INCHIESTA: LE “ALTRE” COPPIE DIVERSITA’ IN GIOCO

di Gabriella Paganini

Affetti di serie A e affetti di serie B?
Libertà, dignità, uguaglianza di fronte alla legge, cittadinanza, difesa dei diritti, umanità, rispetto: chi oserebbe mettere in discussione il valore assoluto di questi termini? Nessuno, a patto che se ne parli in un’astratta linea di principio, a patto che non diventino carne e sangue di corpi scomodi: per esempio quelli delle persone LGBT. Allora emergono prepotentemente da più parti i distinguo, i “se” e i “ma”.  “Vi sono affetti migliori degli altri? - si chiede Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e professore ordinario di psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, nel suo saggio Citizen gay (2016) – Come dire: non sono razzista, ma è meglio che ci siano autobus bianchi per i bianchi e neri per i neri. Anche se le corse avessero la stessa frequenza, e i biglietti lo stesso prezzo, chi potrebbe accettare una soluzione simile?”. Eppure c’è chi, pur non contestando, bontà sua, che due persone omosessuali possano vivere in coppia, non tollera che pretendano di vivere alla luce del sole i loro amori e, soprattutto, non ammette che possano avere lo stesso riconoscimento giuridico, con gli annessi diritti, previsto per le coppie eterosessuali. Insomma che possano fare “famiglia”. Eppure l’identità di genere e l’orientamento sessuale sono elementi fondamentali della propria identità e, come ci ricordava Stefano Rodotà citando Primo Levi, identità, uguaglianza e dignità sono un trinomio inscindibile: “La rottura di questo nesso ci precipita nell’indegnità, nella costruzione di “non persone” o almeno verso forme insidiose di segregazione” (La Repubblica, 17 luglio 2011).

Coppie omosessuali e legislazione
È solo dal 5 giugno 2016 che nel nostro paese, ventisettesimo in Europa, è in vigore una legge denominata Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, nota anche con il nome di Monica Cirinnà, senatrice del Partito Democratico, promotrice e prima firmataria della norma.
Nonostante le posizioni assunte dalla Carta di Nizza (2000), vincolante per i paesi membri dell’Unione Europea dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (2007), che cancella il requisito della diversità di sesso per unirsi in matrimonio, e nonostante le legislazioni in questo senso dei paesi più avanzati, in Italia il dibattito sul riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso, pur iniziato nel lontano 1986, si è trascinato per un trentennio tra convenienze politiche, forzature ideologiche e intolleranze religiose; alla fine è stato approvato, dopo estenuanti negoziazioni politiche e compromessi, con il ricorso alla fiducia in entrambe le Camere.
La legge rinvia in parte alle disposizioni del Codice Civile previste per il vincolo coniugale tradizionale, ma l’unione civile è presentata come “specifica formazione sociale”, legittimata dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, diversa dal matrimonio. Le due differenze più significative riguardano l’obbligo di fedeltà, da cui le coppie omosessuali sono esonerate, e la possibilità di essere coppia omogenitoriale, giuridicamente negata non solo impedendo di ricorrere alla gestazione di sostegno (peraltro vietata per tutti) o alla procreazione medicalmente assistita, ma anche negando la possibilità di adozione del figlio del/della partner, la cosiddetta stepchild adoption, inizialmente presente nel testo di legge e poi stralciata nel corso del dibattito parlamentare. Un dibattito purtroppo spesso di basso livello, con picchi di autentica morbosità come nell’episodio riferito dall’onorevole Cirinnà in occasione della presentazione a Palazzo Madama del libro di V. Lingiardi citato: in una notte lunghissima di confronto i senatori di opposizione pare abbiano discusso con molto fervore su come trasferire ad una coppia di due donne unite civilmente la causa di nullità per impotenza coeundi. Un dibattito sofferente anche per repentini cambiamenti di campo, come quello del M5S che, dapprima favorevole, all’ultimo momento ha bocciato l’adozione coparentale, salvo poi presentarsi con le sue bandiere al Gay Pride. È evidente come, opportunismo politico a parte, tenere ben separata l’unione civile dal matrimonio nasca dal pregiudizio, granitico quanto ottuso, secondo il quale le coppie omosessuali tendono alla promiscuità, sono meno affidabili di quelle eterosessuali e quindi inadatte ad assicurare ad un figlio una crescita serena. Che importa poi se questi figli esistono già? Che importa della loro sorte, nel caso venga a mancare il genitore biologico, dal momento che il partner giuridicamente è un perfetto estraneo? V. Lingiardi riporta alcuni dati: “Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali, nel 2015 contava tra i suoi iscritti 445 aspiranti genitori e 339 genitori (81% donne, 19% uomini) che hanno concepito ricorrendo a fecondazione assistita o a gestazione di sostegno (ovviamente all’estero NdR). I bambini nati sarebbero 468. In un campione di lesbiche e gay intervistati in tutta Italia da Barbagli e Colombo, il 3,4% dei gay sono padri, il 5,4% delle lesbiche sono madri: nella fascia d’età superiore ai 35 anni, il 19% delle lesbiche e il 19% dei gay hanno figli”. È evidente che la negazione della stepchild adoption, contrabbandata come difesa della famiglia naturale e dell’interesse di ipotetici bambini, è in realtà la negazione del diritto di bambini reali a vedersi riconosciuta dallo stato la propria famiglia.
Nonostante queste discriminazioni, la legge è stata accolta con favore dalle persone interessate come primo passo significativo di un percorso di riconoscimento e legittimazione senz’altro perfezionabile, ma importante, come sottolinea V. Lingiardi, prima psicologicamente che politicamente: perché vivere i propri affetti sentendosi socialmente considerati una cellula non vitale e produttiva per le sorti collettive produce malessere, quel minority stress di chi si sente confinato in una zona grigia, terreno di coltura di disprezzo, discriminazione, svalutazione, che facilmente alimentano autodisprezzo, autodiscriminazione e autosvalutazione e possono influire sullo sviluppo psicologico e affettivo, sulla formazione della personalità, sulle relazioni personali e di coppia. E poi c’è il risvolto politico: la presente legge, pur con i suoi limiti, senz’altro può contribuire a cambiare il senso comune e ad aprire le menti al riconoscimento che il concetto di famiglia può e deve essere declinato al plurale. Certamente il cammino è ancora faticoso e a volte può presentare ostacoli talmente retrò da stimolare in prima battuta quasi più stupore che sdegno: per esempio dal 2 ottobre 2018 a Genova è in vigore un registro delle famiglie, primo in Italia, istituito da una delibera del Consiglio comunale, a cui potranno iscriversi soltanto coppie sposate e con figli conviventi. Escluse dunque unioni civili etero o omo, coppie di fatto, genitori separati o divorziati, single o vedovi. Lo scopo? Attribuire “a tutti i componenti dei nuclei familiari il godimento dei benefici e le agevolazioni nella fruizione dei servizi ad essi attribuiti da atti e disposizioni dell’Amministrazione Comunale”. In coda si precisa ipocritamente “senza che ciò possa configurare alcuna irragionevole disparità di trattamento rispetto alle altre formazioni sociali previste e tutelate dalla vigente normativa (ad es. Unioni civili, convivenze di fatto, convivenze anagrafiche), alle quali anzi i medesimi benefici ed agevolazioni si intendono automaticamente estesi”. Ma allora se si intendono estesi a tutti tali benefici, peraltro ancora non precisati, perché un registro che riconosce solo un tipo di famiglia che forse negli anni ’50 poteva ancora essere considerato comunemente un modello?
In Europa rimangono sei paesi che ancora non hanno regolato le convivenze tra persone dello stesso sesso né con forme di unione civile, né con il matrimonio: Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia.
