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Gruppi istituzionali, tra fattori evolutivi e involutivi: appunti da un’esperienza - Varchi n. 13

di Natale Calderaro*

“Il singolo   con le sue trasformazioni offre al gruppo una narrazione poetica, epica, scientifica, pittorica o filosofica, delle sue vicissitudini interne.” (E. Gaburri)

“Quando un gruppo non è più animato dal desiderio di conoscenza cade con tutti e due i piedi in qualche assunto di base…In definitiva perde il senso della communitas, del lavoro comune verso scopi sentiti come comuni, condivisi.” (L. Ambrosiano)

“Avevo sempre immaginato il paradiso come una grande biblioteca.” (J. L. Borges)

Premessa. Una storia

Sono stato dagli anni ’70 in avanti osservatore partecipe di gruppi istituzionali diversi, per storia e struttura.

C’era prima il manicomio. Poi, “Gorizia” e l’istituzione negata. Nelle esperienze che precedettero -creandone i presupposti - la Legge 180 e in quelle immediatamente successive, la messa in questione dell’istituzione si realizzava nel succedersi continuo di momenti assembleari (la riunione di reparto, quella di staff, l’assemblea generale). Era la “comunità terapeutica”, mutuata da Maxwell Jones. In tanti, allora, ci siamo trovati impegnati e immersi nelle pratiche antiistituzionali. Leggevamo Laing, Fanon, Goffman, Foucault, Minkowski, Freud, Binswanger e, naturalmente, Basaglia. La rivoluzione basagliana è stata davvero un cambio di paradigma ed è molto riduttiva la lettura esclusivamente sociologica che troppo spesso ne viene data.

La critica radicale al processo di conversione della follia, come declinazione dell’esistenza, in malattia, da consegnare al dominio della Clinica, era sviluppata in quegli stessi anni, con approdi convergenti, da Foucault (vedi il Corso su “Il potere psichiatrico”, tenuto al Collége de France, negli anni 1973 - 1974). Basaglia e Foucault erano a conoscenza l’uno del lavoro dell’altro ma, curiosamente, non si sono mai incontrati; è nota, invece, la regolare frequentazione intercorsa tra Basaglia e Sartre. Mettere in dialogo Basaglia e Foucault sarebbe di un certo interesse ma travalicherebbe i confini del tema che voglio trattare.

Qui mi basta rimarcare come l'aver restituito soggettività e diritti a chi ne era stato deprivato e l'aver riportato nella comunità ciò che ne era stato espulso hanno prodotto cambiamenti culturali profondi.

In riferimento poi ai mutamenti che attraversavano allora la psichiatria, già nel 1980 Fausto Petrella poteva affermare: “Antiche credenze psicopatologiche hanno inesorabilmente mostrato la loro natura di pregiudizio, la loro scarsa fondatezza e operatività…Nuovi criteri, per la verità vaghi ma comunque diversi dai precedenti, suggeriscono una pratica nuova che mette esplicitamente l’accento sulla sofferenza psichica del paziente, anziché sulla sua pericolosità sociale”. Nel corso di questi mutamenti, annotava ancora Petrella, “il gruppo di discussione è rimasto l’unico elemento realmente invariante, lo strumento attraverso il quale registrare e visualizzare le trasformazioni in corso”.

Tale impostazione, che vede nei gruppi di discussione la metodologia di base con cui predisporre e monitorare le pratiche terapeutiche delle nuove équipes, è stata ribadita da Petrella in una relazione tenuta recentemente al Centro Psicanalitico di Genova.

Mentre i nuovi servizi psichiatrici si andavano configurando nelle varie realtà italiane, con tempi e modalità diversi, il confronto con le nuove espressività di sofferenza mentale e con le relative procedure assistenziali, fa entrare in contatto i gruppi istituzionali con le complesse fenomenologie gruppali che si attivano al loro interno.

Questi processi incrociavano importanti cambiamenti che avvenivano intanto nell’ambito della psicoanalisi, relativamente alle possibilità di trattamento delle gravi patologie psichiche.

