Una vita ribelle - Varchi n.8

di Emilia Vento

Stenta a decollare questa mia riflessione sull’essere dissenzienti, darle poi la forma di racconto mi pare molto difficile; ho già scritto pagine che vanno inequivocabilmente gettate via: prolisse e squilibrate. Ricomincio. Quando ho imparato ad essere dissenziente? Molto tardi nella vita.

Non da bambina, quando mia madre era il mio mondo e facevo di tutto per essere come lei. Non da adolescente quando le mie paure erano troppe, capillarmente si diffondevano e in me si moltiplicavano. Non da giovane rivoluzionaria quando la ribellione era un modo per essere contro tout court perché ripudiata da un mondo che non mi voleva. Non nell’uso di oppiacei al cui bisogno ero irrimediabilmente asservita. Sino a circa quarant’anni non seppi dire no. Non possedetti la mentalità critica necessaria a dire no e tanto meno ero stata parte di qualcosa, condizione necessaria per dissentire.
È fondamentale essere dentro alle cose per poter esprimere dissenso. È fondamentale essere lucidamente critici, è fondamentale amare il mondo che ci si accinge a criticare, è necessario essere assertivi: amarsi, rispettare le proprie convinzioni e credere nelle altrui capacità e bisogna essere in equilibrio per agire sull’ago della bilancia.
Io non ero nulla di tutto ciò. Non ero mai stata in grado di essere me stessa. Naturalmente me ne resi conto solo quando il processo di autonomizzazione fu in uno stadio avanzato, quando cioè cominciavo ad esistere indipendentemente dal corrosivo bisogno di piacere, di compiacere. Assenziente, consenziente e compiacente sono infatti i termini opposti a dissenziente ed hanno il loro senso d’essere e la loro matrice nella paura di osare. Credo che si debba essere coraggiosi per essere critici, ci si deve mettere in gioco e rischiare, ma per farlo bisogna avere una solida base d’appoggio e un ancoraggio. La base sta nella fiducia in se stessi, nella ragionevole certezza della propria esistenza come persona, l’ancoraggio sta nel sentirsi parte del mondo, nella possibilità di respirare all’unisono, di vedere gli altri quindi come esseri facenti parte e non come nemici o inesistenti. Deve esistere quindi uno spazio pieno con dei confini ed un interno configurato; dentro quello spazio ci siamo noi, esseri umani che possiamo, volendo, modificarlo, accrescerlo, abbellirlo, ma anche distruggerlo, purtroppo.

Non so se tutto ciò appare banale: naturalmente molte persone hanno già dentro di sé, acquisita da lontano la condizione di esseri liberi, critici, facenti parte del mondo, per cui il lungo e difficile processo di affrancamento dall’acquiescenza non è stato travagliato, forse non è proprio stato e certamente altri riterranno queste mie riflessioni senza valore, elucubrazioni di una mente non proprio in bolla, ma io provo invece il bisogno di esprimermi in questo senso proprio perché, per me, la conquista del pensiero autonomo è stata un’impresa difficile e compiuta con grande sforzo, resa ancor più faticosa dalle abitudini acquisite che, lo sappiamo tutti, sono lente a morire e così ingannevolmente rassicuranti.
Quindi, secondo me, per essere dissenzienti (dissidenti) bisogna essere dentro le cose e saperle guardare con spirito libero e scegliere, anche, di dire: no. Una scelta fatta con amore, partecipata e ragionata. Non c’è posto per la paura che annichilisce. Io invece ero terrorizzata, da bambina, molto piccola ero convinta, al di là di ogni possibile prova contraria, che mia madre, lontano da me, sarebbe morta e che io, conseguentemente, sarei rimasta sola. Impossibile descrivere con chiarezza una tale devastante, dilagante paura, attorniata dal terrore di rimanere sola, impossibilitata a dar voce ad un pensiero così atroce; chiusa nel mio angolo buio, in preda a quella convinzione, allo sbaraglio poiché già irrimediabilmente sola, non trovai altra soluzione che quella di voler morire con lei. Quindi volevo uscire insieme  a lei, per morire con lei per strada, in macchina; mangiavo quello che mangiava lei per morire di veleno insieme a lei. Nel silenzio consumavo me stessa e preferivo apparire capricciosa e viziata piuttosto che dare voce e concretezza al mio terrore, quindi pretendevo di non lasciarla mai. Tutto era meglio che sopravviverle. Il mio rapporto con lei divenne parassitario. Un bambino ha bisogno dell’adulto per crescere per cui dipende dalla figura genitoriale, ma io divenni la sua ombra e lei non se ne accorse mai o, se mai se ne accorse, sospetto che fosse compiaciuta di avere una figlia così somigliante. Attraversava il mondo senza farne parte, mia madre, aveva un piccolo bagaglio di idee preconcette e ciò che non si attagliava a quelle veniva cancellato, finiva di essere. Quindi io per non sparire dovevo essere come lei. Può darsi che io ingigantissi le mie paure di bambina prima e ragazzina poi, che percepissi la realtà come più spaventosa e ostile di quanto fosse, che il senso di perdita e di abbandono che vivevo fosse affrontabile e circoscrivibile, ma è certo che consumavo me stessa nel più assoluto silenzio poiché non avevo altra via che quella di essere una sua appendice, ero certa che mia madre altro non volesse, se volevo vivere.

