finalizzato.
E’ il contratto  che stabilisce l’asimmetria dei ruoli e la contemporanea simmetria nella relazione.
La relazione terapeutica non può sottrarsi ai vincoli del contratto stipulato con i pazienti così come con l’istituzione in cui si opera.  E’ il contratto che  non prevede la possibilità di interferire nella vita del paziente anche quando umanamente ne nascesse il desiderio.  Il contratto è lì a ricordarci che siamo in una relazione, che per quanto appassionata e vissuta anche sentimentalmente, è vincolata al rispetto del principio di realtà, al ruolo professionale, alle regole dell’istituzione in cui si opera.

 

Varchi n.1