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Il mediatore culturale nella psicoterapia individuale con il paziente straniero - Varchi n. 18

di Paolo Chiappero

Il triangolo no,
non l’avevo considerato,
d’accordo ci proveró,
la geometria non é un reato.
(Renato Zero, 1978)

Introduzione
Nella psicoterapia psicodinamica individuale dell’adulto è previsto un setting nel quale siano presenti unicamente i due protagonisti del processo analitico: terapeuta e paziente.
Come nella Metafisica aristotelica possiamo affermare: tertium non datur.

L’impraticabilità della presenza di un terzo non è dovuta solo al fatto inequivocabile che il destinatario dell’intervento, il “paziente designato”, sia il singolo dal quale proviene la richiesta di aiuto psicoterapico, ma anche dalla necessità di lasciare spazio, in virtù dei fenomeni di transfert e controtransfert, ad altri e molteplici “terzi”.
Le proiezioni transferali del paziente, le sue identificazioni proiettive e altre forme di resistenza di tipo interpersonale, creano un sovrapporsi di diversi livelli di significato nella stessa relazione interpersonale, dove il terapeuta può rivestire, con lo stesso paziente e persino nella medesima seduta, vari ruoli o “personaggi sulla scena”.
Lo stesso vale in senso inverso: le moderne teorizzazioni sul controtransfert, soprattutto dopo gli anni ’50 e le teorizzazioni della psicoanalista inglese Paula Heimann, hanno prodotto una visione della controtraslazione dell’analista che permette, nel suo essere “il modo più dinamico con cui ci giunge la voce del paziente” (Heimann, 1950), di attribuire al paziente differenti ruoli/personaggi, connettendosi così con diversi oggetti interni del paziente e/o diverse parti del Sé.
Inoltre, all’interno di ciò che ormai genericamente è denominato controtransfert, esiste una componente (per la quale sarebbe preferibile il termine di “transfert del terapeuta”) che assegna al paziente ruoli affettivi ed emozioni che si attagliano molto più alla biografia del terapeuta che alla realtà psichica dell’analizzato. Quanti personaggi sulla scena, dunque! La situazione psicoanalitica (Bleger, 1966) si trasforma ben presto in un setting potenzialmente molto “affollato”.
La non presenza fisica e reale di altri, oltre alla coppia analitica al lavoro, permette l’entrata in scena d’infiniti personaggi e quindi l’operare di quel “come se” che è da sempre la conditio sine qua non del trattamento orientato in senso psicodinamico. In altre parole: tanti personaggi in cerca di autore, nella misura in cui sarà il processo analitico, sperabilmente, a individuarli, assegnar loro un nome, un’identità e trasformarli in oggetti di cura e per la cura.
Nonostante la locuzione di Aristotele citata all’inizio del presente scritto esistono anche, come vedremo nel prossimo paragrafo, terzi in carne ed ossa nella psicoterapia psicoanalitica. Non solo. Può anche essere presente un “terzo” inteso in senso metaforico. Si tratta del fenomeno concettualizzato dallo psicoanalista statunitense Thomas Ogden (1997).
Analista e paziente creerebbero un terzo soggetto inconscio, che non è una sommatoria dei due ma un “terzo” vero e proprio, in funzione del loro legame intersoggettivo. Potremmo dire che questo terzo è la relazione stessa, con tutte le sue implicazioni consce e inconsce e gli affetti e le cognizioni che sono presenti nel campo analitico. Questo fenomeno e la sua esistenza dimostrano, tra le altre cose, l’irripetibilità e l’unicità di ogni esperienza psicoanalitica.

