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Il lutto ad altezza di bambino: se a morire è un genitore - Varchi n. 17

di Alessandra Schiaffino

La storia di Elisa
Mi chiamo Elisa, sono bionda quasi rossa e ho le lentiggini. Come mia madre. Mi piace leggere. Come mia madre. Già, mia madre. Mia madre è indissolubile da Lei, la sua malattia, si chiama SLA. Non ho mai conosciuto mia madre senza di lei. I primi segni si sono manifestati poco dopo la mia nascita, lei ha colpito prima di tutto le mani e le braccia. Mancanza di forza, all’inizio.

 

Ma una mamma deve prendere in braccio, sostenere, allattare, lavare, insomma come si fa ad accudire un neonato e un bambino piccolo senza mani e senza braccia? Almeno mio fratello Roberto che ha tre anni più di me per un po’ la mamma l’ha avuta! Le cure affettuose, le carezze, i pizzicottini, lui li ha persi ma io non li ho mai avuti, o meglio mi raccontano che li ho avuti ma per così pochi mesi che non mi ricordo niente. Quando ero piccola lui se la prendeva spesso con me, adesso mi chiedo se pensava che fossi stata io a fare ammalare la mamma.
Lei continuava a colpire. Mia madre in due anni per la strada si spostava già in carrozzina. In casa no, ma si muoveva male e passava molto tempo seduta. Leggeva, scriveva al computer, cercava su internet. Mia nonna mi ha detto che schiacciava i tasti della tastiera con il naso e poi con uno strano caschetto con una lunga asta metallica. Voleva leggere e scrivere. Voleva sapere tutto di Lei, e della ricerca, e delle nuove cure. Per leggere i libri si faceva mettere dieci mollette da stendere sulle pagine per riuscire a sfogliarle. Era una lottatrice, la mia mamma, era sicura di guarire. Parlava e scriveva mail e teneva i contatti con altri malati. Poi anche a parlare ha cominciato a fare fatica.
Ci siamo trasferiti tutti a casa dei nonni, mio fratello era arrabbiatissimo, ma in realtà il nuovo paese ci piaceva e anche la scuola. E i nonni erano quasi sempre con noi, un bel sollievo, ma papà era spesso triste e nervoso. Mia madre non camminava più.
Io avevo tre anni e non capivo quasi nulla, ma ero un po’ preoccupata e un po’ arrabbiata. Facevo continuamente un gioco: prendevo i personaggi o gli animaletti che preferivo e li mettevo dentro delle scatoline, poi li coprivo con pezzetti di stoffa o ovatta, chiudevo le scatoline e le riponevo in nascondigli che allora io pensavo segreti, al sicuro. Poi andavo a controllare, aggiustavo le stoffine morbide, aggiungevo o cambiavo l’ovatta. Chiedevo a tutti scatole e scatoline.
Nel giro di due anni Lei aveva colpito e colpito, la mamma non parlava quasi più, era molto magra perché mangiava solo poche cose frullate, per respirare usava una macchina, stava quasi sempre a letto. Per comunicare usava una tavoletta trasparente con le lettere che indicava con gli occhi. In questo modo insieme a mia nonna faceva le parole crociate. Cercava tutti i modi per continuare a comunicare e a usare il computer. Io non vedevo l’ora di andare alla scuola elementare, per imparare a leggere e a scrivere, così potevo comunicare con mia mamma e fare anch’io le parole crociate con lei. Mio fratello andava in terza, ma stava sempre per conto suo, non parlavamo mai della mamma. Era malata, punto e basta.
Infine ho cominciato la prima elementare. Quando tornavamo a casa con il pullmino, io guardavo mio fratello, sapevo che si chiedeva: cosa è successo? la mamma c’è ancora? Ma aveva paura che se avesse pensato alla morte della mamma lei sarebbe morta davvero. Quando sbirciavo i suoi quaderni, i suoi disegni erano sempre più scuri, aggrovigliati, usava solo la matita, senza colori. Era sempre arrabbiato, sentivo che aveva voglia di spaccare tutto.