Veniva introdotto nel nostro paese il pensiero di Bion. Francesco Corrao, che in quel periodo era Presidente della Società Psicanalitica Italiana, promuoveva, infatti, negli anni ’70 la traduzione in italiano delle opere, a partire da una sua presentazione di “Esperienze nei gruppi”. In una intervista realizzata nel 1980 dal regista Roberto Andò, pubblicata col titolo “Il maestro e i porcospini”, Corrao dice di aver conosciuto Bion al Congresso di Parigi nel 1957, di averlo individuato come il nuovo, geniale teorico della psicoanalisi e di essere diventato fautore del modello bioniano sin dal 1965. Così, parallelamente alla traduzione delle opere di Bion, Corrao attivava a Roma un primo gruppo esperienziale, sul modello bioniano, cui partecipavano giovani colleghi che negli anni a venire sarebbero diventati punti di riferimento importanti nello studio dei gruppi: Claudio Neri, Antonello Correale, Cono Barnà, Carla De Toffoli, Basilio Bonfiglio, Gianni Nebbiosi e altri. Veniva fondato il Centro Ricerche Psicoanalitiche di Gruppo “Il Pollaiolo” e nasceva “Gruppo e Funzione Analitica”, cui si sarebbe aggiunto anni dopo il nome “Koinos”. La rivista diventerà un importante punto di riferimento per quanti si occuperanno dello studio del piccolo gruppo analitico e del funzionamento dei gruppi in generale. Si aggiungerà, come spazio riflessivo importante per i nuovi servizi, a “Psicoterapia e Scienze Umane” di Pier Francesco Galli.

La discussione del caso

Nei servizi territoriali intanto il gruppo di discussione dei casi diventava un elemento sempre più caratterizzante e strettamente correlato alle vicende dei gruppi istituzionali. La ricostruzione del caso clinico in gruppo consentiva, infatti, nuove aperture e una visione comune.

All'interno di una riflessione generale concernente la particolarità dell'oggetto in questione, ad esempio il mondo psicotico con le sue caratteristiche di ontologica ambiguità, con i suoi paradossi, le diverse modalità di abitare il corpo, i meccanismi primitivi di difesa, persino la scelta estrema di vivere non esistendo, si comprendeva come stati mentali di tale complessità non potessero essere affrontati soltanto nell'ambito di relazioni duali ma richiedessero interventi diversi da integrare che solo un gruppo-équipe può consentire.

Conforto prova a definire come possiamo intendere un gruppo di lavoro in tale ambito: ”un gruppo in cui alla mente dei singoli membri è consentita una relativa autonomia e quindi un possibile incrocio di punti di vista, di pensieri, non necessariamente convergenti, quindi un uso della capacità di pensare per ognuno che non sia eccessivamente disturbata, interferita, resa prigioniera, coatta, da ciò che W.Bion ha chiamato assunti di base”.

Nel porre la discussione del caso in gruppo come dispositivo terapeutico specifico, specie nel lavoro coi pazienti gravi, la tesi che voglio sostenere è che l’attività di definizione e messa in opera di un progetto terapeutico presenta una correlazione con il livello di elaborazione e di integrazione che esprime un determinato gruppo istituzionale, in un preciso momento della sua storia.

Voglio cioè affermare che perché la discussione del caso nel gruppo degli operatori risulti produttiva è richiesto un minimo di funzionamento come gruppo di lavoro, perché in situazioni estreme in cui prevale forte emotività e agiti imponenti, con il gruppo di operatori inchiodato in un assunto di base stabile, la discussione del caso non solo non produce nulla di spendibile sul versante terapeutico ma può addirittura aggravare il livello di funzionamento psicotico di quel gruppo.

Farò alcune esemplificazioni riferibili a contesti istituzionali molto diversi, come li ho potuti osservare nel tempo nella mia esperienza istituzionale.