Non c’è due senza tre: alla ricerca di un equilibrio tra necessità e virtù

Non tutti i setting vengono per nuocere. (Anonimo)

Ci sono circostanze in cui in psicoterapia la presenza fisica nella stanza di più persone, oltre al paziente, è un dato di fatto accettato e quindi costituente il setting analitico. Distinguiamo tra due “pratiche”: la psicoterapia psicoanalitica con minori (soprattutto bambini e preadolescenti) e quella della terapia di coppia.
Nel caso di minori, sono molteplici le ragioni per cui “accettiamo” la presenza nella stanza dei genitori o di altre figure familiari. Qui stiamo pensando al setting più comune dove, parallelamente alla psicoterapia con il bambino o il ragazzino, vediamo a intervalli più o meno regolari anche gli adulti. Si tratta di una compresenza “virtuale” il più delle volte: i genitori occupano lo spazio terapeutico del bambino e il dialogo tra terapeuta e adulti verte sul bambino. Non c’è in genere una compresenza, ma si tratta ugualmente dell’introduzione di un terzo in psicoterapia perché oltre agli aspetti “estrinseci” del setting (Gill, 1984), relativi al fatto che i genitori incontrano lo stesso terapeuta del bambino e occupano la stessa stanza, sono i temi che vengono discussi a connotarli come “terzi inclusi”: si parla del paziente con loro. In realtà le situazioni terapeutiche possibili sono molteplici e nelle ultime decadi si sono sperimentate più possibilità d’intervento, con combinazioni diverse a proposito della domanda: “Chi entra nella stanza e perché?”.
Pensiamo soltanto alla “consultazione” e alla “consultazione terapeutica” in cui abbiamo un alternarsi, secondo ciò che ritiene pragmaticamente utile il terapeuta infantile, dell’incontro con i genitori, che si alternano a quelli con il minore, ma possono implicare anche l’osservazione del bambino con ambedue i genitori, oppure con uno solo (un caso ancora diverso è la psicoterapia madre-bambino nella fascia d’età 0-3 anni, vedi ad esempio Palacio Espasa, 1993).
Le combinazioni sono infinite e, più che con i pazienti adulti, dimostrano l’importanza di un approccio flessibile che permetta davvero che la psicoterapia sia un processo mezzi-scopi e a focus variabile, come ritengono studiosi del processo psicoterapeutico come H. Thoma e H. Kachele (1985). Flessibilità resa ancora più rilevante se si tratta del lavoro con gli adolescenti, e su cui, più che per altre fasce d’età, il coinvolgimento o meno dei familiari è molto dibattuto (vedi Novick & Novick, 2009).
Il materiale che emerge, nel lavoro con quei “terzi” che sono i genitori, è sia di supporto alla terapia con il loro figlio (informazioni, confrontazioni, ecc…) sia esso stesso terapeutico nella misura in cui aiuta a modificare alcune dinamiche e conflitti familiari, non ultimo il “conflitto di genitorialità” stesso, che è una problematica dei genitori (Knauer, 2017.)
Un’altra funzione del “terzo” nella psicoterapia psicoanalitica con minori è quella di permettere… di essere in due. Soltanto con una solida alleanza terapeutica con i genitori possiamo intraprendere, mantenere e terminare la relazione terapeutica con i nostri più o meno piccoli pazienti. In questo caso, il paziente è “ostaggio” degli adulti. Sono loro che determinano se permettergli di iniziare e continuare il lavoro con noi. Un’implicazione questa che crea notevoli ostacoli, in alcune psicoterapie infantili, soprattutto di natura controtransferale nei terapeuti. Quanti colleghi e colleghe ho sentito affermare, riferendosi ai genitori dei loro pazienti: “E se me lo portano via?”. Ma chi è che porta via i bambini (riecheggiando il titolo di un bel libro sul ruolo dell’assistente sociale)? Anche noi, con il nostro lavoro analitico, li portiamo un po’ via ai loro genitori…
Ancora differente è il caso della terapia di coppia: qui siamo inevitabilmente, necessariamente e in modo continuativo in tre. In questo caso, diversamente dai precedenti, il tre è davvero la cifra perfetta.
Il paziente è la coppia. Ma il lavoro terapeutico non è riducibile al “lavoro con due persone” nella stanza d’analisi. In realtà nella psicoterapia psicoanalitica di coppia si ritiene che il paziente sia la relazione di coppia. La relazione è dotata di una mente propria, afferma Ringstrom (2014) nel suo bel libro sull’argomento. In questo senso, dal punto di vista per lo meno degli obiettivi terapeutici, è come ritornare al numero due. Un terapeuta, da un lato, e una relazione di coppia dall’altro. È la relazione che dobbiamo comprendere, interpretare, interrogare. In caso contrario si tratterebbe di una psicoterapia individuale che interessa alternativamente i due partner, per quanto con obiettivi mirati al rapporto di coppia.