Poi una mattina papà ci è venuto a svegliare, la malattia aveva terminato il suo lavoro, ci ha detto che la mamma quella notte aveva smesso di soffrire ed era volata in cielo. Era un giorno d’inverno. Ricordi vaghi quelli dei giorni successivi. Tanta gente. Il cimitero. Sono tornata a scuola e facevo finta di niente. Mi dicevano “Tu sei una bambina forte” e io ero una bambina forte. Quando sul pullmino mi veniva da piangere trovavo sempre una scusa, il mal di testa, qualcuno che mi aveva spinto. Ma a scuola non avevo mai pianto.
La vita non era molto cambiata, i nonni continuavano a occuparsi di noi. A volte a scuola c’era imbarazzo, non sempre, anche i grandi non sono mica tutti uguali. Una volta ho sentito una maestra che chiedeva a un’altra “Cosa facciamo per la festa della mamma?” Pensava di non dire e non fare niente. Che stupidaggine! Come se io non avessi una mamma, certo che ce l’avevo, solo che non era lì. Una volta che dovevamo andare a teatro ed eravamo in ritardo, io ho detto a voce molto alta: “Per mia mamma non è un problema, può vedere e rivedere tutto dall’inizio alla fine e tutte le volte che vuole!”. Non capisco cosa ci sia di strano se a Pasqua ho scritto un biglietto che iniziava così: cari genitori…
Mio fratello no, forse perché è più grande, forse perché è maschio. Lui dice che adesso la mamma sta bene. E anche lui sta meglio. Ho sentito una delle sue maestre dire alla nonna che Roberto è irriconoscibile, non ha più le occhiaie, è ingrassato, più disteso, cura i dettagli, poi ha abbassato la voce e ha detto che forse non ne poteva più. Non ho ben capito, ma arrivata a casa ho di nuovo sbirciato i suoi quaderni e ho scoperto che nei suoi disegni erano tornati i colori. Strano, lui non è più così arrabbiato e io a volte sono arrabbiatissima. Mi trattengo, tengo duro perché sono una bambina forte. Al più faccio i musi.
Un pomeriggio però non so cosa mi sia successo. Eravamo in palestra, uno stanzone grande che rimbomba, ho chiesto di andare in bagno. Davanti ai bagni mi sono rannicchiata per terra e poi ho cominciato a piangere e rotolarmi sul pavimento, era più forte di me. Anch’io volevo morire. Piangevo così tanto e così forte che sono arrivati alcuni compagni. Alcuni mi hanno guardata sconcertati, altri, uno, due, tre hanno iniziato anche loro a rotolarsi per terra, piangendo. Adesso che ci penso, so che al primo compagno era morta la nonna, al secondo il nonno, e alla terza, la mia amica del cuore, era appena morto il cane. Gli altri, quelli che non capivano cosa stesse succedendo, dopo un po’ sono andati di corsa a chiamare la maestra. È arrivata, mi ha vista e io credo che abbia capito, perché mi ha sollevata da terra, mi ha abbracciata e tenuta un po’ stretta, poi con la voce dolce mi ha detto “Adesso ti lavi la faccia e ti ricomponi, poi puoi andare da tuo fratello, hai bisogno di lui”. Me le ricordo ancora adesso queste parole e ricordo anche quando mi sono affacciata alla classe di mio fratello. Meno male che lui ha capito e non mi ha fatto troppe domande. Non parliamo molto, ma ci dicono sempre che siamo molto uniti.
C’è una maestra che è convinta che mi serva parlare della mamma, per esempio con l’abaco dovevamo dire l’età dei nostri genitori e poi fare un grafico. Una mia compagna un po’ stupida ha detto “L’Elisa non può dire quanti anni ha sua mamma perché sua mamma è morta”. Le ho subito risposto: “No, io lo so, ha 36 anni!” E la maestra ha sorriso “Vedi che se lo ricorda benissimo, tre decine e sei unità!”
Mio fratello invece ha delle belle pretese, vorrebbe che tutta la sua classe andasse al cimitero e portasse a vedere alla mamma tutte le case che i bambini hanno fatto nel laboratorio di costruzioni. Vorrebbe che anche la mamma avesse una casa? La maestra gli ha detto che non è possibile, e secondo me ha ragione la sua maestra. Però a me resta una domanda che mi fa venire un nodo in gola: ma allora la mamma dov’è? In cielo, al cimitero o dentro di noi? Forse potrei chiederlo a papà, ci penso spesso, ma anche adesso che sono passati dei mesi dalla morte della mamma non ci sono ancora riuscita.

