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Giovani sotto tiro incrociato? Le responsabilità degli adulti - Varchi n. 12

Intervista a Stefano Laffi di Rita Sciorato

Ho letto con passione il libro La congiura contro i giovani, di Stefano Laffi (Feltrinelli editore, 2014, euro 14.00).

Un libro scritto in perfetta solitudine, dichiara l’autore. Una solitudine che mi ha permesso di trascorrere un bel momento in ottima compagnia.

Laffi mi ha aiutato ad organizzare pensieri, immagini, esperienze e ricordi; l’interrogativo sulle responsabilità degli adulti nel malessere degli adolescenti ha trovato una risposta sensata perché non circoscritta a specifici casi clinici.

Mi sembra che il “Mi rivolto dunque siamo” di Albert Camus sia lo spirito che attraversa tutto il libro, e che sia al contempo l’esortazione al lettore affinché l’affermazione di un “No”, nei vari contesti sociali, possa mettere un limite certo ad un processo di mercificazione che sotto gli occhi di tutti sta andando troppo oltre.

Non servono tante riflessioni sui vari malesseri che attraversano il mondo giovanile se non prendiamo coscienza dei condizionamenti che noi adulti abbiamo passivamente accettato, se non ci accorgiamo dei nostri acritici conformismi, perché è con questo bagaglio spersonalizzato che ci presentiamo giorno dopo giorno ai nostri figli, ai nostri scolari, ai nostri giovani pazienti.

Paradossalmente la nostra super e massiccia presenza manca della sua essenza: è un’assenza.

Una nefasta presenza/assenza.

L’autore mette in chiaro come già dalla nascita il bambino viene circondato da oggetti, scelti con grande cura, ed è agli oggetti che viene affidato il compito di definire la nuova identità, e poi si prosegue in questo laborioso iter lungo le fasi dell’età evolutiva incanalando il nuovo arrivato in una miriade di attività.

A me è venuta in mente una giovane donna che si affidava ad un libro, molto venduto, per trovare il modo giusto di aiutare il proprio bambino ad addormentarsi, come si trattasse del bambino e non del suo bambino.

L’obiettivo a cui forse gli adulti sembrano uniformarsi è quello di del saper usare ciò che il mercato offre ed è questo l’obiettivo che trasmettono a quelli nati dopo, non è quindi vero che non c’è spazio e tempo per scoprire, per inventare il fare, è solo che non c’è individuale autorizzazione in tal senso.

Perciò l’autore ci invita a rivolgere lo sguardo verso noi stessi, ci invita a ribellarci alla sottomissione conformista della mercificazione che ha invaso la nostra quotidianità e persino gli eventi più significativi della nostra vita, come la nascita di un figlio e la funzione di accompagnarlo nella crescita.

Potrebbe quindi essere che proprio da piccole azione individuali e quotidiane si possa uno ad uno fare un passo verso il cambiamento.

Non sono i giovani allora, ma gli adulti che devono affrancarsi dalla minaccia della paura e dell’angoscia, sono gli adulti che devono trovare la capacità di vivere l’incertezza per uscire da una crisi così impregnata di menzogna.

I giovani di oggi sembrano infatti essere nati e cresciuti in assenza di riconoscimento, circondati da presenze/assenze da subito, perciò loro sì hanno imparato a conoscere l’incertezza ed è su questo terreno che potrebbe verificarsi un autentico incontro.

Vorrei consigliare a tutti questo libro che mi ha convinto e, soprattutto, ho pensato di rivolgere a Stefano Laffi alcune domande per avere e per poter offrire qui direttamente la sua voce.

D.: Il suo libro “La congiura contro i giovani” mette in evidenza una mancanza di coerenza negli adulti, l’assopirsi di un pensiero soggettivo autentico, il conformarsi ad un sistema informativo menzognero che privilegia l’utilitarismo anziché l’utile pratico. Cosa genera tutto ciò nelle nuove generazioni? Come si orientano oggi gli adolescenti nel passaggio all’età adulta?