Un reparto manicomiale. Il gruppo in assunto di base

A Genova-Quarto, nell’immediato dopo-Riforma. Un reparto con 150 degenti, 60 infermieri distribuiti nei turni, 5 medici, un’assistente sociale. Pazienti molto diversi per età e patologia. Un certo numero di anziani, tanti giovani psicotici. In una situazione molto confusiva e con alti livelli di conflittualità, espressi soprattutto dalle figure infermieristiche, si discute spesso del caso di Salvatore, un giovane poco più che ventenne, con sintomatologia borderline su un lieve difetto cognitivo di base. Una situazione famigliare disastrata, la madre sostanzialmente assente, parecchi anni in istituto. Il paziente manifestava ripetutamente comportamenti improntati ad impulsività e clamorosità. Si rendeva frequentemente protagonista di incursioni notturne nel settore femminile. Le riunioni erano quotidiane, molto affollate e si discuteva spesso dello stesso caso. Nel caos imperante, gli infermieri attaccavano in particolare la figura del Primario, cui si attribuiva la principale responsabilità di quel caos. Qualche intervento di tipo interpretativo certo non migliorava i livelli di rabbia e di esplosività. La situazione era davvero poco gestibile nel gruppo e la mitologia assembleare, allora imperante, produceva solo effetti perversi. Nel momento in cui si verificò un cambiamento nella responsabilità del reparto, sembrò inevitabile sospendere per alcuni mesi ogni tipo di riunione e ripartire da relazioni tra le persone più realistiche, privilegiando e valorizzando il rapporto duale. Poi fu possibile riprendere la discussione dei casi nel gruppo. Ci furono nel tempo parecchie dimissioni.

Un avamposto in ospedale generale. Il volto dell’altro

Un giovane paziente nigeriano, molto alto e con corporatura atletica. Appena sbarcato a Genova da una nave, è ricoverato in SPDC, un reparto con otto posti-letto. Pochi infermieri ma molto motivati. Un solo medico. Gestione del reparto no restraint e open door. Il paziente presenta un grave stato di blocco psicomotorio. Non parla. Volto fisso, occhi sbarrati. La relazione si può ricercare a partire dall'incontro tra volti. É il volto dell'altro, come alterità irriducibile, che interpella e chiama in causa. Il volto nudo, scoperto, vulnerabile, come lo osserviamo nella relazione diretta faccia a faccia (Lévinas). Diventa centrale in questo senso il concetto di responsabilità, di cui parla Minkowski. “L'uomo è un rapporto, è costitutivamente un rapporto con l'altro. L'essere umano è fatto per assumere delle responsabilità”.

Parthenope Bion Talamo nella presentazione di “Gruppo” si interroga su cosa avviene di non verbale o di extra verbale nella comunicazione umana, riconoscendo a Neri il merito di “tirare fuori dal sottosuolo una serie di illustrazioni della ricchezza dell'interazione umana, a prescindere dalla parola, prima di essa, dopo di essa”. E aggiunge: ”è soprattutto dietro il concetto di campo che si intuisce la presenza del grande problema della comunicazione extra verbale”.

Ritorniamo al nostro paziente e al senso di paralisi che vive il gruppo. La paura e il terrore del paziente. La paura e il terrore degli operatori. Ne parla Antonino Ferro nell'introduzione ai ”Seminari Tavistock” di Bion: “Pensare i pensieri, vivere le emozioni, vivere il terrore che possiamo provare, farci carico della sofferenza altrui, contattare e lasciar emergere la creatività in noi stessi e nei nostri pazienti”. Il confronto nel gruppo degli operatori è serrato e molto teso. Posizioni estreme che si confrontano. L’atmosfera in reparto è pesante e inquietante. Non percependo un contatto con il paziente si teme una crisi pantoclastica.

Dopo aver attraversato questa fase di grande difficoltà, si riesce ad avvertire che una relazione sta nascendo. Dopo alcuni giorni il paziente accetta di alimentarsi. Il clima di tensione diminuisce. Un contatto si è progressivamente realizzato. Dopo dieci giorni circa, il paziente viene dimesso, molto migliorato.

Ricordo ancora, a distanza di molti anni, le emozioni dense che sono circolate in quello spazio relazionale. Recentemente ho letto un lavoro di Neri su “La tenerezza e la capacità di relazione”, letta nel 2014 a Torino in un convegno dedicato a Eugenio Gaburri. All'interno di un dialogo molto intenso tra Claudio ed Eugenio, in un passaggio Claudio dice: “la comparsa della tenerezza è un risultato. Più precisamente è il risultato che non può essere cercato, ma che si presenta spontaneamente quando si è tenuta una giusta posizione nel rapporto e si sono attraversate molte unioni diverse”. Qualcosa del genere ho l'impressione che possa essere accaduto in quella scena terapeutica.

