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Il respiro della morte nel mare di lampedusa - Varchi n. 17

di Santa Bellomìa

“Infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”
(Dante Alighieri)

Ti guardo ogni giorno. Osservo i tuoi passi certi e sicuri in una zona del mondo che ti scaccia talvolta e talvolta ti mastica, oggetto di guadagno, soggetto di diritto. Quanti e tanti nomi avrai. Mai il tuo. Se cado nei tuoi occhi la voragine mi inghiotte ed ho il terrore di chi si smarrisce. Ti vedo demolire uno ad uno i gradini che io, depositaria delle regole civili, ti pongo infaticabile, di fronte. Ti estirpo la Speranza, la sradico dal tuo cuore, con metodo e perizia. Ti rendo uno di noi. Ottieni, inventa, canta, balla, salta.

Dimentica. Dimentica la verità.
Raccontaci una storia, fingi che sia la tua. Raccontaci dell’Africa, di una guerra o almeno di una persecuzione anche piccola. Abbagliaci di orrori. Più feroci, ancora un po’. Poi dimentica. E noi ti regaleremo il Sogno. Convinci, denuncia e avrai il nostro premio. Senza fretta.
Salvataggio, sbarco, visita medica, panino, acqua, visita medica, hot spot, vista medica, vestiti, ciabatte, pullman, città, visita medica, Campo, vestiti, telefono, visita medica, scarpe, wi-fi, scuola, questura, C3, attesa, scuola, memoriale, Commissione, attesa, risultato. Fine.

“Sono arrivato dentro un’auto. Silenzio e buio nel portabagagli. Durante il tragitto respiravo appena per non consumare l’aria. Ad ogni sobbalzo mi chiedevo se al di là del portellone fosse giorno o notte. Intanto tenevo gli occhi chiusi così da non smarrirmi. Non ricordo cosa pensavo. Forse a mia madre che tanto ho cercato anche dentro la prigione in Libia, forse a mio padre che mi ha spedito in giro per l’Africa a cercarla. Forse agli ultimi mesi di fame, freddo, caldo, mani sporche mi toccano, botte, occhi rossi di fiere affamate, forse ai soldi rubati, al deserto, al pick-up da cui gli altri son scivolati per sempre. Forse pensavo a casa mia, a ciò che non avrei mai più rivisto. Ma forse non pensavo a niente. Sì a niente. Ed assorbivo il vuoto. Ed ero anche io vuoto. Poi il portellone si è spalancato, ma non c’era luce, altro buio perché era notte. Una fortuna. Non ho avuto il tempo di veder l’alba. Ho sentito sabbia sotto i piedi scalzi. Ho ascoltato voci ed ho inteso che eravamo in molti. L’auto si è dileguata con il suo compenso, quindi i miei ultimi soldi. Ho camminato fermo nello stesso punto per qualche minuto, perché le gambe mi sembrava non mi appartenessero più. Poi mani, voci, altri piedi scalzi, bambini, donne, ragazzi, non c’era spazio. Perdevo il respiro che si confondeva con quello della moltitudine opprimente di altri come me. Tutti lì. Fermi e in movimento. Il mare l’ho intuito. Era nero, non l’ho visto. Non c’era gioia e nessuna festa, nessun tutti a bordo che si parte. Solo calci, sputi e spinte, punture di fucili e terrore nell’alito dei respiri. Ho respirato finalmente dopo giorni: apnea inconsapevole. Adesso posso dire che fu un errore. Avrei dovuto rimanere appeso all’ultima aria respirata a casa, mi avrebbe confortato, mi avrebbe dato forza. Invece vomito e ogni possibile espulsione di umori umani mescolata all’odore di carburante. Ho sentito l’odore della morte e nessuna, nessuna speranza. Avrei fatto meglio a non respirare. I polmoni hanno visto il mare. Distesa immensa di acqua senza nessuna terra a ricordarmi chi fossi. Acqua. Sale ad inaridire il cuore. Non ho provato pietà né amore per nessuno. C’ero solo io. Io solo ad affrontare il violento ondeggiare, io solo a non cadere, io solo a non farmi inghiottire dalle mani del mare, io e nessun altro. Né quelli che si aggrappavano a me, né quelli che stringevano i parabordi, né quelli che soffocavano sotto di me.
Nessuno, solo io che per distrazione e abitudine ho respirato.
Con un respiro solo ho inalato la morte. Ho sollevato l’aria con le narici in un respiro lungo come un pensiero e l’aria non è più uscita dai miei polmoni. Ed è durato un giorno il respiro della morte.
E per un giorno intero ha parlato nella mia testa.
Questo è il mare delle possibilità. Sconfinato, senza confini, senza tratti di terra che ne spezzino l’immensità. Ho paura. Non sudo, non piango, non tremo. Ho paura. Immobile. Ho paura. E questo terrore non ha nome. Qual è il tuo nome minaccia che stringi le mani sul mio collo? No, non alla gola. Il terrore è più in là.
È nei miei piedi immersi nel mare, ciondoli impazziti. Li muovo veloce cosi che l’acqua non li ghermisca per sempre. Preme sulla mia coscia destra. Lentamente preme e non lascia spazio. Pelle di un altro sulla mia pelle. Che il mare possa ingoiarti fratello mio, così che io non senta più dolore. Che l’acqua ti inghiotta sorella mia, così che sia tu a stenderti sul fondo del mare e non io. È il mio sangue o il tuo? Non posso parlare e cerco di dar voce alle piaghe che fioriscono sulle mie gambe. Che urlino il terrore, che sappiano come salvarmi da questa mano sconosciuta. È il mio sangue o il tuo? È la mia pelle o la tua? Che restino pure cicatrici profonde purché io rimanga vivo.
Fratello scivoli via. Scivoli fra il sangue e l’acqua. Ed io non posso salvarti. Scivoli lento, di ora in ora sempre più giù. Ed io non posso fermarti. Scivoli nel mare, fratello. E tra poco ti vedrò morire. Mi guarderai negli occhi, lo so. Ed io non dovrò voltare lo sguardo. Dovrò tenere almeno i tuoi occhi. È l’ultima cosa che vedo di te. Poi nulla. Poi il sollievo alla coscia destra. Non ci sei più.
Ed è per questo che non potrò mai più dimenticare.
È passato un giorno. Ed io non sono morto, credo.”