Interprete o facilitatore? Traduttore o traditore? Il ruolo del terzo nella psicoterapia psicoanalitica interculturale

Una parola è morta quando viene detta, dicono alcuni.
Io dico che comincia a vivere soltanto allora.
(E. Dickinson)

L’esperienza che esporrò concerne un’ulteriore circostanza che vede la presenza di un “terzo” nella stanza di analisi. Senza di esso/a non sarebbe possibile il dialogo tra le due persone coinvolte nella relazione terapeutica: analista e paziente. Si tratta dell’interprete o mediatore culturale.
Nei paesi anglosassoni, ma non solo, si usa spesso la dicitura di “interpreter”. Termine che, anche nella nostra lingua, semplifica il ruolo, riducendolo a un significante che allude chiaramente agli elementi linguistico-verbali. L’interprete come traduttore, quindi. In etnopsichiatria, invece (seguendo il lavoro di Devereux, vedi a es. 1970), s’intende il mediatore culturale come un dispositivo con aspetti più complessi e potenzialità anche cliniche sovente misconosciute.
Inoltre, anche rimanendo su un piano strettamente linguistico, è necessaria soprattutto nella clinica una competenza sofisticata per cogliere a pieno i vari livelli di significato, che non appartengono solo alla lingua come idioma, ma alla cultura di appartenenza del soggetto (per cui, ad esempio, la lingua araba non è la stessa se parlata da individui di nazioni/culture diverse, perché differenti sono gli immaginari collettivi, i modi dire e il registro simbolico).
Questa figura professionale è implicito che sia presente, com’è sottinteso che lo sia il terzo nella terapia di coppia, ma a differenza di questa (la coppia), il mediatore non è oggetto di cura. D’altro canto è un facilitatore del processo terapeutico, come si potrebbe dire dei genitori nella psicoterapia del bambino, ma a differenza di essi è presente nelle sedute continuativamente.
In questo setting così differente da quello tradizionale si ascolta un’altra voce, quella del mediatore, che non rappresenta soltanto una trasposizione della parola del paziente. Anche tralasciando per un attimo l’annosa questione della traduzione/tradimento, è la comunicazione nella sua globalità che diventa più complessa e di più difficile interpretazione, vicendevolmente. È come ascoltare contemporaneamente due melodie diverse che si alternano alle nostre orecchie: questa è la prima immagine che ho avuto nell’ascoltare alternativamente le due voci nell’esperienza clinica che segue. Un alternarsi di differenti interpretazioni del significato che si vuole esprimere: diverse le voci, diverse le tonalità, il ritmo, la loro frequenza. Diversi i gesti, le espressioni facciali, la postura, l’enfasi che segue alle comunicazioni. E i primi due interrogativi sono stati: Ma dicono la stessa cosa? Perché anche se fosse così letteralmente, è l’espressività del non verbale e del paraverbale che “colora” ai miei occhi e alle mie orecchie le loro comunicazioni. E le mie parole andranno “a segno”? Chi mi garantisce che ciò che esprimo arrivi al mio principale interlocutore (nel senso di destinatario ufficiale) non tradendo i miei significati, le mie intenzioni, i miei obiettivi? Abbiamo una comunicazione a due velocità, oltre che tri-univoca. L’espressività non verbale e paraverbale del terapeuta verso il paziente si arricchisce della verbalità aggiunta dal medium che è l’operatore culturale, e viceversa. I significati arrivano in due tempi: prima il non verbale (che sappiamo quanto incide nell’efficacia della comunicazione) e poi il verbale. Ma il medium/mediatore culturale davvero arricchisce sempre? Completa? Permette la comprensione? Oppure può tradire, aggiungere e togliere, dare enfasi maggiore o minore alla comunicazione e ai suoi contenuti. “Il medium è il messaggio” diceva McLuhan, sicuramente non alludeva alla psicoterapia interculturale, ma la frase del sociologo canadese si attaglia benissimo alla mia esperienza clinica.
