• Home
  • La rivista
  • Il paradosso del padre, intervista a Luigi Zoja* - Varchi n. 14

Il paradosso del padre, intervista a Luigi Zoja* - Varchi n. 14

di Margherita Dolcino

Il libro “Il Gesto di Ettore”, ha un sapore pioneristico, uscito nel 2000 anticipava con grande lungimiranza, il ruolo del padre e il suo declino. Di recente tali concetti hanno acquisito una forte attenzione, confermando l’attualità del pensiero di Luigi Zoja.

In questa intervista, gentilmente concessa alla Rivista “Varchi”, Zoja ripercorre le tesi fondamentali di questo libro, ricollocandole nell’epoca contemporanea.

Cito dal suo libro: “Non è l’evoluzione animale ma la storia e l’esistenza psichica che hanno dato al maschio la qualità di padre. Non l’ha ricevuta dalla natura ma la deve imparare”. L’essere madre ed essere femmina ha sempre coinciso, l’essere padre ed essere maschio invece no; quest’ultimo determina quindi un atto di volontà. Può spiegare cos’è dunque il paradosso del padre?

Nel mio libro introducevo la storia del padre partendo da Freud, da quell’episodio autobiografico narrato ne “L’interpretazione dei sogni”, dove viene descritta la delusione del figlio perché il padre non si era mostrato abbastanza virile durante una discussione avuta per strada. Questo mi è servito come premessa per quello che è poi il filo conduttore del libro: la fragilità della sintesi tra i due poli dell’identità maschile. La polarità si estende tra il padre ed il maschio pre-paterno. Con il termine "pre-paterno" intendo la parte animale, quella rimasta legato agli istinti, non domata, non culturalizzata. Ciò si pone in antitesi rispetto all’identità femminile che invece non ha bisogno di creare nulla culturalmente perché la sua essenza è legata alla natura stessa e quindi agli istinti. Essere compagna, riprodursi ed essere madre sono due tipi di relazione fondamentali e naturali, collegate in natura. Al maschio manca questo collegamento naturale tra i due poli. Quando il maschio incontra un cucciolo d’uomo, lo incontra 9 mesi dopo e deve apprendere che quello è suo figlio e non il cucciolo di un altro.

Il paradosso è il dover ricreare, anche nella vita quotidiana, un legame che invece è una faticosa costruzione culturale nella storia dell’umanità e nella educativa psicologica di ogni singolo maschio. Questa è una idea che ho preso in gran parte da Margaret Mead, la più grande antropologa del secolo scorso.

In passato, i temperamenti paterni, cioè i maschi che tornavano a occuparsi della prole, erano molto favoriti dalla selezione, perché essi venivano nutriti meglio dei figli dei temperamenti non paterni, quindi avevano più possibilità di sopravvivenza. D’altra parte anche quelli che non tornavano in famiglia e si accoppiavano subito con altre donne avevano qualche vantaggio evolutivo. E' innegabile che ha più discendenti colui che ha più relazioni ed è in grado di proteggerle con più efficacia. La donna ha meno discendenti perché ha bisogno di 9 mesi di gravidanza ogni volta: un uomo in teoria potrebbe fare 365 figli all’anno, uno al giorno!

C’è questa forbice tra l'identità del combattente e quella paterna perché la selezione da un lato favorisce i discendenti che vivono meglio, accuditi dal padre, dall’ altro invece ha più discendenti chi, appena fatto un figlio riparte in cerca di avventure e quindi dimostra di essere più cacciatore nel senso animale, più aggressivo. Insomma un paradosso continuo!

Ci si aspetta che il padre insegni al figlio a stare nella società, il padre deve essere forte e vincente, non c’è comprensione per la debolezza. Lei parla dell’armatura indossata da Ettore come del simbolo della legge morale, della legge della forza: il gesto di Ettore si ha quando Ettore, di ritorno dalla battaglia, si toglie l’elmo per poter prendere in braccio il figlio, rassicurandolo."Gesto verticale che sarà per tutti i tempi il marchio del padre, verticalità che ha la stessa forza dell’ albero genealogico”, scrive lei. Perché i padri oggi non riescono più a compiere questo gesto?

Il gesto di Ettore è proprio l’alternanza che deve compiere Ettore nel canto VI dell’IIliade. E’ l’unico personaggio archetipico completo che incorpora sia il maschile guerriero sia l’essere padre. E' considerato un eroe, anche se poi dimostra di essere umano ed ha paura di Achille. Compie questo bellissimo gesto di togliersi l’elmo per farsi riconoscere dal figlio come padre affettivo che abbraccia Astianatte e non teme di togliere gli orpelli del guerriero. Il paradosso è però che deve alternare continuamente questi gesti in una giornata di combattimenti durante l’assedio di Troia. Omero ce li mostra con la sua poesia e la sua qualità creativa. Se vogliamo, tale alternanza è molto attuale ed è anche una bella sintesi per immagini di quello che può avvenire al padre di oggi che è sempre indaffarato, è guerriero come cacciatore di reddito e poi magari torna a casa la sera tardi e deve scegliere se occuparsi del figlio o continuare a lavorare.

