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Nuove rotte di navigazione, una ex paziente ricorda - Varchi n.3

una testimonianza

Sono parecchi anni che non vedo la mia psicoterapeuta da paziente. Ci siamo re-incontrate solo una volta, tre anni fa, dopo la morte dei miei genitori. Mi ha dato una mano a “sistemare” la mia rotta interna dopo questo grande dolore.
Ci “si sente” per saluti, siamo in contatto “affettivo-sociale” per la condivisione di interessi comuni.


Mi è arrivata una e-mail: “Il prossimo numero della rivista sarà dedicato al seminario di Bonassola dell’anno scorso, l’argomento era “L’elogio del discorso in-utile”, ovvero l’elogio di quelle possibilità di incontro non all’insegna dello scientismo e dell’utilitarismo, ma dell’autenticità dell’incontro. Vengo al punto.
Tra i vari pezzi che abbiamo pensato ci piacerebbe averne uno scritto da chi, non psicologo, ha fatto un’esperienza psicoterapeutica…..”
Ho accettato, mi è piaciuta anche l’idea di rivederci per ripercorrere insieme il nostro cammino comune attraverso questa testimonianza.
A seguito di una vicenda molto lunga e molto dolorosa non ero più certa di controllare la mia mente. Avevo paura di farmi del male. E alla fine sono approdata al Servizio di Salute Mentale. Ci siamo viste per ben 12 anni. Sono stata fortunata.

Ricordo che mi sentivo come un pulcino bagnato, indifeso, svuotato.
Ricordo una mia sorella che mi accompagnava alle sedute per darmi coraggio
Ricordo sedute nelle quali la diffidenza verso le istituzioni, delle quali lei faceva parte, mi bloccava ogni possibilità di confronto.
Ricordo lunghi discorsi sulla sua etica professionale, sul fatto che pur facendo parte delle istituzioni io lì ero protetta e nulla di quanto avrei detto “sarebbe stato usato contro di me”.
Non ricordo di aver parlato di politica.
Ricordo che molto lentamente il ghiaccio si è sciolto.
Ricordo lunghe sedute silenziose, imbarazzanti, col buco nel cuore, nelle quali l’angoscia sovrastava il bisogno di confronto e la necessità di liberarmi della morsa che mi stringeva mente e corpo.
Ricordo un periodo in cui lei era assente e vedevo solo la psichiatra (sic!) e a momenti mandavo in vacca tutto il lavoro fatto fino ad allora.
Ricordo la mancanza di emozioni e la nostalgia per quando il cervello “mi andava a mille” e sentivo emozioni vivissime.
Ricordo giornate più luminose. Andare in seduta era consapevole momento di crescita.
Ricordo la voglia di rivederla per poter verificare un obiettivo raggiunto nel mio star meglio.
Ricordo che passavo dal bisogno di vederla per stare meno male, alla pretesa che lei si impegnasse perché io stessi meglio.
Ricordo una sua assenza all’appuntamento. Al Servizio mi dicono semplicemente che è assente. Sono incazzata…. “ma come non viene all’appuntamento e non mi avverte?!!” Le telefono a casa per sapere come si è permessa di bucarmi un appuntamento!!! È morto suo padre, le faccio le mie condoglianze.
Ne parliamo quando rientra a lavorare.

Ricordo quando mi ha detto che non si sentiva più in grado di seguirmi, che mi proponeva di essere seguita da una persona più preparata di lei, che il suo compito era finito lì nei miei confronti. Le ho scritto quella che mi pare essere stata la mia prima lettera alla mia terapeuta. Non ne ho più la copia. Il concetto principale era che avevo passato troppo tempo ad avere fiducia in lei e non avevo nessuna intenzione di impegnar tempo e fatica ad avere fiducia in qualcun altro. Se riteneva di non aveva gli strumenti per aiutarmi, che se ne dotasse. Lo ha fatto, ci siamo riviste dopo un mese. Bé, non ho la presunzione che l’abbia fatto solo per me, comunque sia è rimasta la mia terapeuta per ancora  tanti anni.