Chi scrive ritiene che si tratti di accettare questa complessità, che è tanto sul versante cognitivo, culturale e linguistico, quanto dell’emotività espressa e dei movimenti transferali e controtransferali, in una circolarità della comunicazione a tre senza soluzione di continuità. Ho capito ben presto che il mio “aiutante sul campo” non poteva essere relegato solo al ruolo di utensile atto al facilitarmi il lavoro clinico. Dovevo percepirlo, prima ancora che concettualizzarlo, con lo status di soggetto. Non dipendente da me e dal mio paziente (se non nello scegliere quali argomenti trattare), ma attivo nel possedere le nostre parole e i nostri tentativi di costruire significati e dare senso. Le parole del terapeuta e del paziente sono prigioniere del mediatore che può trasformarle da semilavorato in prodotto finale, da “parole in libertà” per chi non conosce la lingua del paziente, a parole comprensibili, da non verbalità qualche volta inquietante, ma sempre fonte di curiosità (come lo è la comunicazione non verbale quando non è accompagnata dalla parola) a segni cui, quasi magicamente, poter dare una coerenza e comprensibilità in modo quasi “magico”.
A volte l’impressione è che sia detto (tradotto) di meno, in altre occasioni il contrario. Il significato è continuamente mediato e rinegoziato in un lavoro a tre, ad esempio quando qualcosa non è chiaro a me, o agli altri due partecipanti. Il mio ascolto si dispiega come una sintesi delle due comunicazioni.
I momenti in cui espongo in altre parole ciò che il mediatore non ha compreso, o quelli in cui avviene il contrario ed è quest’ultimo che chiede al paziente di spiegarsi meglio, sono solo occasioni di regolazione della comunicazione? Sono una mera manutenzione degli scambi verbali perché siano adeguati e comprensibili? Quindi, soltanto delle semplici parentesi, in attesa che si ritorni al lavoro vero e proprio (cioè la comunicazione, per quanto mediata, tra terapeuta e paziente)? O si tratta, come credo, di un unico processo terapeutico, senza soluzione di continuità, in cui tutto è terapia? Anche il mio attendere che “arrivino” i significati in differita, dopo aver già percepito i gesti e le espressioni, così come avviene per il mio paziente, sono “momenti d’incontro” (Stern, 2004) di estrema importanza soprattutto sul piano transferale e controtransferale.
E a proposito del controtransfert, non tralasciamo le sue variabili culturali. Unitamente ad un’alleanza di lavoro complessa poiché triadica, esistono rappresentazioni e affetti che possiamo rubricare nel termine di controtransfert culturale.
In etnopsichiatria i terapeuti dovrebbero riuscire, nella loro esposizione a situazioni alloculturali, a sostenersi attraverso la competenza di sé in merito ai propri attaccamenti e determinanti culturali, e al ruolo che essi possono “giocare” nel setting con il paziente straniero. Il pensiero e le credenze del paziente possono mettere in crisi l’identità culturale del terapeuta. La consapevolezza e gestione del nostro controtransfert produce una presa di coscienza anche delle nostre radici e specificità culturali. Terapeuta e paziente sono anche due soggetti culturali, le cui rispettive culture di appartenenza vengono, anche implicitamente, continuamente interrogate durante lo scambio analitico.
Nella situazione clinica che seguirà, tratterò soprattutto degli aspetti transferali, controtransferali, dell’alleanza terapeutica e della complessità interpretativa del materiale e della relazione a sua volta proporzionale alla presenza di più soggetti nella stanza d’analisi, che rivestono ruoli differenti, per quanto complementari.