I primi patti di convivenza tra persone dello stesso sesso risalgono invece al 1989 e sono stati registrati in Danimarca; i primi ad introdurre il matrimonio anche per le coppie non eterosessuali sono stati i Paesi Bassi nel 2001; ad oggi si sono aggiunti Francia, Regno Unito, Spagna, Svezia, Belgio, Danimarca, Portogallo Lussemburgo, e da novembre 2015 anche l’Irlanda.
L’adozione è invece consentita alle coppie omosessuali in 11 paesi su 28 dell’Unione europea. A questi si aggiunge la Germania, dove le coppie dello stesso sesso non possono fare richiesta di adozione, ma possono adottare il figlio del partner. In Irlanda la situazione è invece invertita: gay e lesbiche possono adottare, ma non è espressamente regolata la stepchild adoption.
Attualmente i paesi più aperti su questi aspetti del diritto di famiglia sono Belgio, Francia e Paesi Bassi; in questi tre paesi per qualsiasi tipo di coppia sono previsti matrimonio o unioni civili, è possibile stringere patti di convivenza, ed è possibile adottare sia direttamente sia il figlio del partner. Invece in Spagna e Regno Unito alcune di queste possibilità hanno limitazioni territoriali.
Al di fuori del continente europeo è da ricordare la sentenza della Corte Suprema del 26 giugno 2015 che legalizza in tutti gli USA il matrimonio tra persone dello stesso sesso, legale anche in Canada e in quasi tutto il Sud America; grandi assenti il continente Africano, tranne il Sudafrica, e quello asiatico. Situazione pressoché identica anche per quanto riguarda la possibilità di adozione.
 
I bias del senso comune
I pregiudizi che circondano le coppie same sex hanno una loro specificità, ma sono evidentemente collegati ai pregiudizi che ancora stigmatizzano le persone LGBT.
Pur essendo stata eliminata nel lontano 1973 dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’Associazione psichiatrica americana e pur essendo definita dall’OMS una variante naturale del comportamento sessuale umano, l’omosessualità è ancora avvicinata con le lenti del pregiudizio. E non si tratta solo del pregiudizio apertamente omofobico, purtroppo ancora troppo diffuso, che si traduce nell’aggressività fisica, nella violenza verbale dell’insulto volontario o nella superficiale disinvoltura con cui nel linguaggio quotidiano sono accolti battute ed epiteti vari; c’è un pregiudizio più sottile che si annida inconsapevolmente in certi automatismi e che potrebbe essere definito eterosessista. Quello in base al quale, per esempio, si tende a considerare eterosessuali tutte le persone con cui si entra quotidianamente in contatto e che nasconde il retropensiero che l’omosessualità abbia a che fare con uno sviluppo distorto della persona. L’eterofilia rispetto all’omofobia è più difficile da evitare. Si annida per esempio in una delle domande apparentemente più innocenti: ‘omosessuali si nasce o si diventa? ’; ma che la domanda non sia del tutto innocente è dimostrato dal fatto che viene sempre posta in una sola direzione, perché l’altra è la norma che non ha bisogno di spiegazioni. Altro risvolto dell’eterofilia è quello per cui nei confronti delle persone LGBT la complessità che contrassegna qualsiasi individuo viene ridotta alla prospettiva monocolore dell’orientamento sessuale.
Questi pregiudizi per osmosi si trasferiscono sulla coppia, arricchiti da varie sfumature e accompagnati da fantasmi più o meno disturbanti. “Una donna che ama un’altra donna – scrive V. Lingiardi in Citizen gay – stravolge la regola patriarcale per cui è il rapporto con il pene che la penetra e la feconda ad offrirle la possibilità di essere ‘completa’. È una donna che tradisce la sua missione di madre e di moglie. Un uomo che ama un altro uomo evoca il fantasma della passività, si ‘femminilizza’ e rinuncia alla sua ‘vocazione’ patriarcale”. Questo sguardo è chiaramente focalizzato, non di rado morbosamente, sul sesso agito, sul “chi fa che cosa con chi”, trascurando affetti e progettualità quasi fossero rassicurante appannaggio delle coppie etero. Prospettiva accolta dalla legge sulle unioni civili che esonera dall’obbligo di fedeltà previsto per il matrimonio. È facile ironizzare sul senso di questo obbligo e su quanto sia rispettato. Roberta Antonello, psichiatra e presidentessa dell’Associazione Prato onlus di Voltri, commenta provocatoriamente - “Forse quest’obbligo non dovrebbe esserci per nessuno, forse è un aspetto molto avanzato della legge. Quando si è molto retrò si finisce per essere molto avanzati... ”. Ma, come sottolinea Daniela Vassallo, madre lesbica appartenente all’Associazione Famiglie Arcobaleno di Torino “è una stoccata per sminuire le unioni omo, rimarcare che sono più promiscue di quelle etero, come se gli etero... a me ha suscitato prima rabbia e poi mi è venuto da ridere. Questa questione della fedeltà nel matrimonio etero penso risalga agli anni ’40... ”.
E questo sguardo unilateralmente interessato all’orientamento sessuale fino a tempi abbastanza recenti veniva interiorizzato dalle persone omosessuali nella loro iniziazione amorosa, come ci spiega Federico Ferrari, psicologo e psicoterapeuta sistemico-relazionale, oltre che didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia: “Certamente per molto tempo la sessualità, anche anonima, ha rappresentato un accesso facilitato all’affettività omosessuale in un contesto repressivo e privo di spazio per vivere pubblicamente relazioni d’amore gay e lesbiche. La tendenza però nelle comunità LGBT è, già dagli anni ’90, di una crescente ricerca di normalità, intesa come un’affettività serena, alla luce del sole, capace di investire fortemente sulla coppia d’amore. Oggi non è raro che un ragazzo o una ragazza omosessuali abbiano un fidanzato a 16 anni: sento di frequente storie di coming out alla scuola superiore, e questo rende possibile una sperimentazione affettiva e amorosa adolescenziale e sana. Mi capita, qui a Milano, di vedere queste coppie giovani di ragazzini che vanno per mano in metro o per strada, sorridenti e affettuosi… Mi sembra in realtà che sentano molto meno il bisogno di una appartenenza identitaria, che amino meno definirsi… il che mi fa riflettere. Forse è perché anche i modelli di coppia eterosessuali si vanno sfilacciando e allontanando da schemi.  
Se poi una coppia same sex ha tra i suoi progetti quello della genitorialità, allora i fantasmi si moltiplicano perché questa possibilità scardina l’ordine simbolico in cui è inscritta la famiglia tradizionale, unica ritenuta naturalmente predisposta e adeguata per riprodursi e assicurare una crescita armoniosa ai propri figli. Più o meno apocalittiche, le obiezioni ruotano attorno alla convinzione, peraltro smentita da 40 anni di ricerche empiriche pubblicate su riviste di riconosciuta autorevolezza scientifica, che le persone omosessuali non siano in grado di allevare un figlio perché tendenzialmente instabili e quindi inaffidabili e che un bambino abbia bisogno per crescere bene di due figure genitoriali di genere diverso e quindi, se mancano, sia destinato ad avere più problemi degli altri, non ultimo la maggiore probabilità di acquisire l’orientamento sessuale dei genitori. La legge nel nostro paese sposa questi timori, salvo poi, a conferma dell’orientamento ipocrita e discriminatorio che a volte abita le istituzioni, dare in adozione a Luca Trapanese, giovane single gay, la piccola Alba affetta da sindrome di Down, rifiutata da numerose famiglie in attesa di adozione, come è accaduto a Napoli lo scorso novembre. Se un uomo solo e gay può essere adeguato per allevare una bimba, per di più con le complicazioni e le difficoltà legate all’handicap, perché non una coppia? Ma c’è diritto e diritto… e c’è bambino e bambino.
