Immigrazione e mancata simbiosi - Varchi n. 18

di Elisa Carrozza

Nel lavoro terapeutico una delle sfide maggiori sembra essere quella di riu-scire a gestire le generalizzazioni delle teorie sulla patologia e le caratteristiche individuali di ogni paziente, il che, forse, è in effetti solo un’illusione. Si parte dalla storia, sempre. E sempre si dovrebbe tenere a mente che si tratta di una ed una sola storia.

Da diversi anni molti terapeuti genovesi incontrano bambini e adolescenti chiamati di seconda generazione, nati in Italia o arrivati dal proprio paese di origine grazie al ricongiungimento familiare. 
La storia del mio incontro con uno di essi è solo una piccola testimonianza di quello che può essere definito un mare di racconti di vite, partenze, crescite e difficoltà. In questa storia il punto centrale è stato la mancata fusione. In un primissimo stadio di sviluppo è fondamentale per il bambino sentirsi unito e fuso con la madre; questa intensa e profonda condizione di contatto psichico è assolutamente necessaria per lo sviluppo del sé. In seguito il poter essere da lei nutrito può permettere la crescita e al tempo stesso un climax di piacere istintivo e profondamente utile per le fasi successive (Abraham, 1916), così come lo sguardo di chi nutrendo dona anche la possibilità di una base sicura da cui iniziare il difficoltoso cammino della crescita (Bowlby, 1996). In questa storia però, tutto questo non accade.
La madre rinnega la figlia nata da una relazione che è finita, consegna la bambina ad un’amica e si allontana per cercare lavoro in Italia. 
Su questo precocissimo trauma si fonda la storia di questa paziente.
Il ricongiungimento avviene dopo qualche anno, ma non fa che perpetuare e arricchire la costruzione di un io debole con l’uso di difese primitive. La paziente viene vista come la riproduzione di un passato che non piace alla madre, di una vita che sente troppo lontana dalla sua.
Nella sua storia, essere una buona madre significa impartire un’educazione severa, attraverso le punizioni corporali. Si scontra con la cultura educativa differente della figlia, la quale non può che chiudersi, e di conseguenza viene esclusa dalla sua stessa famiglia, in quanto anche i fratelli riconoscono come corretta la modalità della madre. La carnagione più scura rispetto ai fratelli, il comportamento, l’idea che abbia una maledizione, tutto ciò conferma la giusta posizione della famiglia nei suoi confronti.
Nel momento in cui avviene l’incontro tra terapeuta e adolescente, si mescolano quindi le difficoltà culturali, i sintomi e le sfide di crescita tipiche dell’adolescenza.
La storia terapeutica inizia con il racconto dell’uso dei tagli sul proprio corpo, come definizione della frontiera del sé, in mancanza dell’handling materna (Winnicott, 1965), nell’uso del proprio corpo come oggetto transizionale e di rivolgimento contro il sé per potersi definire, nell’idea magica di essere un agente distruttore (Kraepelin, 1898, in Abraham, 1916), confermata anche da riti famigliari del passato, utilizzati per scacciarle il male. Santeria, rituali di passaggio adolescenziali, pensiero magico, cultura e definizione del sé si intrecciano per definire in maniera unica questa persona.
Continua poi, già in fase di cura, con la descrizione dell’uso della cavità orale per nutrirsi di oggetti cattivi, terra prima, cibi aspri, amari poi, in ricordo della vita nella primissima infanzia, costellata di maltrattamenti e incurie, in cui era obbligata ad assaporare la terra battuta dalla ciotola dalla quale era costretta a mangiare. Anche questa, in una formazione delirante depressiva, la aiuta a rappresentarsi come bestia che divora. Per Freud del resto, “chi perde l’oggetto d’amore lo riprende attraverso l’introiezione”.
Lei è spaventata, lei è spaventante. In una fase di crescita in cui viene a definirsi l’identità, passato e presente si mescolano e da entrambi si sente rifiutata.  
In etnopsicologia Sayad parla di doppia appartenenza/doppia assenza (Sayad, 2002) e lei sembra con la sua storia incarnare perfettamente questo concetto.
È ingabbiata in un limbo di non appartenenza, in cui si trova a decidere con i sensi, con la pelle, con tutti i precursori dell’Io, adesso, da adolescente, cosa le piace o no, che cosa è lei, e cosa non è, quali sono i suoi limiti, quale è il suo confine.
Il confine del proprio corpo e il confine della propria terra definiscono ogni parte di sé.
Sente che nessuna delle due terre le appartiene così come sente che nessuno dei suoi due genitori l’ha scelta e desiderata. Non appartiene a nulla, e in un primo momento sceglie di non vivere. Nella seduta questo si traduce in una assenza/presenza fatta di silenzi o di parole vuote, pronunciate senza emozione, come se stesse leggendo un libro stampato.