Esperienza clinica: i due dottori e il “terzo”

Una parola gentile scalda un uomo per tre inverni.
(Proverbio Curdo)

Il cammino per accostarsi alla meta fu di una lentezza estrema.
Passarono mesi, prima che fosse possibile anche solo attaccare
seriamente il discorso e giungere ad una discussione sostanziale.
(H. Hesse “Narciso e Boccadoro”)

Una sera del maggio dello scorso anno sono contattato telefonicamente da un uomo, che chiameremo Jalal, che mi comunica essere un cittadino italiano nato nel Kurdistan iracheno e che vorrebbe inviarmi un paziente: “Il dottor Alì”. Il mio interlocutore aggiunge che il suo connazionale non parla italiano e che sarà necessaria, se io accetterò, la sua presenza “in qualità d’interprete”.
In passato le mie esperienze con utenti/pazienti che hanno visto la presenza di un interprete/mediatore culturale sono state molteplici, ma molto più brevi della presente che dura da ormai nove mesi, e può definirsi a tutti gli effetti una psicoterapia psicoanalitica a frequenza monosettimanale. A essa si è affiancata un’altra esperienza (anch’essa in corso) con un profugo siriano, iniziata tre mesi or sono.
Nell’ATS (Ambito Territoriale Sociale) in cui ho lavorato per più di quindici anni avevo avuto esperienze con mediatori culturali (provenienti da varie nazioni) per colloqui sporadici che non presupponevano un obiettivo psicoterapeutico. Nel mio studio privato, invece, l’esperienza era ridotta a tre casi di pazienti stranieri: interventi brevi e di sostegno alla genitorialità che, pur con la presenza di un “interprete”, non si potevano definire come e vere e proprie prese in carico di psicoterapia psicoanalitica a lungo termine.
Con “timore e tremore” mi accingo così a ricevere (accogliere?) i miei ospiti stranieri. “L’enfer, c’est les autres”, mi viene da pensare, rammentando Jean Paul Sartre. Il “dotto Ali”, come viene chiamato con deferenza il mio paziente, si presenta sofferente di Attacchi di Panico. Sporadici ma violentissimi, non hanno ancora acquisito lo status di vero e proprio Disturbo di Panico (secondo la nomenclatura dei DSM). Il che permette al paziente una buona autonomia nei suoi spostamenti, poche e rare condotte evitanti, ma alcuni segnali di ansia anticipatoria (soprattutto quando deve recarsi in luoghi affollati).
Si tratterebbe di una semplice comunicazione sulla sintomatologia del “dottor Alì”, se non fosse che queste preziose informazioni mi sono fornite dal Signor Jalal. Con chi mi rapporto, chi ascolto e interpreto, a chi rispondo? Col “dottore” o con il “signore”? Il “dottore” rappresenta inequivocabilmente ai miei occhi (e alle mie orecchie) il mistero, il celato, l’irragiungibile, quanto il “signore” è chiaro, esplicito e diretto, con il suo ottimo italiano parlato. Una sorta di Dott. Jekill e Mr. Hide, come nel romanzo di Robert L. Stevenson.
Già il fatto che le mie fantasie ricorrano a uno dei primi esempi di letteratura “noir” dell’800, per non parlare dell’attribuzione dei ruoli, la dice lunga sul mio iniziale controtransfert.
Ma Jalal è amico o nemico? Salvatore, quando non capisco nella maniera più assoluta le informazioni, spesso enfatiche, di Alì. Demone, quando non trovo correlazioni così chiare tra ciò che con il linguaggio corporeo e paraverbale Jalal esprime rivolgendosi a me, e la calma serafica o l’estrema sintesi che colgo nel parlare in italiano del “signore”.
