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Quando l'omofobia è sottile: psicoanalisi e omosessualità - Varchi n.2

di Fabiano Bassi

Parlare di “diritti negati” rimanda al fenomeno che porta le tante maggioranze esistenti al mondo a conservare con grande attenzione i propri punti di forza e le proprie rendite di posizione. Sebbene la storia dell’umanità abbia vissuto molti momenti, anche estremamente fausti, in cui la ripartizione eterosessualità / omosessualità non veniva svolta in modo sfavorevole per le persone omosessuali, la maggioranza che tiene questi ultimi in qualche modo limitati in una posizione necessariamente marginale nella nostra società è una di quelle più dure a morire.

La crescente sensibilità e attenzione per le minoranze ha messo in luce, in questi ultimi anni, la modalità particolare con cui le persone omosessuali vengono discriminate sulla base di una paura irrazionale e di un odio che la maggioranza della popolazione riserva loro.

Per indicare questa moderna malattia del pregiudizio George Weinberg, sociologo americano, ha inventato il termine  “omofobia”, definendone le caratteristiche in un suo saggio del 1972 dal titolo “Society and the healthy homosexual”: l’omofobia è una malattia del pregiudizio per cui certe persone sviluppano una paura irrazionale e un odio per le persone omosessuali.

In quanto malattia del pregiudizio, l’omofobia si allinea idealmente a fianco delle altre forme che, negli anni ’50, Theodor Adorno associava al concetto di “personalità autoritaria” e cioè l’antisemitismo, il razzismo e la misoginia. Adorno individua appunto l’esistenza di personalità patologiche caratterizzate da debolezza e fragilità, minate da una fondamentale profonda insicurezza di sé, che strutturerebbero una sorta di loro “malata salute” attraverso l’odio per le minoranze ed acquistando forza nel perseguitarle. Il rapporto della persona affetta da una personalità autoritaria con gli oggetti del suo odio e della sua paura, infatti, è sempre un rapporto estremamente violento e distruttivo, se non anche a livello fisico, sicuramente a livello psicologico.

Attorno al modo in cui le personalità autoritarie strutturano la loro paura irrazionale e il loro odio nei confronti delle minoranze si coagulano una serie di luoghi comuni e pregiudizi, come ad esempio, per quanto concerne l’antisemitismo, la presunta avidità degli Ebrei, la loro avarizia, la loro patologica tendenza ad occupare luoghi di potere economico e finanziario, la loro inguaribile disonestà; per quanto riguarda, invece, la misoginia, l’idea dell’inferiorità della donna, della sua incapacità ad esprimere pienamente il pensiero logico e razionale, e la sua ipersensibilità, che la renderebbe non idonea a ricoprire ruoli di potere, di responsabilità ecc... Per quanto riguarda, infine, il razzismo, ad esempio nei confronti delle persone di colore, il luogo comune si appunta sulla loro presunta impulsività e incapacità di controllarsi, oltre che su una indimostrata minore prestanza delle loro attività cerebrali.

Si deve purtroppo affermare che dove ci sono esseri umani c’è razzismo discriminatorio. Oggi in Italia i cosiddetti “extracomunitari” hanno, in qualche modo, alleggerito il peso che nelle regioni del Nord, fino a 20-30 anni fa, era sostenuto da coloro che provenivano dalle regioni del Sud del paese. Il razzismo ha una mefistofelica capacità di autorigenerarsi per cui la minoranza che è stata fino a quel momento discriminata, trova a sua volta una minoranza da discriminare.  Nel caso dell’omofobia, i luoghi comuni ed i pregiudizi si basano sulla ridicolaggine delle persone omosessuali, sulla loro ipersensibilità, sulla loro eccessiva emotività, sulla loro insulsa tendenza (inesistente nella stragrande maggioranza dei casi) a scimmiottare le caratteristiche dell’altro sesso.

La psicoanalisi come disciplina non è, nel corso degli anni, rimasta immune al pregiudizio omofobico; ad esempio, Charles Socarides, uno psicoanalista  americano tra i più attivi e storici sostenitori della patologicità dell’omosessualità, con atteggiamento che posso certo definire particolarmente equanime e sereno rilascia la seguente dichiarazione: “L’omosessualità è piena di aggressività, di distruttività e di disonestà, è una caricatura della vita. In  essa sono presenti soltanto distruzione, frustrazione reciproca, sfruttamento del partner e di se stessi, attacchi aggressivi”.  L’omofobia è una malattia subdola, spesso riconoscibile solo quando il soggetto che ne è affetto viene messo sotto tensione; essa può dare luogo ad assurdità come quelle riscontrabili nelle parole di Edmund Bergler, un altro eminente psicoanalista americano della Psicologia dell’Io, che nel 1956 afferma: “Tuttavia, sebbene io non abbia nessun pregiudizio, se mi si chiede che tipo di persone siano gli omosessuali risponderei: gli omosessuali sono essenzialmente persone sgradevoli, senza nessun riguardo per le loro piacevoli e spiacevoli maniere esteriori”. La cosa tragica è che Bergler era sicuro di non avere pregiudizi ed era sicuro di non avere nessun tipo di antipatia pregiudiziale nei confronti degli omosessuali. Le malattie del pregiudizio non producono sintomi evidenti e possono infestare la vita di una persona per tutto il tempo in cui agisce e si relaziona, senza che questa ne abbia nessun tipo di percezione consapevole.

