Arnold, storia di un uomo nato donna - Varchi n. 16

di Monica Marinelli

“Chi gli aveva detto che lui era un maschio e non una femmina,
come tutti si intestardivano a dirgli
e come il suo stesso corpo si ostinava a mostrargli?
Marilyn non lo sapeva, non sapeva neppure come era fatto, un maschio.
Ma qualcosa di profondo dentro di lui invece sapeva tutto e sapeva che lui era un maschio a dispetto di tutte le evidenze.”

Il romanzo Arnold, storia di un uomo nato donna (Edizioni Davide Tolu, 2016, www.davidetolu.it) scritto da Davide Tolu, parla di paure, coraggio, istinto, ragione, lealtà e necessità.
Davide Tolu, scrittore, drammaturgo, operatore pedagogico-teatrale, ha pubblicato sulla tematica transgender anche Transcritti (con B. Sopelsa, Pro Art 2008) e ha realizzato lo spettacolo One New Man Show. Ha fondato il “Teatro del Sé”, progetto di teatro-benessere che unisce la pratica teatrale a esercizi di consapevolezza e risveglio spirituale.

 

Racconta di un viaggio alla ricerca di se stessi e della propria identità. Un romanzo di ispirazione autobiografica: Arnold infatti, proprio come Davide, è nato in un corpo femminile. Per sbaglio. Davide, come Arnold, ha transitato ed oggi è uomo.
Le prime pagine del libro ci gettano subito all’interno del dramma vissuto da una bambina di sei anni che all’inizio del racconto si chiama Marilyn e che alla fine del libro conosceremo e saluteremo come Arnold, un uomo sereno e in pace con se stesso.
Marilyn ammette di essere lui l’autore dei biglietti trovati in casa dalla madre, in cui scriveva del desiderio di morire. Dio così gli avrebbe spiegato perché lo aveva infilato in tale pasticcio: lui non era una bambina, ma il mondo si ostinava a pensare il contrario.
Grazie alla scelta stilistica di coniugare gli aggettivi al maschile, il lettore si trova costantemente a fare i conti con una discordanza, una diversità che stride all’interno delle frasi, così come all’interno di Marilyn.
L’istinto porta a pensare che si possa trattare di un errore. Ed invece no. È la realtà. La stessa realtà che si trova ad affrontare ogni istante della vita Marilyn: la percezione che qualcosa stride, la consapevolezza di vivere in un interminabile equivoco.
Dalla vergogna per il primo giorno di scuola, all’odio per le altre bambine, alle risse con i ragazzini più grandi, alla rabbia ed al disgusto verso il proprio corpo fino ad arrivare alle prime cotte per le compagne di classe. Le pagine del libro ci portano a guardare alla vita da un’angolatura diversa, nuova.
La caduta nella depressione arriva con i primi avvisagli dell’adolescenza, quando “il corpo andava nella direzione opposta alla sua psiche” e questa metamorfosi, accolta invece con entusiasmo e desiderio dai compagni, a lui causava solo rabbia ed amarezza. In tale clima emotivo Marilyn progetta il suo suicidio iniziando a rifiutare il cibo per poi lasciarsi cadere sui ciottoli di un fiume (“sognò di disgregarsi a poco a poco, le particelle del suo corpo si scomponevano ed il vento le portava via”).
Le cose cambiano quando il protagonista si riappropria della propria vita, decide che cambierà sesso e che quel corpo non sarebbe mai più stato la sua prigione. Da lì inizia un duro allenamento fisico per trasformare il corpo e il look si fa decisamente maschile: Marylin inizia a presentarsi col nome di Arnold.
Ma il percorso è comunque tortuoso: avvicinatosi alle teorie femministe, Arnold inizia a mettere in dubbio l’autenticità del suo sentirsi maschio (“Se fosse un equivoco? Se mi fossi intestardito per capriccio?”) non riuscendo comunque ad accettare la propria femminilità, provando disgusto per essa poiché anche “l’inconscio voleva cambiare”.
La comunicazione ai genitori della volontà di cambiare sesso, i timori delle visite endocrinologiche, i consulti con i vari specialisti, le relazioni che iniziano e finiscono, il mondo omosessuale cagliaritano, la prima relazione come uomo, la terapia ormonale: sono tutti passaggi che accompagnano il lettore lungo un viaggio che spinge ad interrogarsi e a comprendere quanto “nonostante si detestasse, Arnold desiderava semplicemente ritrovare il suo corpo tradotto al maschile”.

Intervista
Rispetto al tuo percorso, come definiresti oggi l’identità?
Credo che in quanto esseri umani siamo impegnati a cercare la nostra identità tutta la vita: è una sorta di spinta interiore con la quale conviviamo e che ci spinge a cercare di capire chi siamo e perché siamo così.
L’identità di genere (la percezione unitaria e persistente di se stessi come appartenenti al genere maschile o al genere femminile) nella mia esperienza personale è un qualcosa di profondamente innato, a dispetto di tutto ciò che può dire il mondo esterno e che può dirti il tuo corpo.
In alcuni casi è definita; nel mio caso era molto definita al maschile, in altri casi no: sai che non sei una cosa, ma non sai dove collocarti. Per me è stato un problema che aveva a che fare con il fisico, con la percezione del mio corpo e non con il ruolo o l’espressione del mio genere. Il percorso di Arnold parla della faticosa conquista dell’identità maschile imprigionata in un corpo femminile.
Nel tempo ho cercato di reintegrare in me anche l’aspetto femminile che prima avevo rifiutato e messo da parte, proprio perché aveva impedito di esprimermi in modo autentico.

