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Identità digitale: un valore fragile dall’etica alla roboetica? - Varchi n. 16

di Rodolfo Zunino*

Esperto e uomo della strada concordano sul fatto che il progresso tecnologico dei decenni scorsi pone sfide evolutive del tutto nuove a tutti i livelli generazionali. La massiva e pervasiva diffusione delle nuove tecnologie, smartphone in primis, costituisce un fattore critico di cambiamento; ciascuno ha in tasca una connessione verso tutto il mondo circostante, e questo è un fatto potenzialmente dirompente.

Il concetto di Identità Digitale si è, all’inizio, associato semplicemente ad un insieme di diritti di accesso a servizi o informazioni; non a caso il reato di “furto di identità”, che è uno dei crimini più frequenti sul mezzo telematico, consegue spesso all’accesso abusivo a sistemi informatici da parte di utenti non autorizzati. Ma la realtà sociale e soprattutto il mondo giovanile stanno affermando, nei fatti prima che nei princìpi, che il concetto non può essere ridotto al possesso e utilizzo di una password o di qualche credenziale di accesso. L’analisi in questo articolo cercherà di proporre una nuova interpretazione dell’Identità Digitale secondo una luce multidisciplinare, sforzandosi di ricondurre allo stesso fenomeno componenti tecnologiche con altre, in certo qual modo, antropologiche.

La compresenza di aspetti tecnici e socio/psicologici spesso offusca una lettura efficace dello scenario contemporaneo, anche perché le rispettive comunità di esperti hanno difficoltà nel trovare un linguaggio comune. L’analisi cercherà quindi di bilanciare considerazioni di tipo tecnologico con l’impatto sulla vita dei nostri giovani, identificando qualche aspetto o condizione che rendono il periodo attuale peculiare e per certi versi senza precedenti.

Lo scenario

Una prima considerazione deriva da un fatto nuovo nella storia della scienza: forse per la prima volta una generazione acquisisce e padroneggia una tecnologia dirompente prima (e meglio) delle generazioni che la hanno preceduta[1]. Di fatto era sempre accaduto che una generazione sviluppasse una nuova tecnologia e la trasmettesse alle successive con un processo di training; oggi con smartphone & Co le cose vanno diversamente. Non è infrequente sentire un adulto - anche non anziano - rivolgersi ad un giovane - di ogni età - affinché lo aiuti nella gestione del mezzo tecnologico. Dobbiamo pur tuttavia tenere ben presente che le generazioni fruitrici di fatto non conoscono gli strumenti che invece meglio padroneggiano. In un ardito paragone, si potrebbe immaginare di trovarci all’inizio del XX secolo durante la diffusione dei mezzi automobilistici, in cui però ragazzi (bambini?) siano i migliori piloti. E saremmo ancora senza un codice della strada …

Non si può peraltro ridurre un simile fenomeno sociale a una mera conseguenza del progresso ingegneristico. Si assiste infatti ad un certo mutamento antropologico, perché la diversità nella competenza digitale amplifica il già presente (e fisiologico) gap generazionale. Ad esempio, un tale meccanismo può costituire alibi per quella forma di “abdicazione dal ruolo parentale” che si riscontra in giovani genitori, che concedono ai figli piena autonomia nel controllo del mezzo tecnologico perché “mio figlio/a è esperto/a e ho fiducia in lui/lei”. La frattura generazionale basata sulle competenze digitali costituisce un vulnus molto critico le cui conseguenze saranno ben evidenziate più oltre.

Un ulteriore punto di singolarità consiste nella associazione delle tecnologie informatiche con altre legate alle telecomunicazioni. Si era già osservato alla fine del secolo scorso, con la diffusione esplosiva dei Personal Computer, quanto le nuove generazioni potessero rivelarsi plastiche e ricettive nei confronti degli strumenti informatici. Quella fase, del resto, si manifestò in ambiti e con ricadute a livello individuale (pensiamo al mondo dei video games), esponendo i soggetti più deboli a pericolose devianze o patologie nel comportamento o nella personalità. Ma un punto di svolta si è avuto quando a tale disponibilità di potenza di calcolo si è associata - sullo stesso dispositivo - una pervasiva tecnologia di comunicazione. Il possessore di uno smartphone o tablet oggi ha in mano una capacità informatica superiore a quella usata per le missioni lunari, ma detiene anche la possibilità pratica di vedere luoghi e parlare con persone in ogni parte del pianeta. Spicca in questa prospettiva il ruolo visionario e lungimirante di figure quali Steve Jobs che, con tutti i limiti personali e storici della figura, di fatto diedero impulso a questa rivoluzione digitale.