Decido così di intervenire nel qui ed ora sulla comunicazione a tre: chiedo ad esempio a Jalal se è d’accordo con ciò che dice il suo connazionale. Non lo faccio sempre, ma me ne riservo la possibilità quando qualcosa, spesso intuitivamente, non mi è del tutto chiaro. Si tratta d’interventi la cui importanza si rivelerà maggiore di quanto, intuitivamente, pensassi. Avviene, infatti, che alcune volte il mio paziente (“ufficiale”) integri o corregga ciò che ha detto Jalal. È anche così che costruiamo un’alleanza terapeutica.
Alì mi dirà, in una seduta prima delle vacanze natalizie, che senza le mie richieste di chiarimento non avrebbe avuto il pudore (usa in curdo proprio questa parola) di dire all’interprete che non era del tutta corretta la sua traduzione. Questo ci porta anche a trattare il tema della dipendenza. Dapprima partendo dal dipendere dal mediatore culturale, per poi approfondire le fantasie di dipendenza da me. Io non sono solamente il suo terapeuta, ma un professionista che parla un’altra lingua e dovrebbe produrre cambiamenti in lui attraverso parole che lui non conosce e capisce. Magia? Manipolazione? O “semplice” efficacia di una relazione terapeutica che supera anche i confini linguistici, creando un’accoglienza che diventa cura e una cura fatta anche di accoglienza? Oggi la sensazione preminente in Alì è quest’ultima, ma il giungere a questa meta non è stato semplice, anche per le resistenze del paziente dovute anche al suo ruolo nel Kurdistan iracheno. Il “dottore” era docente universitario e funzionario di uno dei due maggiori partiti politici della sua nazione, quindi abituato a ruoli di leadership. Il tema della vergogna, legato sia al suo status di richiedente asilo in generale, e cura in particolare, si manifestava nel “qui ed ora” sia nei miei confronti sia in quelli di Jalal. Al contempo con la presenza di sentimenti ambivalenti dovuti alla sua percezione, e apprezzamento sincero, che ambedue avevamo a cuore il suo benessere emotivo. Vergogna, rabbia, gratitudine, sentirsi ascoltato… quante emozioni contrastanti in quest’uomo!
In una seduta di metà novembre 2017 il paziente parlerà delle sue fantasie di avere due genitori nel setting. Questo ingresso di nuove figure sulla scena transferale (e controtransferale) permette di accettare l’ambivalenza, nella misura in cui “a volte i genitori li ami, a volte li odi, ma prevale l’amore” (così dice Alì, o traduce Jamal, ma a questo punto è lo stesso…). In questa situazione triadica, che diventa sempre più un’esperienza collettiva per tutti e tre i partecipanti, c’è posto anche per una maggiore caratterizzazione del transfert. Al sottoscritto per un lungo periodo viene attribuito il ruolo del padre. Come sappiamo il padre, in qualità di terzo, ha la funzione di “rompere” la diade pre-edipica e introdurre la “legge” (la Legge del padre, secondo lo psicoanalista francese Lacan). E la legge, oltre al mio ruolo di terapeuta, è legata anche alle regole del setting (poste da me) e non ultimo alla lingua. Nel mio studio si deve parlare la lingua del padre e della realtà, non quella materna che autorizzerebbe un dialogo esclusivo madre-figlio che esclude il padre.
Jalal è quindi la madre. Ma di quale madre si tratta? Quella che permette, a fronte di un legame sicuro e “sufficientemente buono” con il proprio partner, di favorire l’accesso alla figura paterna o quella che con le sue traduzioni/tradimenti, tiene il padre fuori dalla relazione e quindi non permette l’evoluzione (nel caso specifico: la cura) del figlio-paziente?
Parliamo a lungo di questo, fino a quando, in una seduta molto coinvolgente emotivamente, Alì dirà che sua madre lo teneva distante dal padre, anche fisicamente. Lo voleva tutto per sé, unico figlio maschio con cinque sorelle più grandi di lui. In quell’occasione, memore delle interpretazioni sulla relazione triadica fatte nelle sedute precedenti, Jalal sembra offendersi.
