La sfera di cristallo digitale - Varchi n. 15

di Stefano Laffi*

  1. Prologo, ovvero cosa ti chiedi a 16 anni

E io? Che ci faccio io qui? Ce la farò? Mi accetteranno?- Mi capiranno? Mi rispetteranno? Qualcuno si accorge di me? Perché gli altri non ci sono mai quando ho bisogno? Le piacerò? Chissà che tipo è, che cosa le piace, che giri frequenta? Cosa faccio adesso? Che c'è di bello da fare? Dove andiamo a divertirci? Ma quanti soldi servono? L'anno prossimo che faccio? C'è qualcuno che ci ha già provato? Com'è? È difficile? Funziona? ecc. ecc.

  1. Grammatica dell'innovazione

Assieme alle domande ricorrenti dell'adolescenza, mettiamo in fila un po' di apprendimenti che ci derivano dalla storia della tecnologia, per evitare di cadere negli stereotipi piu frequenti intorno al rapporto fra giovani generazioni e dispositivi comparsi negli stessi anni.

Quando una tecnologia entra in scena, è comune una reazione di diffidenza e sospetto, tanto da regalarci oggi una rassegna infinita delle affermazioni apocalittiche: la macchina da cucire a pedale avrebbe eccitato troppo le sarte per lo sfregamento delle gambe, la zip avrebbe invitato al nudismo, il cinema avrebbe corrotto i giovani, il walkman avrebbe provocato la sordità, ecc. Prefiguriamo sempre impatti deformanti, ovvero temiamo di perdere il controllo, di rinunciare a comode abitudini, di vedere i figli corrompersi, di scoprirci in difficoltà coi nuovi oggetti... Ovviamente, i timori sono direttamente proporzionali all'età che abbiamo.

La comparsa di un nuovo oggetto magnetizza l'attenzione e orienta lo sguardo. Assumendo una prospettiva antropologica sul presente e sull'Occidente, va riconosciuto che gli oggetti tecnologici sono caricati simbolicamente e hanno potere, rompono equilibri, come sa ogni genitore quando si interroga se far entrare in casa una consolle per videogiochi al compleanno del figlio, temendone le conseguenze su tempi di studio, attenzione e regole di convivenza. E poi va detto che negli ultimi decenni le tecnologie hanno scandito le epoche nell'immaginario collettivo, hanno segnato le generazioni e gli stili con cui si facevano le cose, hanno rivoluzionato routine fondamentali del quotidiano come scrivere, leggere, memorizzare, apprendere, conoscersi, fare la spesa, organizzare le vacanze, ecc . Il rischio però è quello di enfatizzare l'oggetto, di attribuirgli un potere magico, una forza feticistica che spesso non ha: fra un ragazzo che usa intensamente il suo smartphone e un padre che lava ogni tre giorni l'automobile è più probabile che il feticista sia il secondo, che ha scelto quel modello, dopo aver confrontato nel dettaglio le prestazioni, aver visitato vari concessionari, averne parlato con tanti colleghi, ovvero seguendo preliminari che un ragazzo ignora rispetto al suo cellulare. Bisognerebbe sempre fare la cosiddetta "analisi funzionale", lo stesso procedimento mentale che si usa negli uffici progetti delle aziende: qual è la funzione che l'oggetto assolve, indipendentemente dalla sua forma? Particolari tipologie di gas, il frigorifero, la cantina e un vasetto con del sale o del pepe hanno in comune qualcosa, la possibilità di conservare cibo, cioè si tratta di materiali e forme completamente diversi che hanno uno scopo in comune. La domanda diventa allora quali usi, bisogni o desideri assolve quella tecnologia?        

La tecnologia che si afferma non è necessariamente la più avanzata e sofisticata, ma quella che trova un mercato. È una questione di standard, fra i vari formati uno deve vincere per consentire la produzione in serie e questo non è necessariamente il migliore fra quelli disponibili. Come dire che questa non è la società della conoscenza e noi non usiamo la sua frontiera di innovazione, questa è la società di mercato e noi assistiamo alla dialettica fra ricerca scientifica ed economia di mercato. L'esempio classico è quello delle videocassette: nella lotta iniziale sugli standard prevalse il VHS, il mercato pornografico aveva investito su quello e quello si affermò, anche se il BETACAM aveva qualità piu alta. Analogamente, solo per restare nel mondo dei supporti di memoria, ci siamo persi per strada anche ottime alternative ai cd come minidisk, laserdisk, ecc.  

