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Francisco Palacio Espasa: una prospettiva transgenerazionale allo studio della genitorialità - Varchi n. 14

di Anna Bozano

I figli all'inizio amano i genitori,

poi li giudicano;

raramente, forse mai, li perdonano.

(O.Wilde, Una Donna senza Importanza,1894)

L’aforisma evoca in modo solenne il tema appassionante del filo transgenerazionale che lega le generazioni, attraverso l’eredità psicologica che ognuna riceve dalla precedente e lascia alla successiva.

L’idea secondo cui contenuti inconsci della mente possano essere trasmessi dai genitori al figlio viene delineata pionieristicamente da S. Fraiberg, in “I fantasmi nella stanza dei bambini”del 1974. L’autrice definisce i fantasmi come intrusi provenienti dal passato dei genitori, che danneggiano il bambino. Ma come sostiene F. Palacio Espasa, le identificazioni proiettive dei genitori sul bambino, di oggetti significativi del loro passato o di aspetti di se stessi come bambini, non sono necessariamente patogene, ma anzi possono essere strutturanti per il bambino. Inoltre la mobilitazione del proprio mondo interno alla nascita del figlio rappresenta per l’adulto un’opportunità di rielaborazione di conflitti irrisolti del suo passato infantile, in particolare con i propri genitori.

Secondo l’autore la nascita di un figlio comporta infatti una neoformazione nella personalità dell’adulto, soprattutto nel caso del primogenito, che richiede una ristrutturazione di tutta l’identità, attraverso l’abbandono di alcune identificazioni e l’assunzione di altre. Questo momento critico viene paragonato a quello dell’adolescenza perché richiede un altrettanto delicato processo di elaborazione del lutto di oggetti fantasmatici. Così come l’adolescente deve lasciare la sua posizione infantile, l’arrivo della genitorialità avvia un meccanismo interiore per cui l’identificazione con l’immagine interna dei propri genitori si alterna e si combina con il processo di lutto degli oggetti primitivi: i propri genitori, di cui si prende il posto e il sé bambino-figlio, che invece deve lasciare il posto al bambino della nuova generazione.

Se l’adulto che si prepara a diventare genitore non ha risolto i due lutti di sviluppo, la relazione che avrà con il figlio verrà investita di elementi proiettivi, nella forma dello scenario narcisistico della genitorialità. Il concetto si riferisce al processo per cui un genitore investe la relazione con il figlio tramite un’identificazione proiettiva, che sostituisce alla relazione oggettiva, una relazione tra sé e sé del genitore. Il meccanismo per il quale i fantasmi del genitore agiscono sul figlio è relativo a quegli aspetti impliciti nella comunicazione (verbale, non verbale, atteggiamenti, espressioni d’affetto, mancanze, ecc.) che agiscono come rinforzo e selezione dei comportamenti del bambino sulla base di propri bisogni relazionali, pulsionali o difensivi.

Le ricerche longitudinali condotte dal Francisco Palacio Espasa nell’Ospedale Universitario di Ginevra hanno dimostrato come già durante la gravidanza della donna comincino a riattualizzarsi le identificazioni genitoriali. La prima ecografia per esempio, ha un impatto molto forte sulla coppia, tanto che in Francia c’è di norma la presenza dello psicologo.

Il pre-partum è poi un momento di particolare sensibilità per entrambi i genitori, finestra per contenuti anche inconsci, in quanto riattiva il proprio vissuto infantile e la conflittualità insita nel passaggio transgenerazionale. Il lavoro sulla genitorialità sembra facilitato in questo momento, mentre l’arrivo del bambino già cristallizza qualcosa.

Le ricerche condotte dal Professore, in collaborazione con la ginecologia, hanno infatti evidenziato il valore preventivo di un intervento diagnostico ed eventualmente terapeutico in questa fase. Su cento casi di gravidanze valutate a rischio di depressione post-partum, trattati già dal pre-partum con una psicoterapia breve (quattro sedute, due nel pre e due nel post), in nessuno si è poi sviluppato effettivamente il disturbo.

Il 20% delle depressioni post-partum sono o meglio sarebbero già evidenziabili prima del parto.

Secondo Palacio Espasa questo rischio non riguarda solo la donna. Gli uomini tendono solo a mascherare meglio il loro vissuto depressivo grazie ad un più facile utilizzo di difese maniacali.