Sceglie il corpo come veicolo del proprio dolore, questo perché il sintomo è molto antico nella sua storia, in una fase in cui la parola non era ancora utilizzata come veicolo comunicativo.
Spesso il corpo viene utilizzato in prima battuta da molti pazienti stranieri per descrivere il proprio dolore psichico, spesso gli adolescenti scelgono il corpo attraverso acting che annullano il pensiero.
In ognuno di questi casi, anche se per ragioni diverse, la parola viene messa da parte, si decide per un diverso canale di comunicazione.
Come destreggiarsi quindi tra queste differenti comunicazioni? Come si riesce a districare il nodo delle differenti cause?
Rispetto a ciò, per poter trovare una risposta, viene usato talvolta il termine trauma e Devereux, a proposito di esso, cita la funzione dell’assorbimento del trauma stesso da parte delle difese culturali: “Nelle situazioni umane - ovvero culturali - lo stress sarà traumatizzante solo se è atipico o se, benché di natura tipica, è eccezionalmente intenso o prematuro. Uno stress è atipico se la cultura non dispone di nessuna difesa prestabilita, “prodotta in serie”, suscettibile di attenuare o ammortizzare lo choc (…). Uno stato di stress è traumatizzante quando sopraggiunge in modo prematuro, ovvero quando colpisce un individuo che non ha ancora accesso alle difese culturali appropriate” (Moro, 2013).
Seguendo questo pensiero non può che venire spontaneo pensare alla complessità del termine trauma e delle storie che ogni giorno vengono raccontate negli studi di psicoterapia.
Partendo dalla propria storia, ci si confronta con la storia di chi ci è di fronte e si inizia a co-costruire un significato comune. Questo processo è sempre comunque influenzato dalle diverse interazioni che ambo le parti in causa vivono nella società quotidianamente. Vivere la diversità come un punto di partenza che porta ad arricchire non è una sfida da poco. Ancorati alle poche certezze che si hanno, staccarsene per aprirsi allo sconosciuto è un lavoro indubbiamente faticoso.
Per fortuna stanno nascendo realtà in cui questa fatica viene messa alla prova. Partendo dall’esperienza francese, anche in Italia e anche nel territorio ligure sono state avviate collaborazioni tra diverse figure per poter coniugare il lavoro con pazienti stranieri: nel Sert della Asl 4, ad esempio, è stato avviato un gruppo di lavoro con formazione etnopsichiatrica/etnopsicologica condotta da psichiatri, psicologi, antropologi medici, assistenti sociali, mediatori culturali ed educatori.
Anche nel privato, però, esistono esempi di collaborazione tra terapeuti e mediatori culturali o famiglie affidatarie, tutori volontari o dipendenti di Onlus che si occupano di migranti.
Questo significa mettere in conto una nuova modalità di definire il setting terapeutico. Anche mentale e anche se nella stanza si troveranno solo terapeuta e paziente.
“L’identità, sia a livello personale che comunitario e sociale, si è formata storicamente e si rinnova quotidianamente nell’incontro, nel confronto, nella relazione con gli altri, i diversi, gli stranieri. L’identità infatti non è statica ma dinamica, in costante divenire, non è monolitica, ma plurale: è un tessuto costituito da molti fili e molti colori che si sono intrecciati, spezzati, riannodati a più riprese nel corso della storia” (Bianchi, 2008).
Affrontare lo sconosciuto, che è ciò che più spaventa e mette di fronte al sentimento di impotenza, è la più grande sfida che si ha di fronte e, in questo momento storico, sembra che la sfida ci stia cadendo addosso senza dare una reale possibilità di scelta. Sta ad ogni individuo capire senza buonismo o retorica come affrontarla, come affrontare se stessi e come affrontare la propria storia quando si scontra con la storia di un altro.
Per concludere, “Nessuno conosce realmente gli altri esseri umani. Il meglio che possa fare è supporre che siano come lui” (John Steinbeck).

Bibliofrafia

Abraham K., 1908-1923, Teoria e applicazioni della psicoanalisi, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.
Abraham K., 1916-25, Libido e carattere, Torino, Bollati Boringhieri, 2012.
Aime M., Senza sponda, Novara, Utet, 2015.
Alessi D., Bergamaschi L., Codignola F., Galli G., Longo A. I., Moroni A., Piccinini F., Viani A., Ragazzi non pensati, esperienze di cura con gli adolescenti: un contributo psicoanalitico, Milano, Mimesis Edizioni, 2016.
Alfonso D., Destefanis G., Evelli V., Manna E., Al di qua del mare. Migranti e accoglienza in Liguria, Genova, De Ferrari, 2014.
Bianchi E., Stranieri come noi, Trebaseleghe (PD), Aliberti, 2008.
Bowlby J., Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Milano, Cortina Raffaello, 1996.
Devereux, in Moro M. R., Bambini di qui venuti da altrove, saggio di transcultura, Milano, Franco Angeli, 2013.
Sayad A., La doppia assenza, dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Cortina Raffaello, 2002.
Winnicott D., 1965, Gioco e realtà, Roma, Armando, 2005.