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La questione immorale: intervista a Luigi Manconi - Varchi n.6

Luigi Manconi, già Sottosegretario alla giustizia, docente di sociologia dei fenomeni politici, è presidente dell’Associazione ‘A buon diritto’, in prima fila nella lotta per riformare radicalmente il carcere italiano e combattere contro il sovraffollamento nelle prigioni.
A lui abbiamo rivolto alcune domande.

D.: Lei che è sempre stato un osservatore del fenomeno carcerario italiano, ultimamente ha definito la questione del carcere come questione immorale. Perché?
R.: Se quella del carcere è, in tutta evidenza, una fondamentale questione politica e morale, perché mai a interessarsene sono pressoché esclusivamente i pontefici della Chiesa cattolica e i Radicali? Una possibile risposta risiede nel fatto che la politica, nella migliore delle ipotesi, considera il carcere un problema umanitario.
Il che corrisponde al vero, ma rischia di delegare la questione a una dimensione volontaristica e, tutto sommato, sentimentale: roba per “anime belle” e per chi abbia “un cuore grande così”.
E invece, è questione innanzitutto politica, perché riguarda il rapporto tra cittadino e Stato in quello che è il suo nodo cruciale: la libertà personale.
In altre parole, lo Stato, le istituzioni e la politica, trovano il fondamento della loro legittimazione giuridica e morale nella capacità o meno di tutelare la libertà dei cittadini e di garantire che la privazione di quel bene supremo (la libertà, appunto) avvenga solo quando strettamente indispensabile, nelle condizioni e nei limiti previsti dalla legge. Tutto ciò che neghi questa impostazione finisce col delegittimare Stato e istituzioni.

D.: Il sistema carcerario italiano è allora la cartina di tornasole della crisi della giustizia in Italia?
R.: Quelle celle sovraffollate e promiscue, miserabili e alienanti, rappresentano l’appendice finale - la più dolente e intollerabile - della crisi complessiva della giustizia in Italia. Quelle celle sono la spia più eclatante del collasso dell’intero sistema dell’amministrazione della giustizia: e ci parlano dell’intasamento dei tribunali e di un codice penale vetusto, della drammatica carenza di risorse di personale e della macchinosità dei dibattimenti. Ecco, in quei letti accatastati e in quei cessi davanti ai fornelli, c’è la rappresentazione non solo di una condizione umana diventata disumana, ma anche di un funzionamento generale della giustizia (tutta, compresa quella civile), tanto lenta fino all’estenuazione quanto insipiente fino all’ottusità. Dunque, quando Bendetto XVI afferma che il sovraffollamento è una “doppia pena” sta dicendo, e lo fa anche esplicitamente, che è la stessa idea di pena e, pertanto, di tribunale e di giustizia, che va ripensata.
Tutto questo è contenuto, nei termini considerati possibili, nei provvedimenti annunciati dal ministro della Giustizia Paola Severino. Misure che vanno tutte nella giusta direzione - anche se, a mio parere, con eccessiva lentezza - e che alludono a un progetto di riforma della giustizia e del sistema penitenziario assai lungimirante, razionale e intelligente.

D.: La Corte Europea per la difesa dei diritti civili ha condannato l’Italia per il “trattamento inumano e degradato in cui versano i detenuti italiani che hanno a disposizione meno di 3 metri quadrati di spazio a persona”. Sono parole del ministro della giustizia Paola Severino.
R.: Secondo Mauro Palma, già presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, il sistema penitenziario ha davanti a sé due prospettive: quella della responsabilizzazione e quella della infantilizzazione. La prima richiama una strategia virtuosa e razionale che può fare del carcere qualcosa di diverso dalla macchina criminale e criminogena che oggi è. La seconda corrisponde alla tendenza dominante, che vuole mantenere il recluso in uno stato di mortificazione della personalità. Aggiungo che quel termine, infantilizzazione, è così pertinente da presentarsi come l’espressione più palpabile della realtà carceraria contemporanea: come la sua più concreta traduzione materiale.
Qualche anno fa mi capitò di visitare il carcere di una città toscana, ricavato da un antico edificio medievale, destinato in origine ad alloggio per la servitù. Il carcere era stato realizzato su quella struttura e ne riproduceva le misure. Tutto in scala ridotta, ridottissima: la cappella sembrava un confessionale, le celle erano come altrettanti loculi di un pazzoide condominio giapponese, la cucina uguale a quella di Barbie. Si avvertiva la sensazione che tutto ciò non fosse casuale e che quella galera degna di un gioco da tavola (che so? Il Piccolo galeotto), fosse la rappresentazione plastica dell’ideale feroce di chi ha immaginato il sistema penitenziario. E ciò sembra confermare che lo scopo finale del carcere, ma anche la sua pre-condizione, sia la riduzione ai minimi termini dell’identità del recluso. Una riduzione che passa anche attraverso un processo di rimpicciolimento del suo spazio vitale, delle sue possibilità di movimento, del suo campo visivo e del suo campo d’azione.
A tale processo di ri-dimensionamento corrisponde, fatalmente, un meccanismo di infantilizzazione. Se è vero che la prigione come istituzione della privazione delle libertà è, per sua stessa natura, una condizione di minorità e di dipendenza, tutto ne consegue: i reclusi, come i bambini, godono di una libertà limitata e di una parziale capacità di autodeterminazione. I loro stessi gesti quotidiani, nei tempi e nei ritmi, sono regolati da altri e tutta la loro vita sembra ispirata ad una pedagogia coatta.