A me sembra di capire che al padre di oggi questo gesto verticale che rappresenta poi l’autorevolezza non riesca più.

E’ faticoso questo occuparsi del figlio, viviamo in una società orizzontale. I figli maschi che avevano bisogno di questa autorità paterna per essere contenuti nel momento più delicato -e parlo dell'adolescenza- non la ritrovano più. Come dice la Mead, ma anche le statistiche stesse, in tutte le società sono in aumento nuovi tipi di criminalità, non legati alla necessità economica ma, piuttosto, al mancato contenimento di questa combattività maschile, che si esprime proprio nel periodo adolescenziale: è qui che veramente mancano i padri. Esiste una forte relazione statistica tra le persone in carcere negli Stati Uniti e le persone che non hanno il padre: c’è una correlazione fortissima che non lascia dubbi, circa l’80% dei detenuti proviene da famiglie senza padre. Non è solo una questione socio-economica ma anche familiare.

Se il padre non incarna più l’autorità ci si rivolge a chi sembra invece rappresentare forza ed ammirazione “Cercano Lucignolo come sostituto omeopatico del padre”. Ci può spiegare meglio quello che lei chiama “Sindrome di Lucignolo”?

Ho conosciuto una persona che usa proprio questo termine, chiama “il mio Lucignolo” un amico che aveva qualche anno in più e lo aveva introdotto nel mondo della tossicodipendenza. Un ragazzo che veniva da una famiglia anche politicamente impegnata, molto in consenso sociale ma che si era fatto traviare da un amico portatore di queste caratteristiche illusorie. L’immagine è quella del legame orizzontale che oggi prevale su quella verticale perché si diventa adulti apprendendo sempre meno dai genitori ed in particolare dai padri, dal patriarca e sempre più dai coetanei. Questo naturalmente è dovuto ad un certo tipo di evoluzione o di involuzione che dir si voglia, della società ma anche dal forte sviluppo della tecnologia per cui con il telefonino e con il computer si sta in contatto orizzontale.

Spesso sottolinea come i padri, in preda alle angosce abbandoniche tendano ad inserirsi nella relazione orizzontale e penso a quei padri che diventano amici dei propri figli.

Questo si sente ancora fortemente anche se è un fenomeno quasi del passato. Tipico esempio di società orizzontale è stata quella del ’68 anche se i valori apparentemente nuovi che venivano acclamati, erano già presenti durante la rivoluzione francese: “libertè, egalitè, fraternitè”, come ho spesso sottolineato. Il legame orizzontale, almeno a livello delle classi colte, in realtà, era già evidente nella preparazione culturale del periodo che ha preceduto la rivoluzione stessa ossia l’Illuminismo. Se poi guardiamo alla crisi della autorità assoluta allora risaliamo alla crisi degli imperi antichi, alla crisi del passaggio al cristianesimo dove il Figlio, in un certo senso, conta più del Padre. Tutto ciò certamente è dilagato con la cultura del ’68. Certi padri, che avevano vissuto come figli quelle esperienze, fumano gli spinelli con i propri figli anziché castigarli, instaurando, pur di mantenere il legame, un certo tipo di complicità. Questo è avvenuto anche negli anni ’80 e negli anni ’90. Da “Il gesto di Ettore” sono passati 16 anni, bisognerebbe capire cosa avviene ora e comunque sto preparando una edizione aggiornata del libro che uscirà per Bollati-Borighieri. Forse, come si suol dire, si è buttato via il bambino con l’acqua sporca nel senso che i valori patriarcali rappresentavano anche un contenitore, una sicurezza e una continuità. Molti figli del ’68, cioè quelli che sono diventati adulti alla fine degli anni ’90, hanno rimproverato ai padri di non essere stati abbastanza presenti con autorevolezza. E’ accaduto che questa eclissi del patriarcato, augurata non solo dai progressisti, ma anche dalle femministe, che speravano lasciasse il posto a valori più femminili, assomiglia tanto al disarmo politico espresso alla fine della guerra fredda. Si è preferito dare attenzione alla relazione, alla solidarietà in contrapposizione al confronto duro che invece è un valore tipicamente maschile. Si è fatta nuovamente confusione tra il maschio combattente ed il padre vero e proprio che ha la funzione di proteggere il figlio. Tornando all’esempio che ho utilizzato all'inizio del mio libro, ossia il padre di Freud che non si mette a litigare anche se offeso pubblicamente, questo ci indica quanto il padre pensasse avanti: si preoccupa di proteggere il figlio piuttosto che fare il duro. Curiosamente è un episodio che si trova nell’ “Interpretazione dei sogni”, quindi all’inizio della produzione di Freud. Si può dire che ciò che avviene nella realtà è che i valori dominanti nella società non sono passati dal paterno al materno ma al contrario sono passati all’interno della polarità che vede il padre contrapposto al maschio combattente, al maschio animale. La dominanza del maschile è rimasta ma con caratteristiche che addirittura si sono insinuate nel femminile. Ciò è evidente nella figura spesso derisa della donna in carriera. Quest’ultima è apparentemente molto femminile, con tacchi a spillo e perfettamente truccata, ma poi risulta più dura di Achille con la lancia e lo scudo!

