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La percezione dell’altro dialogo con Luigi Zoja - Varchi n. 18

di Monica Marinelli

Luigi Zoja  ha lavorato in clinica a Zurigo, a Milano, a New York e ora nuovamente a Milano come psicoanalista.
Dal 1984 al 1993 è stato presidente del CIPA, Centro Italiano di Psicologia Analitica e dal 1998 al 2001 ha presieduto la International Association for Analytical Psychology (IAAP).

Ultimi testi in italiano: Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri, Torino 2011; (con S. Argentieri, S. Bolognini, A. Di Ciaccia) In difesa della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2013; Utopie minimaliste, Chiarelettere, Milano 2013 (Premio Rhegium Julii); (con Leonardo Boff) Tra eresia e verità, Chiarelettere, Milano 2014; Psiche, Bollati Boringhieri, Torino 2015; Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Nuova edizione rivista, aggiornata e ampliata, Torino, Bollati Boringhieri, 2016; Centauri. Alle radici della violenza maschile, Nuova edizione rivista, aggiornata e ampliata, Torino, Bollati Boringhieri, 2016. Nella mente di un terrorista. Conversazione con Omar Bellicini, Einaudi, Torino 2017.
Presente a Genova con un suo intervento al Festival della Criminologia (13 gennaio 2018, Palazzo Ducale) ha gentilmente accettato di dialogare con la sottoscritta sorseggiando un the caldo al limone al sole di piazza Matteotti.

Rispetto alla percezione dell’altro/straniero, in alcuni suoi testi fa riferimento al concetto di “Pseudospeciazione” di E.H. Erikson: una sorta di atteggiamento paranoico, di eccesso di distanziamento e diffidenza in cui tutto un gruppo cade in condizioni limite.
Cosa può dirci in proposito?
La pseudospeciazione, concetto a mio avviso molto importante, ripreso solo da Irenäus Eibl-Eibesfeldt nei suoi testi sull’etologia umana, fa riferimento proprio all’istinto di diffidare dell’altro.
A tale proposito, se devo essere sincero, posso dire che non vorrei essere uno straniero e non vorrei essere neanche uno dei miei figli, perché la loro generazione è destinata a vivere in un mondo sempre più influenzato da questa diffidenza di fondo verso l’altro.
Tale percezione appare influenzata da diversi fattori, di ordine sociale culturale e psicologico.
Una delle più grandi conquiste del XX secolo, la diffusione dell’informazione, per esempio, pur avendo portato ad un miglioramento dei livelli di democrazia, ha permesso la diffusione dell’informazione cattiva assieme a quella buona, per cui oggi assistiamo ad un proliferare di post verità o verità alternative.
I mass media inoltre funzionano come degli “amplificatori della paranoia”: un evento lontano e relativamente insignificante può divenire fonte di ansia poiché i mezzi di informazione possono renderlo “vicino”, “in tempo reale”. Questo produce violenza laddove in altri tempi non ce ne sarebbe stata: per esempio la sola notizia di una violenza lontana è sufficiente a provocare il riarmo.
Un altro fattore che può spiegare l’atteggiamento paranoico rispetto alla percezione dell’altro è il concetto asimmetria del male per cui il male disporrebbe di un vantaggio, di una forza asimmetrica rispetto al bene. Gli impulsi alla pace non sono accompagnati da forti emozioni, mentre gli impulsi distruttivi sono inebrianti, soprattutto all’interno di una folla che diluisce la responsabilità e rinforza le emozioni. Quando accade un evento violento si assiste ad una sorta di epidemia psichica molto rapida.
All’interno dei seminari sulla paranoia collettiva, quando chiedo alle persone presenti se pensano di sapere cosa avvenga nei prodromi di un linciaggio, tutti mi rispondono in modo affermativo: ciò accade non perché quelle persone abbiano vissuto tali esperienze ma perché il contagio del “massacriamo i cattivi” è qualcosa che sentiamo istintivamente, appartiene alla nostra parte più animale, disgiunto dalla razionalità. Infatti, se nel corso di un assalto potessimo interrompere l’azione e scattare una sorta di “fermo immagine”, nessuno dei partecipanti saprebbe dire chi sta aggredendo e per quale motivo: il contagio psichico nelle situazioni limite è molto forte.
A questo fenomeno occorre aggiungere poi l’effetto moltiplicatore permesso dai politici disonesti che cavalcano l’onda dell’odio, facendo aumentare quindi la percezione del diverso come pericoloso e sfruttando un istinto, una pulsione animale presente in ognuno di noi. Come il processo psicologico della pseudospeciazione ci insegna, l’eccesso di diffidenza e di distanziamento determina una epidemia psichica che porta poi intere popolazioni a diventare razziste: se l’altro è troppo diverso lo si allontana e poi se non basta lo si elimina.
Le culture umane, sviluppando particolarità e lingue che le rendono uniche, sentono spesso per gli altri popoli quella estraneità che gli animali sentono per le altre specie. Quando le differenze (di lingua, abbigliamento e così via) sono troppo acute e la mente del soggetto che le sperimenta è relativamente semplice e impreparata, l’istinto può portare a percepire l’altro come non appartenente alla specie umana. Questo fenomeno culturale rompe l’istinto sociale e ci rende molto più distruttivi, facendo cadere l’inibizione ad uccidere, poiché uccidere il bestiame, quindi un’altra specie, è un atto ammesso e non provoca troppi sensi di colpa. Quando si decostruisce l’aspetto maschile civile, quello del padre, si costruisce una pseudo-speciazione che separa maschile da femminile.
Tra migliaia di persone che si radunano in una piazza è raro possa esservi empatia e solidarietà, mentre questo meccanismo animale per cui si agisce aggressivamente all’unisono è potenzialmente sempre presente e più forte. Come si diceva prima, l’impulso distruttivo si comunica in un attimo mentre la solidarietà diventa un discorso più astratto e culturale, che richiede un dibattito e non un’emozione istantanea immediata.