Il concetto

La combinazione informatica-telecomunicazioni stabilisce quindi un nuovo paradigma di relazione interpersonale. Le nuove generazioni parlano e comunicano in modo diverso da quelle che le hanno precedute, e anche se queste ultime alla fine usano gli stessi strumenti (ad esempio Social Networks), il modello di interazione è totalmente differente fra i due mondi. Spesso le generazioni mature faticano a riconoscere che, de facto, il fatto di “stare continuamente connessi sui Social” rappresenta un nuovo modello di relazione sociale, con cui bisogna pur sempre fare i conti.

La conseguenza di tutti questi aspetti singolari è che dobbiamo gestire una nuova dimensione digitale, su cui molti giovani contemporanei fondano, talvolta inconsciamente, il concetto di “Identità Digitale”. Alla tradizionale percezione della propria identità basata su coordinate di tipo ‘fisico’ (un soggetto si riconosce secondo la propria realtà esteriore, il comportamento e le relazioni), la dimensione digitale aggiunge una coordinata che è esclusivamente immateriale e relazionale: l’identità personale deriverà dalle domande “chi sono io?” ma anche “con chi sono connesso?”.

Il riconoscimento e la costruzione della propria identità nasce quindi da un equilibrio di queste due componenti; per contro, molte problematiche di tipo personale, giudiziario e infine patologico possono nascere dalla perdita di questo equilibrio stesso. Nello scenario discusso in precedenza si ritrovano parecchi fattori di rischio che possono compromettere questo delicato processo.

In primis, la frattura generazionale sulle competenze digitali indebolisce la già flebile possibilità di una guida parentale; la disponibilità di tecnologia non accompagnata da una adeguata conoscenza culturale (da parte dei genitori) ostacola la formazione di un’etica nell’uso del mezzo tecnologico; non da ultimo, la connettività ubiqua e pervasiva può incidere sulla esigenza di privacy dell’individuo.

Possiamo constatare che spesso gli adulti non hanno strumenti culturali e pedagogici per indirizzare i propri successori. Di fatto esiste una nuova dimensione digitale, ma nessuno sa bene come questo sarà gestito dalla generazione entrante e ci si basa su canoni interpretativi non adeguati perché obsoleti. Proveremo almeno a basare l’analisi su una iniziale prospettiva tecnologica.

Identità fragile a livello individuale

Un significativo pericolo a livello individuale consiste nella (inesistente) dicotomia fra mondo reale, che sarebbe meglio definire ‘fisico’, e mondo ‘virtuale’, che sarebbe meglio definire ‘digitale’. Non siamo predisposti (diremmo antropologicamente) a gestire una nuova dimensione della nostra identità, il che in molti casi porta a gestire quest’ultima come un fenomeno separato o separabile dal mondo fisico. Quando questo meccanismo non è accompagnato da una adeguata consapevolezza anche a livello tecnico, può nascere una distorta percezione della propria identità, con possibili sdoppiamenti fra la personalità e i comportamenti nel mondo fisico e quelli nel mondo digitale. Cronache e vita comune testimoniano frequentemente casi di persone che conducono un certo stile di vita nel mondo quotidiano e uno stile del tutto antitetico e insospettabile in rete. Diversi fattori tecnologici sono alla base della tentazione di disaccoppiare la coordinata fisica da quella ‘virtuale’.

In primo luogo troviamo, paradossalmente, la comodità di uso dei dispositivi: esperti e forze dell’ordine concordano sul fatto che spesso si agisce in modo improprio o illecito solo perché “è facile farlo”; in altre parole la tecnologia sembra allentare un freno inibitore, naturalmente ancora una volta a causa della mancanza di un’etica nell’uso del dispositivo.

Un secondo fattore incentivante di comportamenti scorretti è la falsa percezione di anonimato offerto dal mezzo tecnologico e in particolare dalla rete. La mancanza di conoscenze illude sul fatto che quanto fatto su Internet, solo perché si sta usando magari un profilo alternativo, non sia rintracciabile: questa è una falsa percezione della verità perché ogni azione nel mondo digitale lascia tracce al pari di ogni atto commesso nel mondo fisico.