Le applicazioni e gli usi diffusi non sono quelli previsti nella produzione, ma quelli che gli utenti trovano piu utili. Qualcuno ricorda i telecomandi tv degli anni '80, una vera festa della sofisticazione incorporata negli oggetti? Il problema era che nessuno usava tutti quei tasti, il cui effetto fu alla lunga di inibire le persone, di creare la soggezione fra l'ignoranza del consumo e la potenza del programmatore elettronico. Così, ad un certo punto, comparve nella pubblicità di un televisore un neonato che vi camminava accanto - in un'epoca diversa dall'attuale, un tempo in cui l'infanzia evocava approccio elementare agli oggetti, non l'abilità istintiva che oggi osserviamo - col messaggio implicito del telecomando a prova di infante. Anche perché i maggiori fruitori di televisione sono gli anziani, e quello fu il modo per rassicurarli che in commercio c'erano apparecchi adatti alle loro abilità.

Restiamo sul nostro tema, per notare la prevalenza dell'uso sociale sul progetto: gli adolescenti hanno in mano telefoni che non usano come tali, i ragazzi non telefonano quasi mai, ma ci fanno tante altre cose, spremono le funzioni gratuite o altre che nemmeno erano previste dai creatori di cellulari, come l'uso iniziale di sms letteralmente spinto dal consumo, non dalla produzione.  

Le tecnologie spostano i vincoli, cioè regalano sempre 'superpoteri', cioè consentono di raggiungere lo stesso risultato con minor sforzo, o di realizzare qualcosa che prima era fuori portata. Le tecnologie attuali, fondate sull'elettronica e l'informatica, non sono trasparenti e intuitivamente comprensibili come lo erano invece quelle meccaniche, cioè nascondono il segreto di quel superpotere: per la maggior parte di noi non sono riparabili, né si può vedere e capire cosa c'è dentro, ci risultano opache, e ormai la cosa ci lascia indifferenti. I superpoteri evocano la questione della dipendenza e della perdita di autonomia, soprattutto a fronte dell'inaccessibilità dei meccanismi generativi: i navigatori satellitari consentono a chiunque di arrivare a destinazione senza aver alcuna cognizione del luogo in cui si trova, ma verosimilmente riducono il senso dell'orientamento e le capacità di leggere una cartina geografica.

Una nuova tecnologia divide sempre il mondo in due, fra chi la adotta e chi fa come prima, fra chi ha nostalgia e chi festeggia la novità. Spesso - ma non sempre - questa linea di demarcazione corre lungo la linea dell'età, segue le generazioni, cosi che è facile ritrovare genitori e figli schierati su fronti opposti. Cosa fare? Probabilmente la soluzione intelligente è coltivare le abilità di prima e conoscere le applicazioni delle nuove tecnologie, usandole laddove utili, senza scandalizzarsi. Un cantante deve saper modulare la sua voce ma "dipende" dal suo microfono e dalle tecnologie di amplificazione se vuole fare un concerto. Il limite è se mai un altro: è importante che la tecnologia serva noi, non viceversa. Se passo più tempo a manutenere lo strumento - caricarlo, aggiornarlo, ripararlo, integrarlo di opzioni, registrarlo, ecc. - che a coltivare l'abilità che lo strumento potenzia, qualcosa non va.

  1. Digressione, ovvero la polpetta avvelenata delle tecnologie di comunicazione

Nel corso di un laboratorio teatrale tenuto a Milano dal drammaturgo Gigi Gherzi con adolescenti, intorno al mito di Prometeo come chiave di lettura del loro rapporto con le tecnologie, si chiese a ragazzi e ragazze fra le altre cose se ci fosse nelle opportunità di queste tecnologie qualcosa che non amassero, non volessero, non corrispondesse a desideri o usi per loro interessanti. Non c'erano dubbi, le polpette avvelenate erano due: la geolocalizzazione e il registro elettronico a scuola. La spiegazione era semplice: si tratta in entrambi i casi di strumenti di controllo in mano agli adulti, in particolare ai genitori, essendo il primo descritto come l'arma utilizzata per sapere dove si trova un figlio scrutando le applicazioni che ne tengono traccia, e il secondo come quel canale diretto fra scuola e genitori che impedisce di nascondere assenze e brutti voti. L'obiezione era chiara, rivolta agli adulti che sedevano di fronte: perché voi avete potuto farlo - saltare la scuola senza doverne rendere conto, mediare le comunicazioni sui risultati decidendo momenti piu opportuni - e noi no?