Il Centro di Salute Mentale

Le atmosfere negative dell’inizio. La conflittualità che assorbe le energie degli operatori. La mitologia dell'operatore unico. Era allora operante la fantasia che, essendosi lasciati alle spalle l'istituzione totale, il nuovo contesto assistenziale e l'impegno degli operatori nel creare ponti tra il paziente e la realtà esterna avrebbero prodotto di per sé, anche a prescindere dalle specificità professionali, buone pratiche. Era presente una generica operatività, basata su un volontarismo fatto di molte buone intenzioni (coinvolgimento delle famiglie, visite domiciliari, contatti con gli ambienti lavorativi). Si assisteva in quella fase ad un attivismo, anche generoso, che creava però spesso situazioni confusive, con forti conflittualità tra gli operatori. Era necessario acquisire anche nuove figure professionali, trovare competenze idonee per i compiti della cura. Arrivarono prima, per trasferimento, due assistenti sociali, particolarmente attrezzate per il lavoro istituzionale. Poi in successione alcuni psichiatri, psicologi, educatori e due amministrative. Le competenze diversificate ora c’erano, il mito dell’operatore unico sepolto. Bisognava solo fare nascere il gruppo. Come costruire, quindi, un gruppo di curanti che potesse esprimere un pensiero condiviso, una visione della sofferenza mentale come un qualcosa da accogliere, contenere, trasformare all'interno di contesti terapeutici in cui relazioni duali e gruppo-équipe potessero fruttuosamente interagire? Il Servizio di Salute Mentale era suddiviso in due sottogruppi, riferiti a differenti ambiti territoriali. Ogni sottogruppo teneva una riunione settimanale nella quale si discutevano insieme i casi più impegnativi. C'era poi una riunione generale di tutto il Servizio, anche questa a periodicità settimanale. In quest'ultima si mettevano a fuoco problemi organizzativi e tematiche complessive e si cercava di monitorare l'evoluzione del Servizio, la tenuta dei progetti in corso, i miglioramenti o eventuali movimenti regressivi che dovevamo insieme individuare, per le necessarie correzioni di rotta. Era diventata in particolare caratterizzante del funzionamento del Servizio una breve riunione mattutina, ad inizio lavori, in entrambi i sottogruppi, in cui ci si forniva brevi informazioni sull'andamento dei percorsi terapeutici, come erano stati   osservati nella giornata precedente, dando un particolare rilievo alla dimensione affettivo-emotiva nell'ambito della relazione. Tutti questi momenti gruppali erano fortemente investiti da parte dell'intera équipe, che sviluppava progressivamente un sentimento di appartenenza alla nostra particolare realtà istituzionale, nella quale ci si riconosceva per alcune qualità che sentivamo di stare costruendo insieme. Si era riusciti a superare la fase dei conflitti statici e paralizzanti, lo scontro tra le diverse categorie professionali, l'una contro l'altra armate. Gli infermieri, ad esempio, per una pura esigenza di nastro lavorativo, entravano prima in servizio al mattino, alle sette e trenta, mentre tutti gli altri alle otto. Superare questa contraddizione operativa, che creava solo disfunzioni e contrapposizioni corporative, non è stato facile ma alla fine si è riusciti ad attraversare costruttivamente questo passaggio, con l'ingresso per tutti alle ore otto. L'équipe poteva così entrare in azione in maniera omogenea, consentendo che il gruppo multiprofessionale potesse da subito iniziare la propria attività come collettivo. In questa nuova configurazione, la discussione del caso, come metodologia di lavoro, diventava un elemento strutturante dell'agire terapeutico.