In realtà – spiega F. Ferrari – anche se sono sempre più numerose, la maggior parte delle coppie gay e lesbiche ancora, a pensarci, non intraprende un percorso di genitorialità; quelle che decidono di realizzare questo desiderio sono di solito quelle che hanno un’idea di famiglia più vicina ai valori della famiglia nucleare. Se per le coppie etero avere dei figli è qualche cosa di automatico, tanto che viene messo in discussione chi dice di non volerne, avere dei figli nelle coppie gay è una scelta, che può nascere da un incontro di valori comuni o da una negoziazione molto riflettuta, pensata, su quali elementi forti costruire l’identità e il progetto di coppia”. Anche la famosa obiezione sulla difesa degli interessi del bambino non regge, come nota V. Lingiardi, ascrivendola a posizioni viscerali poco interessate ai dati della ricerca scientifica: “Sorge il dubbio che si tratti di un’idea astratta e ideologizzata di bambino. Difficile dire che cosa sia nell’interesse del bambino e che cosa sia contro il suo interesse. Il divorzio di due genitori che non vanno d’accordo è a favore o contro l’interesse del bambino? Stare in un orfanotrofio è nell’interesse del bambino? Essere concepito per caso o per sbaglio da una coppia eterosessuale è nell’interesse del bambino? Essere a lungo desiderato e attentamente pianificato da una coppia omosessuale è nell’interesse del bambino? Allo stesso tempo, dire che cosa sia nell’interesse del bambino può anche essere relativamente semplice. Per l’American Psychoanalytic Association (2012) ‘è nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti e capaci di cure. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale’”. F. Ferrari ribadisce il concetto: “Ciò che tutte le formazioni familiari hanno in comune è che la loro funzionalità non dipende dal sesso dei genitori, ma dalla loro capacità di amare, prendersi cura e offrire contenimento ai propri figli, nonché dalla qualità delle relazioni tra le diverse figure genitoriali. In genere le difficoltà nascono dai tentativi di nascondere agli altri qualcosa che invece è perfettamente evidente ai figli, senza offrire loro gli strumenti per parlarne liberamente e con piena cognizione. È quindi fondamentale che ogni conformazione familiare venga riconosciuta nella sua liceità e rimandata ai bambini come “buona” e degna di riconoscimento... I figli di genitori omosessuali possono talvolta incontrare attacchi contro la loro famiglia, ma trovano di solito a casa delle competenze specifiche su come fare i conti con il pregiudizio (i loro genitori hanno dovuto affrontarli prima di loro), e soprattutto dei genitori estremamente vigili rispetto a questo. Questo spiega i risultati della ricerca scientifica che vedono i figli di genitori omosessuali particolarmente “resilienti”, cioè capaci di superare le difficoltà, non dunque bambini che non vengono mai discriminati (questo purtroppo finché non avremo nemmeno una legge contro l’omofobia sarà difficile), ma bambini che hanno risorse (anche familiari) sufficienti per essere sereni nonostante le eventuali discriminazioni”.
Il dibattito sull’omogenitorialità occuperà probabilmente i prossimi decenni nel nostro paese; attualmente le posizioni sembrano confrontarsi su un possibile dover essere da approvare o respingere, dimenticando che queste famiglie esistono, questi bambini esistono e non è sicuramente nel loro interesse vivere in uno Stato che non riconosce i diritti fondamentali loro e delle loro famiglie.
Senza contare che per le famiglie tradizionali, che hanno peraltro visto sfilacciarsi negli ultimi decenni i loro modelli di riferimento, le “altre” famiglie possono costituire un utile stimolo a ripensare anche la propria genitorialità. Per questo la strada obbligata di un progresso civile appare essere sempre di più la visibilità e il confronto, per spingere il diritto a proseguire nel suo compito di costruttore di cittadinanza.

I bias nella stanza della terapia
Psicoanalisi e omosessualità hanno storicamente avuto sempre rapporti difficili. Negli Stati Uniti solo nel 1991 il Consiglio esecutivo dell’American Psychoanalytic Association ha adottato, a stragrande maggioranza, la decisione di autorizzare l’ingresso degli omosessuali o bisessuali nella formazione APA. Atto finale di un processo, innescato dalla rivoluzione dei costumi avviata negli anni ’60, di progressiva depatologizzazione degli orientamenti sessuali non etero e di graduale abbandono di atteggiamenti omofobici tra gli psicoanalisti. “Dovremmo mantenere un atteggiamento aperto, “analitico” e “critico”, in tutti i casi, sia quando ci troviamo di fronte a chi è omosessuale ed è contento di esserlo, sia quando ci troviamo di fronte a chi è omosessuale e non è contento di esserlo: entrambi i casi potrebbero essere “nevrotici” o “non nevrotici” (e la stessa cosa può essere detta per chi è eterosessuale)” sostiene Paolo Migone, direttore responsabile della rivista Psicoterapia e scienze umane, in un articolo del 2013. Tuttavia esistono ancora bias concettuali, che possono sfociare in pratiche terapeutiche dannose o inefficaci, che ruotano attorno alla domanda sulle cause dell’omosessualità e trovano risposta in assunti della vulgata psicoanalitica rigidamente adottati. “A lungo si è ritenuto che l’omosessualità (colpevolmente mai considerata al plurale) - ricorda V. Lingiardi - fosse conseguenza di un arresto dello sviluppo psicosessuale, cercando di dimostrare il ruolo di eventi precoci o contesti infantili negativi e traumatici. Attaccamenti morbosi alla madre, padri troppo assenti, regressione narcisistica allo stato dell’autoerotismo, fissazione pregenitale”. Eppure anche Freud, meno freudiano di tanti discepoli, seppur di sfuggita in un saggio del 1920, affermava che l’orientamento omosessuale è altrettanto misterioso ed enigmatico di quello etero. Una ricerca condotta dall’Università La Sapienza di Roma a iniziata nel 2010 che, a partire dal Lazio, ha poi coinvolto altre regioni tra cui Lombardia, Puglia, Emilia Romagna, Campania e Piemonte, e volta a ricostruire tramite un questionario gli atteggiamenti degli psicologi verso l’omosessualità, ben fotografa i progressi fatti e gli elementi ancora critici. Se la maggior parte concorda con la definizione dell’OMS, ancora una consistente minoranza tra il 12 e il 15% è in disaccordo con la depatologizzazione. Ma il dato forse più preoccupante è quello relativo alle eventuali ipotesi eziologiche dell’omosessualità: nel Lazio, infatti, ben il 28,2% dei partecipanti sostiene che l’omosessualità sia il risultato di dinamiche familiari patologiche (21% in Puglia e 14% in Emilia-Romagna), mentre in Puglia il 47,5% ritiene che l’omosessualità sia dovuta ad una mancata identificazione con il proprio ruolo di genere (44,1% nel Lazio e 29% in Emilia-Romagna). Per quanto riguarda poi la percezione della propria preparazione sugli aspetti teorici e clinici relativi all’omosessualità, in tutte le Regioni è emerso che solo una piccola percentuale degli intervistati si percepisce come “adeguatamente preparata” sul tema (tra il 15% e il 18%), mentre addirittura un quarto degli iscritti si sente “per nulla preparato” (tra il 21% e il 27,4%). Circa la metà degli intervistati ha poi convenuto che potrebbe essere utile, di fronte ad un paziente che esprime disagio per il proprio orientamento sessuale e chiede un intervento psicologico per modificarlo, fornirglielo. In merito al riconoscimento civile delle coppie omosessuali e all’omogenitorialità, un’alta percentuale (tra l’84,4% e il 91%) ha dichiarato di essere a favore delle unioni civili mentre più diffidente appare l’opinione in merito alle competenze dei genitori dello stesso sesso (nel Lazio, per esempio, solo il 56,3% reputa