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Cacciatori di wi-fi: utilizzo dello smartphone da parte della popolazione migrante - Varchi n. 15

di Santa Bellomìa e Michele Corioni

All’alba o al crepuscolo, nelle ore in cui la città vede il traffico sfilacciarsi, come in certi dopopranzo sonnolenti della domenica, a due, a tre, o gruppi più numerosi: sembrano lì per caso e nemmeno si parlano. Hanno tutti uno smartphone, spesso gli auricolari. Seduti o in piedi, lo sguardo fisso e attento a cogliere il procedere di una connessione che, per qualsiasi utilizzo, sarà sempre troppo lenta.

 

Sono i giovani migranti che vediamo in Piazza Banchi, Piazza di Pellicceria, Salita di S. Francesco e in tanti altri luoghi del centro di Genova, ma la stessa scena sembra ripetersi in ogni Comune d’Italia. Ovunque vi sia il servizio di wi-fi gratuito. Come un popolo di cacciatori postmoderni si riuniscono alle sorgenti, dove possono riposare o scovare le tracce di selvaggina.

Il fenomeno turba, inquieta e, a tratti, indigna, come dimostrano le iniziative dei sindaci di Udine e Pordenone, tese a proibire l’accesso nei parchi pubblici ai migranti in cerca della connessione wi-fi. La motivazione, si legge, è quella di riaffermare la funzione propria degli spazi verdi, funzione che si desume essere quella di rimanere largamente inutilizzati: puri spazi geometrici consegnati alla fissità di una città ideale. Ma senza arrivare alle soluzioni maldestre di un’amministrazione incapace di decifrare il pregiudizio, possiamo riferirci alle opinioni espresse sulla stampa cittadina o nei social: era meglio quando nelle piazze c’erano i tossici; ma come fanno questi migranti a permettersi uno smartphone; le nostre piazze sono invase dai migranti.
Ma perché un migrante non dovrebbe possedere uno smartphone? Perché non dovrebbe utilizzare la connessione che, in quanto pubblica, se usata, non è certo rubata?
Nelle reazioni ai «capannelli» del wi-fi passa il pregiudizio, cioè l’opinione infondata, ritagliata addosso ad una categoria, come un vestito fuori misura e adatto ad ogni stagione. Prima di tutto il migrante è povero. Secondariamente: in quanto povero è bisognoso. In terzo luogo: se è bisognoso del nostro aiuto non deve mostrarsi, deve – come si dice in certi casi – dimostrarsi umile, cioè abbassato a livello della terra (humus), posizione che si trova significativamente vicino ai piedi del benefattore. Da ultimo il migrante deve essere inoffensivo, perciò nascosto e poco visibile. Ma i gruppi di ragazzi intenti alla ricerca del segnale wi-fi sono una massa, per lo più inconsapevole, un gruppo che si riunisce per finalità che non sono quelle riconosciute dal vivere civile. Fanno massa, quindi fanno paura. Lo straniero dovrebbe, secondo questa mentalità, essere un individuo ramingo, un viator, uno che si ferma poco, quel tanto che basta per indurre negli stanziali un sussulto di novità. Ma se lo straniero si ferma, se non è uno, bensì molti, se ha interessi, usi, abitudini e li mette in mostra, allora si trasforma repentinamente in una forza d’invasione: un esercito che attenta ai nostri confini.
I ragazzi con lo smartphone, a caccia di wi-fi, ci costringono all’esercizio faticoso di ridefinire cosa è «normale». Normale è che noi possediamo un mezzo evoluto di comunicazione, e questo stato acquisito di cose può spiccare sulla normalità di chi non lo possiede. Costui non può possederlo, se io devo possederlo. E lo possiedo in forza del mio diritto di appartenente alla società evoluta e dominante. «Normale» diventa, così, una categoria del potere: è normale ciò che pertiene al dominatore. Diversamente, perché dovrebbe produrre fastidio l’accesso dei migranti all’informazione e alla comunicazione?
Ma cosa fanno realmente questi ragazzi nelle piazze? Come utilizzano i moderni mezzi di comunicazione? Abbiamo basato le nostre osservazioni sui migranti presso cui lavoriamo e ci siamo concentrati principalmente su gruppi provenienti dall’Africa sub-sahariana, perché sono i più rappresentativi del fenomeno in questione. Altre nazionalità (per esempio pachistani, afgani o bengalesi) possono contare su una presenza diffusa e radicata sul territorio e, spesso, esprimono i loro bisogni di socialità in contesti domestici, piuttosto che all’aperto.
I cacciatori di wi-fi utilizzano la piazza come luogo ovvio di ritrovo. Questo comporta sia uno stare insieme nell’interazione reciproca, sia uno stare l’uno accanto all’altro svolgendo attività individuali. Sembra che l’importante sia lo «stare in vista», il condividere uno spazio aperto (aperto sia nel senso dell’assenza di muri, sia nel senso della libera accessibilità). Lo strumento che giustifica il radunarsi è lo smartphone. Secondo i rilevamenti effettuati dall’International Data Corporation (IDT) la presenza di smartphone nel continente africano ha superato nel 2015 quella dei cellulari tradizionali, portando l’Africa allo stesso livello di diffusione del resto del pianeta. Lo smartphone incarna la doppia valenza di strumento e status symbol, poiché in territori dove le vie di comunicazione presentano difficoltà organizzative e strutturali, esso permette di compiere operazioni essenziali, senza la necessità di percorrere grandi distanze in modo disagevole. Con lo smartphone è possibile operare esami diagnostici a distanza, compiere operazioni bancarie, agevolare ed arricchire la comunicazione interpersonale, permettere la circolazione di notizie. Nello stesso tempo lo smartphone è un prodotto occidentale: l’ennesima perlina scambiata con le ricchezze naturali e sociali dell’Africa. Nel suo possesso e utilizzo si manifesta la fantasia agìta, che sta alla base della migrazione: voglio essere parte di un mondo benestante, che esprime il benessere attraverso determinati simboli, tra cui lo smartphone.