Un parametro significativamente predittivo per lo sviluppo di una depressione post-partum è risultato essere la perdita di una persona significativa nei due anni precedenti perché si può instaurare un meccanismo di negazione del lutto e di spostamento sul bambino del rapporto con la persona mancata.

Un esempio clinico dimostra come possano in realtà entrare in gioco molteplici fattori.

E’ il caso di una donna che aveva avuto una precedente gravidanza gemellare cui non aveva seguito una depressione post-partum, ma una violenta separazione. Alla seconda gravidanza sviluppa una depressione post-partum che la porta a chiedere una consultazione. Dai colloqui emerge che sua madre era scappata di casa quando lei aveva sei anni e crescendo il padre le aveva sempre rimproverato di essere come lei quando la vedeva uscire con i ragazzi. Dentro di lei all’epoca pensava che suo padre avesse torto, ma ora, avendo messo al mondo un'altra bambina, con un altro uomo, temeva di fare ai primi figli quello che sua madre aveva fatto a lei. Questo vissuto depressivo resta inconsapevole fin quando la paziente non viene invitata a riflettere sulla sua paura di ricevere dai figli le medesime critiche che avrebbe voluto rivolgere a sua madre.

Freud nel saggio del 1914 Introduzione al Narcisismo afferma che i genitori hanno la tendenza a delegare ai figli quel narcisismo primario a cui hanno dovuto penosamente rinunciare.

L’idea che emerge dal lavoro del Professor Espasa è che così come in ogni individuo vi sia sempre una dimensione narcisistica della personalità, in ogni genitore la relazione narcisistica col figlio coesista sempre con la relazione oggettuale.

La genitorialità è animata da due dimensioni: quella libidica e quella narcisistica. Assunta tale coesistenza, è dal grado di pervasività della dimensione narcisitica che dipendono la funzionalità della genitorialità e i suoi conflitti.

Esplorare la conflittualità genitoriale significa tener conto di due fattori: il primo riguarda quello che viene delegato al bambino dalle figure parentali attraverso l’identificazione proiettiva; il secondo riguarda le identificazioni parentali di ciascun genitore in funzione delle sue esperienze infantili.

La relazione che si instaura con il figlio è risultato di una proiezione di tipo narcisistico che il genitore attua sul figlio a partire dal modo in cui ha sperimentato a sua volta la relazione con le proprie figure parentali. Tale proiezione suscita un’identificazione nel figlio e una complementare controidentificazione nel genitore, che tende a compensare conflitti o carenze del suo passato.

Quando le identificazioni proiettive sono al servizio della comprensione e dell’empatia fanno andata e ritorno, mentre all’estremo opposto sono evacuative, unidirezionali e volte a mantenere rigidamente quello che si è delegato al figlio.

E’ nell’intersezione unica delle coordinate personali materne con quelle paterne e con le caratteristiche di cui è portatore ciascun figlio che si delinea un quadro relazionale che può essere più o meno conflittuale.

Quando il conflitto di genitorialità non è patologico i genitori sono riusciti a rinunciare all’ideale grandioso. L’identificazione proiettiva che si fa sul bambino non ne deforma l’immagine, è bidirezionale, al servizio dell’empatia, di carattere interattivo e negoziabile. Il figlio diviene depositario di un’eredità affettiva insita nel proprio ideale di bambino fondamentalmente positiva e le complementari identificazioni parentali (immagine dei propri genitori e immagine di sé come genitori) non generano eccessiva ansia. Si riconosce la particolarità genuina del figlio ponendo le basi per lo sviluppo di un’interazione salutare in cui si riescono a porre i giusti limiti all’onnipotenza infantile a partire dalla gestione dei cicli di nutrizione e veglia-sonno.

Difficoltà di vario genere e grado dovute a fattori aleatori quali un lutto, alle caratteristiche del bambino, o a un passato di esperienza filiale conflittuale non risolto nei genitori, forzano la modalità delle identificazioni che possono diventare rigide, unidirezionali e non negoziabili sul piano relazionale. Il potenziale patogeno si riflette nel bambino con disturbi del sonno, dell’alimentazione, del comportamento o addirittura con ritardi nello sviluppo.

Recentemente Il Professor Palacio Espasa ha pubblicato con altri autori svizzeri, sotto il coordinamento di N. Nazer, un volume di prossima traduzione italiana, Manuel de Psychotèrapie Centrèe sur la Parentalitè, che espone i presupposti teorici e tecnico-metodologici nonché le principali aree applicative della Psicoterapia Centrata sulla Genitorialità.