Il timore di non esserle gradita, di non essere all’altezza delle sue aspettative era torturante e per piacerle inventai un’Emilia che non esisteva, fatta a sua immagine e somiglianza, irrimediabilmente falsa. Riuscii così bene nell’intento di costruire quest’Emilia che rispondeva ai canoni che immaginavo suoi (indagavo naturalmente) che io sparii. Mi stendevo come un sudario sulla sua persona sino a coprirla interamente per essere come lei, ricalcavo le sue forme, elaboravo i suoi pensieri, facevo coincidere i miei gusti personali con i suoi e stavo ben attenta a non esprimere pareri se non dopo aver conosciuto le sue opinioni alle quali potermi adeguare. Tutto ciò valeva per tutto: i vestiti, il cibo, qualsiasi scelta. Durò anni questa fase, lunghi anni di paura di essere, ancora una volta e per sempre, abbandonata. Quale autonomia, quale dissidenza mi era possibile? Come avrei potuto elaborare un pensiero critico se non avevo un mio pensiero? Ero la copia in sedicesimo di mia madre e conseguentemente  e con naturalezza cominciai ad odiarla. Neanche questa era autonomia poiché diventavo la sua non-somiglianza e, sempre rispetto a lei, in questo nuovo modo in negativo, cercavo di essere il suo opposto, non me, ma il contrario di lei. Impastoiata, invischiata, mai libera continuavo a vivere.