René Girard, antropologo e filosofo francese, all’interno della sua opera La violenza e il sacro, del 1972, parla di “violenza mimetica”, ossia della ricerca di un capro espiatorio su cui riversare i nostri istinti vendicativi, una sorta di fame di nemici; può dirci in che modo tale fenomeno si relaziona con gli attentati terroristici che continuano a colpire l’Europa?
Tale relazione a mio avviso è forte e ben visibile. Oggi, dai dibattiti a cui ho assistito sulla criminologia, sembra che tutti vogliano vedere il crimine e poi la sua semplificazione (un po’ come nei film o nelle serie poliziesche): come dire, esiste un forte desiderio di ricerca e ritrovamento del nemico/criminale.
Malgrado sia in aumento ed abbia ucciso sempre di più, ad oggi il terrorismo in Italia non ha ancora fatto stragi (dovremmo essere a 0 come numero di vittime nel 2017) e la percentuale dei musulmani fanatici e pericolosi è infinitamente più bassa della percentuale dei musulmani che vivono, girano e lavorano nel nostro Paese. Nonostante ciò è sentito come un tema caldo che riaccende il dibattito sulla sicurezza e sulla paura e di cui è necessario occuparsi.
Probabilmente è anche vero, in un certo senso, che questo tipo di preoccupazione ha permesso di adottare un alto livello di controllo che garantisce ancora di più la protezione del nostro Paese.
Siamo portati a chiederci e a ricercare il motivo per cui le cose vadano male e ciò conduce ad una certa ricerca del capro espiatorio, dimenticando però che il terrorismo non può essere l’unica risposta a tale domanda.
Sono in aumento i reati per terrorismo ma sono in aumento anche il numero dei morti per la cattiva qualità dell’aria che, dagli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono più di sei milioni e mezzo nel mondo e sembra stiano arrivando a mezzo milione in Europa. Pensate inoltre che si calcola (secondo dati elaborati dalla Nasa) che solo la corrente di El Niño metterà in pericolo la vita di 60 milioni di persone.
La paura per la nostra vita individuale sembra essere più presente e forte, probabilmente perché, a proposito del terrorismo, possiamo attribuire la colpa ad un nemico malvagio, mentre per la degenerazione del pianeta ognuno dovrebbe attribuire una parte di responsabilità a se stesso.
Nei Paesi del Nord Europa la sensibilizzazione verso i problemi dell’inquinamento e del surriscaldamento globale è più forte poiché la qualità dell’informazione pubblica porta a dibattere anche su questi temi, mentre in Italia i mezzi di comunicazione tendono a mettere in primo piano il crimine.
Anni fa il gruppo di intellettuali, di cui anche io facevo parte, affidò il compito di dibattere la paura dal punto di vista politico a Ilvo Diamanti (giornalista di Repubblica). La sua ricerca ci portò a conoscenza del fatto che, nonostante in Germania ed in Italia il numero di grossi crimini non fosse molto diverso, in Italia era diffusa la convinzione che ve ne fossero molti di più. Ciò accadeva poiché, nel nostro paese, ogni telegiornale, sia pubblico che privato, conteneva una media di almeno due crimini al giorno, mentre in Germania si arrivava a tale cifra a malapena in una settimana, producendo quindi una diversa percezione del fenomeno sull’opinione pubblica.
Si creava così (ed ancora oggi la situazione appare invariata) una discrepanza molto forte tra il fenomeno reale e la sua percezione psicologica. Questo per dire quanto siamo influenzati dalla cattiva qualità dei media e quanto anche essi siano interessati alla ricerca di un capro espiatorio.
Come l’antropologia ci ricorda, nelle società primitive l’espulsione del capro, considerato per i suoi attributi molto vicino al demonio, equivaleva all’espulsione del male.
Hitler utilizzò proprio questo fenomeno affermando che gli ebrei fossero la causa dei mali del mondo e fece di tale supposizione un programma politico. Il suo stile di pensiero privo di dimensione morale, ma con una preoccupante contagiosità sociale, raggiunse un’intensità esplosiva quando fuoriuscì dalla patologia individuale e infettò la massa, imprimendo il proprio marchio sulla storia.
La paranoia in questo caso equivale alla ricerca di un capro espiatorio e alla proiezione del negativo su un soggetto “altro”, attivando così movimenti populisti e sciovinisti.
È la spia di una ipersemplificazione della realtà che non ammette autoanalisi, che non contempla la possibilità di riflettere su se stessi e sui propri comportamenti. Da questo punto di vista la paranoia è antipsicologia assoluta. Un paranoico populista non si metterà mai in gioco perché ha risposte certe e a portata di mano per tutto e per tutti.