Il lutto ad altezza di bambino
Il lutto in età evolutiva si connota sempre come un evento traumatico ma, come dice Bowlby, può essere anche un organizzatore cruciale della vita psichica. Parlando dei bambini più piccoli Erna Furman aggiunge in modo toccante: “Solamente nell’infanzia la morte può privare un individuo di una così grande occasione di amare e di essere amato e può metterlo di fronte a un compito di adattamento così difficile”.
La letteratura psicoanalitica che si è occupata delle vicissitudini emotive a cui va incontro il bambino quando muore un genitore non è ampia. Le considerazioni pionieristiche di Freud, Klein, Ferenczi, gli apporti di Bowlby, Fonagy, Selma Freiberg ci accompagnano fornendo una base di partenza. Nell’avvicinare un tema così delicato e coinvolgente occorre considerare tante variabili, la qualità della relazione con ambedue i genitori prima della perdita della madre o del padre, la possibilità di dare espressione a tutte le fasi del processo del lutto, la presenza e la qualità delle relazioni con il genitore vivo e con gli altri affettivamente vicini, qualità che è legata anche alle modalità con cui gli adulti, in particolare il genitore che resta, stanno elaborando il lutto, la specificità dei meccanismi difensivi, dello sviluppo del Sé e dell’organizzazione del pensiero che caratterizzano le diverse età, il fatto che la morte sopraggiunga per un evento improvviso non previsto e non prevedibile, oppure come conseguenza di una malattia.
Alcune considerazioni a partire dalla storia di Elisa
Gli psicoterapeuti non possono che partire dalla narrazione di storie. Qui, attraverso la voce della piccola Elisa, viene raccontata la storia di due fratelli, tratta dall’esperienza di lavoro clinico con i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), o malattia del motoneurone, patologia a rapido decorso degenerativo che porta a diventare “prigionieri del proprio corpo” che diventa nel tempo immobile lasciando solo l’uso degli occhi e del pensiero. Ho scelto questa storia sia per l’età precoce dei bambini sia perché si tratta dell’esposizione a un doppio lutto. Molto prima della morte della loro mamma, questi bambini hanno gradualmente ma velocemente perso non l’amore, ma il concreto manifestarsi della funzione materna che si esprime con i gesti dell’holding, dell’handling e dell’accompagnamento all’esplorazione del mondo. Hanno inoltre vissuto molti cambiamenti nell’organizzazione familiare con conseguente difficoltà a preservare e interiorizzare una coppia genitoriale buona e viva. La complessità di questo doppio lutto condiziona la diversa reazione dei due fratelli e quella degli adulti intorno a loro.

L’invivibilità del dolore nei bambini che perdono un genitore, soprattutto se in tenera età, è collegata da un lato alla gravità della perdita dall’altra alla fragilità della struttura del Sé, mancanza di una pelle psichica che permetta di tenere insieme questa esperienza, in cui possono coesistere dolore intenso, rabbia, senso di colpa, tristezza, un profondo e sconosciuto sconvolgimento interno.
Tutta la letteratura concorda sul fatto che il ruolo dell’ambiente esterno è cruciale per l’elaborazione del lutto nei bambini (Carbone Tirelli, Micanzi Ravagli, 2004).
Il lutto come processo sano e fisiologico comporta un lungo lavoro emotivo che porta al superamento della perdita con possibilità di reinvestimento su altri oggetti e la reintroduzione dell’oggetto perduto nel tessuto “pacificato” della memoria (Bowlby, 1980, Bisagni, 2009). Questo processo sano nel bambino può avvenire solamente se si creano le condizioni favorevoli, in particolare se l’ambiente consente di dare espressione alle diverse fasi del processo, comprese quelle della protesta, della rabbia e della disperazione, per arrivare ad accettare sia il cambiamento definitivo avvenuto nel mondo esterno sia il cambiamento che necessariamente deve avvenire nel mondo interno. Per i bambini che vivono i loro genitori come forti e invulnerabili non è facile. Possono essere difese temporaneamente funzionali la risposta di apparente distacco con una sorta di pseudo-maturità e pseudo-autonomia, l’evitamento del dolore emotivo e, quando il trauma è improvviso, acuto e violento, è possibile che compaia una sorta di stato confusionale. Come ritrovare la via di casa? Come dare casa all’esperienza del lutto? Come fare cicatrice? Anche il parlare sempre della persona perduta è un modo per negare la perdita. E l’anestesia non è pacificazione.
Come elaborano il lutto il genitore vivente e il contesto familiare allargato è molto importante. I nonni vivono l’esperienza di essere sopravvissuti ai loro figli, fratelli e sorelle dei genitori fanno i conti con le precedenti fantasie di gelosia e rivalità. Come dice Suzanne Maiello (2004), il bambino, attraverso l’intrico intergenerazionale, può diventare il ricettacolo proiettivo di cicatrici mentali nuovamente sanguinanti, magari con la falsa protezione di dinieghi e bugie. Anche gli adulti non familiari, ma che svolgono stabilmente e continuativamente un ruolo educativo sono importanti. “I grandi, naturalmente con tutta la loro fragilità, hanno da essere solidi di fronte ai piccoli. Di quella solidità che include il dolore, lo contiene e lo significa amorevolmente e pazientemente” (Bisagni, 2009). Nella storia di Elisa non può sfuggire il ruolo fondamentale degli insegnanti, anche nell’ascoltare il grido dei bambini e nel contenere il loro dolore senza nome non facendosene sopraffare.
Elisa e Roberto hanno visto in qualche modo l’impensabile per un bambino piccolo: da una parte il progressivo peggioramento delle condizioni fisiche della madre, dall’altra l’impotenza del padre e dei medici ad arrestare l’avanzare della patologia. Col commovente gioco delle scatoline Elisa cerca inconsciamente di proteggere e mettere al sicuro la madre, di sospendere la malattia, di dare e prendere tempo. Eppure Elisa e Roberto non sono stati bambini non visti, forse per le risorse di una famiglia allargata, forse per l’accompagnamento fornito dai servizi di cura, forse innanzi tutto per quello sguardo vivo e vigile che la malattia ha lasciato alla mamma stessa fino alla fine.