Le cose poi cambiarono in superficie: pensavo meno a lei, ma mi ripiegai su me stessa, senza lasciare spiragli e sopraggiunsero la paranoia ed una depressione tanto grave da essere visibile per chi avesse avuto occhi, ma attorno a me non c’era attenzione: tutti in famiglia arrancavamo, ognuno per sé. Fu così che mia sorella diventò enorme e apatica, che mia madre, sola e frustrata divenne maestra d’asilo e poté affrancarsi parzialmente dal senso di inutilità che governava la sua vita, ed io un gran casino. La scuola, la lettura, la scrittura persero ogni interesse così come le compagne di classe, i ragazzi, l’idea dell’amore, l’amicizia, la famiglia; mi lasciavo vivere e coltivavo pensieri di morte. Anche la rabbia, nel mio caso, era mortifera, nichilista e sfociò, eravamo alla fine degli anni ’60 e all’inizio dei ’70, nella contestazione studentesca. Andai ad ingrossare le fila di cortei, a riempire aule assembleari, ad usare un linguaggio che sino ad allora non era stato mio (avevo però avuto un mio linguaggio? No, in verità, no) ed a questa nuova situazione, che all’apparenza era di rivolta, mi adattai: altri modelli ai quali uniformarmi per piacere. Cercavo nella lotta cose che niente poteva darmi, “io non ero” e i miei confini non esistevano, mi sentivo permeabile, guardandomi in un metaforico specchio apparivo come un puzzle e, come il mercurio, mi aggregavo e mi frantumavo in miliardi di piccoli, doloranti non-io. Naturalmente stavo male, la mia testa scoppiava ed il fiato mi mancava, quando non reggevo più mi abbandonavo ad una plateale richiesta d’aiuto: urlavo, crollavo a terra, parevo epilettica. Persino un bisogno così vistosamente espresso  venne ignorato. Allora furono gli oppiacei. A quelli mi aggrappai con forza ed ero certa che niente e nessuno avrebbero potuto farmeli abbandonare. Anche quella fu una risposta, finalmente non mi importava più quello che le persone pensavano di me, non mi interessava compiacere, anzi usavo la mia tossicomania come un vessillo, ero finalmente qualcosa. Cosa? Una tossicodipendente in mezzo a mille altri ognuno dei quali solo come me; non esiste infatti il gruppo dei tossici, ogni tossico è un microcosmo, isolato nella sua bolla, a volte satura di roba, piena, altre vuota di sostanze, una bolla di dolori e di fantasmi che impone di essere nutrita a costi elevatissimi. Ben lontana dall’essere libera, quindi, precipitavo in un altro meccanismo perverso; quale libertà può esistere, quale autonomia di pensiero si può esercitare se persino respirare, dormire, mangiare, defecare dipendono da un mercato tanto oscillante che per esserne un ingranaggio si rinuncia a tutto? Il bisogno è “essenziale”.

Furono lunghi i miei anni di dipendenza, più di venti ed è fatale che essendo sopravvissuta io abbia fatto anche altro, i miei tre figli, ad esempio, ma è dolorosamente vero che qualsiasi cosa io facessi fosse soggetta al bisogno primario o fosse, banalmente, un accadimento casuale. Non è per nulla facile guardarmi con tanta fredda lucidità e scriverne, non posso certo essere orgogliosa di me, ma è un’operazione che è necessario compiere per vivere, se così non fosse reitererei ciò da cui mi voglio affrancare: la paura. Durante quel ventennio ho generato tre figli che si barcamenano ed arrancano come tutti i giovani della loro generazione, che sono, però, sani ed hanno principi, ho scritto lunghe pagine, spesso deliranti, a volte illeggibili, ho continuato a leggere anche se spesso sulla pagina mi abbioccavo e costellavo di bruciature l’intero libro, ed ho disegnato i miei incubi e le mie paure. Anche se non ho scelto di fare queste cose, sono pur sempre state cose fatte e anche con loro ho dovuto fare i conti, ho dovuto collocarle lungo il mio cammino. Fatalmente finii in carcere, e tutti quegli anni fatti di niente, di solitudine estrema, sconvolti dall’uso di sostanze come solo l’uso di sostanze può fare, mi piombarono addosso ed il loro peso divenne insostenibile, il significato di quella mia vita inesistente. Lucidamente mi scorgevo, dopo anni nebbiosi, e c’era un gran deserto dentro me. Attorno a me terra bruciata. Difficile essere, da dove cominciare? E, a monte, perché cominciare? Perché avevo tre figli. Per non amarli più esclusivamente da lontano e confusamente avrei dovuto cominciare ad essere presente, ad amarli educandoli, ad esser loro vicino. Perché mia sorella morì, quell’anno, e lasciò una giovanissima figlia, sola al mondo, della quale sentivo, al di là di tutto, che avrei dovuto prendermi cura. Perché era venuto il tempo in cui diventava necessario crescere, assumermi responsabilità, essere presente. Fu come sbattere contro una porta, come essere immersa in una vasca di acqua gelata, come prendere la scossa. E, in quell’ambiente ostile, fatto di animi esacerbati, di desideri frustrati, di privazione, impastato nella violenza, non ebbi altra scelta che lavorare su me stessa, in silenzio, da sola, perché, per avere un posto nel mondo dovevo imparare a farne parte. Mi misi all’opera, fu difficile e fui anche fortunata, qualcuno ebbe fede in me e bastò questo a darmi più forza. Per nascere, il pensiero critico ha bisogno di una solita base, di essere radicato e tanto più facevo parte del mondo tanto più potevo permettermi di essere dissenziente. Sembra paradossale, proprio in carcere dove uniformarsi è fondamentale per sopravvivere, dove solo far parte anche alla lontana del gruppo di potere garantisce di vivere una vita decente, dove vive in relativa tranquillità solo chi protegge o è protetto, proprio lì iniziai il faticoso percorso verso l’autonomia di pensiero e d’azione. Piccole cose: non schierarsi col più forte, col vincente, riflettere a lungo prima di agire, rafforzare la propria convinzione, accettare la solitudine e non cedere mai alla lusinga ed alla corruzione. Pensandoci bene non sono poi così piccole certe conquiste, ma i fatti sui quali sperimentarsi non erano grandi accadimenti; ricordo ad esempio le liti che in carcere sono frequenti e che vedono schierate fazioni e non singoli individui in quanto, per un discutibile principio, si sostiene l’amica indipendentemente dal motivo che la vede litigare, non importa altro se non affermare di essere conforme alle norme sottese in un parossistico desiderio di appartenere. Quindi ciò contro cui finalmente lottavo, l’incondizionata omologazione, era l’inquietante realtà del carcere e vederlo con chiarezza fu fondamentale. In un’altra occasione mi schierai apertamente al fianco di una ragazza in grande difficoltà. Era così fragile ed indifesa che, in una sorta di sciacallaggio e di rivalsa, alcune donne pensarono di annientarla in base ad un possibile lontanissimo comportamento tenuto in una vaga occasione passata; si parlava di picchiarla, di tenderle un’imboscata, io la tenevo al mio fianco, ero certa e così fu, che accanto a me non le sarebbe successo niente. Non citerò altri episodi relativi a quel tempo, certo è che si moltiplicarono (perché il difficile sta nel cominciare) ed ebbi sempre più netta la sensazione di avere un posto a tavola al quale sedermi dopo aver apparecchiato e cucinato insieme ad altri.