L’essere combattente è indipendente dalle scelte consapevoli o inconsapevoli che facciamo rispetto ai valori ma è conseguente a una involuzione o evoluzione della società, che vede la competizione economica dominare sempre di più. In tutte le professioni anche quelle che un tempo erano più scontate, ripetitive, ognuno deve combattere per non perdere il posto.

Tutto è diventato più competitivo e quindi l’atteggiamento del maschio che combatte sia per la preda che per l’accoppiamento ha preso sempre di più il sopravvento.

Ed è diventata una prerogativa anche femminile: la donna che combatte per scegliersi l’uomo giusto senza esclusione di colpi con le compagne stesse. Atteggiamenti spesso criticati anche dalle intellettuali femministe; c’è stata una femminista americana che ha affermato: “siamo diventate il maschio che criticavamo”.

Lei descrive come nuova figura di padre il “bread winner”, al padre viene chiesto oggi non più di essere garante della morale ma di avere successo economico, successo sul lavoro.

Sì, anche se adesso tutto si è appiattito sempre di più, c’è una maggiore interscambialità tra maschi e femmine. Criticare il patriarcato ha fatto sì che si siano persi di vista anche i valori ad esempio di continuità o di progetto a lungo termine che il patriarcato aveva in sé. Questi sono stati sostituiti dal consumismo, da una economia meno costruttiva e più veloce, più di rapina. In questo senso temo che una mia previsione non ottimistica nel libro fosse assolutamente azzeccata.

Ciò che vedevo cambiare era l’affacciarsi dei cosiddetti “padri dolci” allora non esisteva ancora il termine “mammo”, ed erano importanti perché in una società in cambiamento per motivi economici, dove lavorano entrambi, diventava fondamentale una maggiore orizzontalità, uno scambio dei ruoli. In termini archetipi dicevo: “anche il padre cambia il pannolino” dove intendevo nel linguaggio junghiano, che questo padre fosse un ausiliario della madre, un “vice-madre”, ma che in termini fisici restasse sempre un maschio con i cromosomi XY.

Questo però non risolve il problema di quel contenitore forte che era il padre soprattutto in una fase secondaria della educazione, quando i maschi vanno verso l’adolescenza e rischiano di cadere troppo spesso nella trasgressione, nelle droghe, nella piccola criminalità o anche semplicemente nella indolenza, nel non andare a scuola.

Nella nuova edizione de “Il gesto di Ettore”, metterò in evidenza gli studi dell’O.C.S.E., ossia le venti economie più sviluppate del mondo che da circa venti anni portano avanti le valutazioni sul livello scolastico dei paesi più sviluppati economicamente. Ebbene negli ultimi anni, il sistema di valutazione della scuola, chiamato “Pisa”, ha evidenziato come le prestazioni scolastiche femminili abbiano continuato a migliorare rispetto a quelle maschili. E’ la conferma della crisi di tutto il maschile, del contenitore come dicevo prima. Questo è un campione immenso a livello mondiale che va dal Messico al Brasile, al Giappone, a tutta l’Europa e al Nord America. Pare che sia rimasta solamente una lieve superiorità delle capacità matematiche nei maschi. Per tutto il resto le ragazze prevalgono ed anche pienamente perché in loro è rimasto il valore di "quella che studia" ed è brava, negli adolescenti maschi prevale invece il modello “Lucignolo”. Sono i maschi che si perdono più facilmente, se capita alle ragazze in genere è solo perché si innamorano del bullo di turno.

“Al padre viene addebitato quello che non ha fatto, quello che non ha detto più di quello che ha fatto e detto”. Ma che cosa potrebbe o dovrebbe dire oggi un padre?