Dal punto di vista tecnico il modello prevede dieci incontri in cui ci si occupa dei genitori. Le modalità dell’intervento consistono nel mettere in relazione l’universo delle rappresentazioni della relazione attuale con il bambino con l’universo delle rappresentazioni che i genitori hanno delle loro relazioni del passato, in quanto bambini con i propri genitori. Questo collegamento tra presente e passato crea nella coscienza affetti dolorosi che però innescano un processo di rielaborazione dei conflitti non risolti.

E’ molto utile fare anche domande sui fratelli o sui pari per non trascurare uno dei sentimenti più conflittuali della personalità, ovvero la gelosia. Gli Spagnoli non temono di chiamarla invidia, i Francesi si offenderebbero. E’ un sentimento di cui ci si vergogna, per quanto nessuno ne sia immune. Nella vita psichica infantile può provocare paura e senso di colpa perché la si vive con una componente distruttiva maggiore, non mitigata dalla maturità cognitiva. Si può poi anche attualizzare la stessa dimensione chiedendo per esempio, come viene vissuta la gelosia all’interno della coppia.

Con il terapeuta si instaura una relazione emotiva denominata pre-transfert per sottolineare il fatto che non si ricerca né si analizza il transfert come nelle psicoterapie psicoanalitiche. Se si permettesse un transfert sul terapeuta la terapia dovrebbe durare più a lungo perdendo di vista il suo compito principale che è quello di occuparsi delle difficoltà del bambino. L’attenzione è sul transfert che i genitori hanno sul figlio e sul controtransfert del bambino nei confronti delle loro identificazioni proiettive. Nel far notare questi aspetti ai genitori occorre cautela per mantenere l’alleanza. Il narcisismo genitoriale è sempre un narcisismo antidepressivo, una modalità di difesa da vissuti colpevolizzanti o persecutori insostenibili e va dunque esplorato in terapia con molta delicatezza. E’ più utile trattare il problema come problema del figlio piuttosto che del genitore. Ad esempio è meno colpevolizzante affermare che il bambino teme di essere abbandonato rispetto a focalizzarsi sull’atteggiamento del genitore che fa sentire il figlio abbandonato.

Il transfert si instaura poi con il bambino, per il quale la psicoterapia dura quanto serve. I bambini al di sotto dei tre anni sono stati inclusi nel campione della ricerca, quelli più grandi sono stati trattati solo dal punto di vista clinico. Dal punto di vista tecnico inoltre, mentre i piccoli presenziano alle sedute dei genitori per i più grandi va valutata la situazione da caso a casa per mantenere la sicurezza della loro intimità.

L’obiettivo della ricerca era indagare fino a che punto le problematiche che presentavano i piccoli fossero connesse ad un sovraccarico sulla loro persona di proiezioni da parte di uno o entrambi i genitori.

Il caso di Bastiàn bene esemplifica l’utilità di questa lettura clinica. Viene descritto dalla madre come molto aggressivo: “E’ così terribile che ancora stamattina ha tirato un morso ad una signora!”

Il bambino ascolta, fa cenno di sì con la testa e dice: “ Sì, aveva anche lei un bebè..”

Il padre nel frattempo comincia a giocare per terra con il bambino permettendo alla madre di discutere con il terapeuta (sceglie l’ambulanza e comincia un gioco simbolico con il padre che testimonia l’assenza di problematiche dello sviluppo).

T: “Chi le ricorda il carattere di Bastian?”

M: “Somiglia a mio padre che era molto esplosivo... a parole solo...urlava. Però fino a dodici anni mi ha fatto molta paura...” (ecco la proiezione)

T: “Non è che per caso teme che Bastiàn diventi simile?”

M:”Eh..a dire il vero quando è nato ho visto uno dei miei zii, il fratello grande di mio padre, zio Gilbert, il boxeur..era un uomo molto bello. Allo stesso tempo mi faceva paura e tenerezza”.

In sedute successive il padre racconta la sua storia infantile con una madre molto rigida e fredda che aveva fatto soffrire sia lui, sia suo fratello. Quest’ultimo però, a suo dire aveva un carattere più forte e si era ribellato, mentre lui era sempre stato accomodante.

Quando il terapeuta chiede al padre se si è mai sentito schiacciato o sottomesso dai suoi genitori, questi risponde che sì a volte sì, ma più da sua madre che da suo padre per quanto anch’egli prendesse alla fine le parti della madre.