che le persone omosessuali possano essere dei buoni genitori, mentre il 30,8% ha risposto di non saperlo). È chiaro come ci sia ancora un retaggio di pregiudizio che proviene spesso dalla stessa formazione dei terapeuti e dalla cultura che storicamente veicola valori eteronormativi. La maggior parte dei corsi di laurea fornisce infatti una preparazione minima sui temi relativi alle omosessualità, rarissimi sono i libri di testo che descrivono lo sviluppo psicologico “normale” degli individui omosessuali, pochi sono i professionisti che hanno ricevuto una formazione appropriata su queste tematiche. “L’omosessualità – ribadisce F. Ferrari - è raramente oggetto di formazione, di riflessione per chi si forma alla psicoterapia. Come gestire questa eccezione dentro un campo di modelli terapeutici, psicoanalitici, psicologici di vario tipo, viene lasciato ampiamente all’individuo. Se l’individuo ritiene che nella sua vasta esperienza bibliografica vuole usare le parole del primo Freud, dell’ultimo Freud o di qualche altro autore dei primi del ‘900 starà a lui, perché nessuno si prende il disturbo di avvicinare lo studente alle più aggiornate riflessioni teoriche in merito. Sta tutto alla sensibilità dei terapeuti e alle esperienze formative che hanno. In Università, se uno pensa ai manuali di psicologia dello sviluppo, non si parla dell’omosessualità. C’è magari il docente che dedica al tema un corso monografico, ma resta un’enclave separata da tutto il resto, pensata per chi proprio voglia occuparsi di questo aspetto specifico”. Ancora F. Ferrari così commenta i pregiudizi sull’omogenitorialità. “Ancora oggi, nonostante quasi 50 anni di ricerca scientifica, i detrattori dell’omogenitorialità si aggrappano a concetti mai provati scientificamente, come “l’Edipo” e l’idea che l’identità di genere degli individui si plasmi come “identificazione e differenziazione” dal genere dei genitori, che dunque dovrebbero essere necessariamente di sesso diverso. Come se l’individuo crescesse in una bolla isolata con i suoi genitori e nessun altro. In realtà è proprio l’evidenza della ricerca sulle famiglie omogenitoriali che ci obbliga a considerare delle ipotesi diverse. Per esempio sembra essere fondamentale il rapporto con i pari, ma anche con la famiglia allargata, gli insegnanti, e naturalmente l’intero immaginario culturale, oggi, in particolare, i media. I vantaggi del crescere in famiglie omogenitoriali sembrano essere una maggiore apertura mentale, e in generale un maggiore rispetto delle differenze”. La ricerca scientifica, quando si ancora ai suoi stereotipi culturali, per paura di vedere collassare, insieme alle distinzioni simboliche tradizionali, i suoi presupposti, finisce per sposare il senso comune. Ne è un esempio una articolo dello psicologo Mauro Fornaro, apparso su Psicologia contemporanea nel 2014, in cui si legge: “Non è corretto ritenere che in essa (coppia omosessuale) si sviluppi la medesima completezza relazionale di una coppia eterosessuale “riuscita”. In questa, infatti, ceteris paribus, l’integrazione affettivo-corporea è più completa, in quanto avviene tra soggetti effettivamente diversi e complementari. Nella coppia omosessuale, invece, manca l’integrazione come complementarità delle diversità corporee e come complementarità di ciò che delle diversità anatomo-fisiologiche si riflette nella psiche. Inoltre, obiettivamente manca nella coppia omosessuale in quanto tale l’apertura alla generatività biologica, la quale di certo non è tutto, specie laddove difetti la genitorialità psicologica, ma essa ha comunque la sua importanza... E quanto più significative sono le differenze, tanto più è giustificata l’integrazione come complementarità: insisterei sul pregio della complementarità bio-psichica a tutto campo delle differenze, in quanto, ripeto, essa porta a una forma di integrazione possibile tra due esseri umani di sesso diverso, che si presenta – obiettivamente parlando – più promettente, cioè dotata di più potenzialità a parità di altre condizioni, che non l’integrazione tra due esseri dello stesso sesso”.                    
L’apice del pregiudizio è naturalmente rappresentato da chi ancora ritiene efficaci le terapie riparative, nonostante lo stesso Freud abbia sostenuto che l’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale è inutile e destinata all’insuccesso esattamente come la trasformazione contraria. Chi le ammette spesso le giustifica come mezzo per andare incontro ad una richiesta esplicita di aiuto in questo senso del paziente. Ma il clinico, secondo gli psicoanalisti più aggiornati e “laici”, deve scegliere la strada dell’ascolto rispettoso che sa contestualizzare la richiesta del paziente, viziata da una chiara omofobia interiorizzata, da un punto di vista familiare e sociale oltre che psicologico. Così lo sintetizza V. Lingiardi: “Ci vuole un ascolto senza pregiudizi e un clinico capace di porsi domande che riguardano vari domini: psicologico (che cosa può spingere una persona a chiedere di modificare la direzione del proprio desiderio? Quanto incide la paura di “deludere” i propri genitori?), sociale (la richiesta di “ri-orientamento” è frutto di una pressione alla conformità?), deontologico (è un giusto fine?), scientifico (ricerche affidabili ne dimostrano l’efficacia?), religioso (dov’è il conflitto tra l’essere gay e anche cattolico, musulmano o ebreo? Viene prima il precetto o il vissuto?)”. Quindi anche chi ammette queste terapie solo se richieste dal paziente, si limita a offrire una soluzione ad un problema che accetta passivamente come tale, anziché prendersi la responsabilità di analizzarlo con gli strumenti delle sue competenze e magari procedere insieme al paziente ad una sua riformulazione.
Ma a partire da questo eccesso, nella stanza della terapia, come nel senso comune, il pregiudizio omofobico può trascolorare in varie sfumature, dal vero e proprio intervento patologizzante consapevole, all’eterofilia inconsapevole. “È proprio l’eterosessismo – nota F. Ferrari – l’atteggiamento più comune, che non è l’omofobia... è una specie di automatismo. Penso che la maggior parte dei terapeuti con cui mi sono trovato a lavorare, e ci sono tra loro alcuni che ho ammirato moltissimo e con cui mi sono trovato molto bene, a livello umano hanno una grande apertura, ma semplicemente non si sono mai soffermati a pensarci o ci pensano quando un paziente entra nella stanza e glielo ricorda”.
Ma terapeuti omosessuali sono garanzia di un approccio più libero da pregiudizi e più corretto? “Dipende – chiarisce F. Ferrari - dagli individui e dalle coppie. Chi sceglie un terapeuta di coppia spesso lo fa con un passaparola, è difficile che si scelga il primo nome trovato in elenco... nel passaparola è più probabile che una coppia gay o lesbica cerchi qualcuno che abbia già un’esperienza o sia, per così dire, ‘certificato’ per essere accogliente, di ampie vedute, rispettoso... Ci sono persone che hanno una storia più attivista, più consapevole, con più riflessione su giustizia e diritti, e cercano il contatto con qualcuno che, a prescindere dall’orientamento sessuale, sia più consapevole e condivida tali valori. Da me vengono tanti che chiedono i contatti ad Arcigay che ha una serie di riferimenti di persone di cui conosce l’esperienza. Ma non è detto che per una persona o una coppia omosessuale l’analista dello stesso orientamento sia per forza preferibile: da una parte c’è chi ritiene che avere una conoscenza diretta del fenomeno permetta di capirlo meglio, ma, per esempio, ci sono anche coppie gay o lesbiche che preferiscono una figura di sesso diverso proprio perché la percepiscono come più neutrale e al di fuori dalle dinamiche, e altre che non si pongono minimamente il problema”.