I progetti di cura si concretizzavano nella ricostruzione delle storie personali dei pazienti, delle loro reti famigliari e sociali, per descrivere insieme a storie di malattia soprattutto storie di vita, in cui salute e malattia potessero essere colte come polarità dialettiche da integrare. La ricostruzione della storia personale del paziente, mettendo insieme i punti di vista di ogni operatore e reintegrando le parti scisse proiettate dai pazienti, consentiva una ricomposizione in cui erano presenti le visioni e le emozioni di ciascuno, con nuove aperture nella lettura del caso.

In riferimento al processo evolutivo descritto, vorrei segnalare alcuni aspetti non marginali. Ci capitava di osservare come le funzioni terapeutiche del gruppo, che ci sembrava di cogliere, si realizzavano non solo nell'ambito delle attività strutturate (relazioni duali, gruppi verbali, gruppi espressivi, attività di rete ecc.) ma anche in luoghi e momenti non definiti, quelli che Roussillon chiama “spazi interstiziali” (la pausa per un caffè, gli scambi occasionali di impressione...). Un ulteriore aspetto, osservabile in modo chiaro, specie nella fase di transizione, in presenza ancora di una certa conflittualità nell'équipe, si riferisce al naturale delinearsi di un'area del Servizio (la stanza delle amministrative) che fungeva da camera di decompressione e di diluizione delle tensioni. Per le funzioni svolte (le pratiche amministrative come tessuto connettivo per le esigenze di tutti) e anche per qualità personali, quell'area del Servizio si andava configurando come luogo protettivo e di conciliazione, in cui tutti si riconoscevano, un'area di bonifica dei cattivi umori che l'istituzione produce. Mi sentirei di definire quello spazio e quella funzione come qualcosa di avvicinabile al “Genius loci” di cui parla Neri, a proposito della capacità di rianimare l'identità del gruppo e collegare il cambiamento con la base affettiva del gruppo.

Il Centro Diurno

Una fase molto significativa nell'evoluzione del servizio, nel suo strutturarsi come équipe terapeutica, concerne il momento della nascita del Centro Diurno. Del tema specifico mi è capitato di occuparmi in passato ma mi sembra utile rivisitare alcuni passaggi.

La riflessione riguarda il momento in cui si delinea e prende forma, nella storia di un servizio, il bisogno di strutture intermedie.

Si possono presentare in proposito diversi scenari che proverò a riassumere. Una situazione, di certo non minoritaria, nella fase della loro costituzione, si riferisce a servizi con insufficiente sedimentazione e strutturazione di una storia collettiva, che non hanno ancora sviluppato un'identità di gruppo sufficientemente definita e consapevole; servizi con contrasti molto aspri al loro interno e in grande difficoltà nella propria capacità di tenuta, in rapporto alla grave patologia psichica. Si è potuto osservare spesso, in tali contesti, una particolare enfasi sulla necessità di Centri Diurni, Comunità terapeutiche ecc., l'esplicitarsi di fantasie onnipotenti nella direzione di strutture fortemente idealizzate, investite di aspettative messianiche.

Il rischio a cui si va incontro in tali frangenti è rappresentato dal fatto che la stessa progettazione di nuovi spazi terapeutici finisce per funzionare da copertura e razionalizzazione delle difficoltà e delle contraddizioni di quella fase della storia del servizio, innestando una spirale di rimandi a nuovi contenitori istituzionali che realizzano e giustificano, intanto, procedure di distanziamento o di evitamento del paziente.

In questo senso, è possibile sostenere che nessuna struttura intermedia può costituire una risposta appropriata allo stato di collasso operativo, progettuale ed emotivo di un gruppo di curanti.

Nessuna struttura intermedia può rappresentare -in definitiva- una risposta ”forte” ai problemi di un servizio “debole” .

L'esigenza che si pone in questo senso concerne la capacità che ha il gruppo-équipe di saper leggere le proprie aree di insufficiente operatività.

Correale postula, a questo proposito, l'esigenza di mantenere attiva una funzione autorappresentativa della totalità del gruppo e segnala che tale funzione non può essere limitata all'establishment, una figura di leader o un gruppo dirigente, ma deve essere diffusa in tutto il “campo istituzionale”, spettando semmai al leader il compito di fungere da integratore di ciascun contributo, in modo che “ogni intervento, ogni modalità di partecipazione dei singoli alla vita istituzionale, possa essere vista non solo come il punto di vista di quel singolo, ma come l'espressione di una particolare sfaccettatura, di un'angolatura specifica, di una tematica o di un vissuto, di un problema di un oggetto comune”.