Non ricordo perché stesse sostenendo il discorso per cui una buona terapia funziona solo se c’è la mediazione del denaro. Il paziente “rende” di più se paga per il “servizio” reso. Magari stava valutando che io non facessi passi avanti, oppure stava seguendo il corso dei dibattiti interni alla sua professione, non so. Mi sono “inalberata”. Tanto per cominciare lei lavorava in un sevizio pubblico e io ero un contribuente, quindi già la pagavo, secondo ne avremmo riparlato quando e se avessi “bucato” un incontro. È successo dopo molti anni. Dopo che lei aveva cambiato tante sedi di lavoro e “mi aveva portato” con sé ogni volta. Conosco tutte le sedi di lavoro in cui è stata via via trasferita. “Abbiamo” girato mezza Genova. La seduta successiva al mio “buco” le ho detto che mi ero addormentata, mi ero dimenticata del nostro appuntamento. “Si vede che avevi più bisogno di dormire che di vederci” è stata la risposta. Effettivamente ero stanca fisicamente mentre psicologicamente non stavo malissimo. Mi sono sentita “accolta” un’altra volta nei miei bisogni. Comunque se tutta l’assistenza terapeutica che mi ha dato non fosse stata “pagata dal pubblico”, non credo che mi sarei potuta permettere tanti anni di terapia, o forse “avremmo” trovato un’altra soluzione.

Servizio Pubblico o terapeuta che si sente al pubblico servizio?
Ne abbiamo parlato dopo anni nei quali non andavo più al Servizio di Salute Mentale e avevo avuto nuovamente bisogno di lei. Come al solito mi ha accolta. Vivevo in un sentimento di colpa che provavo anche  per  averla chiamata al volo fuori dal suo ambito lavorativo. Per superare questo sentimento nei suoi confronti  abbiamo deciso che per quella seduta l’avrei pagata. Credo di aver avuto i problemi che sempre ho nella “mercificazione” del rapporto. Mercificazione che sento di mettere in atto nel momento in cui uso il denaro nella mediazione di un rapporto umano per me importante. Come al solito non so che riflessioni stesse affrontando lei nella sua professione. Mi ha parlato dell’importanza di mettere a disposizione degli altri le proprie capacità, in quanto ognuno di noi è interno alla società, siamo interni/parte agli “altri” e viceversa. Lei mi metteva “semplicemente” a disposizione le sue capacità. Sono poi tornata da lei,  ma al servizio pubblico.

Ricordo una seduta, non ho memoria di cosa stessimo parlando, ma so di aver visto qualcosa di “troppo” grande nella sua espressione.
Non so dire cosa.
So di averle scritto una lettera che cominciavo con: “Umanissima .….”. L’importanza per me di ciò che avevo visto era che mi trovavo di fronte ad una persona, non solo di fronte ad una professionista in grado di far fronte a tutte le mie paure.
Ricordo che ho ringraziato il fatto che non facevamo le nostre sedute come si vede nei film, con l’analista seduto dietro a l’analizzato disteso su un lettino, senza guardarsi in faccia.

Ora mi sento abbastanza forte e nella maggior parte del mio tempo felice.
Ogni tanto la penso nei momenti di dubbio, tra me e me discuto con lei su come dovrei agire.
È stata il mio “mezzo cervello” per tanti anni, per tanti anni mi ha accompagnata e abbiamo attraversato insieme le paludi del dubbio, della paura, dell’incapacità di affrontare la vita.
Non so se quanto ho scritto abbia un significato nel tema “L’elogio del discorso in-utile”. Non ricordo discorsi inutili fatti con lei.

Ricordo un momento, per me autentico e felice. Mi era successa una cosa bella e importante. L’ho raggiunta nel centro nel quale in quel momento lavorava. Entrata nella stanza: “Chiudi la porta”.
Ho tirato fuori dalla borsa spumante, bicchieri e pasticcini e abbiamo brindato insieme a quella mia conquista che andava a chiudere la vicenda che tanto dolore mi aveva procurato. Alla fine lei si è raccomandata che portassi via tutti gli indizi del nostro festeggiamento. Cosa avrebbero potuto pensare i suoi colleghi trovando bottiglia di spumante e bicchieri?

 

Varchi n.3