A proposito dell’onda anomala di migrazioni che il Medio-Oriente ha scaricato sull’Europa dal 2015 e che ancora oggi continua, lei più volte ha sottolineato la necessità di volgere lo sguardo ai precedenti storici, facendo soprattutto riferimento al fenomeno migratorio che investì l’America dopo la sua scoperta e che diede poi origine a due realtà molto diverse tra loro. Cosa può dirci in proposito?
Lo studio dei precedenti storici è importante per capire quali spinte agitino, in simili casi, le masse e a quali conseguenze possano portare; a tal proposito ciò che avvenne nelle due Americhe è un caso emblematico a cui è necessario guardare.
Mentre nell’America settentrionale, divenuta oggi il prototipo della ricchezza e della modernità, gli immigrati giungevano dal mondo anglosassone ed erano per lo più costituiti da famiglie, in quella più a Sud, per tutto il primo secolo e la maggioranza del secondo, arrivarono solo bande di uomini provenienti dalla Spagna e dal Portogallo (i conquistadores).
Questo fatto storico e statistico dovrebbe far riflettere sui fenomeni che possono scaturire quando si ritrovano insieme milioni di maschi senza donne. Con la “conquista”, infatti, i maschi indigeni vennero uccisi o destinati al lavoro nelle miniere, mentre le loro donne a quello domestico, che includeva anche prestazioni sessuali. Solo col tempo e timidamente dall’Europa cominciarono ad arrivare pure le donne, ma nel frattempo si era costituita una secolare società meticcia con figli bastardi: un marchio che nei secoli lascerà una immensa ferita psichica collettiva, sotto forma di scarsa autostima.
In spagnolo la parola “mestizo”, infatti, in virtù di tale vissuto storico, ha ancora oggi un significato molto più forte e peggiore del corrispondente in italiano, ed equivale al termine “bastardo”. Sempre a tale proposito, nella storia dell’America Latina, generazioni intere di figli hanno avuto una madre ma non un padre e per tale ragione, ancora oggi, in Messico, di fronte ad un evento meraviglioso si esclama “Que padre!” proprio perché per il messicano è stata a lungo la cosa sognata e mai avuta.
La stratificazione della società americana è iniziata quindi molto presto e non a causa delle degenerazioni dell’ultimo secolo, dell’industrializzazione o del capitalismo, né tanto meno della mancanza di risorse naturali o intellettuali (le prime università dell’America Latina erano molto più antiche di quelle di Harward e Yale), ma per i motivi storico-culturali sopra esposti.
La vera differenza sembra proprio stare nell’identità di una società di bastardi, nell’aver subito una ferita storica, che, usando un termine junghiano, è rimasta nell’inconscio collettivo e non si supera così facilmente.