I problemi principali che si pongono in una fase di progettazione di nuove articolazioni terapeutiche sono relativi alla capacità che ha il gruppo-équipe nel suo complesso di tollerare che una parte di sé muova nella direzione di una differenziazione.

Le tematiche specifiche in gioco in questo frangente sono le angosce di separazione, i meccanismi difensivi di idealizzazione, le attese messianiche ecc.

L'équipe del servizio sente che la nuova creatura che ha generato, che comincia ad affrontare una vita propria, ha la necessità di creare le condizioni interne alla nuova realtà per poter costruire un'esperienza autentica. Accetta quindi che si costituisca quel gradiente tra gruppo-servizio e gruppo-struttura intermedia che consenta a quest'ultima di differenziarsi, di abitare quindi un luogo nuovo (per sé e per i pazienti), di strutturare un setting di gruppo sufficientemente chiaro e condiviso che permetta il realizzarsi di un'esperienza e la possibilità di una sua elaborazione.

Attraverso l'elaborazione complessiva nel gruppo di questi vissuti, nella dialettica Servizio-Centro Diurno, è stato possibile conquistare una visione più realistica dei problemi e degli obiettivi che si potevano raggiungere.

La funzione dell'accoglienza

In una certa fase, era diventato centrale il dibattito sulle tecniche. C’erano i sistemici e gli psicoanalisti. Anche da noi. Ci fu chiaro, però, che pur nel rispetto degli approcci personali, di una libertà di ricerca che bisognava solo favorire, il terreno su cui ritrovarsi era l’analisi nel collettivo delle nostre pratiche reali. Un’area su cui incontrarsi e da costruire insieme fu individuata nello spazio dell’accoglienza. Quali caratteristiche doveva avere, quali fisicità (dove e come nel servizio), quali atmosfere doveva favorire, quale spazio emotivo-affettivo nell’incontro con soggetti con fenomenologia psicotica o con gravi disturbi di personalità?

La tematica dell’accoglienza è poi sempre stata ripensata, rivalutata e monitorata dal gruppo-équipe che attorno a questa si andava caratterizzando. Credo che rappresenti, al di là della nostra vicenda gruppale, un terreno su cui modalità operative, configurazioni emotive e sottofondo fantasmatico si compenetrano, determinando l’identità specifica di quel particolare gruppo di curanti. La funzione dell’accoglienza, la sua qualità e le sue modalità risultano determinanti nella configurazione che un gruppo di operatori si da. L’atmosfera che si respira in un determinato Servizio di Salute Mentale è direttamente in rapporto con la capacità di accogliere, di modularsi in base al tipo di richiesta, di sintonizzarsi con lo stato mentale del soggetto, nel momento particolare in cui si presenta alla nostra osservazione; una certa qualità dell’accogliere, in cui entrano in gioco competenza ma anche uno stile operativo in cui sia percepibile delicatezza nell’entrare in contatto con gli stati di sofferenza mentale.

Queste caratteristiche dell’accoglienza per un gruppo di curanti non sono mai un dato a priori, ma rappresentano il risultato di una lunga costruzione del collettivo. Nella visione bioniana il gruppo istituzionale deve essere configurato come una realtà dinamica di cui favorire l’evoluzione. L'Istituzione, un Giano bifronte, come direbbe Gaburri, è per sua natura una realtà contraddittoria, perennemente in bilico tra evoluzione e involuzione, una realtà in cui si può configurare un surplus di potenzialità terapeutica ma anche l’emergenza, sempre in agguato, di potenti forze distruttive, nel corso delle quali si verificano fantasie di frammentazione, depersonalizzazione, contagio psichico.