Si possono distinguere due tipi di omofobia, una esterna ed una interna. L’omofobia esterna è quella che le persone eterosessuali provano nei confronti delle persone omosessuali. L’omofobia interna, terribilmente subdola e strisciante, da tenere sempre molto ben presente quando si lavora con pazienti omosessuali, è l’omofobia che essi stessi hanno nei confronti della propria omosessualità o  dell’omosessualità in generale.  Si tratta di un fenomeno maggiormente riscontabile nelle persone che oggi hanno più di 50 anni ed è legato al fatto che nella società occidentale, negli ultimi 20-30 anni, con risultati ancora mediocri ma già discretamente evidenti, è in atto una sorta di rimodellamento del modo in cui si pensa all’omosessualità.

Oggi il percorso evolutivo di un ragazzo che si muove verso l’omosessualità è molto diverso dal percorso di una persona che ha esplorato la propria omosessualità cinquanta anni fa: in quegli anni l’omofobia era talmente imperante che non veniva neppure avvertita la necessità di darle un nome. Coloro che hanno dovuto esplorare la propria omosessualità in quegli anni, a causa della fatica che hanno dovuto fare nel condurre una sorta di vera e propria doppia vita, in cui tutto quello che veniva offerto pubblicamente era targato “etero” e quello che era targato “omo” poteva solo essere vissuto in una dimensione estremamente intima o condivisa in modo pericoloso,  hanno spesso finito per odiare la propria omosessualità.                                                                                

Nonostante la psicoanalisi, in quanto disciplina in grado di promuovere l’apertura della mente, abbia pagato spesso il pedaggio della persecuzione ogni qual volta ha cercato di muoversi in paesi  in cui erano vigenti delle dittature, essa ha tuttavia pregiudizialmente accecato il proprio punto di vista verso una manifestazione così importante e comune dell’essere come il desiderio sessuale per le persone dello stesso sesso. Si è sempre parlato dell’omofobia di Freud, anche se in realtà egli è stato uno di quelli che si è compromesso meno nel rapporto con l’omosessualità; di Freud sono, infatti, note la cosiddetta “Lettera ad una madre americana” del 1926, in cui ad una donna che gli scrive in quanto madre di un omosessuale, egli risponde testualmente: “L’omosessualità non dà sicuramente un vantaggio, ma non c’è nulla di cui vergognarsi, nessun vizio, nessuna degradazione, non può essere classificata come malattia”. Nel 1929 Freud era stato tra i firmatari di una lettera scritta da illustri scienziati, filosofi e intellettuali europei che chiedevano la depenalizzazione dell’omosessualità. Ad oggi ci sono più di 30 paesi al mondo in cui l’omosessualità è ancora un reato, e in molti di questi paesi la pena in cui incorrono gli omosessuali colti in flagrante è la morte.         

Il vero bando dell’omosessualità e degli omosessuali nella psicoanalisi lo producono in realtà gli epigoni di Freud. L’ American Psychiatric Association derubrica l’omosessualità dall’elenco delle forme di perversione sessuale (di fatto depatologizzandola) con la pubblicazione del DSM-II nel 1972; nel corso degli incontri per produrre questa edizione del manuale, tuttavia, i più acerrimi sostenitori della necessità di conservare lo status patologico dell’omosessualità erano stati gli psicoanalisti. All’interno dell’ American Psychoanalytic Association, invece, l’omosessualità viene depatologizzata soltanto nel 1989 e soltanto dal 1991 sono ammessi gli allievi dichiaratamente omosessuali alla formazione psicoanalitica. Soltanto dal 1997 cominciano a circolare come didatti e formatori negli Istituti nord americani i primi analisti dichiaratamente gay o lesbiche.

Fino ad allora, in base al fenomeno che Paul Moor chiama “l’ipocrisia psicoanalitica”, si tollerava che persone gay o lesbiche si formassero per diventare psicoanalisti a patto che nessuno di loro si dichiarasse tale. Nella teoria della tecnica, veniva propagandato ed insegnato quello che Steven Mitchell ha poi etichettato come “l’atteggiamento direttivo-suggestivo”. L’analista, lavorando con pazienti omosessuali,  era tenuto a mantenere un atteggiamento direttivo nei confronti dei comportamenti sessuali del paziente, finalizzato a rinforzare i comportamenti eterosessuali e a scoraggiare i comportamenti omosessuali.  Oggi noi consideriamo che non ci sia nulla di specifico nell’omosessualità piuttosto che nell’eterosessualità di un paziente e, nella stanza d’analisi, ci interessiamo soltanto al modo in cui i pazienti si relazionano con gli altri, non alle loro preferenze sessuali.   