Le “altre” coppie: caratteristiche e problemi specifici
Come si regolano i rapporti all’interno delle coppie omosessuali? Fino agli inizi degli anni ’70 (ne è un esempio Il vizietto) dominava l’idea che ci fosse la tendenza a ricalcare i ruoli di genere tipici di una coppia etero, ma oggi questa visione ha perso credibilità. La divisione dei compiti, le decisioni, l’assunzione dei ruoli appare sempre più affidata ad una libera negoziazione tra i partner basata sui rispettivi caratteri, risorse, sensibilità, personalità. Peraltro anche nelle coppie etero si sono sfilacciati i modelli rigidi dei ruoli di genere, cosicché ci si può imbattere nel pregiudizio opposto a quello che sottolinea come mancanze le differenze tra coppie etero e non etero; il pregiudizio, magari animato da buone intenzioni, che nega le differenze e tende a ricondurre qualsiasi tipo di coppia alle stesse dinamiche relazionali, con gli annessi problemi e difficoltà. Ma rispettare e capire non significa omologare l’ignoto al noto. Ha senso allora parlare di una specificità delle coppie gay e lesbiche? Così risponde F. Ferrari: “Io penso di avere imparato che in realtà quello che uno ha davanti è ogni volta unico e imprevedibile, sorprendente. Nel senso che le coppie gay e lesbiche, non avendo un modello normativo così forte, sono molto libere nel negoziare, nel sentirsi autentiche. C’è una gamma di combinazioni molto più ampia e c’è una certa libertà nel presentarle e nel parlarne. E quello che penso sia molto interessante per chi ci lavora è che si va dalla coppia, per così dire, con dei valori tradizionalisti, alle coppie che fanno scelte differenti, che sono molto più legate alla realizzazione individuale e lasciano sempre uno spazio molto importante alla negoziazione dei valori della coppia. I genitori omosessuali sono spesso portatori di forti valori familiari, e sono persone che hanno investito in un’idea di realizzazione di sé attraverso la ricerca di un nido, di uno spazio sicuro, nella realizzazione di un sogno di appartenenza, di affettività... ”.
Per quanto riguarda la costruzione della propria identità nel rapporto con l’altro, invece, secondo lui la differenza di genere non determina grandi differenze: “Probabilmente nella coppia etero il genere fa differenza perché diventa come uno specchio su cui si riflettono modelli e aspettative prima di tutto sociali. Quindi, nello sguardo dell’altro eterosessuale si trova rassicurazione e conferma del proprio valore rispetto ad una narrativa di genere sociale (il mio valore di uomo o di donna), declinata poi in modo particolare, specifico alla realtà della coppia. Certamente nel mondo gay non è il genere inteso come dicotomia sessuale a definire i modelli, anche se il genere come adesione o meno a una certa idea di maschilità e di femminilità rientra tra gli aspetti che possono funzionare come specchi di modelli sociali di identificazione e valorizzazione di sé. Tuttavia, anche se le rappresentazioni di riferimento per l’identità non sono il binarismo di genere, il gioco di sguardi non cambia molto rispetto ad una coppia eterosessuale, perché poi l’altro è sempre diverso. L’innamoramento è possibile proprio perché l’altro rimanda degli aspetti che da una parte completano e dall’altra rimangono sempre un po’ inaccessibili. Questo indipendentemente dalle differenze che possono esserci anche su come intendere mascolinità e femminilità. Ci sono certamente coppie che condividono un’idea essenzialista del genere, magari gay impegnati in una riflessione forte sulla mascolinità o coppie di donne che hanno investito su una riflessione femminista comune, e questo può diventare un ponte di incontro, di connessione... comunque poi quello che scatta è la differenza”. Una variante che richiede una certa difficoltà di gestione all’interno di una coppia omosessuale è la bisessualità di uno dei due partner: “La bisessualità nella coppia omosessuale – aggiunge F. Ferrari - è un po’ un fantasma, deve essere integrata, capita... anche perché per gli stessi specialisti la definizione di bisessualità è problematica. Nel modello che seguo io la bisessualità è un orientamento, una struttura di fondo della possibilità di attrazione, di desiderio, ed è completamente distinta dalla scelta e dall’impegno relazionale. È come dire che un etero sessuale attratto dalle donne non possa sceglierne una tra tutte; allo stesso modo non è che una persona bisessuale debba per forza avere una compagna femmina e un compagno uomo. Spesso l’insicurezza che può provare chi sta con una persona bisessuale, è legata all’idea che il maschile e il femminile nella coppia siano cose totalmente diverse e che la bisessualità implichi avere bisogno di entrambe, tanto che innamorarsi di un uomo o di una donna implicherebbe rinunciare sempre a metà di ciò che serve a sentirsi completi. Credo tuttavia che nessuno, maschio o femmina, possa mai rispondere alla totalità dei bisogni di un individuo: una relazione risponderà ai bisogni dei suoi componenti nella proporzione in cui questi si mettono in gioco per trovare risposte ai bisogni di ciascuno, ma dovrà sempre tollerare la propria imperfezione. L’orientamento sessuale regola la possibilità dell’individuo di accedere ad un’intimità sessuale appagante con l’altro in base alla sua fisicità, ma per il resto i bisogni relazionali di un individuo possono essere appagati da un maschio o da una femmina nello stesso modo; maschile e femminile non sono uno spartitraffico che indica che un certo tipo di relazione lo possono dare le femmine e un altro tipo i maschi, come suggerisce lo schema sociale genderista, che parte da una visione dell’umano spartita in partenza in base ai genitali e non vede le sfumature. In ogni relazione c’è un potenziale indefinito, da esplorare e far crescere, ma alla fine quello che la relazione non dà deve essere accettato come mancanza, compensato da quello che dà. In alternativa la relazione finisce o ci possono essere le situazioni di coppia aperta che però poi hanno tutto un altro tipo di problematica, che possono essere felici e funzionare benissimo o essere dei disastri”.
Se dal punto di vista dello scambio e della complementarità ciò che accomuna coppie etero e omo è il fatto che in ogni caso si incontrano due diversità, si possono invece riscontrare modalità diverse di relazione piuttosto tra coppie gay e coppie lesbiche. Dalla sua esperienza clinica F. Ferrari, pur ribadendo i limiti delle generalizzazioni, ha osservato che “le coppie maschili tendono ad essere più indipendenti, con più capacità di negoziare a partire dalle individualità. I momenti di negoziazione e rinegoziazione dei termini della relazione sono naturalmente quelli più delicati, ma si assiste spesso a scelte che rispettano e danno spazio ai valori e agli obiettivi personali di entrambi i componenti, il che talvolta può far apparire queste coppie come più “disimpegnate”. In realtà significa semplicemente che c’è più flessibilità nel negoziare come stare insieme. Per esempio, mi è capitato talvolta di discutere in terapia la situazione di coppia aperta con coppie maschili, mentre non mi è mai successo lavorando con coppie femminili. D’altra parte questo mi fa pensare alla socializzazione di genere e all’educazione affettiva di maschi e femmine (tanto eterosessuali come omosessuali) che genera differenze nella regolazione della distanza, nella verbalizzazione e condivisione delle emozioni, e nella concezione del proprio desiderio sessuale in modo più o meno distinto dall’affettività, ma non generalizzerei”.