La leadership

In tanti anni di lavoro istituzionale, ho inteso questa funzione come la competenza, o almeno la familiarità, nell'integrare diversi livelli di funzionamento. In prima istanza, il Responsabile di un gruppo di operatori deve avere una visione sufficientemente chiara, ancorchè complessa, della dimensione istituzionale e degli obiettivi da raggiungere. La scommessa principale si gioca sulla possibilità, pur nell'ambivalenza costitutiva del fatto istituzionale, di indirizzare i processi contraddittori, che normalmente si attivano, nella direzione della funzione di cura. In questo senso, mi sembra siano richieste, per un mestiere particolarmente “impossibile”, capacità di vivere in alcuni momenti in solitudine il proprio ruolo, nel dialogo con le proprie moltitudini interne, formazioni consce e inconsce. Nello stesso tempo, è necessario tenere costantemente attiva una funzione recettiva verso i movimenti del gruppo e anche una vicinanza visibile e rispettosa nei confronti di ciascun operatore. Il leader, secondo Correale, deve promuovere una continua circolarità, “inducendo scambi, ascoltando proposte... limitando in parte la sua autorità e facendola poi valere nei momenti necessari... Questo aspetto circolante, di messaggero oltre che di coordinatore, implica che il leader non soltanto metta in gioco qualcosa di personale, ma che sia consapevole dell'elemento personale che mette in gioco”.

Il ruolo della supervisione

Nel momento in cui il gruppo-servizio sembrava aver acquisito una prima configurazione come gruppo-équipe in grado di rapportarsi al disagio mentale, avendo conquistato una visione abbastanza condivisa del proprio oggetto, si è avvertita l'esigenza di uno spazio di supervisione clinica, con un consulente esterno con determinate caratteristiche. Un formatore che insieme al sapere disciplinare fosse portatore, per esperienza diretta o mediata dal lavoro di consulenza, di una conoscenza reale della dimensione istituzionale. E’ stato un passaggio importante nella crescita complessiva del gruppo-équipe.

Agli incontri di supervisione non partecipava, per scelta, il Responsabile del Servizio. Si riteneva che tale opzione potesse favorire una maggiore libertà espressiva per gli operatori.

Nella prima esperienza formativa, un passaggio significativo si è verificato quando, dopo tutta una fase in cui si discuteva dei casi più impegnativi, che venivano predisposti per il giorno della supervisione, ci si trovò, in un incontro, senza un caso clinico preparato. Si rese evidente a quel punto che il gruppo degli operatori voleva porre se stesso come caso. Questo sviluppo della supervisione si protrasse per un tempo significativo e risultò allora molto utile, per una migliore comprensione delle dinamiche interne, in un gruppo che stava maturando un forte sentimento di appartenenza e una buona adesione ai progetti terapeutici.

Barnà sottolinea come nel lavoro del consulente il gruppo degli operatori debba essere immaginato “come una specie di matrice dinamica in grado di dare una configurazione del paziente. Nella supervisione di gruppo la necessità di integrare apprendimenti diversi si incontra con la logica di portare avanti una competenza di lettura dei vari piani del funzionamento del paziente e del gruppo di lavoro”.

Considerazioni conclusive

Le questioni che ho cercato di evidenziare e i riferimenti posti in epigrafe hanno voluto mettere al centro del nostro discorso la relazione con l'altro e la dimensione dialogica come elementi costitutivi della cura e dell'umano in genere.

Gli scenari istituzionali descritti, frammenti di esperienze, hanno rimarcato l'importanza delle dinamiche gruppali nel lavoro psichiatrico e il rilievo che il gruppo-équipe, come costruzione processuale, assume nelle pratiche terapeutiche.

In tale ambito, si è collocata la metodologia della discussione del caso in gruppo come dispositivo che attiva processi di cambiamento nei pazienti e nei curanti.

Non si può non constatare, però, come da qualche tempo, nelle nostre istituzioni psichiatriche, il pendolo sia tornato a spostarsi nella direzione di concezioni prevalentemente neo-biologistiche. Ritornano in campo tecnocrazie e, sia pur in forme nuove, pratiche di distanziamento e occultamento della sofferenza mentale. Meno disponibilità, meno tempo per l'ascolto, meno spazio al lavoro di équipe.

Non è una prospettiva rassicurante ed appare necessario contrastarla, ripartendo dai contesti e dalle pratiche reali e riattivando un pensiero critico negli operatori.

