• Home
  • La rivista
  • Quali meccanismi d’azione tra l’io e gli altri? - Varchi n. 16

Quali meccanismi d’azione tra l’io e gli altri? - Varchi n. 16

di Rita Sciorato

Il tema dell’identità è da sempre molto complesso, sono molte le variabili che differenziano gli uni dagli altri: la genetica, la storia, la geografia, la politica, la cultura del tempo, lo sviluppo psicologico individuale, l’ambiente.

Entrare nel merito del concetto di identità sembra quindi come avere a che a fare con un territorio difficilmente cartolarizzabile, se non altro perché il sommarsi delle esperienze nello scorrere del tempo impedirebbe di fissare con precisione dei confini in continuo ampliamento.

La questione non è quindi semplice; tuttavia nella quotidianità un qualche modo per definire se stessi e gli altri viene comunque usato da tutti e questo esercizio ha un peso sia nelle relazioni che nelle tendenze della società.

Quando guardiamo un film, quando leggiamo un articolo, quando incontriamo qualcuno, automaticamente utilizziamo una bussola personale per farci un’idea di quel dato autore o del nostro interlocutore.

Possiamo perciò chiederci, sia come soggetto collettivo che come soggetto individuale, qualcosa circa la bussola che guida il definire se stessi e l’altro.

Da che cosa sono influenzate le scelte che ci collocano in modo identitario? Da che cosa è influenzato il comportamento verbale e l’agire di un individuo? Di che cosa ci serviamo per connotare le azioni degli altri?

Per rispondere a queste domande potremmo cercare di focalizzare un po’ la questione, cercando dei criteri che possano delimitare un po’ il campo.

Attraverso uno sguardo al soggetto e alla crescita psicologica individuale ed uno sguardo alle diverse concezioni dell’essere umano presenti nella società si potrebbe quantomeno tentare di uscire da quello stato di pietrificazione in cui tanti eventi ci spingono.

La cronaca, infatti, sollecita normalmente la gente ad interrogarsi sull’identità dell’autore di gravi fatti riportati, aprendo una discussione su che cosa abbia indotto e sostenuto l’autore dell’evento esecrabile.

Non possiamo considerare che questo sia un esercizio inutile, se vogliamo capire quanto è da attribuire unicamente alla personalità del singolo e quanto è invece riconducibile, almeno in parte, ad una “cultura” di appartenenza.

Sono sempre più diffuse le trasmissioni televisive che hanno per oggetto tali questioni, il che conferma la presenza nella società di questo bisogno di capire.

L’acting out

Da tempo sentiamo parlare di acting out, ovvero di comportamenti che sembrano essere l’espressione nuda e cruda di vissuti emotivi non approdati alla mente, ma esternati in un agire violento, fatto di parole o di azioni. Un sentimento di rabbia ed un vissuto di umiliazione trovano a volte riscatto in frasi offensive sui social network o in azioni violente contro un altro essere umano o i suoi oggetti.

Questi comportamenti, i così detti agiti, segnalano una mancanza di riflessione nel soggetto e la sua tendenza ad esprimere nel comportamento emozioni, credenze, desideri.

Ad esempio un uomo si sente bruciare di rabbia per la fine della sua storia d’amore ed ecco che il suo stato d’animo prende concretezza espressiva nel dare alle fiamme la ragazza o la sua la macchina.

Se nella mentalità di un individuo, l’immigrato o il clochard o il gay o la donna sono da concepire come un non simile a sé, come un intruso o un essere inferiore, tale credenza, sfocia nell’uso della violenza verbale e agita, e per di più ammantata di legittimità.

Il passaggio all’atto dettato dalle emozioni è sicuramente il più frequente e il più diffuso, lo vediamo spesso in gruppi di adolescenti, in tante coppie, in tante relazioni genitori-figli e spesso anche tra alunni e insegnanti.