Se nel tratteggiare le caratteristiche che accomunano le coppie same sex c’è il rischio cadere in generalizzazioni e stereotipi, più facile è individuare la specificità dei problemi che spesso si trovano ad affrontare, perché sono tutti legati allo stigma sociale e a quanto si trasforma in omofobia interiorizzata. Continua infatti F. Ferrari: “Ci sono poi temi specifici da affrontare, come ad esempio quello della visibilità, che riguarda sia il coming out sia l’inserimento del compagno o della compagna nella rete di relazioni della famiglia d’origine. Per qualcuno è facile, ci sono coppie che nascono senza alcun problema di visibilità, accettate da subito dalle famiglie; in alcune situazioni diventa quasi un non problema perché la coppia è segreta e le famiglie d’origine sono lasciate al di fuori. Ma se non c’è accordo, se uno dei due vuole rendere la cosa visibile e l’altro no, allora la coppia ha il compito di negoziare, con tutte le difficoltà immaginabili”. In questo senso il riconoscimento sociale attraverso le unioni civili ha migliorato le cose. Marco Valori e Roberto Bonfanti, prima coppia ad unirsi civilmente nel Comune di Firenze, così lo spiegano: “Quando si formalizza con l’unione civile, l’atteggiamento di chi sta intorno, non quelli vicini ma quelli un po’ più lontani, è facilitato; è come se si fornisse una risposta rassicurante alla classica domanda presente nell’immaginario comune ‘ma chi son questi? ’. Quando sanno che siamo una coppia sposata è tutto più tranquillo. È come se cadesse un po’ il pregiudizio più comune sulle coppie omo, che cioè sono promiscue, edoniste, poco affidabili, mentre l’ufficializzazione la fa vedere un po’ più come una famiglia... poi ognuno dà il suo nome, non è che per forza si deve chiamare famiglia. Se il nome disturba, ognuno può chiamarla come gli pare, però una coppia stabile fa un effetto diverso sulle persone che le stanno intorno”. L’effetto è anche educativo. “Io ho una zia molto cattolica – continua M. Valori - e ha una figlia lesbica, quindi potrebbe farci un pochino attenzione, però qualche battutina se l’è lasciata scappare durante la cerimonia, senza farsi sentire da me: quando ci hanno buttato il riso, ne ha chiesto il senso visto che è simbolo di fertilità, ed è stata redarguita immediatamente e trattata malissimo. Anche per lei comunque è stato un momento di riflessione che penso le abbia fatto bene. Magari alla cerimonia ce l’hanno trascinata, ma tutto sommato male non le ha fatto”.
In una cultura etero-normativa come la nostra, fare coming out significa comunque affrontare il rischio di confrontarsi con reazioni negative e può capitare che i due partner siano in una fase diversa nel processo di presa di consapevolezza di sé e accettazione della propria omosessualità e uno dei due magari desideri presentare ufficialmente il compagno o la compagna alla sua cerchia amicale e familiare e l’altro non si senta pronto, disparità di posizione che può minare la tenuta della coppia.
Barbara Tetti, presidentessa del MOS (Movimento Omosessuale Sardo) racconta: “Ho avuto una prima storia con una donna sposata che faceva la poliziotta, quindi molto nascosta soprattutto per via del lavoro. Appena sono riuscita a dirmi ‘sei lesbica’ ho iniziato a dirlo anche alle persone più vicine e care, li ho chiamati ad uno ad uno... mi dicevano ‘perché devi farlo?’. Perché devo guardare in faccia le persone, devo poter dire, se mi invitano a cena, che vado con la mia compagna, non devo nascondermi e soprattutto devo sapere con chi ho a che fare, perché se una persona è omofoba deve stare lontana da me... anche a mia mamma ho voluto dirlo, nonostante cercassero di dissuadermi perché pensavano che a 80 anni non avrebbe capito. Ma io testarda pensavo che, se mia mamma non mi voleva, non mi interessava di nessun altro. E invece il suo problema era quello della sessualità che ho risolto dicendole semplicemente che facevo sessualmente quello che fanno tutte le persone che si amano, cosa che l’ha tranquillizzata. Io ero abbastanza visibile oramai, facevo parte del MOS, partecipavo a manifestazioni, poi nella mia città ero abbastanza conosciuta anche per lo sport, ho fatto agonismo ad alto livello, ho giocato in nazionale, per cui... e poi Sassari è un paesone. La mia compagna invece era molto nascosta e questa cosa mi ha creato molti problemi... le dicevo che non potevo nascondermi per le sue paure. Capivo che aveva paura per il suo lavoro, ma poi ci vedevano insieme per strada e la gente fa due più due. E quindi bisticci, oltre che tra noi, anche con altre persone esterne, amici, parenti, perché la gente parlava. Le dicevo ‘non ci puoi fare niente, la situazione è questa: o la accetti oppure... perché io non ho intenzione di nascondermi’. Poi la storia è finita anche per questo motivo, perché questi problemi influiscono sui rapporti. Io non riesco a scindere le due cose, devo vivere serenamente in qualsiasi ambiente io vada”.
Senza contare che anche se c’è accordo sul nascondimento, i continui infingimenti sono inevitabilmente corredati da alti livelli di stress. “Provate ogni giorno a non dire mai mio marito, la mia fidanzata o che avete figli. A raccontare della cena di ieri come foste stati da soli. A dire sempre io quando era un noi. E capirete dal vivo cosa significa che nascondere il proprio orientamento sessuale ha un costo psicologico”: sono le parole con cui V. Lingiardi e lo psicoterapeuta Nicola Nardelli hanno presentato la loro conferenza Il tempo degli amori per tutti in occasione del Festival della scienza di Genova del 2014; ben si capisce come l’adozione di questi comportamenti possa inficiare le relazioni sociali e sfociare in un isolamento relazionale, con una ricaduta sulla coppia in termini di difficoltà sessuali e di comunicazione.
Senza contare che anche nel caso la persona o la coppia scelgano la visibilità lo stress è senz’altro contenuto, ma non azzerato, perché è difficile non farsi influenzare per nulla dal pregiudizio dominante. M. Valori ha lavorato per molti anni come insegnante di nuoto, con bambini di tutte le età anche disabili: “Quella era per me un po’ la valvola di sfogo per il mio desiderio di paternità, anche se all’epoca uno dei problemi che mi sono fatto era che lavorando con i bambini avevo il terrore che qualcuno mi ritenesse non idoneo per il diffuso pregiudizio di confondere pedofilia e omosessualità. Avevo paura anche perché io per i bambini ho una vera passione, ci giocavo...”. Barbara Tetti allena una squadra di ragazze e quando le accompagna dopo l’allenamento in macchina evita di mettere il vivavoce e mette le cuffie se la chiama la compagna, che solitamente esordisce con ‘ciao tesoro’, ‘ciao amore’: “Eppure su Facebook ho l’amicizia con le ragazze, vedono il mio profilo, sanno chi sono, però nel momento del sentimento apertamente espresso sento il bisogno di riservatezza, perché penso a tutto il pregiudizio che c’è, magari nei genitori, dal momento che io ho atlete che vanno dai 13 ai 40 anni. Quando sono con le grandi non ho problemi, ma con le più piccole mi faccio il problema soprattutto per i loro genitori, perché ho paura che, se hanno loro qualche problema, non le facciano venire più in palestra. Sabato abbiamo vinto la partita, mi sono avvicinata alle tribune, è venuta giù la mia compagna tutta contenta e ci siamo date un bacio a stampo, però mi sono sentita... ho pensato ‘speriamo che non mi abbia visto nessuno’. All’esterno è un po’ più complicata viverla, nonostante che io...”. Aggiunge D. Vassallo: “Io sono sempre stata molto visibile, ma ogni volta ti devi riraccontare, ogni volta che incontri una persona che dà per assodata la tua eterosessualità, e succede il 99,99% delle volte, devi raccontare daccapo la tua vita, è un carico enorme, a volte non ne avresti voglia. Quando poi sono arrivate le figlie questa cosa si è amplificata in maniera pazzesca nel senso che, volenti o no, noi la nostra storia andiamo a raccontarla anche alle maestre... per il benessere delle nostre figlie c’è bisogno di essere totalmente visibili”.
