Sono o non sono tua madre? Un monologo - Varchi n. 14

di Nicoletta Vaccamorta*

Progetto My Space: Laboratorio teatrale per adulti genitori e adolescenti (comunque figli)

“Non prenderti troppo sul serio, tieniti forte e lasciati andare con dolcezza” (Peter Brook)

Il progetto My Space prevede una serie di attività che variano a seconda dell'utenza, delle situazioni e delle idee, che si strutturano in percorsi esperienziali.

Il laboratorio teatrale ha portato a risultati interessanti. Hanno partecipato sia adulti /genitori che ragazzi e l'obiettivo comune era confrontarsi su tematiche quotidiane.

Mettere a confronto, attraverso battute, i pensieri di figlio e di genitore, ha contribuito ad alleggerire il senso di solitudine nei ragazzi e gli stati di ansia e stress nei genitori.

L’esperienza di contatto con i genitori ha portato a cogliere emozioni e sentimenti condivisi spesso a fine attività.

Proponiamo a mo’ di esempio del laboratorio la narrazione/monologo di una madre, rappresentativa di molte.

“Sono o non sono tua madre ?

“Mia figlia ha dei problemi. Mio figlio pure. mia figlia li ha avuti. Mio figlio continua ad averli. Finché sono in vita io, li avrà. Che cinismo, che freddezza. Che stronza!

Mia figlia è stata via per un sacco di tempo. Non so dove. Mio figlio è sempre a casa. Se ne andasse, volesse il cielo! Ci metterei la firma. Vorrei che se ne andasse, che portasse via la sua roba.

Mia figlia e tornata .”

Ma dobbiamo dire queste cose nello spettacolo?

Fare teatro con noi stesse? Portare in scena quello che siamo e quello che viviamo? Non è un po’ patetico? Non è un po’ retorico? Cosa sarebbe? Teatro sociale? Per chi? Per chi i dolori li conosce bene e non ha bisogno di rivederseli? Per chi non li conosce e lo vogliamo portare nel nostro limbo? Per chi non è comunque interessato a nulla? Perché dovrei portare in una sorta di scena quello che vivo ogni giorno con sto cavolo di figlio? A proposito potrei dire... con sto “cazzo” di figlio? O è una blasfemia? No, perché sembra che sti figli siano sacri, idoli da adorare, icone della vita, progetti del futuro, oggetti di un amore di infinito.

E a me chi ci pensa? Io dove sono? Per favore qualcuno mi può chiedere come sto?  

Mi sono rotta il cavolo. E se decidiamo che si può dire cazzo, dico che mi sono rotta il cazzo di fare finta di niente.

Portiamo pure in scena quello che viviamo, ma stiamo attenti a non cadere nel patetico, perché di commiserazione non ne ho bisogno, non ho bisogno di compiacenza né di aiuto. Avrei bisogno soltanto del mio tempo, del mio corpo, del mio dentro e del mio fuori. Ma se penso a questo, subito, arriva il senso di colpa. Dettato dal pronome personale: mio. La colpa arriva da dietro, dalla schiena, arriva nella pancia, mi stringe e poi arriva e si siede nella testa. Sta lì e nel razionale si deposita con frasi tipo “E' tuo figlio, devi pensare a lui”; “Devi essere d' esempio”; “Ci devi essere”; “ Non è cattivo, è in difficoltà”; “Dedicagli più tempo” …. e con questa arriva l'emicrania, la gastrite, la colite, la psoriasi e siccome spesso vestiamo panni del padre , anche la prostatite.

Questo potrebbe essere già un pezzo, che dici ?

Magari un dialogo con un ipotetico figlio che avrà da dire la sua, che dici ?

Potremmo scrivere dei pezzi e metterli in dialogo, battuta con pseudo-figli, con ragazzi qualunque che riportano quello che sti stronzi dicono ogni giorno in casa.

Potrebbe essere interessante sentire altri voci che dicono gli stessi contenuti ma con voci diverse, altri timbri e altri volumi.

Leggere testi costruiti da noi, o almeno sulle nostre quotidianità, e dialogarli con loro, per poterci sentire anche noi in relazione ad un altro ragazzo che magari mi guarisce dal senso di colpa. Un altro figlio non figlio curativo per il succo gastrico prodotto in eccesso.

Lo sciroppo per l'ernia iatale rappresentato dal sapere che qualche altra madre dice esattamente le stesse cose che dico io. Le narrazioni sono simili e nelle case gira lo stesso copione, alternato solo da una regia domestica che crea sfumature differenti.

Sono una sfumatura di madre, come lei, come lei, come lei… se mi sento sfumatura mi gradisco di più. Meno potenza, più delicatezza nel colorare e dipingere le pareti della vita di mio figlio.

Incontrarsi ogni settimana per riportare le quotidianità che ripetiamo con i figli ogni giorno, sembra quasi sadico, già perché ridire le stesse cose che sappiamo a memoria, perché risentire da lei o da lui, quello che conosco già? Perché ? Sciroppo, o supposta di nuove energie ?

Non mi dire che è per ritrovare la speranza. Non voglio sentire questa parola. Retorica inutile per me in questo momento. Moralismo, codice deontologico del genitore perfetto che non mi porta a nulla. Non me lo dire. Non è la speranza che cerco, è qualcosa di più solido.

Se sento ripetere le narrazioni quotidiane da altri, non trovo la speranza, trovo soluzioni diverse a battute che voglio cambiare, stasera , quando rientro a casa.

