Come narrare un’adozione - Varchi n. 14

di Emilia Marasco*

Nel 1984, con la nascita di mio figlio Andrea, sono diventata madre. Avevo venticinque anni. Nel 1993, con l’arrivo di mio figlio Tilahun, sono diventata madre per la seconda volta e madre adottiva per la prima volta. Nel 1999, con l’arrivo di mia figlia Zenebech, sono diventata madre per la terza volta e, per la seconda volta, madre adottiva. Nel 2008 ho scritto e pubblicato un libro -La memoria impossibile (Tea)- probabilmente per mettere un po’ in ordine esperienze, pensieri ed emozioni di quindici anni molto intensi.

Cominciavo il mio racconto ragionando sui modi, i luoghi e i tempi diversi nei quali sono diventata madre e le persone diverse delle quali sono diventata madre: un figlio naturale, due figli adottivi, due maschi, una femmina. Un percorso di trasformazione e di crescita che anche adesso, a trentadue anni di distanza dalla mia prima maternità e a più di vent’anni dalla prima adozione, mi sembra che non sia ancora terminato.

Avere un figlio naturale mi ha permesso di affrontare l’adozione con alcuni vantaggi e anche alcuni aspetti di problematicità. Io e mio marito avevamo una genitorialità soddisfatta dall’arrivo di Andrea, ci eravamo già confrontati sull’adozione prima ancora di diventare genitori così, quando la possibilità di un secondo figlio naturale si è rivelata impraticabile, non abbiamo fatto fatica a prendere una decisione. Avevamo un’esperienza che ci faceva sentire sicuri di poter accogliere, amare e chiamare figlio un bambino che non avevamo generato.

Inutile dire che il mondo intorno a noi si impegnava a insinuare il dubbio nella nostra mente: era possibile amare un figlio adottivo con lo stesso tipo di amore che avevamo per il figlio che ci somigliava? E nostro figlio non si sarebbe sentito spodestato? E il figlio adottivo non si sarebbe sentito sempre in una posizione di subalternità, un figlio di serie B? Mentre parenti, amici, conoscenti, colleghi, pur sostenendoci, si aggregavano in scuole di pensiero diverse, noi abbiamo fatto la sola cosa che c’era da fare: siamo andati avanti proponendoci di affrontare i problemi strada facendo, se e quando si fossero presentati.

C’era molto da imparare, e quello che l’esperienza ci ha insegnato è che la differenza tra le due genitorialità, quella naturale e quella adottiva, non è nella quantità o nella qualità dell’amore. Si tratta di due esperienze diverse ed è necessario riconoscere la differenza per non privare nessuno dei figli di qualcosa di indispensabile.

Provo a spiegare meglio. Mio figlio Andrea è stato dentro di me nove mesi, somiglia a suo padre, ha alcune caratteristiche di entrambi i rami famigliari da cui proviene, ha una storia che è anche la nostra ed è scritta sul suo volto e sul suo corpo oltre che dentro di lui. Lo sa d’istinto ma lo sa anche perché glielo abbiamo raccontato, inserendolo in questo modo in una narrazione che lo accompagnerà per sempre, con la quale dovrà fare i conti, che potrebbe non piacergli del tutto ma che c’è, gli appartiene.

Anche mio figlio Tilahun e mia figlia Zenebech hanno una storia scritta dentro e su di loro, una storia che arriva da altri rami di altri alberi, nel loro caso con radici in un’altra parte del mondo e in un’altra cultura. Loro hanno portato con sé quella storia e adottarli ha significato ricevere anche la loro narrazione e congiungerla alla mia, alla nostra. L’adozione diventa reciproca, infatti l’adozione non si realizza compiutamente finché anche il figlio non adotta i genitori. Questo l’ho imparato da Tilahun che una sera, dopo un bel po’ di tempo dal suo arrivo, più di un anno, ci ha detto solennemente: “ Sono contento di avervi adottato”.

I miei figli avevano un’età che mi ha permesso di fare domande e ottenere risposte, una cosa di cui non mi sono mai pentita è di essere stata curiosa, invadente, di avere corso anche il rischio di turbarli tenendo aperta per un po’ quella finestra sul passato che, poi, quando è il momento, va chiusa con determinazione perché non bisogna perdere la propria narrazione ma neppure vivere con lo sguardo indietro.

La loro storia l’hanno raccontata loro stessi, io l’ho acquisita proponendomi di non mettere in dubbio nulla, quello che mi consegnavano era in qualche modo dentro di loro, per qualche ragione che non spettava a me giudicare. Ho accolto tutto permettendo loro di liberarsi, di dimenticare e di chiedere ogni tanto, come fa qualsiasi bambino: “Raccontami di quando ero in Etiopia e c’era mio nonno”( il nonno etiope). Una storia di frammenti, in cui piccoli dettagli a volte diventano importanti perché i lineamenti generali sono fragili e al dettaglio ci si abbarbica come a una zattera, grazie alla quale ci si può salvare la vita.

“Perché interroghi così i tuoi figli?” mi chiedevano allora, con una certa disapprovazione. “Perché penso sia meglio un passato difficile che il buio profondo” rispondevo. Il tempo mi ha dato ragione o, forse, sono stata fortunata.

Il libro è nato per il desiderio di organizzare tutti i frammenti e riconsegnare a loro una traccia delle conversazioni che avvenivano tra me e loro, tra loro e il fratello più grande. L’idea di pubblicarlo è venuta dopo ed è stata una scelta condivisa. Dopo tanti anni è ancora valida la frase di Zenebech quando ha visto il libro fresco di stampa: “Ti rendi conto quanto questo libro è importante per me e quanto lo sarà per i miei figli?”. Non è il libro a essere importante, è la storia che ha potuto raccontare e che perciò esiste, è reale, può essere raccontata ancora.

L’adozione, si dice, è una nuova nascita. A volte -sempre meno di frequente per fortuna- un bambino assume anche un nuovo nome oltre a un nuovo cognome. Io credo che la cosa migliore che i genitori adottivi possano fare per i loro figli è sentire la nuova nascita non come una chiusura col passato e l’inizio di un’integrazione ma come un passaggio fondamentale nella propria storia che include in toto la storia del bambino. Questo è quello che ho vissuto e che penso di aver imparato.

 

*Emilia Marasco è nata a Genova, dove vive e lavora. E’ docente di Storia dell’Arte e di Scrittura creativa all’Accademia Ligustica di Belle Arti. Ha pubblicato nel 2008 la Memoria impossibile (Tea) con il quale ha vinto il premio Reghium Julii. A Genova ha fondato e dirige la scuola di scrittura creativa Officina Letteraria.