Al di là della sensatezza di quella domanda, resta il dato di una polarizzazione, l'orientamento al controllo nell'uso della tecnologia dal lato degli adulti - oltre a quei due esempi, si potrebbero aggiungere blocchi sugli usi dei dispositivi, "parental control" di vario genere, telecamere a distanza per controllare neonati o appartamenti, sistemi di allarme, ecc. - quello alla relazione dal lato dei ragazzi.

  1. Una questione di metodo

Uniamo i punti. Ragazzi e ragazze attraversano in adolescenza un'età immersa in domande esistenziali fortemente concentrate su di sé e sul proprio posizionamento nel mondo, sui propri pari e sulle relazioni di amicizia o di attrazione per qualcuno o qualcuna. Questo stato di interrogazione sulla vita non ha tregua, non si tratta di curiosità episodica ma di un monitoraggio continuo - ogni giorno una frase, un messaggio, una conversazione, uno sguardo possono cambiare quelle coordinate - che ha la frequenza di un diario quotidiano.

Nella loro vita sono comparsi degli oggetti che loro non hanno progettato o inventato ma che fanno parte del loro ambiente materiale di crescita: per questo non ha senso parlare di nuove tecnologie, perché si tratta semplicemente di qualcosa già presente nel contesto ambientale, e parimenti non ha senso porre un distinguo fra virtuale e reale, perché è tutto reale (così come 30 anni fa erano reali le relazioni a distanza coi parenti ascoltati settimanalmente col telefono fisso o quelle d'amore coltivate per via epistolare).

I ragazzi e le ragazze, a differenza di molti adulti o anziani, non stanno a guardare sospettosi o meravigliati, interpretano gli oggetti giustamente come strumenti, anziché farsi sedurre dalle forme, e li virano verso gli usi che risultano loro più utili. Mentre in mano agli adulti pc e cellulari diventano prima simboli di status e poi attrezzi di lavoro, ragazzi e ragazze - che ancora non lavorano - li usano esattamente per rincorrere le risposte a quelle domande, li piegano a strumenti di relazione, cioè di messa in scena, di comunicazione e di condivisione. Quello che prima facevano le cartoline e le lettere, i citofoni e gli appuntamenti sotto casa, l'agenda e la bacheca dei propri scatti fotografici, le telefonate dalle cabine e i fogliettini passati in classe, ... ora è tutto li, nel proprio smartphone. E così come siamo passati dal conservare sotto sale al frigorifero, ora "Interflora" ha lasciato il campo alle chat.

Si ha tutto il diritto di essere nostalgici e romantici, di rimpiangere un mondo più semplice e la carica poetica dei tempi di attesa azzerati dai social network, ma il metodo dell'analisi funzionale ci restituisce un quadro molto chiaro: le tecnologie entrate in scena di recente e in particolare lo smartphone come dotazione strumentale tascabile e personale non sono una nuova droga, rispondono ad esigenze che gli adolescenti hanno sempre avuto e che valevano anche per chi oggi è diventato adulto. È cioè poco credibile immaginare che nella loro adolescenza genitori e insegnanti non avrebbero fatto l'uso che oggi ne fanno i loro figli, i loro allievi. Anche i comportamenti più scorretti mediati dal cellulare - come il bullismo o l'accesso a materiali pornografici - fanno parte dell'adolescenza degli adulti, solo con mezzi diversi, tendenzialmente meno efficaci rispetto allo scopo.

Sotto questa luce, lo smartphone è davvero "l'adolescentografo", uno strumento raffinatissimo e millimetrico di risposta alle grandi questioni dell'adolescenza. Poter misurare le reazioni di gradimento ad ogni mia affermazione o immagine, poter testare versione di me prima di assumerle come identità, saper cosa piace e cosa passa per la testa a tutte le persone che mi interessano, aver certezza che tutti leggano una mia affermazione, poter gestire i miei sé in costruzione nei diversi gruppi di riferimento, collezionare e mostrare la musica che mi piace, cercare e trovare all'istante tutto ciò per cui ho una curiosità estemporanea, gridare al mondo la mia rabbia o la mia felicità per vedere l'effetto che fa, ecc. Chi di noi, dai 40 anni in su e quindi cresciuto senza negli anni dell'adolescenza, non l'avrebbe voluto uno strumento così?