Un’altra specificità nei problemi che una coppia non etero deve affrontare riguarda il desiderio di genitorialità. A livello individuale, sottolinea F. Ferrari, la compatibilità di questo desiderio con l’orientamento omosessuale è qualcosa che dipende dalle rappresentazioni e dai valori di riferimento, potremmo dire che pesa molto il grado di eterosessismo interiorizzato. Talvolta il contesto religioso è significativo, ma con gli esiti più diversi: persone provenienti da un analogo contesto religioso possono trarne la convinzione che i figli siano prerogativa esclusiva della coppia etero, oppure possono averne interiorizzato il senso di sacralità della famiglia come sinonimo imprescindibile di felicità, e il desiderio di avere dei figli come conseguenza. “Nella coppia invece – continua F. Ferrari - questo desiderio diventa oggetto di negoziazione, di discussione, e bisogna capire quanto la scelta sia condivisa, quanto sia un regalo, una concessione fatta da una parte all’altra. A differenza delle coppie etero non c’è la pressione sociale. Nelle coppie etero è chi rifiuta la genitorialità a doversi giustificare, in quelle omosessuali è il contrario. Nella mia esperienza, quando una coppia comincia a pensare concretamente alla cosa, il mio ruolo di terapeuta non è quello di stabilire se le ragioni sono buone o cattive: non sta a me dare il permesso a nessuno. Insieme si può però ragionare sulle conseguenze di certe ragioni. Più che altro se la coppia deve avere dei figli in un contesto che la scoraggia è bene che abbia un equipaggiamento di consapevolezza rispetto ad una serie di impicci o nodi che è meglio affrontare prima che si rivelino problematici. In questa prospettiva diventa importante l’incontro con le altre famiglie. Quello molto spesso cambia completamente il campo della discussione. Mentre prima è una questione ideale, campata per aria, ci sono questioni di principio, idealismo, nel momento in cui le persone si confrontano con altre coppie gay o lesbiche che hanno dei figli e cominciano a percepire la cosa con una concretezza diversa, anche il tipo di desiderio, di resistenza e di ricerca affettiva che si attiva all’interno della coppia cambia completamente. E quello è un passaggio importante. Poi l’altro aspetto è il fatto che il percorso di genitorialità pensato dovrebbe arrivare in un contesto preparato, in cui c’è una rete di sostegno familiare pronta, in cui non c’è bisogno di dire bugie. Possibilmente massima trasparenza e massimo sostegno da parte delle famiglie di origine. Anche se, di solito, il fatto poi che i figli arrivino fa una grande differenza. D’altra parte, nella stragrande maggioranza dei casi la rinuncia ad avere dei nipotini è una delle ragioni che rende più difficile per un genitore accettare l’omosessualità del figlio. Finché è una questione ideale di cui discutere su che cosa è giusto fare il parere è magari negativo, quando però il bambino è concreto, ti aggancia ad un livello completamente diverso da quello del pregiudizio e la strada si spiana all’accettazione, alle relazioni. Anche se questo è specialmente vero nel caso delle madri. È la stessa cosa che succede nel sociale. Le persone sono negative, ma quando hanno il vicino di casa... ”. E poi è importante entrare in relazione con le altre famiglie arcobaleno, per affrontare le paure che in parte sono analoghe a quelle di qualsiasi genitore, ma in parte sono specifiche. “Una cosa è dire ‘è difficile fare il genitore’, ho paura di sbagliare, - conclude F. Ferrari - una cosa è pensare ‘ho già fatto del male a mio figlio perché l’ho fatto venire al mondo essendo io uno che non poteva essere genitore’. Se quella è l’idea, rischia di minare quell’ottimismo che nella relazione con i figli è fondamentale, per avere fiducia nelle loro capacità... e le altre famiglie arcobaleno offrono un rispecchiamento importante; la comunità delle famiglie arcobaleno genera delle buone prassi, delle idee su come affrontare i problemi, cosa molto utile in un contesto in cui, nonostante i miglioramenti, queste famiglie ancora non sono previste a livello istituzionale. Ed è importante per i bambini perché il contesto eterosessista a scuola, l’atteggiamento dei compagni, possono rimandare un’idea normativa e avere conoscenza di altri come te dà sicurezza”.
Nonostante questo le famiglie arcobaleno, visti i limiti della legislazione italiana, sono condannate ad ansie e percorsi a volte logoranti. D. Vassallo lo racconta: “Mi sono sentita moltissimo indifesa dal punto di vista istituzionale e burocratico rispetto alle mie figlie... ho accumulato una grande paura che mi potesse succedere qualcosa e che le mie figlie potessero finire in adozione, una delle due perché ne abbiamo partorita una per una. Nel 2014 abbiamo ottenuto l’adozione speciale ed è stato un momento di grandissima pacificazione. Finalmente mi sono sentita un po’ più tranquilla”. L’iter seguito è quello previsto dall’istituto dell’adozione speciale: “Abbiamo dovuto fare una causa – continua D. Vassallo - in cui abbiamo chiesto un’adozione reciproca delle nostre figlie di pancia ed abbiamo iniziato un iter che di fatto è lo stesso delle coppie etero ricomposte, con il tramite di assistenti sociali e tribunale dei minori. Però mentre per le coppie etero si tratta quasi di una pratica amministrativa, compilano un modulo e vanno in tribunale a fare la richiesta, noi eravamo la prima coppia non etero a fare questa strada e quindi abbiamo chiesto a degli avvocati di seguirci perché ci infilavamo in un vuoto normativo. Il percorso è durato due anni perché in primo grado abbiamo perso, abbiamo vinto in appello e ci è costato quasi 10.000 euro... per ottenere un diritto che era già nostro abbiamo dovuto pure sborsare questa somma e soprattutto accumulare uno stress enorme, nel senso che abbiamo dovuto veramente impacchettare le nostre vite, buttarle sulla scrivania del giudice... le nostre foto con le bambine, i bigliettini, i racconti, tutto quanto quello che poteva dimostrare la nostra relazione, i nostri affetti e abbiamo aspettato che questo giudice decidesse qualcosa sulla nostra vita e questo io l’ho vissuto come una violenza enorme, lo stress più grande della mia vita. Questo per le famiglie omogenitoriali è la fonte di stress maggiore... è talmente tanto lo stress a cui ti sottoponi, la fatica e le lotte che devi fare... e poi quando devi affrontare questo tipo di percorsi può capitare che una parte della coppia sia più forte e l’altra meno pronta, a disagio nell’affrontare assistente sociale, giudice, psicologa; e quindi ne possono nascere scontri perché magari ti senti imporre un comportamento che non ti senti di avallare... Per fortuna nel nostro caso è stato un momento di grande unione, senza cedimenti, ma è stata dura”.
Anche per R. Antonello è stata questa precarietà la principale fonte di preoccupazione: “Le mie difficoltà le ho vissute prima di essere in coppia: negli anni ’60, anche nelle famiglie più avanzate, si andava a parlare con lo psichiatra o lo psicoanalista perché l’omosessualità era considerata una malattia, una condizione infelice da cui allontanarsi. All’interno della coppia però a pesarmi è sempre stata la precarietà della mia condizione genitoriale, soprattutto quando la figlia della mia compagna era minorenne. A un certo punto la madre lavorava all’estero con la cooperazione internazionale e quindi la ragazza ha vissuto con me e sono arrivati i vigili perché risultava che questo minore viveva per conto suo... Poi non c’è stato problema, ho spiegato la situazione, a Voltri sono conosciuta... ma per garantirle alcune cose minime che non potevano essere garantite da nessun ruolo legale ho fatto un’assicurazione. Ovviamente adesso il problema ce l’ho meno, non ci penso perché sono passati tanti anni, però è proprio il problema dell’adozione non prevista dalla legge la cosa che mi scoccia di più; posso avere delle perplessità sull’utero in affitto, ma il divieto di adozione mi sembra incredibile. Mi ha pesato, e forse mi pesa anche adesso, perché in fondo il mio nome non esiste... mi pesa psicologicamente, lo trovo assurdo, a tutti gli effetti mi sento altrettanto genitore, e lo sono”.