Desidero passare ora alla presentazione di una rassegna di modalità in cui la psicoanalisi, ancora al giorno d’oggi, continua a rischiare di macchiarsi di atteggiamenti omofobici. Un primo esempio di psicoanalisi omofobica è rappresentato dalla teoria della “famiglia nucleare”, secondo la quale l’unico modello familiare “normale” sarebbe quello formato da una maschio e da  una femmina sposati che fanno dei figli. Ne consegue che le coppie non sposate, le coppie senza figli, le persone che tendenzialmente rimangono single o le persone omosessuali – come  anche le persone adultere - attaccano il modello della famiglia nucleare,  cioè l’unico modello sano, e  sono quindi da considerarsi  “malate”.

Un’altra forma di omofobia prodotta dalla psicoanalisi è il cosiddetto, “puritanesimo psicoanalitico”,  paragonabile alla posizione assunta dalla Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità:  siamo disposti ad accogliere gli omosessuali nella comunità dei credenti solo a patto che essi non agiscano la propria omosessualità e rimangano astinenti. Viene poi descritta anche la cosiddetta “ritrosia psicoanalitica”, ovvero l’atteggiamento con cui la psicoanalisi ufficiale condanna genericamente l’omofobia senza però riconoscere la propria.

L’eterossessismo” è un’ altra forma sottile di omofobia. È il modello mentale tale per cui si ritiene che il mondo debba essere organizzato per le persone eterosessuali: le canzonette, le pubblicità alla televisione, le cene di San Valentino, vengono tutte organizzate come se l’unico modello normale che gli esseri umani potessero inscenare fosse quello in cui un maschio corteggia/ama una donna. L’eterossessismo è l’atteggiamento mentale che contribuisce a mantenere un mondo organizzato dagli eterosessuali per gli eterosessuali.

L’omofobia della psicoanalisi ufficiale si palesa anche nella scrittura delle biografie di analisti gay, in cui, però questo particolare viene spettacolarmente omesso. Un’analista celeberrima che, con tutta evidenza, era lesbica è stata ad esempio Anna Freud, a cui non è mai stato possibile attribuire neppure il più breve flirt con un qualche fidanzato maschio, ma che in compenso ha vissuto  per quarant’anni con Dorothy Burlingham: nella sua ponderosa biografia scritta da Elizabeth Young-Bruehl, articolata in quasi  cinquecento pagine, non viene neanche nominata la possibilità che Anna Freud fosse omosessuale. Nella psicoanalisi ufficiale sembra essere stato imperante una sorta di silenzio psicoanalitico in cui gli psicoanalisti non omofobi, pur essendo maggioranza, sono rimasti a lungo silenti, zittiti da una rumorosissima minoranza omofoba.

Tra le teorie dello sviluppo psicosessuale, quella di Richard Isay, decano degli psicoanalisti gay negli Stati Uniti, è la più rigida. Secondo Isay, il bambino è già omosessuale a 3-4 anni e produce tutto uno sviluppo psicosessuale ed emozionale basato sulla omosessualità: ha un complesso edipico invertito ecc… Isay teorizza anche che i pazienti gay dovrebbero essere analizzati soltanto da analisti gay, ricacciandoli in tal modo, a mio parere, dentro al ghetto. Il primo a prendere una posizione innovativa sullo sviluppo psicosessuale dell’omosessualità è stato Fritz Morgenthaler che, nel suo articolo “L’omosessualità” del 1975, descrive uno sviluppo psicosessuale aperto che incrocia tre snodi fondamentali: il completamento dello sviluppo narcisistico, il completamento del complesso edipico e l’adolescenza. Queste sarebbero come tre stazioni attraverso le quali ciascuno di noi passa e in corrispondenza delle quali è possibile produrre delle modificazioni e dei cambiamenti rispetto al modo di vivere la propria sessualità.

Alessandro Taurino ha recentemente pubblicato un libro intitolato “Identità in transizione”, in cui individua provocatoriamente, dopo aver studiato l’espressione sessuale di un vasto campione di persone, più di dieci modi diversi di intendere la sessualità, a dispetto dell’antinomia omosessuale/eterosessuale che pretenderebbe di farci pensare che di tali modi ne esistano soltanto due. Eterosessualità e omosessualità sarebbero piuttosto le due polarità di uno spettro al cui interno si mescolerebbero con ampie possibilità di reversibilità. Del resto, è banale dato di cognizione comune che ciascun eterosessuale diventa facilmente e felicemente omosessuale in condizioni sociali che impediscono la possibilità di agire l’eterosessualità, da quelle più infauste tipo il carcere, a quelle più fauste, tipo i college inglesi, dove la crema della società maschile, tra l’adolescenza e la post-adolescenza, in ambienti puramente maschili, sperimenta l’omosessualità.

In quanto psicoterapeuti dobbiamo recuperare il contatto mentale e/o fisico con la nostra omosessualità, con la nostra perversione, perché in assenza di questo contatto, siamo destinati a riservare al paziente una risposta di giudizio e di condanna. Di fatto, nei confronti di un dato personale come l’omosessualità posso esprimere soltanto una risposta  o di condivisione o di biasimo. E se non la condivido posso solo biasimarla.

 


(testo dell’ intervento tenuto presso Il Ruolo Terapeutico di Genova il 12 marzo 2010)

Varchi n.2