Lo scoppio d’ira che si traduce in comportamenti violenti contro le cose e le persone non è quindi solamente indicativo di difficoltà di dialogo, ma anche di incapacità di usare la mente piuttosto che le mani o i piedi nella comunicazione.

Questi fenomeni sono piuttosto preoccupanti.

Capita poi di apprendere che tali soggetti non siano stati capaci di immaginare le conseguenze dei loro atti e a volte assistiamo anche alla mancanza di un senso di colpa o di vergogna.

In particolar modo sembra che le nuove generazioni adolescenziali e i giovani in genere troppo spesso non abbiano l’attitudine a prefigurarsi gli effetti e le conseguenze dell’azioni per sé e per l’altro, motivo per cui la cultura prevalente nei media, molto spesso cerca nella psicologia e nella psichiatria la spiegazione non solo di fatti delittuosi, ma a volte anche di tutti quei comportamenti che vengono considerati distonici rispetto al sentire comune.

E’ pur vero che oggi giorno la patologia psichica è piuttosto diffusa, ma non dovremmo limitarci a quest’unica prospettiva per comprendere in modo significativo tali eventi

Pertanto le informazioni psicologiche che seguiranno non possono avere carattere esaustivo, in quanto non includono il ruolo della cultura che è invece intrinseco e spesso prioritario in quei comportamenti negativi.

In ogni caso possiamo cercare di comprendere le condizioni di base che consentono al singolo individuo questa tendenza.

La mentalizzazione

Fonagy, psicologo e psicoanalista ungherese, ha messo in evidenza come alla base di questi fenomeni vi sia spesso da parte del soggetto una mancanza di capacità di usare la funzione del pensiero.

Questa attività che Fonagy chiama mentalizzazione è un’abilità mentale acquisita nel corso della propria infanzia, negli scambi relazionali affettivi che normalmente si hanno all’interno della famiglia, e successivamente a scuola, come quando le maestre stimolano il bambino a immaginare cosa può accadere ad un personaggio all’interno di una storia.

Questa abilità, data dall’assimilazione delle competenze mentali per riconoscere i propri e gli altrui stati mentali, rende il soggetto capace di regolare il proprio comportamento.

In pratica si tratta del prendere coscienza dei propri stati mentali e del saper immaginare che cosa può accadere all’altro quando dico o faccio una certa cosa. Se mi metto nei panni dell’altro, se mi identifico con lui, concedo a me stesso la possibilità di pensare, di riflettere prima di passare all’azione.

Si tratta del famoso contare fino a dieci prima di… che in genere si ricorda ai ragazzini quando sono invasi dalle emozioni.

Ma come origina questa abilità?

Fonagy descrive questo processo originario come un processo interpersonale: questa capacità prende corpo via via, grazie alla continuità e alla costanza di una relazione, in cui il bambino mette in atto un attaccamento con gli adulti di riferimento.

Pertanto la qualità dell’attaccamento primario avrà un ruolo determinante in questo processo.

Una miriade di istantanee esperienze relazionali, nello svolgersi degli atti della quotidianità tra adulto e bambino, dà l’avvio a quel processo dinamico che sfocia nell’acquisizione dell’abilità di mentalizzare .

La mamma, o chi per essa, aiuta il bambino a trovare la giusta corrispondenza emotiva e linguistica in ciò che gli accade.

La parola ricevuta si collega all’esperienza emotiva e affettiva e nasce il pensiero.

Grazie al rispecchiamento emotivo, il bambino impara quindi gradualmente a considerarsi come un soggetto intenzionale, capace di sentimenti e di pensieri propri.

In questo modo le relazioni che il bambino ha con il mondo circostante diventano significative e prevedibili; ciò gli consente di sviluppare una propria capacità di reazione e adattamento per partecipare alla vita sociale.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, un soggetto dovrebbe essere cosciente non solo delle proprie emozioni, desideri, intenzioni e pensieri, ma anche essere in grado di immaginare quelli dell’altro.