Su questo aspetto si sovrappone frequentemente una presunzione di non identificabilità mediante una esposizione personale ‘selettiva’: in altre parole, uno si convince di non poter essere identificato perché non espone informazioni che possano ricondurre alla sua identità anagrafica. L’esperienza insegna che in verità questa è una percezione illusoria; ben poche persone (e solo quelle addestrate) riescono a 'compartimentare' le informazioni esposte secondo profili precostruiti. La chiave di lettura sta nella cronologia delle informazioni ‘postate’ in rete: l’utente di solito opera secondo una finestra temporale di consapevolezza molto ristretta, e non ricorda le informazioni esposte in precedenza. Il problema è aggravato dall’ uso intensivo del mezzo tecnologico che tende a spostare il focus di attenzione sul “qui e ora”. E’ interessante osservare che questo meccanismo non interessa solo la platea di utenti “non informati” ma si rileva trasversale in tutto il cyberspace: esistono casi ‘eccellenti’ di tecnici esperti o persino hacker che cadono nella trappola della sovraesposizione o presunzione di non identificabilità. Questo a riprova della dimensione antropologica e non solo tecnica del fenomeno.

Un'ultima ma non meno importante componente di rischio derivante dalla tecnologia consiste nella assunzione di irraggiungibilità, con cui ci illudiamo che gli interlocutori telematici non possano entrare in contatto fisico con noi. In sostanza, se anche la mia identità anagrafica fosse disponibile, percepisco il mondo 'virtuale' come distante e quindi mi sento inviolabile dal momento che non vedo un punto di contatto con il mondo reale. Naturalmente un tale punto di contatto esiste ed è la persona stessa, che integra in sé sia la dimensione fisica sia quella digitale. Questa è una potente leva su cui agiscono gli esperti malintenzionati per raggiungere obiettivi criminosi, di cui l'adescamento online rappresenta un esempio indiscusso.

Identità fragile a livello sociale

Ad aspetti che riferiscono alla sfera individuale si associano diverse componenti legate alla dimensione sociale del mondo digitale. In una realtà iperconnessa l'identità personale si concretizza anche nell’universo tecnologico e lì, ovviamente, il primo problema consiste nella vastità del contesto con cui ci si confronta.

Ancora una volta la semplicità, potremmo dire talora la brutalità, del mezzo digitale si fa complice contro una corretta maturazione della propria identità. Aver ridotto l’interazione digitale ad una categoria manichea del tipo “mi piace/non mi piace” azzera le sfumature e trasforma un processo qualitativo di relazione ricco di sfumature in un mero conteggio quantitativo, esasperando spesso aspetti competitivi che portano a devianze comportamentali quali il sexting o la esibizione incontrollata in rete.

Se questa ultima componente riguarda soprattutto il mondo giovanile/adolescenziale, il problema della scarsa attenzione alla visibilità dei contenuti permea invece la popolazione digitale in modo trasversale. Solo di recente si sta affermando la consapevolezza che è opportuno porre un filtro non solo ai contenuti esposti, ma anche a chi potrà accedervi.

Questo è reso ancor più importante dalla natura persistente dei dati in rete: foto o video, seppure rimossi dalla fonte primaria, possono restare accessibili tramite fonti alternative anche molto tempo dopo la loro cancellazione. In questo senso ogni volta che si posta qualcosa sul web, si costruisce un pezzo della propria identità digitale ma al tempo stesso se ne perde il controllo esclusivo.

Gli impatti sociali di queste realtà sull'idea di Identità Digitale sono molteplici.

Dedichiamo volutamente appena un cenno al problema assai diffuso e critico del cyber-bullismo, solamente perché è oggetto di approfondite analisi e azioni correttive a diversi livelli. Sottolineiamo solo come questo fenomeno possa essere ricondotto alla gestione di una identità personale, in cui la dimensione digitale agisce come rafforzativo di spinte o percezioni verso comportamenti deviati.

Interessante dal punto di vista sociale è il fatto che molte agenzie di placement e scouting hanno iniziato a servirsi di tecnologie di profiling, che aggregano tutte le informazioni riferibili ad una certa identità e ricostruiscono un quadro complessivo, su cui basare interviste e processi di selezione.

Più in profondità, attraverso la ricostruzione dell'identità digitale mediante un'analisi accurata dei contatti in rete e dell'attività relazionale su Social Network e blogs, è possibile di norma delineare i tratti della persona nella sua interezza.