Emanuele (Lele) Morandi e Federica (Chicca) Castello: una storia
Lele e Chicca si sono uniti in matrimonio circa un anno fa. Li ha sposati Stefano Rebora, presidente di Music for peace, la loro casa, come la definiscono. Intorno gli affetti più cari, le persone che veramente contano... nessun invito obbligato, ognuno indispensabile come la tessera di un puzzle. Lele, al primo matrimonio, alle 8 del mattino era già in fibrillazione; Chicca, al secondo, si è goduta con grande gioia la giornata (del primo ricorda soprattutto il mal di stomaco). Una coppia come tante che corona un progetto di vita? Una coppia sì, ma non come tante. Si sono conosciuti ad una riunione di GenovaGaya: “Ci sono andata perché, come insegnante, pensavo potesse servirmi. Avevo Lele vicino e l’avevo già classificato come gay, poi ci presentiamo, parliamo... io avevo lo stereotipo del trans che bazzica lungomare Canepa girando la borsetta, e poi pensavo che il trans fosse solo m-to-f, non avevo mai conosciuto l’inverso. Tra noi si è subito acceso un feeling, sentivamo una forte attrazione. Non ho mai avuto il pensiero del suo percorso, mentre mi ha impressionato il fatto di sentirlo molto affine a me, e in effetti per alcuni aspetti siamo molto simili, riconosco in lui la parte femminile così come la maschile.
Il percorso di Lele è stato una lotta costante contro le gabbie di un’identità di genere precocemente avvertita come estranea: “Le gabbie iniziano subito: il fiocco rosa, i colori, i vestiti, l’indirizzo di studi... fin dall’età di 4 anni stavo bene quando facevo giochi da maschio, mi sentivo strano, ma non riuscivo a darmi spiegazioni. Vivevo anche in un contesto particolare: padre assente e madre alcolizzata, piena libertà, assoluta solitudine”.
A 14 anni decide di farla finita con le gabbie: “Ho preso un treno e ho girovagato per l’Italia, volevo uscire dalla mia miseria, miseria soprattutto di sentimenti, e conoscere altre cose. Da quel momento ho iniziato a lavorare e, arrivato a vent’anni in un corpo che non mi rappresentava, ho pensato che dovevo fare pace con questo corpo: non mi rappresentava, ma era una Ferrari che poteva darmi grandi opportunità, quella per esempio di essere genitore. Ho trovato la persona consenziente e adesso ho un figlio di 28 anni che mi ha dato un nipote. Sono nonna e madre biologica, ci tengo. Quello è stato l’unico rapporto con un uomo, ho avuto sempre solo rapporti con donne e tecnicamente ci classificavano come lesbiche, ma è un dettaglio, io avevo quel corpo e utilizzavo quel corpo. Ma quel corpo continuava ad essere estraneo. Evitavo di guardarmi, persino nei riflessi delle vetrine, e per fortuna non ho avuto necessità di infliggermi delle torture stringendomi, come capita alle persone che hanno forme abbondanti... Anche se mi concentravo su altro, essenzialmente sul lavoro, c’era però sempre un momento della giornata che mi ricordava...  la doccia era uno di questi, solo il fatto di doversi toccare e insaponare era come toccare il corpo di un’altra persona”.
Quindici anni fa l’intervento: “Quando sono diventato Emanuele ci ho messo 7 mesi prima di poter avere il primo rapporto, perché hai tanto desiderato un corpo, e sei felice, ma quel corpo non lo conosci, piano piano ti devi esplorare, come se a 35 anni ne avessi 14, e il primo rapporto non è stato con la mia compagna, ma con altre, per la paura della brutta figura. Facevo delle prove, ci sono state anche delle defaillances, facevo un lavoro tutto concentrato su me stesso, un lavoro faticoso; mi ha aiutato il prof. Santi, a cui devo, dopo il fallimento di un primo tentativo fatto privatamente, la riuscita dell’intervento. Non è l’anatomia dei genitali il problema, mi diceva, ma la testa. Se è stressata... non succede niente”.
Ma un corpo nuovo non rinnova automaticamente l’approccio col mondo. Quello di Lele è sempre stato improntato all’aggressività: “Mi è sempre successo di utilizzare la violenza per affermarmi, la violenza verbale, nei modi, ero sgarbato, pedante... un’aggressività non elaborata che nei casi come il mio si ritiene causata dall’assunzione di ormoni, ma non era quella la spiegazione corretta. Io ero da sempre aggressivo perché reagivo alla vita così; è meglio, pensavo, che la gente mi disprezzi perché sono un gran cafone, recitavo ma almeno non ero toccato nell’intimo.  Quando sei abituato a vivere schivo, perdi completamente di vista... ti inaridisci, diventi sospettoso, se uno ti fa un gesto positivo pensi ‘che cosa vuole da me’. lo avevo sempre il mitra impugnato... Era una boa a cui attaccarmi e non mi andava di percorrere strade sconosciute. Ho per troppo tempo nascosto a me stesso di avere bisogno di un percorso serio di psicoterapia, al di là degli incontri e delle perizie strettamente connessi al mio percorso di transito, che però non avevano mai scalfito il mio bagaglio di bambino solitario e un po’ sbandatello”.
Così i primi due anni di rapporto per Lele e Chicca sono stati pessimi. “Aveva problemi suoi di riconoscimento e mi succhiava il sangue; dovevo occuparmi di lui 24 ore al giorno, richiedeva la mia attenzione in continuazione, dovevo stare lì, esserci sempre, non ero libera di fare qualcosa da sola...”; “Io ho sempre messo alla prova chiunque – ammette Lele - doveva essere un rapporto millimetrico perché se me lo spostavi...  e poi all’inizio la vivevo così... ah beh vuol provare il diversivo... ecco un’altra che vuol provare... C’erano dei giorni in cui mi stavo sulle scatole da solo. L’avevo avvisata, tu non sai dove ti stai ingarbugliando. Per me ci vuole Moira Orfei ben allenata, se sei capace... e lei è stata capace perché a differenza di altri che ci hanno provato con la minaccia, con la forza o imponendosi, lei l’ha fatto come fa con i bambini... senza che me ne accorgessi ha fatto un lavoro che ha smosso tanto, senza alzare la voce”.
“C’è stato un periodo – conclude Chicca - in cui ci siamo separati e io non accettavo più nessun tipo di contatto, poi quando ha capito di avere bisogno di aiuto ed ha accettato la psicoterapia, le cose sono andate benissimo, e ora siamo molto sereni. Aveva pochissima autostima... per cui pensava che io avrei potuto probabilmente interessarmi di altre persone perché lui valeva poco. Non capiva che io l’avevo scelto così com’era... Se io sono così aperta lo devo alla mia famiglia. Tra lui e mio padre c’è un grande feeling. Io non ho suoceri perché lui è orfano, ma lui ne ha quattro, perché entrambi i miei genitori si sono risposati, con una serie poi di fratellastri. Io non ho mai pensato che la società potesse criticarmi per avere sposato un trans, per me era una persona, perché sono abituata a ragionare così. Se capita che qualcuno chiede a scuola, le mie colleghe per difesa negano, ma io dico sempre che quando la gente ha delle curiosità me le devono mandare. Ci sono delle colleghe che mi vengono a chiedere delle cose, per esempio come è possibile avere rapporti e gli spiego che ormai sono tali i progressi della chirurgia che nessuno si accorge del cambiamento né in un senso né nell’altro. Anzi, per me il valore aggiunto è che lui conosce il suo corpo ma nello stesso tempo conosce anche il mio e sa quali sono le differenze tra un corpo maschile e uno femminile”.