Dove finiscono i morti?
Elisa può dunque pensare alla sua mamma morta, una giovane donna dotata di grinta, coraggio, capace di tenerezza e preoccupazione per i suoi figli, alla loro relazione affettuosa pur se pesantemente condizionata dalla malattia, la ricorda, la fa quindi esistere dentro di sè identificandosi con lei, orgogliosa delle somiglianze fisiche e psicologiche. Ha dovuto però trovare il modo di esprimere il suo dolore straziante, immediatamente e inconsapevolmente colto e condiviso dai compagni che avevano già avuto esperienze di lutto, con modalità che fanno pensare ai riti studiati e raccolti da Ernesto De Martino (1977). La bambina forte, autonoma, che va avanti come se niente fosse, si lascia finalmente andare al dolore.
Più lacerante appare la depressione di Roberto, che si identifica con il padre che è rabbiosamente stanco e non ne può più, perché a volte l’attesa di morte può essere ancora più terribile della morte reale e segnata dalla colpa. L’ambivalenza è difficile da tollerare e solo la morte consente di riprendere vita pensando a una mamma che sta finalmente bene, libera dalla malattia. Una mamma a cui bisogna però trovare una casa.
I bambini che assistono al trauma della morte incidentale o che sono sottoposti percettivamente al progressivo peggioramento delle condizioni del genitore malato si confrontano con un ineludibile “obbligo di verità”. Tante domande premono e chiedono risposta. Come per Roberto ed Elisa, la domanda principale è tuttavia: dove finiscono i morti? Se i bambini sentono che le loro domande provocano negli adulti dolore e imbarazzo, possono smettere di chiedere, ma solo nei casi più gravi di distacco, diniego e inibizione smettono di farsi domande. Le “buone menzogne”, soprattutto per i bambini piccoli, sono utili in una fase di iniziale elaborazione del lutto, immagini concrete per sostenere la fantasia magica per alcuni o la fede per altri di sopravvivenza della persona cara in un altrove indefinito dove può continuare a svolgere funzioni di guardare dall’alto e proteggere. È importante che i bambini ricevano risposte, anche diverse, incerte, ma sincere, metafore aperte per avvicinarsi all’enigma e alla ricerca di senso intorno alla vita e alla morte.