Certo, potente ma non onnipotente, lo strumento ha dei limiti. Illude sull'istantaneità della conoscenza, appiattisce le fonti, disincentiva gli approfondimenti e gli approcci critici, favorisce l'omologazione o la radicalizzazione dei punti di vista, istiga a conversazioni reattive ed emotive e non all'elaborazione riflessiva. Anche dal punto di vista relazionale, sovraespone gli aspetti emotivi, forza le maschere sociali del divertimento, istiga a rappresentazioni di sé unilaterali in cui non hanno spazio dimensioni di tristezza, insicurezza, dubbio esistenziale, si presta al gioco crudele della derisione fra pari e della prevaricazione sui più deboli caratterialmente. Insomma, non difetti da poco, a riprova che lo strumento non è neutro - risponde a funzioni sociali di sempre ma le instrada in direzioni precise - e che il ruolo educativo, se proprio si vuol esercitarlo sulle tecnologie, ha compiti ben precisi, che stanno esattamente nel presidio di questi elementi, e non nel generico controllo dei tempi di utilizzo del cellulare.

  1. Un potenziale alleato?

Forse presi dal rompicapo della comprensione dei nuovi oggetti e dal loro controllo, dall'osservare i ragazzi e le ragazze per stare attenti che " non si facessero male", noi adulti ci siamo dimenticati del terzo vertice del triangolo, oltre a noi e loro c'è il mondo in cui siamo. Abbiamo osservato, studiato e a volte persino spiato cosa facevano gli adolescenti ripiegati sui loro schermi, e abbiamo perso di vista la sfida esistenziale che avevano davanti. Così che oggi le principali preoccupazioni che ai nostri occhi insidiavano i ragazzi e le ragazze - perdersi nel web, cadere preda dei pedopornografi o dei cyberbulli, giocare col nickname a cambiarsi identità, divenire incapaci di relazioni dirette vis a vis, ecc. - sono risultati il tema di pochi casi, anche se a volte drammatici, perché la maggior parte di loro ha altre questioni da risolvere. Il loro rompicapo è la situazione di incertezza in cui sono gettati, l'imprevedibilità del futuro, la necessità di operare scelte fondamentali senza garanzie degli investimenti di impegno e fatica, l'assenza di modelli forti e credibili di riferimento, l'impasse radicale degli adulti nel ruolo di guida e bussola per la radicale differenza delle esperienze di vita..

La paura del futuro è diventata la nuova angoscia degli adolescenti. Cresciuti sotto la cappa della crisi, circondati da profezie apocalittiche e da un presente di crescente precarietà, informati del declino del Paese e sollecitati a fare le valigie appena possibile, ragazzi e ragazze temono di non farcela, di non riuscire a realizzarsi, di non trovare un posto nel mondo, di non raggiungere l'autonomia. Se il timore prevale c'è il rischio del disincanto assoluto, della perdita di fiducia, del disinvestimento su qualunque forma di impegno, del ritiro sociale.

Ecco la proposta: quelle stesse tecnologie che nella dinamica fra domanda e offerta di mercato hanno risposto così bene alla necessità dei ragazzi di posizionarsi nei gruppi di riferimento e di averne i dati in tempo reale, non potrebbero essere piegate - negli sviluppi delle applicazioni, nelle richieste, negli usi - alle nuove domande, non solo a quelle di sempre ma a quelle di oggi?

Prendiamo una situazione estrema di adolescenza persa nel mondo e alla ricerca di futuro, quella dei giovani profughi e richiedenti asilo approdati in Italia, in Europa. E consideriamo gli usi a cui loro hanno piegato lo smartphone, che rappresenta un fondamentale strumento di viaggio: grazie al cellulare si posizionano e scoprono dove sono lungo tratte molto precarie e fuori controllo, mantengono i contatti con parenti e amici, scoprono cosa li attende nei diversi centri di raccolta, organizzano gli spostamenti, traducono da lingue sconosciute, si informano su quanto serve loro giorno dopo giorno... È difficile immaginare uno strumento più utile, in grado di coprire così tante esigenze fondamentali e così lontano dagli impieghi narcisisti, consolatori o di puro svago che tendiamo ad attribuirgli.  