D.: Il problema del sovraffollamento rende recluse anche le guardie penitenziarie e tutti coloro che, operando nel carcere, si trovano ad agire in una istituzione totale.
R.: è una condizione che riguarda il detenuto, l’educatore, lo psicologo e in particolare il poliziotto penitenziario. Quella stessa promiscuità costituisce un fattore intollerabile perché toglie l’aria, la possibilità di movimento e la libertà di azione, e diventa dunque un elemento coercitivo tanto per il custode quanto per i custoditi. Quel sovraffollamento si traduce in un fattore di stress, in senso proprio; significa esaurimento nervoso, indebolimento della propria capacità di autocontrollo, riduzione della lucidità, fatica psicologica, annebbiamento. In sostanza: crisi.
Con il rischio che l’unica liberazione diventi quindi il suicidio che, come è noto, ha una dinamica personale spesso imperscrutabile, ma il fatto che sia cresciuto il numero di suicidi fra i poliziotti è un dato inequivocabile e straziante. I poliziotti penitenziari tendono a suicidarsi oggi con una frequenza come mai era accaduto in passato; il carcere diventa un fattore epidemiologico, produce patologia sia per detenuti che per l’agente come mai in passato. La condizione dei detenuti è nota all’interno del carcere, la frequenza dei suicidi è dalle 18 alle 20 volte superiore alla frequenza dei suicidi dell’intera popolazione nazionale. E mentre nell’intera società la frequenza è maggiore nelle fasce di età avanzate, nel carcere è maggiore nelle fasce di età giovani. E ancora maggiore è la frequenza dei suicidi nelle prime settimane e nei primi mesi di detenzione.

D.: Lei e Valentina Calderone avete appena pubblicato il libro Quando hanno aperto la cella, Stefano Cucchi e gli altri, edito da Il Saggiatore. Un saggio sconvolgente, che parla di coloro che sono entrati vivi nelle carceri e ne sono usciti morti.
R.: Il libro non è sulle carceri, ma sulle idee di libertà, pena e diritti. Parla delle madri dei detenuti e delle persone che lavorano in quei posti. Parla dell’abbandono dello Stato, tra negligenze, omissioni di soccorso, negazioni di un diritto primario: alla redenzione. Maltrattamento è anche vivere in uno spazio di quattro metri quadrati. Il problema è vasto. Non bastano gli “esperti”, gli operatori, servono uomini “larghi” perché i temi sono troppo larghi. Il carcere deve essere bello perché solo con la bellezza aggiusti il male. Serve una preparazione estrema per chi porta aerei, ma per chi porta ragazzi in galera che formazione c’è?

D.: Come mai il vostro saggio inizia da piazza Fontana?
R.: È a piazza Fontana che comincia la storia contemporanea del Paese, con gli anni della massima mobilitazione sociale, la volontà di trasformazione e, insieme, con gli arroccamenti istituzionali di fronte alla difficoltà di tradurre la domanda di libertà in riforme. Una spinta straordinaria che ha prodotto anche il terrorismo di sinistra e lo stragismo. Dal 1972 in poi gli abusi non si denunciavano più, per timore di fare il gioco dei terroristi. Criticando gli apparati si rischiava di mettere sullo stesso piano Stato e antistato. Da allora a oggi, dunque, è difficile rilevare statisticamente le variazioni nei casi di abuso sui soggetti privati della libertà.
A mio avviso, però, se c’è stata una riduzione, non è significativa. Semmai c’è una maggiore consapevolezza dei diritti e, dunque, maggiori denunce. Ma non c’è un analogo grado di ascolto da parte delle istituzioni e dei media.
Noi viviamo in uno Stato democratico che è tale ma in cui vi sono ancora manifestazioni autoritarie, spazio per la violazione dei diritti, ambiti dove prevalgono pulsioni antigarantiste. Pretendiamo, invece, che lo Stato sia democratico fino in fondo. Uno Stato pienamente legittimato chiede ubbidienza ma garantisce l’incolumità dei suoi cittadini. Ma se lo stato diventa una minaccia per i suoi membri, rischia di non essere più riconosciuto.