Arnold (il protagonista del romanzo) “Voleva cambiare sesso al suo corpo, non la sua psiche”, il suo era “un corpo che era l’esatto contrario di come lui lo voleva e persino lo sentiva”: era il corpo a non essere in sintonia con il suo essere interiore, con la percezione che intimamente egli aveva di sé.
Proprio così, sia per Arnold che per me. Conosco altri transessuali che invece non si sarebbero mai operati se solo la società gli avesse permesso di vivere come desideravano e di essere chiamati col nome con cui si riconoscevano dentro e non fuori. In Italia se non demolisci i tuoi organi di procreazione non puoi cambiare sesso legalmente ed alcuni sentono ciò (e forse effettivamente lo è) come una costrizione culturale: sono costretto a mutilarmi perché altrimenti non posso vivere come desidero e sento. Su questo punto vi sono molte discussioni su quale sia la priorità. Per quanto mi riguarda posso dire che se mi avessero concesso di vivere come desideravo profondamente, ma senza operarmi, non sarebbe stata la stessa cosa: ero io che sentivo che c’era qualcosa che non andava nell’espressione di genere del mio corpo.

Il conflitto era proprio con il corpo.
Già e spiegare perché, con gli strumenti scientifici che abbiamo oggi, è secondo me impossibile e comunque non risolverebbe il problema. Io ho cercato di dare una risposta ed un senso a questa domanda facendo un percorso spirituale: un lavoro su te stesso permette di prendere in esame un panorama più ampio di cosa sia la vita. Si tratta di un percorso intimo, dal quale non possiamo trarre un assioma generale poiché ognuno deve trovare una risposta per sé e dentro di sé.

Ciò che dici, la ricerca di comprensione di sé, è un viaggio che, a pensarci bene, riguarda tutti. Gli interrogativi che ritroviamo nelle pagine del libro e dentro alla mente di Arnold, che gli procurano sofferenza ma anche la spinta a non arrendersi, a cercare e ricercare, possono riguardare anche altri aspetti diversi dall’identità di genere.
Nella vita, come dicevo proprio all’inizio, cerchiamo di dare risposte alle nostre domande più profonde e nel farlo forse cerchiamo di reintegrare gli aspetti che ci caratterizzano, le esperienze, il dolore.

Rispetto a questo percorso di conoscenza e accettazione del Sé, quanto sono stati determinanti gli Altri?
Nella mi esperienza posso dire che gli altri sono stati determinanti nella misura in cui io gli ho permesso di esserlo e credo che questo possa valere per tutti, in entrambi i sensi. Personalmente ho sempre avuto molto consenso e supporto ma questo probabilmente rispecchiava il fatto che io fossi molto sicuro della scelta, non mi sono mai sentito in difetto, né in colpa, né sbagliato; sentivo di avere un problema da risolvere e sentivo che era in qualche modo una sfida per me. Questo inoltre ha sempre suscitato negli altri un senso di rispetto e ammirazione: sebbene fossi io ad aver bisogno di aiuto, gli altri venivano a chiedermi consigli e pareri sulle loro vite perché sentivano la determinazione della mia decisione, dimenticando che ognuno ha dentro di sé le risorse e la forza per cavarsela da sé.
Considerata anche la mia esperienza come attivista, ascoltando le storie di tante persone transgender ho sempre avuto l’impressione che fosse proprio così: se ti poni come vittima subisci molto, il mondo ti fa da specchio e ti tratta per come ti poni, ti aggredisce.
L’accettazione familiare, la comprensione ed il supporto offerto dalla propria famiglia è basilare: è come se avessi delle radici salde che permettono di esprimerti e di non vacillare al primo insulto gratuito, alle prime difficoltà. Se chi ti ha creato ti accetta così, allora significa che vai davvero bene così. È semplice e importante allo stesso tempo.

Quello che tocchi è un nodo fondamentale: i genitori sono il primo specchio che abbiamo e l’immagine riflessa che ci restituiranno (nei diversi momenti della vita) determinerà in buona parte la forza e la saldezza delle nostre radici.
Chi ha una famiglia più supportiva vive più serenamente la condizione di transgender ed è anche meno bersagliato: non credo che sia un caso.