Ma perché quel ragazzo con cui faccio questo laboratorio mi piace? Condividiamo le battute, alterniamo in un ritmo teatrale i testi scritti da noi. Ci compiacciamo di come viene fuori un ritmo che sa di casa, senza abitarla. Quel ragazzo con cui condivido le battute, mi interessa.

Ma perché mi piace questo adolescente sconfusionato, che sembra trascinarsi nel tempo e nello spazio, che non sa ancora cosa fare della vita… perché dico questo adolescente mi piace? Mi rispondo: mi piace perché non è il mio. Non è mio figlio, non ho responsabilità su di lui. Sai che ti dico che se lunedì non viene, non posso tagliarmi le vene per lui. Ce l’avrà una madre o un padre o qualcuno che pensa a lui no?

Io con lui e con gli altri devo soltanto ritrovare l’essenza dell’essere genitori, sani genitori adulti, escludendo anche se solo per due ore settimanali, l’amore o come lo vuoi chiamare. E’ difficile? cinico? sono cattiva? non lo so, ma qui siamo per trovare soluzioni concrete attraverso le parole a ciò che finora ci ha creato impasse. Fare teatro sui figli con figli di altri ci fa aprire la dispensa di nuovi vocaboli, di nuove punteggiature di nuove inflessioni per scolpire nuovi dialoghi nei cervelli contratti di quegli essere che abbiamo fatto uscire e che a volte vorremmo fare rientrare, e a volte vorremmo salutare.

Avere un appuntamento settimanale per dialogare con voi sulle quotidianità mi fa stare bene. In fondo faccio qualcosa per lui attraverso me. In fondo è come se tentassi di partorire di nuovo. Il laboratorio è il nuovo corso pre-parto, a distanza di 20 anni. Ci sono persone che mi aiutano a re-imparare a respirare, a contrarre quando necessario e a lasciare andare quando ce n’è bisogno.

Poi guardo negli occhi questo ragazzo, mio figlio per copione ma non nella realtà e vedo che anche lui mi guarda e sento che mi ascolta.

Una sensazione strana perche posso dire di essermi accorta del suo sguardo. Io non so se mio figlio mi guarda, se mi osserva. Lui sì, questo pseudo figlio, sì. Mi sta guardando, me ne accorgo perchè sento quasi imbarazzo.

Ma se vedo che lui mi guarda è perche lo faccio anche io.

Io non so se guardo mio figlio. A volte mi passa davanti e sento solo il movimento dell’aria spostata dal suo guizzarmi via. A volte sento che mi sguscia veloce e noto il rosso di una felpa lisa o l’odore di sudore misto a profumo, con un retrogusto di nicotina di bagno di scuola.

Di certo lui non mi guarda, semmai mi spia. Studia i miei movimenti le mie mosse i miei sguardi, per modularsi sul dire e non dire, svelare o celare comunicazioni meccaniche di giornate scolastiche stanche e vuote. E ripenso ai nostri dialoghi.

Io: com’è andata oggi? cosa mangi? Niente grazie ho fatto merenda. Con chi esci, dove vai, hai studiato, non lo conosco, fatti il letto, hai chiamato la nonna, gli insegnanti che dicono, in gita ci andate, hai fumato, guarda che fa freddo guarda che fa caldo guarda che c’e vento guarda che ora muoio!

Lui: cosa c’è da mangiare, dove sono le mutande? I soliti ma, non torno, i prof sono stronzi, non torno tardi ma nemmeno presto, non aspettarmi, il letto faccio dopo, la felpa rossa è da lavare, ma non farlo, ho le chiavi, resto fuori, non ti preoccupare, che stress, che ansia, se muori fai bene.

I miei dialoghi iniziano alle sei e finiscono intorno alle dieci. Poi chiudo non parlo più con nessuno. Come madre penso di non essere brava, mi guardo attorno e penso che siano tutte più brave di me. A volte, però, mi basta fare una buona torta per riprendere fiducia in me stessa. Come madre sono venuta bene una volta, con la figlia grande, poi si vede che ho perso i bonus che avevo e sono stata un fallimento. Anche se questa cosa so che non dovrei dirla perche non esistono madri fallite, esiste perdere la fiducia in normali capacità che pensavi di avere. Esiste perdere la dignità di andare in strada e cercare il tuo bambino, a fermare carabinieri, a coprire davanti ad un giudice chi hai messo al mondo. Esiste vestire bene tuo marito con la camicia inamidata perché il Tribunale ti ha convocato. Una madre non dovrebbe vivere tutto questo. Come madre sono difettosa, come donna non lo so. A volte penso che le due cose non siano nemmeno più legate.

Laboratorio teatrale ore 18,30, dovrei essere a casa a fare il sugo per la polenta di domani, guardo pseudo-figlio e lo immagino con sua madre, con suo padre e sento che devo partorire nuove strategie, non posso lasciare che la storia si ripeta allo stesso modo per tutti, identica, voglio connettermi con il cordone ombelicale del cell di sua madre per suggerirle magicamente altre risposte. Voglio, desidero, che l'altra madre eviti la cefalea, la gastrite, la colite.

Io attendo di partorire altre frasi. Sono in sala parto del mio nuovo figlio e attendo istruzioni. Ostetrica mi dica, dottore mi aiuti, infermiera misuri la pressione del mio stress e mi faccia dare alla luce un copione bellissimo. Voglio prendere 11 su10 di Apgar per adolescenti, voglio che sia perfetto questa volta.

 

*Nicoletta Vaccamorta, è psicopedagogista e danzamovimentoterapeuta Gestalt. Coordina il progetto “Myspace” di Genova per conto dell’ Ats.