Prospettive

Un tratto comune che si riscontra spesso nelle interazioni in materia digitale fra il mondo giovanile e le generazioni adulte è l'atteggiamento sconcertato e spesso nostalgico di queste ultime: da un lato si constata la distanza dalla controparte, ma dall'altro si auspica un imprecisato ritorno al passato in cui le interazioni si attuavano in modo diverso o 'tradizionale' ["ai miei tempi alla tua età mi vedevo con gli amici in giro invece di stare sempre attaccato al cellulare"]. Escludendo ovviamente fenomeni patologici o eccessi che pur sussistono, si deve prendere atto che il modello tradizionale non tornerà perché il cambiamento è irreversibile.

Tocca quindi alle generazioni mature evolvere verso le nuove e avvicinarsi al loro modello relazionale. Una semplice constatazione statistica ne fornisce una prova indiretta: se si chiede ad un professionista di diffusione culturale quale sia la parte più difficile nell'avviare i giovani ad un corretto approccio alle tecnologie, la risposta invariante sarà "educare i genitori".

Se tutti concordiamo sul ruolo imprescindibile della formazione, potrebbe invece giovare uno spostamento di focus nella presentazione dei contenuti: troppo spesso oggi la formazione digitale si riduce a insegnare "come si usa qualcosa", mentre alla luce di tutto quanto sopra sarebbe meglio che si educassero i giovani a chiedersi "come divento io quando uso qualcosa".

La variazione di prospettiva educativa o didattica deve tendere quindi verso una maturazione di consapevolezza piuttosto che verso un arricchimento di competenze. Troppo spesso si assiste nella scuola moderna ad un modello didattico in cui l'insegnamento digitale consiste in lezioni di informatica o, anche peggio, nell'uso di strumenti informatici. Non sembra velleitario auspicare che, grazie alla crescente attenzione al problema da parte di vari attori istituzionali, si costruisca progressivamente la generazione digitale di cui tanto si parla.

Un punto utile di formazione può essere costituito dalla integrazione dei valori e dell'etica nel nuovo contesto digitale. Da un lato il futuro non appare del tutto chiaro proprio per la mancanza di precedenti storici o sociologici, ma piace pensare che le nuove generazioni sapranno costruire in sé i valori e gli anticorpi per maturare, dietro una guida mirata, una corretta costruzione della propria identità a tutto tondo.

La tecnologia ha una identità?

Finora abbiamo considerato l'evoluzione delle interazioni uomo-tecnologia dal punto di vista del primo. Il progresso scientifico apre però una seconda prospettiva, anch'essa del tutto inedita e ugualmente sfidante: anche le macchine digitali (in senso lato, comprendendo anche strumenti software) possono maturare una propria identità. Escludiamo qui scenari più o meno avveniristici di macchine che acquisiscano una auto-coscienza; oggi questo non sembra ancora attuale, sebbene potrebbe essere utile iniziare a dotarsi di serie categorie concettuali per gestire una tale situazione nel momento in cui si presentasse. E' invece assolutamente realistico e concreto lo scenario in cui una macchina dispone di 1) una propria "personalità" e 2) la capacità di apprendere. Profetico in tal senso il ruolo dell'inglese Alan Turing, altro gigante del secolo scorso, il quale preconizzò che presto si sarebbero realizzati automi il cui comportamento sarebbe stato indistinguibile da quello di un essere umano[2]. Oggi esistono diversi esempi di realizzazioni digitali che superano il test di Turing, basti pensare ad alcuni risponditori digitali evoluti o ad assistenti virtuali.

Riguardo al requisito di una personalità digitale, le macchine moderne hanno tanti gradi di libertà e possibili parametri che due prototipi, di fronte ad una decisione, quasi inevitabilmente seguiranno scelte individuali. Turing introdusse nelle macchine persino comportamenti irrazionali, facendo sì che seguissero ogni tanto scelte casuali invece che deterministico-algoritmiche. In altre parole, oggi due software evoluti si comportano con noi in modi diversi e individuali.

La capacità di apprendere caratterizza le macchine digitali ormai da diversi decenni. Chi scrive si occupa di machine learning o apprendimento empirico dagli anni '90 e il progresso su quel fronte è stato davvero notevole. Oggi è possibile costruire un sistema digitale che parte "vuoto", osserva progressivamente il mondo (cioè gli stimoli cui è sottoposto) e si adatta di conseguenza per ottimizzare un certo risultato. Esistono oggi macchine che, osservando il comportamento umano, imparano a pilotare aerei, guidare automobili, riconoscere volti e persone, controllare impianti industriali, leggere testi in linguaggio naturale, riprodurre le preferenze percettive di un umano, prevedere andamenti di borsa, supportare diagnosi cliniche (entro certi limiti).