Che è come dire che si entra in relazione con l’altro e si diventa capaci o meno di regolare i propri comportamenti in base alla presenza o alla carenza di questa funzione riflessiva soggettiva.

Fin qui abbiamo visto che la capacità di mentalizzare è indispensabile per l’auto-organizzazione e per la regolazione affettiva.

Riconoscere pensieri, fantasie, desideri ed emozioni e i loro effetti sugli altri, così come immaginare quelli degli altri e valutarne gli effetti su di noi, sono alla base della possibilità di attivare quell’autoregolazione che consente l’adattamento da un lato e l’autoaffermazione dall’altro.

Incapacità di pensare?

Ciononostante sarebbe riduttivo, come già affermato, affrontare la questione dell’identità basandosi esclusivamente su questo aspetto dello sviluppo psicologico individuale.

Si potrebbe, infatti, cadere nell’errore di considerare tutto ciò che ha a che fare con la violenza come frutto esclusivo di una deficitaria crescita psicologica del soggetto coinvolto.

In realtà succede che le persone possano mettere in atto condotte che eludono la propria capacità di mentalizzare ed è per questo che sembra importante comprendere quale sia il ruolo giocato dalla cultura in certe scelte.

A tal proposito e per semplificare il ragionamento in corso, basti pensare alla storica discussione intorno al caso Eichmann.

Tale dibattito è tuttora molto attuale, perché il bisogno di comprendere e di contrastare le strade che hanno portato alla più totale delle violenze è sempre vivo.

Hannah Arendt, autrice del libro La banalità del male, la più autorevole studiosa di tale caso, era arrivata a dire di Eichmann: “…Per quanto mostruose fossero state queste azioni, chi le aveva compiute non era né un mostro né un demone, la sola qualità che gli si poteva attribuire, sulla base del suo passato e del comportamento all’epoca degli interrogatori e del processo era negativa, non si trattava tanto di stupidità, quanto di un’autentica incapacità di pensare.”

Da qui domande, dubbi, nuove riflessioni alla ricerca di comprendere quali meccanismi psicologici e culturali consentono ad un individuo l’esercizio della violenza sull’altro.

A che cosa è ascrivibile questa incapacità di pensare a cui si riferisce la Arendt?

Zamperini nell’articolo da cui ho tratto la citazione della Arendt, scrive: “..il concetto di banalità del male e chi lo incarna ( ovvero il suo personaggio) hanno una peculiare “temperatura “: quella freddezza che si ritiene propria dell’indifferenza” ... L’indifferenza è comunemente intesa come una frattura fra sé e gli altri: un’assenza di interesse nei confronti del mondo alimentata dal desiderio di non essere coinvolti in alcun modo, né in amore né in odio , né in cooperazione né in competizione”.

In altri termini potremmo affermare che quando c’è l’indifferenza viene a mancare l’empatia, il che potrebbe far pensare ad una carenza dell’abilità di mentalizzazione.

Ma come possiamo attribuire solo all’assenza di mentalizzazione, alla mancanza di empatia, azioni che pur è evidente che sono state sostenute da concezioni deumanizzanti? Come possiamo accettare che i tanti casi di femminicidio siano una semplice sommatoria di situazioni singole?

La deumanizzazione

Per rispondere a queste domande è necessaria una riflessione più profonda. Scrive Chiara Volpato:

“La deumanizzazione è una strategia di delegittimazione che esclude individui o gruppi dall’umanità “.

Concepire l’altro come un non simile a sé, sottrargli la dignità di essere umano, è quindi una strategia al servizio di un qualche potere.

Nella cultura deumanizzante, l’altro, quello appartenente ad una razza diversa, ad una condizione sociale ed economica diversa o ad un altro sesso, viene declassato ad oggetto o merce ed è negato nell’identità di nostro simile.

Pertanto un soggetto, che agisce sostenuto da una cultura deumanizzante, non riterrà necessario rivolgersi all’altro come ad un proprio simile, motivo per il quale non si porrà il problema di immaginare gli stati mentali dell’altro, ed eluderà la propria abilità di mentalizzare: un pensiero deumanizzante condiviso crea quel tipo di mentalità che offre una legittimazione “morale “a non attivare la capacità di mentalizzare nell’azione.