Qui interviene la moglie: “Ne soffri ancora...”

P: “Sì è vero, ne soffro ancora per come è stata mia madre...”

In questo padre l’identificazione con il genitore che si avrebbe voluto avere o che si vorrebbe essere si traduceva in una difficoltà a porre limiti al bambino per paura di schiacciarlo come sua madre aveva fatto con lui e per cui aveva molto sofferto.

Nella seduta risolutiva la madre racconta di uno schiaffo dato dal padre al bambino che voleva prendere il triciclo ad una bimba, commentando che lei avrebbe fatto lo stesso.

Nel conflitto di genitorialità nevrotica, le identificazioni proiettive restano bidirezionali ed empatiche, ma sono forzate da immagini idealizzate del bambino così come le complementari identificazioni parentali sono costrette da immagini ideali rigide.

In terapia questi genitori non mostrano eccessive resistenze a vedere come l’immagine idealizzata del bambino che avrebbero voluto essere ma anche di altre figure idealizzate alle quali non si è potuto rinunciare li stia intrappolando. E’ possibile risolvere il problema con trattamenti brevi grazie al pre-transfert positivo che stabiliscono con il terapeuta, in quanto nella sua figura viene ricercato il genitore ideale che si avrebbe voluto avere e che si vorrebbe essere, ma che non si riesce a realizzare. Dal punto di vista tecnico il terapeuta non analizza il pre-transfert, per quanto ne tenga conto e lo utilizzi per mostrare ai genitori il tranfert che hanno sul bambino e le contro identificazioni che elicitano nel figlio.

Nel conflitto di genitorialità depressivo-masochistica è il senso di colpa a forzare l’identificazione. Questi genitori provengono generalmente da famiglie in cui le figure parentali, vissute come totalmente sacrificate ai figli, avevano bloccato la possibilità di vivere l’aggressività nei loro confronti sotto la morsa di un generico senso di colpa. L’identificazione con il genitore sacrificato, per non sentirsi genitore indegno, porta alla tendenza a farsi schiavizzare dai figli e a grandi difficoltà nel porre regole e limiti. Se fino a sei-sette anni questi bambini sono spesso maniacali e grandiosi perché tiranni di casa, a lungo termine il senso di colpa li deprime e sviluppano spesso disturbi ansioso-depressivi come inibizione scolastica e di sviluppo personale.

Per quanto con questi genitori sia necessaria una maggiore cautela, data la loro estrema vulnerabilità alla colpa, anche in questi casi sono possibili interventi brevi perché il pre-transfert che stabiliscono con il terapeuta è positivo e riescono a rendersi conto facilmente della loro difficoltà a mettere limiti al bambino. A lungo termine conviene comunque mantenere un contatto e rivederli per sostenerli nella loro difficoltà a non ricadere nella sottomissione.

Nel conflitto di genitorialità narcisistico-dissociata le identificazioni proiettive diventano deformanti l’immagine del bambino, unidirezionali, espulsive e distruttive. Le identificazioni parentali complementari tendono a riprodurre modelli relazionali distanzianti a volte interrotti da identificazioni con l’aggressore. Questi genitori iperinvestono in modo invasivo sul bambino per compensare bisogni propri, rimpiazzando in questo modo la possibilità di sviluppo dell’autonomia e dell’indipendenza del figlio. Spesso questi bambini si mostrano apatici, inibiti e tendono all’ipomania, sintomi che nei piccoli generalmente sottendono una depressione dell’umore. Nei casi più gravi si arriva a povertà di contatto nell’interazione e nell’affettività. In questi casi il potenziale relazionale del bambino rischia di rimanere inespresso in una sorta di isolamento simil-autistico e questo può portare a gravi ritardi nello sviluppo e nel futuro adulto disturbi di personalità importanti, come quello borderline.

La mancanza di empatia verso i bisogni del bambino si esemplifica in una vignetta clinica in cui la psicologa, preoccupata del bambino che si dondola sulla seggiola, lo fa notare alla madre. Lei, senza voltarsi a mettere il figlio in sicurezza, le risponde: “Ecco, vede, fa sempre così!”