Io ho ascoltato questa storia. Come questa e con altre sfumature, ne ho udite cento, forse centocinquanta. Racconti strappati alle rincorse quotidiane dei rivoli burocratici, narrazioni volute nei momenti di sconforto, nelle nostalgie acute, spesso forzate dalle esigenze legate all’ottenimento dello status di rifugiato.
Io lavoro in un Centro di Accoglienza Straordinaria. E di straordinario, mirabolante, meraviglioso, stupefacente nulla ha per conformazione, mandato istituzionale, struttura e disposizioni.
La complessità che avvolge questo esodo epocale cerchi di evitarla scientemente. Io assisto ogni giorno, come tutti noi mondo occidentale, alla diaspora in atto sulle coste europee. Per un verso la vivo distante, edulcorata, spiegata e masticata dalle immagini televisive; poi la incontro e la vivo, ogni giorno, incarnata, nel Centro in cui lavoro.
C’è un prima e un dopo, questo credo di aver colto. Un prima che si gonfia di aspettative, sogni, desideri, che corre verso una vita migliore e passa attraverso il deserto, nei pick-up, si intride di supplizi nelle prigioni libiche, si pervade di violenze più o meno dicibili. Ed ancora il viaggio è speranza, ancora promette di porre fine alle sofferenze, ancora mantiene in vita la chimera. Poi c’è un mentre che accede ad una ritualità universale. C’è il passaggio in acqua, il mare. Purificazione e rinascita. C’è il battesimo collettivo. Un rito iniziatico inconsapevole a cui si accede da un gommone. È convenzionale, ripetitivo, efficace. L’individuo è separato dal contesto in cui si trova, attraversa un passaggio simbolico che rappresenta il culmine della cerimonia, è integrato alla sua esistenza con un nuovo status sociale.
Alcuni non supereranno il rito di passaggio. Il Mediterraneo sarà lo Stige ed una coperta di sale, onde e mare ingoierà e cancellerà il loro transito con la morte.
Altri arriveranno. Il nostro mondo svuoterà di significato ogni atto simbolico ed il rituale porterà via con sé ogni speranza. È il dopo. Ciò che è riservato a questi iniziati è conservare la sola integrità del corpo. Corpi salvati, visitati, curati, igienizzati. L’Anima no. Sarà sepolta da un oblio forzato dalle nostre regole, spinte a forza nel cuore come pietre tombali.
Sulle nostre coste si stringe un patto col diavolo. La speranza, i sogni, i desideri sono violentati in modo definitivo: dammi tutto, la tua integrità, i tuoi ricordi, la tua storia e le tue radici. Io in cambio ti do la vita del tuo corpo, rimodellato secondo la cultura che mi appartiene. L’importante è che non sia la tua.