E’ facile pensare che tutto quello che dice sia comunque sbagliato perché è una figura negativa. Al tempo stesso quello che sta sorgendo è una nuova generazione non solo di “mammi” ma di giovani che scelgono deliberatamente la paternità e che forse, in questo senso, mano a mano che i loro figli cresceranno, porteranno qualche cosa di abbastanza nuovo. Il padre di oggi più che "dire" dovrebbe "fare" delle cose insieme. Quello che è passato per sempre è il tempo in cui il padre diceva: “vieni qui, accanto alla mia poltrona o nel mio ufficio che ti spiego i principi della vita”. Credo che ci sia ormai un’inversione per cui sia necessario "fare" cose insieme e successivamente risalire ai principi della vita. E’ tipico dell’identità maschile procedere per concetti astratti piuttosto che per attività concrete. Si devono fare delle cose assieme e cercare una mediazione anche se è difficilissimo perché le cose che si possono fare insieme sono impegnative come tempo e come competenze ed oggi i figli ne sanno spesso più del padre, soprattutto in termini di nuove tecnologie. Come si vede si ricade sempre in paradossi.

Un ultima cosa: lei chiude il suo libro affermando che “la psicoanalisi non aiuta, alimenta l’obesità della madre e del privato, contribuendo all’anoressia del padre”. Può spiegare meglio il senso di questa frase?

Non dico che la psicoanalisi non aiuti, attenzione, dico che le direzioni di indagine psicoanalitica che non includono la dimensione storico-collettiva portano su una strada rischiosa. Fanno esaminare il problema unicamente come un impasse clinica individuale senza rendersi conto che ciò di cui stiamo parlando riguarda la sofferenza della società e della storia. Quello che io intendevo è che l’interpretazione rigidamente portata sulle prime fasi della vita non è sufficiente. La base primaria incide certamente sullo sviluppo psichico, ma se mi soffermo sempre di più e solo sul contatto fisico madre/bambino, il contatto degli occhi ecc., tendo a trascurare l’ambiente. L’accento eccessivo dato a queste fasi non ci dice abbastanza sull’adolescente tipicamente maschio. Oggi questi adolescenti hanno dei versanti complicatissimi perché da un lato c’è il giovane maschio trasgressivo, il Lucignolo come dicevo, e dall’ altro ci sono le moderne sindromi da ritiro sociale quelli, per usare un termine junghiano, che sono eccessivamente introversi, mentre le generazioni precedenti erano visibilmente estroverse. Questi nuovi giovani se ne stanno in casa, a volte sono coltissimi, intelligentissimi, preparatissimi ma troppo chiusi, troppo passivi.

Sono i cosiddetti Hikikomori , fenomeno che troviamo descritto nel suo libro più recente "Psiche".

Esattamente, ma quella è la sindrome estrema, qui c’è il ritiro: è un nuova patologia, prevalentemente maschile, ragazzi colti ma molto timidi, riservati. Mi viene in mente Jung quando dice che chi soffre più degli altri, psicologicamente non è indietro ma spesso, invece, più avanti. Una persona sensibile che sente i problemi dell’epoca e li vive sopra la propria pelle. Si potrebbe anche dire che questi giovani sentono che il mondo è diventato eccessivamente competitivo e non ce la fanno. Da un lato si spaventano e si chiudono, dall’altro diventano critici verso la società eccessivamente performativa. Quello che è interessante è che alle volte anche quei ragazzi che hanno sempre ottenuto ottimi voti a scuola poi non si presentano alla discussione della Laurea e non affrontano più il mondo.

Io sono molto influenzato da Jung e penso sempre che non ci siano solo aspetti patologici, come dice lui “non bisogna guardare negativamente la nevrosi ma cercare di vedere le finalità di quella nevrosi, cosa si cerca di ottenere nonostante le circostanze”. Quello che si cerca di ottenere, io penso, sia una vita meno competitiva.

 

*Luigi Zoja giàPresidente del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) dal 1984 al ‘93. Dal 1998 al 2001 presidente della IAAP (International Association for Analytical Psychology), l’Associazione degli analisti junghiani nel mondo. Ha lavorato in clinica a Zurigo, a Milano, a New York e ora nuovamente a Milano come psicoanalista.

Pubblicazioni in quindici lingue. Ultimi testi in italiano: Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri, Torino 2011; (con S. Argentieri, S. Bolognini, A. Di Ciaccia) In difesa della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2013; Utopie minimaliste, Chiarelettere, Milano 2013 (Premio Rhegium Julii); (con Leonardo Boff) Tra eresia e verità, Chiarelettere, Milano 2014, Psiche, Bollati Boringhieri, Torino 2015.