Se uniamo la possibilità di scelte individuali con la capacità di adattarsi al contesto, otteniamo che oggi non esistono due macchine (evolute) che si comportano in modo uguale; questa è una importante premessa verso la formazione di una identità digitale delle macchine. Indispensabile qui astenersi da ogni contaminazione 'mediatica': troppo spesso la divulgazione in materia si piega a esigenze cinematografiche con macchine antropomorfe; oggi le macchine 'intelligenti' che ci circondano hanno ogni forma ma non umanoide. Basti pensare ai robot che già puliscono molte case e imparano da soli la mappa dell'appartamento nonché le nostre preferenze di orario.

Non pare oggi imminente uno scenario in cui le macchine acquisiscano un potere cognitivo superiore a quello umano (incidentalmente, lo stesso Turing are convinto che prima o poi sarebbe accaduto). E' invece realistica l'esigenza di costruire un'etica digitale delle macchine: dal momento che possono avere una personalità autonoma e compiere scelte individuali diventa necessario dotare i sistemi di meta-regole che ne governino i comportamenti. Molto critico (e attualissimo) il caso dei droni militari, vere macchine autonome dotate della capacità di apprendere, perseguire obiettivi, e compiere scelte di evidente delicatezza. Il contesto della RoboEtica per ora non ha incontrato un vero riscontro di consapevolezza né nei media né, spesso, nella comunità degli esperti. Questo probabilmente è anche dovuto alla associazione "intelligenza artificiale" - "robot", anch'essa figlia di una mondo cinematografico ma invece estremamente parziale e limitativa. La personalizzazione, l'apprendimento induttivo, l'esigenza di meta-regole etiche travalicano il mondo della robotica e devono invece estendersi a tutto il mondo delle macchine digitali evolute.

Un tentativo di conclusione

Una conclusione importante di questa analisi, pur nella sua incompletezza, consiste nell'aver definito l'Identità Digitale di ogni individuo come un processo dinamico e non come un fatto statico. Nel momento in cui abbiamo maturato una nostra etica digitale, le informazioni che acquisiamo e le interazioni che poniamo in essere sul mezzo telematico possono arricchirci e migliorarci non meno di quanto apprendiamo dalle persone che incontriamo e con cui colloquiamo.

Sembra opportuno chiudere con alcune pillole di esperienza che possono aiutare a definire e gestire la propria dimensione digitale; consistono in considerazioni o domande (meno che mai esaustive) che può essere utile tenere presenti quando ci si muove nel mondo digitale.

  1. Il mondo virtuale non esiste; esiste solo quello reale.
  2. Il tuo mondo digitale è parte di te.
  3. Lo specchio riflette la tua immagine, il tuo mondo digitale rispecchia i tuoi valori.
  4. Quando dici qualcosa a qualcuno in rete, chiediti se glielo diresti se lui/lei fosse davanti a te.
  5. Quando fai qualcosa in rete, chiediti se lo faresti di fronte a tutti quelli che ti conoscono.
  6. Quando posti qualcosa, chiediti se ti andrà bene che ciò che esponi si possa ancora vedere fra dieci anni.
  7. Ogni tanto prova a chattare con i tuoi familiari.

*Rodolfo Zunino è Professore Associato presso il Dipartimento DITEN - Scuola Politecnica di Ingegneria dell'Università di Genova, dove è docente di Elettronica e Cyber Security ed è Presidente del Master (II livello) in "Cyber Security and Data Protection". E' co-autore di oltre 230 articoli scientifici (Riviste o Convegni Internazionali), ed è co-inventore di due brevetti. Tra i suoi hobby la falegnameria, ma si diverte ogni volta che può educare i bimbi/ragazzi (inclusi i suoi due figli) al gusto della scienza e della tecnologia.

 

[1] Questo asserto esclude ovviamente la ristretta ‘casta’ degli scienziati-tecnologi che sviluppano e propongono sul mercato.

[2] Alla tesi/test di Church-Turing si riferisce appunto il titolo del film "The Imitation Game" (anche se non è approfondita dal contesto)