L’utilizzo dello smartphone da parte dei migranti che abbiamo potuto osservare è prevalentemente rivolto alle esigenze della comunicazione a distanza e dell’informazione. Le comunicazioni a distanza sono permesse dalla compagnia telefonica Lyca Mobile, con tariffe che si aggirano intorno ai 30/40 centesimi di Euro al minuto per le chiamate e ai 15 centesimi per gli sms. Attraverso il wi-fi gratuito, inoltre, i migranti possono accedere ai servizi di video chiamata e alle messaggerie online, disponibili a costo zero. L’utilizzo informativo, invece, passa prevalentemente attraverso Facebook. Proprio l’utilizzo di Facebook, presenta peculiarità notevoli rispetto al medesimo uso fatto da coetanei italiani. Innanzitutto è da notare la maggior diffusione di Facebook, presso i giovani migranti, mentre presso i giovani italiani questo social mostra segni di declino, restando tra i mezzi più utilizzati da una fascia di popolazione over 30. In secondo luogo: i migranti mostrano un utilizzo di Facebook in qualche misura più obbiettivo, rispetto agli utenti italiani. Mancano del tutto post inerenti gli stati d’animo, c’è una scarsa valutazione del numero di contatti, non è reputata essenziale la quantità di like. Tutto sta a dimostrare che il social non è considerato un mezzo di scambio interpersonale ad alto contenuto emotivo. Lo scambio, se avviene, è concentrato sulla diffusione di informazioni utili nella funzione del passaparola.
Scarso, invece, risulta l’utilizzo dello smartphone come surrogato alternativo al PC: quasi assente l’utilizzo di mail, perché deputate alle comunicazioni formali con uffici o istituzioni con le quali i migranti non hanno contatti. È raro anche l’impiego di una funzione di ricerca o l’utilizzo di applicazioni di localizzazione (come Google Maps). Questo dato impensierisce, dal momento che i migranti sono bisognosi di un gran numero di informazioni burocratiche, amministrative, geografiche, ma non sembra che siano portati a soddisfare tale bisogno con il mezzo informatico. Il motivo sembra risiedere nel fatto che sono sprovvisti degli strumenti di decifrazione dell’informazione. La rete è il contenitore di tutta l’informazione disponibile, fino al limite di non contenere nessuna informazione utile: i messaggi sono contraddittori e l’intento informativo si annulla. Senza sapere cosa cercare, persino la Biblioteca di Alessandria può restare un luogo muto. Un esempio particolare è rappresentato dall’uso di applicazioni per cercare mappe e orientarsi sul territorio, che risulta quasi del tutto assente. In questo caso la difficoltà è duplice: da un lato la scarsa attitudine a ragionare in termini bidimensionali, che è il requisito minimo per la consultazione di una mappa; dall’altro l’abitudine all’interrogazione interpersonale per conoscere una direzione e orientarsi. È innaturale, in certi contesti, risolvere in maniera autonoma, con il solo ausilio di uno strumento impersonale, i propri bisogni.
Il radunarsi autonomo presso le sorgenti dell’informazione/comunicazione svela un lato ovvio, ma sorprendente, del migrante: egli ha una storia, alla quale cerca di riconnettersi attraverso un uso personale dei mezzi di comunicazione. Se ha una storia, allora non è un corpo in eccesso, un organismo da gestire nella sua presenza ingombrante e non prevista. L’ingegneria della migrazione è un processo tecnico–economico che coinvolge queste persone dal momento in cui qualcuno ha proposto loro l’affare del viaggio. Da quel punto in avanti le loro vite si sono via via appiattite sulla dimensione corporea: costo del passaggio, posto occupato, quantità di acqua consumata, quanti sono sacrificabili in una traversata via mare, quanti ne sono stati salvati, quanti ne sono stati accolti, quanti ne vengono smistati in ogni Prefettura, quanto costano alla collettività. La dimensione del «quanto» è talmente pervasiva nella vita del migrante, da annullarne completamente la qualità, il come, il «chi sono». Avviene nella vita del migrante qualcosa di simile a ciò che accade ad una vittima di tortura: la progressiva trasformazione in soggetto non pensante. Quando una persona viene torturata, l’intento non è né quello di farla parlare (e se c’è, questo è un intento immediato, non politico), né quello di ucciderla (perché ogni morte in regime di totalitarismo è martirio): l’intento è quello di farla tacere. Questa è la vera finalità politica tanto della tortura, quanto dell’ingegneria delle migrazioni: riorganizzare il mondo fingendo che queste persone non esistano. E noi vorremmo davvero chiudere la loro comunicazione?