I ragazzi e le ragazze italiani non vivono quella condizione estrema, ma certamente hanno di fronte un'esperienza di vita diversa da quella dei loro genitori e delle generazioni precedenti. È molto probabile che dovranno cambiare città, usare altre lingue oltre a quella in cui sono nati, fare mestieri che ancora non hanno nome e cambiarli nel corso della loro vita, usare strumenti di lavoro che si stanno inventando ora, contribuire ad un modello economico diverso da quello in cui sono cresciuti, e così via. Per molti versi, volenti o nolenti, sono votati a vite pionieristiche, a sperimentare combinazioni biografiche nuove cioè differenti dal percorso lineare tradizionale che da una data scuola conduceva direttamente all'impiego corrispondente: si è creata una cesura inedita fra percorsi di studio e impieghi lavorativi, fra mestiere dei genitori e quello dei figli, fra competenze formate oggi e quelle richieste domani.

Di fronte a questa prospettiva gli strumenti tradizionali di orientamento risultano inefficaci: non sono gli annunci dei giornali, i centri per l'impiego, i consigli orientativi a scuola, le raccomandazioni del papà o il mestiere dei genitori a tracciare la strada, a sciogliere le domande e cancellare l'ansia del futuro. Se le cose cambiano di continuo non basta una dritta o una mappa, ci vogliono strumenti di navigazione e competenze di ricerca, "macchine" (come lo può essere uno smartphone o un pc) e abilità che consentano a ragazzi e ragazze di stare nel mutamento.

Prendiamo una situazione paradigmatica, la scuola e il cellulare. Ad oggi è conflitto aperto, lo smartphone è proibito perché costante strumento di distrazione, se non di sabotaggio delle lezioni, di derisione di compagni e docenti, col rischio della spirale viziosa che controlli e punizioni piu severi ne fomentino gli usi più trasgressivi. Eppure uno smartphone è oggi una macchina sempre più simile ad un pc, che è un normale strumento di lavoro nelle aule universitarie e auspicabilmente lo sarà nelle scuole superiori, per esempio come aiuto compensativo per chi soffre di disturbi dell'apprendimento e vive un salto di qualità enorme nel lavorare col computer. Perchè allora non ribaltare lo sguardo demonizzante verso lo strumento, e provarne usi e applicazioni didattiche, di ricerca, di studio, di condivisione - così come lo si è fatto coi tablet - così da promuovere anche fra gli adolescenti usi meno regressivi e autoreferenziali? La storia della tecnologia è piena di esempi analoghi, per imparare le lingue abbiamo usato prima il giradischi con le lezioni su lp, poi abbiamo ascoltato programmi ad hoc alla radio, poi le audiocassette nello stereo... e oggi vediamo le serie televisive in lingua o usiamo le app sul cellulare.

Credo che la sfida sia questa: sottrarre il cellulare ad usi o rappresentazioni esclusivamente narcisiste e farne uno strumento di navigazione nel futuro, sviluppando abilità e applicazioni nella stessa direzione che sta servendo in modo così prezioso ai rifugiati in giro per il mondo. Ad oggi ragazzi e ragazze ne hanno fatto un uso molto orizzontale - di connessione coi pari - e a volte un uso verticale, di scavo in una precisa area di interesse rispetto alla quale si sente l'urgenza di sapere tutto, avere tutto. Quello che manca è per così dire un uso diagonale, che esplori ma non nelle direzioni note o confermative, bensì in avanscoperta, per apprendere e conoscere, come quando ci si muove fra gli scaffali di una biblioteca, si viaggia e si visita quanto si trova, ci si espone a incontri inattesi... Nella tasca di ogni ragazzo o ragazza non c'è solo il "proprio mondo" - immagini, contatti, canzoni, ... - ma la connessione coi mondi possibili che toccherà conoscere, milioni di contatti potenziali per condividere problemi e soluzioni, e se non ci si sente capaci ci sarà sempre un tutorial per imparare o un forum a cui chiedere.

* Stefano Laffi, ricercatore, esperto in culture giovanili è autore del saggio La congiura contro i giovani (Feltrinelli editore, 2014, euro 14.00).