Quando è possibile lavorare con questi genitori è importante aiutarli a riconoscere i bisogni di autonomia del bambino cercando un’alleanza con loro e trattare il problema come una difficoltà del figlio, in modo da mitigare il vissuto persecutorio. Stabilita un’alleanza si può esplorare la dimensione infantile della loro personalità, soffermandosi sulla visione che avevano di sé da bambini e dei loro genitori. Riportandoli alla loro esperienza infantile, si può chiedere in che cosa il figlio sia simile e in che cosa sia diverso per aiutarli a vedere come lo percepiscono e se riescono a riconoscerne altre caratteristiche personali. Le stesse confrontazioni vanno guidate esplorando come si vedono come genitori e in cosa sembra loro di somigliare o distanziarsi dalle rispettive figure parentali.

Non è facile aiutare questi genitori perché anche quando si arriva a parlare di queste cose, per quanto le riconoscano a livello razionale, spesso reagiscono con risposte banali che sottendono il tentativo di negare questa realtà a livello affettivo. Aiutarli nel processo difensivo tenendo presente la dimensione persecutoria della quale sono portatori è un lavoro terapeutico che richiede cautela e pazienza.

 

LE DOMANDE AL PROFESSORE

Dalla sua esperienza clinica che tipo di insicurezze hanno i genitori nella società di oggi?

Il più grande cambiamento è connesso alla diversa divisione dei compiti nella famiglia di oggi, dove è normale che la donna lavori e dove viene considerato sano e auspicabile la realizzazione professionale della donna. La società di oggi impone due stipendi per necessità non solo alla classe operaia, ma anche alle classi più abbienti. Al bisogno economico si aggiunge la diversa aspettativa sociale nei confronti della donna, che ormai avverte l’importanza della realizzazione professionale per la sua autostima.

Nonostante questo cambiamento socioculturale molte madri con un impegno lavorativo importante rischiano di provare un sentimento di colpa nei confronti dei figli, al di là del loro stesso pensiero razionale che considera conveniente la realizzazione professionale di Sé. Hanno sempre la sensazione di non fare abbastanza e spesso fanno troppo, ma come dicono i Francesi: fare troppo è nemico del meglio! Il meglio è quel giusto che si trova sempre nella mezza misura. Quell’equilibrio che Winnicott chiamava madre sufficientemente buona, che include l’essere sufficientemente disponibile, ma anche sufficientemente ferma da far rispettare la propria individualità al bambino. L’eccessiva disponibilità e la difficoltà a porre limiti infatti, è infantilizzante e non aiuta il figlio a conquistare le sue autonomie. Proprio oggi in una supervisione c’era una caso simile dove il bambino rimane incastrato nell’essere viziato da una madre. Questa donna aveva avuto a sua volta genitori molto sacrificati, e sentendosi in colpa per l’impiego che la teneva lontana da casa per la maggior parte del giorno, tendeva ad essere eccessivamente tollerante e non riusciva a farsi rispettare dal bambino, creando in quest’ultimo molta ansia.

In che modo le richieste performanti così elevate nella nostra società influenza le aspettative dei genitori nei confronti dei figli?

In generale questo è un rischio rispetto alla capacità di dare ai figli la possibilità di sviluppare le loro potenzialità, rispettando le loro scelte e le loro predisposizioni di affermazione. Avere aspettative troppo elevate porta il genitore a forzare il percorso evolutivo del figlio che si riflette spesso in un atteggiamento oppositivo da parte del figlio che si sente invaso o nell’assunzione di un falso sé che alienandosi, si identifica nell’ideale genitoriale. Dare al figlio tutte le possibilità per sviluppare al massimo le sue risorse permettendogli di scegliere la direzione della sua vita in autonomia è l’atteggiamento migliore.

Attualmente i genitori, soprattutto quelli appartenenti a classi sociali elevate, hanno in generale rispetto al passato una conoscenza maggiore rispetto a come essere genitore e come affrontare la genitorialità.

Che peso ha la famiglia d’origine nell’adulto che si appresta a svolgere la funzione genitoriale?