Non sempre comunque ciò è dovuto ad una consapevole scelta; accade infatti che taluni siano coinvolti in queste concezioni anche a dispetto delle norme etiche che individualmente hanno maturato ed interiorizzato.

Ma quali meccanismi agiscono?

Chiara Volpato risponde a questa domanda con le tesi di Bandura:

“…quando gli individui si trovano a compiere delle azioni che contraddicono le norme etiche interiorizzate durante lo sviluppo, alcune ristrutturazioni cognitive possono rendere accettabili a se stessi e ad altri membri del gruppo le condotte altrimenti riprovate. La prima di tali ristrutturazioni si manifesta nella ridefinizione dei comportamenti negativi giustificati mediante impiego di eufemismi o mediante confronti che ribadiscono la superiorità morale del gruppo di appartenenza, la seconda minimizza il ruolo dell’agente attribuendo ad altri, solitamente a figure che incarnano l’autorità, il peso delle azioni compiute o diluendo le responsabilità tra più attori. La terza indebolisce il controllo morale, distorcendo o minimizzando le conseguenze degli atti compiuti. L’ultima riguarda le vittime, che vengono incolpate di quanto viene fatto loro subire e deumanizzate”.

Il costrutto teorico di Bandura sul disimpegno morale, esplicitato nel concetto di ristrutturazione cognitiva di cui sopra, sembra infatti essere d’aiuto per comprendere le perplessità generate da certi fatti.

Quante volte ci siamo chiesti: ma come è possibile che una persona così abbia agito in quel modo?

Può essere, infatti, che una ristrutturazione cognitiva, collegata ad una acritica condivisione di una certa visione del mondo, se pur in contrasto con i propri intimi principi etici, prenda corpo.

Non molto tempo fa una signora che si era unita su Facebook al coro degli insulti indirizzati all’attuale Presidente della Camera dei Deputati, interrogata direttamente sulle motivazioni del suo comportamento aveva confessato con autentico imbarazzo e dispiacere la sua superficialità e il contrasto tra la sua azione e la persona perbene che riteneva di essere.

Semplicemente aveva fatto come tanti altri senza pensare.

Sono fatti come questo che spesso ci lasciano pietrificati, come se ci fossimo imbattuti inaspettatamente nello sguardo pietrificante della Medusa.

L’antico mito greco racconta che un giorno Perseo decise di andare incontro alla spaventosa Medusa, una delle tre Gorgoni, che avevano il potere di pietrificare chiunque avesse incrociato il loro sguardo.

Perseo riuscì ad affrontarla ed anche a vincerla.

Ma come aveva fatto?

L’intuizione, il pensiero e il ragionamento lo avevano portato a cambiare prospettiva.

Perseo decise di andare incontro alla Medusa camminando all’indietro per non essere pietrificato dal suo sguardo e, localizzandola nello specchio del suo scudo, la trafisse a colpo sicuro.

Il mito ci insegna che per quanto spaventosa e pietrificante la realtà negativa possa essere, c’è sempre la possibilità di vederla, affrontarla e vincerla.

Basta cambiare prospettiva nel pensiero e nell’azione.

BIBLIOGRAFIA

Hanna Arendt: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 2012

Chiara Volpato: Negare l'altro. La deumanizzazione e le sue forme, in Psicoterapia e Scienze Umane, F. Angeli- Anno 2013- Volume XLVII, n. 2

Fonagy: Attaccamento, sviluppo del Sé e sua patologia nei disturbi di personalità,

(http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/fonagy-1.htm )

Alberto Zamperini: Banalità dell'indifferenza. Ambivalenza di un sentimento (non sempre) al servizio del male, in Psicoterapia e Scienze Umane, Franco Angeli- Anno 2013- Volume XLVII, n. 2