Il dialogo tra individuo e gruppo e la fantasia borgesiana, richiamati all'inizio, vorrebbero suggerire anche una traiettoria, per i soggetti della cura, che tenga in relazione tradizione e innovazione. Al di fuori di questo legame, credo non siano nemmeno ipotizzabili “res novae”(Cacciari).

Post Scriptum

In riferimento al tema trattato, mi fa piacere ricordare che, presso il nostro Centro di Salute Mentale di Via Pisa, sono stati presentati a Genova, con la partecipazione degli Autori: “Il campo istituzionale” (1991) di Antonello Correale (con la prefazione di Cono Barnà), “Turbamenti affettivi e alterazioni dell'esperienza” (1993) di Fausto Petrella, “Gruppo” (1995) di Claudio Neri, “Emozione e Interpretazione” (1997) a cura di Eugenio Gaburri, “Ululare con i lupi” ( 2003) di Gaburri e Laura Ambrosiano. In tutte queste occasioni, insieme ad altri colleghi, c’è sempre stata la partecipazione di Carmelo Conforto.

                                                                                                                    

Bibliografia

Ambrosiano, L., Gaburri, G. (2013). Pensare con Freud. Milano:Raffaello Cortina Editore.

Andò, R. (1994). Il maestro e i porcospini. Conversazioni con Francesco Corrao. Palermo: Edizioni della Battaglia.

Barnà, C. A. (1994). Contributo in Koinos. Gruppo e funzione analitica. Ricordare Francesco Corrao (gennaio-dicembre 1994 anno XV numeri 1-2, pp.287-295). Roma: Edizioni Borla.

Barnà, C. A., Corlito, G. a cura di (2011). Emergenze borderline. Milano: Franco Angeli Editore.

Basaglia, F. a cura di (1968). Istituzioni negate. Torino: Giulio Einaudi Editore.

Bion, W. R. (1961). Esperienze nei gruppi. Roma: Armando Armando Editore, 1971.

Bion, W. R. (2005). Seminari Tavistock. Roma: Edizioni Borla, 2007

Cacciari, M. (2015). Re Lear. Padri, figli, eredi. Caserta: Edizioni Saletta dell'Uva.

Calderaro, N. (1995). Strutture intermedie e Servizi: alcuni aspetti del funzionamento gruppale in Koinos Quaderni. Fattori terapeutici nei gruppi e nelle istituzioni. Roma: Edizioni Borla.

Conforto, C. (2011). Per confrontarci con il mondo psicotico in Varchi. Tracce per la psicoanalisi (numero 5 anno 2011). Genova: Il ruolo Terapeutico di Genova, Grafiche Colombo.

Correale, A. (1991). Il campo istituzionale. Roma: Edizioni Borla.

Correale, A. (2006). Area traumatica e campo istituzionale. Roma: Edizioni Borla.

Foucault, M. (1973-1974). Il potere psichiatrico. Milano: Feltrinelli Editore, 2004.

Gaburri, G., Ambrosiano, L. (2003). Ululare con i lupi. Torino: Bollati Boringhieri Editore.

Lévinas, E. (1982). Etica e infinito. Il volto dell'altro come alterità etica. Roma: Città Nuova, 1984.

Minkowski, E. (1927). La schizofrenia. Torino: Giulio Einaudi Editore, 1998.

Neri, C. (1995). Gruppo. Roma: Edizioni Borla.

Neri, C. (2015). La tenerezza e la capactà di relazione in Il Fattore T in Psicoanalisi. La tenerezza nel lavoro di Eugenio Gaburri a cura di Granieri, A. Roma: Edizioni Borla.

Petrella, F. (1980 ). Il gruppo di formazione in psichiatria e il suo oggetto specifico in Formazione e percezione psicoanalitica. Milano: Feltrinelli Editore.

Roussillon, R. (1988 ). Spazi e pratiche istituzionali. Il ripostiglio e l'interstizio in L'istituzione e le istituzioni. Roma: Edizioni Borla, 1991.

* Natale Calderaro è Direttore Dipartimento di Psichiatria ASL 3 Genova Ponente