In generale, la propria esperienza come figli pesa abbastanza nel rapporto che un genitore instaura con il proprio bambino. Anche quando il bambino è facile, se la conflittualità che si ha vissuto con i propri genitori era elevata, questo può dirottare la relazione con il figlio in modo incisivo. I rischi più frequenti sono quelli legati ad aspettative troppo elevate rispetto al proprio ruolo che portano il genitore, spesso a sua volta figlio di genitori sacrificati, a provare un senso di colpa che lo spinge a condotte vizianti e ad un atteggiamento eccessivamente tollerante nel porre le regole. Nei più piccoli questo si può riflettere in disturbi funzionali come l’alterazione del ritmo veglia-sonno e difficoltà nell’alimentazione, nei più grandi può manifestarsi come un disturbo del comportamento, del linguaggio, dell’attenzione o dell’apprendimento. I bambini tiranni a lungo termine nel periodo della latenza diventano spesso inibiti e depressi. Altre volte, invece, il bambino è particolarmente accomodante e questo può diventare un fattore compensatorio delle difficoltà genitoriali. E’ sempre l’incontro tra due individualità in cui la natura stessa del bambino, se difficile, può anche rovinare un genitore sufficientemente buono. In questo senso le difficoltà perinatali sono un importante fattore di rischio, in quanto coltivano a lungo termine un’angoscia nel genitore, che si esprime in condotte compensatorie. Altri fattori aleatori possono poi influire sulla genitorialità come i lutti, i divorzi, i vissuti abbandonici, il cambio di paese o lavoro. Ma certo è che pur nelle difficoltà, restare equilibrati nella propria funzione genitoriale è tanto più facile quanto meno conflittuale è stata la propria esperienza di essere figlio.

Quali mancanze riscontra più spesso e quali consigli si sente di dare ad un genitore di oggi?

Uno dei problemi più frequenti riguarda la probabilità di divorzio, che nel 50% dei casi avviene entro un anno dalla nascita di un bambino e questo perché l’arrivo di ciascun figlio risveglia nei genitori un investimento narcisistico importante e un minore investimento sulla coppia.

Il consiglio è di vivere la genitorialità appieno, ma senza farsi sommergere, sapendo anche porre dei limiti: intanto per preservare la coppia, ma anche per la propria individualità personale e professionale. Le regole permettono al bambino di sviluppare la sua autonomia, l’eccessiva disponibilità può creare nel figlio incapacità di gestione dell’aggressività oppure senso di colpa.

Come diceva Freud, i genitori hanno la tendenza a delegare ai figli quel narcisismo infantile a cui hanno dovuto penosamente rinunciare, ma bisogna rinunciare.

Secondo lei oggi c’è una possibilità di dialogo e condivisione di questa maggiore conoscenza tra i genitori rispetto all’educazione dei figli?

Io dico di sì, almeno qui a Ginevra. Ci sono per esempio, le cosidette “scuole per genitori” che sono uno spazio di incontro dove gli adulti possono confrontarsi sulle loro difficoltà genitoriali, trovare sostegno o ricevere informazioni su servizi o specialisti. Certo soli sono soli tutti i genitori, perché devono assumere il ruolo genitoriale in funzione del loro vissuto personale e della realtà del figlio che hanno. Situazioni come un passato di vissuti abbandonici, di carenza, abuso, idealizzazione o colpa nel genitore, così come una grave patologia nel figlio rendono tutto molto difficile. In questi casi senza un intervento psicoterapeutico tempestivo le difficoltà non possono che aumentare. Per questo abbiamo pensato con Cramer di creare un servizio di neuropsichiatria per i bebè in modo da permettere ai genitori di venire a parlare delle loro difficoltà fin da subito. Ci siamo occupati di disturbi funzionali nel neonato, di disturbi del comportamento nel bambino e di disturbi più gravi dello sviluppo.

Anche a Losanna, Basilea e Zurigo ci sono servizi simili. Certo non è tutta la Svizzera..

In Italia esiste il centro Stella Maris a Pisa per esempio che si occupa di situazioni simili.

In generale comunque c’è maggiore libertà nel chiedere consulenza senza avere il timore di fare una visita psichiatrica come era un tempo. Per favorire questo abbassamento della soglia d’accesso noi eravamo soliti presentare il servizio al pubblico come “servizio di guida infantile” e non con il nome che era stato attribuito dall’amministrazione, che era “servizio universitario di psicopatologia dello sviluppo”, un nome che fa paura. solo a pronunciarlo!

 

Bibliografia

Il materiale teorico e clinico proviene prevalentemente dai seminari tenuti dal Professor Francisco Palacio Espasa, dal titolo La Psicoterapia Centrata Sulla Genitorialità, organizzati da Alboran, ad Alessandria, alla fine del 2015.

Cramer B., Palacio Espasa F., Le psicoterapie madre-bambino: metodologia e studi clinici, Masson, Milano, 1995.

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