Pur non essendo richiesto in questo caso un suo intervento di commento ad alcune mie considerazioni, l’interprete afferma: “Ma io voglio solo tradurre ciò che dice il mio amico Alì” (è la prima volta che lo chiama “amico” e non “dottore”). E aggiunge: “Io sono cresciuto solo con mia madre, so cosa vuol dire avere solo lei e stare soltanto con lei. Mio padre è stato ucciso quando io avevo otto anni... per ragioni politiche”.
Chi è il paziente in questo momento? Alì, il paziente “ufficiale”, o Jalal, che a questo punto, dopo essere passato da semplice interprete a co-costruttore della relazione terapeutica, s’ingaggia nel processo terapeutico con un’implicita richiesta di aiuto?
Io accolgo le esternazioni di Jalal e le metabolizzo e restituisco come materiale per continuare a esplorare i vissuti di Alì. Mi sento in precario equilibrio tra mantenere il focus su Alì e ascoltare con responsività empatica anche ciò che, con sofferenza, ci comunica Jalal. Cerco di “usare” quest’ultimo come facilitatore, attraverso la sua biografia personale, che può diventare un ulteriore input per le riflessioni di Alì.
Il “dottore” non è disturbato da questo porsi in primo piano dell’amico e mediatore culturale. Non si sente spodestato nel suo ruolo di paziente. L’alleanza triadica che si è costituita è ciò che permette che alla complessità del processo terapeutico non corrisponda una confusione strutturale: del setting e dei ruoli.
Ci saranno altri momenti in cui Jalal “dirà la sua”. Inutile negare o reprimere le sue esternazioni (peraltro episodiche); molto meglio accettare il dato di fatto e trasformarlo in qualcosa di analizzabile, per il paziente Alì. Seguendo la regola aurea della tecnica psicoanalitica, ovverossia che “si lavora con quello che c’è”, evito una scotomizzazione di questi contenuti. In caso contrario avremmo una scissione anche del mio controtransfert, che è necessariamente indirizzato sia ad Alì, sia a Jalal e, ultimo ma non meno importante, alla coppia che siede di fronte a me. Quest’ultimo punto vale la pena di essere rilevato perché porta il terapeuta a un assetto cognitivo-emotivo per certi versi simile a quello della terapia di coppia. Anche in quel caso c’è un transfert di coppia e un controtransfert verso la coppia, da parte dell’analista. Nella situazione clinica che descrivo, la differenza è tra mezzi e scopi: l’aspetto triadico della relazione deve essere veicolato come una risorsa euristica (Peterfreund, 1983), per comprendere meglio il mio paziente Alì.
La nostra terapia prosegue (siamo a febbraio 2018). A volte i personaggi sulla scena hanno ruoli e funzioni ben chiare e distinte, in altri momenti sembrano tutti (me compreso) personaggi in cerca di autore. Soltanto gli aspetti strutturali che fanno da cornice al processo terapeutico, insieme alla continua distinzione tra mezzi e scopi, possono farci navigare in questa complessità. Per goderne, pur coscienti delle inevitabili problematicità, anche la ricchezza delle interazioni, dei vissuti individuali e di ciò che, nonostante l’affollamento dei protagonisti nella stanza, è possibile capire. “Fai ciò che puoi, accada ciò che deve”, dicevano i sofisti. Mi è capitato di affermarlo rivolgendomi ad Alì e il mediatore culturale, dopo aver tradotto le mie parole, ha aggiunto: “Giusta frase dottore, vero che è giusta Alì?”.
Caro e insostituibile Jalal!

Bibliografia

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