Non so se sono stata esauriente e condivisibile, se ho reso l’dea di quanto sia stato difficile per me raggiungere un’autonomia di pensiero, data una partenza così disperante, posso però dire che quanto iniziato allora ha assunto una posizione dominante. Non è stato facile, con i miei figli il rapporto è conflittuale (potevo forse sperare che non fossero arrabbiati con me?) con mia nipote è altalenante, alcune batoste in questi quattordici anni mi hanno segnato in modo indelebile e la depressione che fu all’origine di tanta incertezza, di tanta difficoltà, è prepotentemente tornata; adesso però, mi curo e mi faccio curare, vorrei essere assertiva in ogni occasione, ma non mi riesce sempre, a volte barcollo, ma riesco a rimanere in equilibrio, ho ridimensionato le mie aspettative e le mie facoltà (solo quando non ci si sperimenta si può essere dei) ed invece di essere condotta mi conduco, niente è perfettamente a posto, ma vado avanti. Mi curo e mi metto alla prova, so che mi manca, forse mi mancherà per sempre la capacità di essere sola, di vivere una solitudine creativa, di sopportare il peso del mondo sulle mie spalle, sono ancora bisognosa di tanti supporti, cosa cercavo ancora pochi anni fa in un gruppo politico che ho frequentato? Una solida roccia alla quale appoggiarmi, mentre per essere dissidenti è necessario essere roccia. Ma poiché non cerco l’assoluto e vedo il mondo e me come dinamici, posso coltivare un piccolo orto, posso, girandomi indietro, verificare da quanto lontano provengo e su quella strada costellata di lutti, di morti appena schivate, di silenzi che sono morte, stanno anche sassolini colorati, piccoli ripari nei quali riposare, giovani germogli da coltivare, brevi speranze da accudire. Non so dove mi porterò, ma sono certa di portarmi su questa terra, tra la gente, di essere viva.

Varchi n.8