Se domani ti trovassi a parlare con i genitori di una persona che si trova a vivere il conflitto su cui tu hai fatto esperienza, cosa gli diresti?
Innanzitutto gli direi che, in generale, un figlio non è la proiezione di sé e quindi di provare a considerarlo una persona a sé stante con la possibilità di essere altro da loro, di non proiettare aspettative forti su di lui; questo non andrebbe mai fatto secondo me.
Nello specifico se il proprio figlio manifesta segni di discordanza tra l’identità e il sesso biologico è importante dirgli e trasmettergli che lo si accetterà e supporterà sempre, perché la vita è la sua.
Riguardo alla paura di avere il mondo contro anche come genitore, in realtà posso dire che si tratta più di una paura interiore che esteriore, poiché ogni famiglia ha le proprie storie che crede siano assolutamente indicibili e inesprimibili.
In realtà si può condividere anche questa esperienza ma dobbiamo essere noi i primi a non stigmatizzarla, solo così nessun altro lo farà.

Davide cosa puoi raccontarci del follow-up, della vita di Arnold dopo e oltre il libro?
Rispetto a quell’Arnold tanto preoccupato di apparire assolutamente maschile, oggi, risolto il conflitto con il corpo, posso dire di non essere più interessato ad una definizione sessuata di me: so che non ho più nessuna ambiguità e che sono identificato anche dagli altri come uomo e la questione trans non viene quasi più fuori a parte quando si parla del mio libro.
L’ossessione di mettere ordine nell’espressione di genere si era riversata anche nelle pagine della prima edizione del libro e forse ne sottolineava il carattere di urgenza e di emergenza del disagio.
In più rispetto al passato posso dire che oggi ho elaborato ed introiettato il fatto di non essere un uomo genetico (cioè geneticamente maschio), non aspiro più ad esserlo, cosa che invece mi aveva ossessionato per molti anni.
Mi sento finalmente più rilassato riguardo al mio corpo, sono contento, sono diverso dagli altri uomini però va bene così, sto bene.

È stato davvero un viaggio quello di cui parli: mentre all’inizio, come Arnold, eri preoccupato di concordare l’identità con il corpo, oggi, a transizione avvenuta, è come se stessi vivendo un’ulteriore evoluzione, un secondo passaggio.
Oggi non ho più la necessità di lottare per imporre e fare vedere al mondo chi sono come genere (grazie alla transizione le risorse ora non sono più impegnate in questa battaglia). È stato difficile, ma oggi posso dire che è stato fondamentale smettere di concentrarsi sul fatto che non sono un uomo genetico, che non posso fare alcune cose che possono fare solo gli uomini geneticamente maschi. Per certi versi sono diverso perché ho un’esperienza di base diversa: per esempio ho avuto un’infanzia e un’adolescenza decisamente diverse da quelle degli altri uomini e anche fisicamente sono rimasto diverso.
È stato veramente un giro di boa decidere di rilassarmi su questo aspetto: decidere di non essere più in lotta con il corpo e che mi va bene sperimentare quello che sono ora. Certo non è detto che ci si arrivi o che ci si arrivi tutti allo stesso modo. Nel mio caso ad un certo punto mi sono arreso, ma non perché mi sono sentito sconfitto ma perché ho capito che ormai era diventata una lotta inutile, che non aveva a che fare con una vera esigenza ma solo con una specie di principio.
“Dobbiamo imparare ad accettarci, perché la verità è questa: noi siamo e rimarremo sempre transessuali. Uomini, ma uomini transessuali. Io però non ho rimpianti. Non ne avrò mai. Sono orgoglioso del mio viaggio.”
Possiamo cambiare, trasformare il nostro corpo ma credo che questo non debba portare a rinnegare il proprio passato: non si può/deve cancellare questa partenza poiché anch’essa fa parte di noi.
Una persona che non riesce a fare questo salto rischia di continuare una lotta estenuante e infinita verso un ideale che non raggiungerà mai: gli sembrerà sempre di essere ancora troppo poco maschile o troppo poco femminile.
Discorso che vale per tutti, ma che per noi transessuali è ancor più esasperato da questo esordio alla vita traumatico.

Per concludere cosa puoi dirci sul rapporto tra identità di genere e l’orientamento sessuale?
Rispetto all’orientamento sessuale (l’attrazione verso una persona dello stesso sesso o del sesso opposto) se per qualche motivo non si rientra nello schema classico, per cui agli uomini piacciono le donne e alle donne piacciono gli uomini, si fa più fatica a capire dove si è e chi si è sebbene oggi la conoscenza su tali temi sia maggiore.
Se in passato un transessuale si professava anche gay il percorso di transizione veniva subito bloccato o sospeso perché le idee venivano ritenute ancora troppo confuse.
Oggi per fortuna si sta capendo sempre di più sull’importanza dell’autodeterminarsi: non si può dall’esterno imporre ad una persona di essere in un certo modo o etichettarla come deviante solo perché non risponde ad uno schema che abbiamo in testa.
Grazie alla maggiore conoscenza si può affermare che una persona transessuale che voglia intraprendere un percorso di transizione avrà davanti a sé una strada meno impervia rispetto al passato: le informazioni sono più disponibili, i professionisti sono più competenti e informati.
Per fortuna oggi abbiamo maggiori possibilità di indagare chi siamo: possiamo fare le esperienze necessarie ed essere pionieri di un nuovo modo di essere uomini/donne che sia soltanto nostro, senza che questo debba a tutti i costi essere sintomo di una malattia psichiatrica.