D.: Nel vostro libro parlate dell’inasprimento della disciplina penale per responsabilità della ex-Cirielli e della Fini-Giovanardi. In Liguria c’è il triste primato del 40% di detenuti in carcere per reati legati alla tossicodipendenza. Com’è possibile questa stigmatizzazione sociale del ‘drogato’? Per spiegarlo voi fate ricorso alla categoria della rimozione. Come mai?
R.:  In Quando hanno aperto la cella ne parliamo ampiamente: per comprendere il fenomeno è utile fare ricorso alla categoria della rimozione che può spiegare gli orientamenti di opinione e i processi mentali che hanno portato a quello slittamento di senso nella percezione del soggetto problematico (da vittima a pericolo). è un termine significativamente ambivalente, in uso nel linguaggio tecnico professionale dell’edilizia e in quello tecnico professionale della psicoanalisi.
Nel primo caso si parla di rimozione dei detriti, nel secondo di rimozione rispetto alla psiche.
La società, l’opinione pubblica, tendono a spostare fuori dalle mura cittadine i luoghi della detenzione proprio per allontanare da sé quel rimosso rappresentato, appunto, dal carcere e da chi lo abita; e, soprattutto, ciò di cui quegli ‘abitanti’ sono simbolo e, insieme, incubo.

D.: Questo vale anche per i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) e per gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg)?
R.: Oggi il meccanismo di nascondimento e rimozione si fa sempre più sofisticato. Le persone trattenute nei Cie sono, appunto, trattenute.  Sono recluse? O detenute? O prigioniere? Nessuna delle tre definizioni risulta appropriata: non si trovano lì, infatti, perché hanno commesso un reato o per essere sottoposte a un procedimento penale. Tutto questo non rende meno carcere il Cie ma lo rende più evanescente e sfuggente: meno agevolmente identificabile come luogo di privazione della libertà.
Analogo discorso vale per gli Opg, verso i quali l’attenzione dell’opinione pubblica e la vigilanza politico-istituzionale sono ancora minori. Il risultato è che su Cie, Opg e reparti detentivi lo sguardo pubblico indugia ancor meno e, quando casualmente vi si posi, se ne allontana con maggior rapidità.
Tutti questi processi di nascondimento dell’intollerabile hanno conosciuto negli ultimi anni una notevole intensificazione. Il motivo è semplice: l’oggetto da occultare, nel frattempo, è diventato un fattore ossessivo. Da pensiero molesto a incubo. La ‘sindrome securitaria’ ha fatto sì che il crimine assumesse una centralità nel paesaggio sociale e mentale della nostra società.
In altre parole, quanto più cresce la massa dei detenuti e dei privati di libertà, degli internati e dei trattenuti, dei sorvegliati e dei sottoposti a controllo, vigilanza, coercizione, tanto più il corpo sociale avverte il bisogno di espellerli da sé e di cancellarli. Ancora una volta l’oblio è la forma estrema della repressione.

D.: Come mai attorno all’universo carcerario non si è creata una sensibilità e un dibattito analoghi a quelli che portarono alla legge 180 sulla chiusura dei manicomi?
R.: Altri tempi. Allora c’era una passione per la riformabilità delle istituzioni. A conferma di tutto ciò basta osservare quel provvedimento modesto ma non insignificante che riguarda la chiusura degli Opg. è stata possibile perché ora, in Italia, c’è un governo tecnico. è una piccola riforma, ma una buona cosa, che non sarebbe mai stata approvata né dal governo Prodi né da quello Berlusconi, perché sarebbe stato elettoralmente a rischio. Se questo provvedimento viene preso dall’attuale governo non è tanto per un cambiamento di rapporti di forza ma perché questo governo non ha timori elettorali.

 

Varchi n.6