Come aiutare un bambino che ha subito la perdita di un genitore
Non c’è né da parte delle famiglie né da parte degli operatori dei Servizi una sufficiente sensibilità alle conseguenze delle perdite subite nei primi anni di vita, e non c’è sufficiente consapevolezza del rischio della mancata elaborazione di questi eventi sullo sviluppo successivo (Carbone Tirelli, Micanzi Ravagli, 2004).
Dina Vallino (2007) sostiene che la manifestazione di sintomi evidenti può essere in qualche modo auspicabile perché richiama attenzione e aiuto; tuttavia spesso ciò non avviene perché la morte di un genitore più che con le caratteristiche del trauma si presenta come un evento omesso, di cui non si parla e non si vuole parlare, a cui forse non si può neanche pensare. La morte non è facile da rappresentare, soprattutto per i bambini più piccoli. E per tutti, anche per i più grandi, il dolore non è subito rappresentabile. La perdita allora deve essere negata per garantire il senso della propria continuità di esistere. Il problema è dunque non quello di provare dolore, ma quello di non provarlo. Scrive Tonia Cancrini (2002): “La morte di una persona cara è l’evento più drammatico e stravolgente della nostra esistenza…, e un bambino piccolo deve contenere e vivere un’esperienza così terribile con un apparato emotivo e mentale assai vulnerabile”. Il dolore è legato all’amore, alla gioia, alla memoria, è espressione di vita mentale; non è allora difficile comprendere che dove si spegne la possibilità di provare dolore c’è un arresto dello sviluppo affettivo. “Il bambino ci perde in esistenza emotiva, anche se sembra comportarsi in modo del tutto normale” (Vallino, 2007). Nel lavoro terapeutico con gli adulti, frequentemente emerge un “lutto sospeso”: esso si ripresenta, come il trauma, bussa alla porta, spesso in occasione di un’altra morte che apparentemente non ha collegamenti, ma invece riporta a galla e riapre la ferita della perdita antica.

C’è forte collegamento, in particolare per i bambini, fra lutto psichico e lutto sociale. Il lutto sociale non è solo partecipare ai riti socialmente previsti, ma è condividere dolore, ricordare esperienze vissute, gesti d’amore, episodi anche buffi, affettuosi, divertenti. Questo consente di non congelare i fili della memoria. Il contrario di quando si cerca di fare come se non fosse accaduto niente o di quando il ricordo costante nega l’assenza e riempie ogni spazio mentale e vitale.

È dunque molto importante se e quanto l’ambiente è disponibile a sostenere l’elaborazione del lutto. Un lavoro che gli adulti stanno facendo contemporaneamente essi stessi. Pensiamo al genitore che resta, ma anche ai nonni, agli zii, agli amici di famiglia. Anche gli insegnanti devono attingere alle precedenti esperienze personali di perdita per poter aiutare i loro alunni.
Quando ci sono bambini che “fanno finta di niente” spesso questo viene letto in modo positivo, e viene vista con entusiasmo (e sollievo) la loro eccezionale capacità di adattamento. Ma va considerato che non poter pensare il genitore morto e quindi scansare pensieri e ricordi può portare a disturbi dell’attenzione e della concentrazione. Il pianto, la paura e la rabbia congelati congelano la capacità di produrre ragionamenti, pensare nuovi pensieri, sognare.

I servizi di supporto
Certamente non si può in alcun modo generalizzare il vissuto e il percorso del lutto dei bambini. Christiane Bercet (2016), di fronte alla fatica dei bambini rispetto all’accettazione di un’assenza e una separazione “per sempre”, afferma che ci vuole la presenza di adulti attenti e affettuosi in grado di “esserci” per ascoltare (anche quello che non viene detto e che non può essere detto), consolare (anche quando si fa credere che vada tutto bene), provare a rispondere anche alle domande impossibili, e infine aiutare i bambini a riappacificare la memoria. Osservazione e ascolto sono gli strumenti per trovare il giusto equilibrio fra il non lasciare troppo soli e il non riempire troppo di attenzioni, domande e sollecitazioni. Se c’è qualcuno che lo prende sul serio e lo guarda, il dolore può trasformarsi in un’esperienza umana condivisa e il bambino, con la sensazione di essere cresciuto, potrà sentirsi autorizzato a vivere la propria vita.
Certamente, in condizioni ambientali favorevoli a livello familiare e di comunità, non ci sono indicazioni per un intervento specifico di cura e di presa in carico psicologica del bambino. È invece importante che gli adulti, in particolare il genitore che resta, ma anche familiari che si occupano con continuità del bambino, possano avere accesso, se lo desiderano, a servizi di supporto alla funzione genitoriale in situazioni di alta complessità.
Qualora arrivi alle stanze di consultazione e terapia psicologica un bambino che deve affrontare il lutto di un genitore, il lavoro va sempre condiviso con i familiari, perché non può non essere considerato il vissuto, di dolore e spesso di colpa, della famiglia e soprattutto del genitore vivente (Vallino, 2007). La consultazione con la famiglia può dare sollievo perché emerge in primo piano la difficoltà a elaborare il dolore: può essere allora compreso che il bambino deve essere accompagnato e aiutato tanto maggiori sono le sue difese dalla rappresentazione della perdita, avvicinando gradualmente il senso di vuoto, la nostalgia, la rabbia per la madre o il padre che non c’è più. Per questo vanno monitorate nel tempo e sostenute con continuità le risorse che l’ambiente familiare mette in campo. Contemporaneamente, d’altra parte, il bisogno del bambino-paziente di uscire dal senso di inesistenza e dall’inibizione deve essere preso seriamente. Il lavoro richiede sempre cautela e delicatezza e non si presenta facile: “I bambini orfani non vogliono andare da un terapeuta, con la loro indifferenza vogliono affermare che nessuno può sostituire la loro perdita. Hanno subito una deprivazione grave che mina la loro vita. E va rispettata la loro volontà di tenere i sentimenti e i ricordi chiusi in cassaforte” (Vallino, 2007).