I mass media, soprattutto negli ultimi tempi, riportano fatti di cronaca che hanno per oggetto crimini praticati da immigrati. Dai fatti di Colonia del gennaio del 2016, l’Occidente appare ancora impreparato ad affrontare questa regressione della mascolinità alla violenza e all’uso della forza fisica a fini distruttivi, da lei concettualizzata nel fenomeno del centaurismo. Cosa può dirci di più in proposito?
La possessione o stupro di gruppo appare configurarsi come la sorprendente ricomparsa di un mito classico nel cuore della modernità, ovvero quello dei Centauri, per i quali la vita sessuale e la violenza sessuale erano una cosa sola. Essi simboleggiano una regressione della mascolinità al branco animale e alla forza fisica data dal numero.
Del resto la loro rappresentazione scissa, metà umana nella parte alta del corpo e metà animale in quella bassa, significa per immagini quello che poi dice il mito: il maschile non riesce a staccarsi dalla sua natura animale, non riesce a completare la propria umanizzazione. 
Se la società non contribuisce a incanalare gli impulsi, si tende a formare un mondo più fragile (come avvenuto nell’America Latina), dove gli uomini, invece che capofamiglia, spesso diventeranno maschi del branco, rissosi e competitivi.
Inoltre la diversa cultura di appartenenza può portare a interpretazioni errate rispetto alla disponibilità sessuale di una donna. Per ovviare a tale problema, per esempio, in Germania stanno organizzando, per l’inserimento degli immigrati, dei corsi di educazione ai costumi locali utilizzando le illustrazioni per ovviare al problema linguistico.
Al di là degli enormi problemi dovuti alle differenze culturali, va inoltre considerato che in tutti i continenti, la maggioranza del crimine è maschile: ciò avviene non perché i maschi siano più immorali delle femmine, ma per il ruolo giocato dalla combinazione di fattori culturali e biologici. Nell’uomo il padre e il maschio animale sono due polarità, in equilibrio precario una sopra all’altra, e mentre il primo, in rapporto all’evoluzione, è una costruzione recente ed anti istintuale, il secondo (il maschio animale) tende a riemergere in circostanza particolari (condizioni di povertà economica e culturale, assenza di uno Stato di diritto, stato di guerra, abuso di alcool e sostanze ecc…). Il centaurismo è una delle possibili evoluzioni di questo fenomeno, che può interessare non solo coloro che appartengono a culture diverse da quelle in cui si trovano a vivere: qualche mese fa una banda di adolescenti benestanti ha isolato una ragazza che è stata poi stuprata a turno da tutti, per ore. La cosa impressionante è che, una volta interrogati, questi giovani non provano alcun senso di colpa per quanto commesso. Il problema è dunque culturale: e può essere visto come la riattivazione, nell’inconscio sociale, del mito dei Centauri. Si tratta dunque di un maschile violento che mette in atto possessioni di gruppo simili a quelle che i trattati di psichiatria – penso per esempio a quello scritto da Jaspers – chiamano “epidemie psichiche”.
Accogliere, oggi come ieri, grandi masse di maschi senza famiglia equivale all’innesto di una pianta avvelenata che può contaminare la società per generazioni. Occorre riconoscere tale fenomeno e usare il pensiero per provare a contenerlo e modificarlo. Basti pensare che i due terzi dei richiedenti asilo in Germania sono maschi, e per la quasi totalità provengono da società in cui la sessualità è fortemente repressa. Un rischio superato solo da quello dell’Italia, dove i richiedenti, seppur in numero minore, sono maschi al 90% (Economist 16/01/2016).
Quando un Paese apre le frontiere per questioni umanitarie, quali condizioni a suo avviso sarebbe necessario porre per cercare di arginare il più possibile i fenomeni di cui abbiamo parlato?
La politica non può più permettersi di rinviare o posticipare poiché il problema è urgentissimo e si propaga nel tempo: i giovani immigrati che arrivano adesso devono ricevere un’educazione sulla cultura e sui costumi del paese ospitante, proprio come stanno tentando di fare in Germania.
Considerando i fenomeni di cui abbiamo parlato, quando un paese apre le sue frontiere, a mio avviso, avrebbe il diritto di porre delle condizioni mettendo qualche filtro. Per esempio andrebbero identificati e respinti tutti coloro che hanno dei precedenti ritenuti criminali: gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro carattere anglosassone proprio usando per secoli questo criterio. Un altro potrebbe essere quello di dare la precedenza a famiglie già composte e ai soggetti più deboli rispetto ai maschi adulti.
A proposito della nostra storia recente e di scelte politiche, come ha detto uno dei migliori giornalisti del New York Times, Roger Cohen, la Merkel può essere considerata una “leader di statura immensa”, mille miglia più in alto del politico medio europeo, poiché lei guarda alla storia: nonostante sapesse che si sarebbe giocata milioni di voti, ha affermato che era un dovere morale accogliere i profughi, e in particolar modo per la Germania, proprio per via del suo passato razzista.
Sebbene qualcuno obietti che il suo “sì” ai migranti sia stato dato senza sapere se vi fossero i mezzi per assorbirli, si può ribattere che anche Lincoln disse “sì” alla liberazione degli schiavi, pur dubitando che l’America fosse pronta ad integrarli. Eppure si è trattato di un atto epocale.
Come andrà e quanto tempo occorrerà affinché questo processo di assimilazione possa compiersi, lo si vedrà solo in futuro, quando scriveranno i libri di storia: immagino che tra le righe si dirà che sarà stato difficile, ma che qualcuno ci ha provato con molto coraggio e che il “buttiamoli a mare” non poteva essere la risposta di un politico, ma quella di un bullo di quartiere.