Se un tempo l’ambiente tendeva a travisare o nascondere i dati oggettivi (Furman, 1974), in funzione difensivamente protettiva, oggi si tende maggiormente a “dire la verità”. È sempre più diffusa l’idea che ai bambini non si debba nascondere nulla. Anche su internet, se si cercano materiali sul lutto infantile, si trovano precise indicazioni in tal senso. Ma cosa si intende quando si raccomanda di dire la verità? Si tratta di dare informazioni “tecniche”, “oggettive” e dunque “neutre”? Oppure, attraverso routines di silenzio, morbidezza, parole sensate, si tratta co-costruire gradualmente una verità emotivamente centrata, non fatta di frammenti evacuati frettolosamente ma resa comprensibile e digeribile? C. Bercet (2016) racconta il caso di Boris, un bambino figlio unico che a poco meno di tre anni ha perso la mamma morta sul colpo in un incidente stradale. Il papà e i nonni si sono da subito occupati con affetto di lui. A quattro anni arriva in consultazione perché ha terribili accessi di collera. Il padre racconta alla terapeuta di avergli detto subito e in modo chiaro che la sua mamma era morta, e il bambino non aveva mai pianto, nè aveva mai reclamato la mamma. Nel primo incontro congiunto, Boris mentre gioca annuncia senza preavviso: “Avevo una mamma. Lei è morta.” È evidente che c’è un trauma psichico non integrato, Boris era troppo piccolo per rappresentarsi la morte improvvisa e violenta della mamma. Dunque non possono esserci legami fra le parole che gli sono state dette e che lui stesso ripete e l’esperienza dell’assenza e della separazione brusca dalla mamma. Non c’è stata protesta, non c’è stata disperazione, non c’è stato distacco (Bowlby, 1980), ha utilizzato il diniego, forse in modo transitorio, ancora aspettando il ritorno di chi gli dava tenerezza e sicurezza. Padre e figlio devono ambedue ancora attraversare ed elaborare il dolore e l’abbandono.
Non parlare, dire la verità velocemente, una volta per tutte, parlarne in continuazione sono tutte modalità difensive che lasciano i bambini senza agganci per rappresentarsi l’assenza e il dolore, per richiamare la relazione affettuosa con il genitore che non c’è più e conservarne viva dentro di sé l’immagine e il ricordo.

Bibliografia

Barcet C. (2016), Le deuil à hauteur d’enfant, Ecoute psychanalytique, Ed. Chronique Sociale, Lione.
Bisagni F. (2009), Bambini depressi e genitori all’inferno, Antigone Edizioni, Torino.
Bowlby J. (1980), Attachment and Loss, Hogarth Press, London (ed. it. Attaccamento e perdita, vol. 3, La perdita della madre, Bollati Boringhieri, Torino, 2000).
Cancrini T. (2002), Un tempo per il dolore, Bollati Boringhieri, Torino.
Carboni Tirelli L., Micanzi Ravagli B. (2004), Introduzione a “La morte di un genitore nei primi anni di vitadi un bambino”, Richard e Piggle, 12, 2.
De Martino E. (1958), Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Furman E. (1974), Muore il genitore di un bambino, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 1976.
Maiello S. (2004), Note conclusive sul lutto infantile, Richard e Piggle, 12, 2, pag. 207-2012.
Vallino D. (2007), Muore un genitore di un bambino: percorsi del lutto infantile., in Borgogno et al.(a cura di), L’analista in gioco. Quaderni di Psicoterapia Infantile, Vol. 54, pag. 182-210.