R.: I ragazzi – e con questo intendo genericamente bambini, adolescenti, giovani, maschi e femmine – credo siano di fronte ad uno spettacolo poco edificante, di cui si accorgono solo parzialmente perché manca loro per fortuna il relativismo di chi ha visto altro, in altri tempi. Il ragazzo che vede il genitore stanco e lamentoso, insoddisfatto ma rassegnato, oppure quello che vede l’insegnante demotivato e palesemente frustrato, o quello che incontra un potenziale datore di lavoro fingere carriere e opportunità fasulle, faranno fatica ad avere una visione del futuro di fiducia e di apertura. Non è solo una questione di scarsa esemplarità di noi adulti oggi, c’è proprio un problema politico, ovvero di assurda distribuzione del potere, che è tutto in mano agli adulti: basta vedere il differenziale del tasso di disoccupazione, dei livelli retributivi, delle tipologie di contratto fra giovani e non giovani. Laddove gli adulti appaiono chiusi e potenti, lamentosi ma attaccati alle loro rendite di posizione, credo che i ragazzi abbiano una sola possibilità, crescere da soli. E credo che questo sia ciò che sta avvenendo: orfani sia della strada maestra che del conflitto con gli adulti, i ragazzi stanno comunque crescendo, sperimentando forme nuove dei ruoli adulti, strategie cognitive tutte mutuate dai modi in cui opera la mente in condizione di incertezza e precarietà. Per questo affermo che noi adulti dovremmo imparare e non insegnare, perché sono loro i nuovi maestri di un’epoca in cui l’incertezza sembra inflitta a tutti noi, quasi senza esclusione.

D.: Lei parla di “massacro dei grilli parlanti”, di un atteggiamento, negli adulti, di rinuncia alla verità nelle relazioni quotidiane in favore di un costante compromesso. Viene da pensare che gli adolescenti si riapproprieranno delle loro sane prerogative soltanto se gli adulti saranno capaci di compiere atti di ribellione. E’ così?

R.: La mia tesi di fondo è che l’impasse educativa in cui versiamo non dipenda tanto dal non capire i giovani, dal mondo digitale o dalla crisi del principio di autorità, ma dal fatto che la vita di noi adulti è spesso misera, frutto di tanti compromessi, di rinunce, di mezze verità. L’ambito lavorativo è il teatro di molte di queste cose, ma forse anche la coppia sta patendo un forte deterioramento dei legami e appare indebolita come ambito di rassicurazione e proiezione positiva nei più giovani. Quindi, se non ci riprendiamo in mano la nostra vita di adulti, non c’è pedagogia che tenga, non c’è stratagemma educativo che funzioni, perché saremo sempre portatori di biografie poco dignitose, che raccontano un’età adulta verso la quale è difficile aver voglia di appartenere. Non credo che i ragazzi ci chiedano di conoscere facebook ma di fare con più dignità quel che ci tocca, di aver qualcosa da raccontare la sera prima di assediarli con la domanda rituale su “come è andata oggi a scuola?”, in qualche modo di esser prova di un’impresa possibile che non sia solo pensare al prossimo modello di automobile. Puoi anche raccontare la sconfitta, puoi arrivare triste e sofferente – anzi in un certo senso deve esserci spazio per questi stati d’animo – ma l’importante è che ci sia stata battaglia. Per questo insisto tanto sul tema del rapporto fra le generazioni, perché la ricerca di un equilibrio e un senso dello star degnamente a fianco ai giovani ci rende migliori come adulti: è un apprendimento che ogni genitore ha sperimentato alla nascita di un figlio.

D.: Mi pare che Lei dia anche molta importanza all’uso del linguaggio, alla conoscenza lessicale e alla possibilità di costruire le proprie narrazioni sia negli adulti che nei giovani italiani e non. Quali sono, a suo avviso, concretamente le iniziative nella quotidianità che possono contrastare questa tendenza all’impoverimento nella comunicazione e nell’esistenza?

R.: Credo che sia urgente interrompere alcune pratiche linguistiche molto comuni nelle relazioni con le nuove generazioni. Penso alle retoriche della comunicazione pubblica, quelle che hanno prima demonizzato i giovani come nulla facenti o nichilisti, salvo poi commiserarli come generazione senza futuro: vale la pena ricordare che le pratiche definitorie non servono a chi è definito ma a chi definisce, spesso con esercizi di categorizzazione che allontanano i soggetti, li etichettano, e tolgono responsabilità agli adulti. Piuttosto, se dobbiamo produrre delle analisi io suggerirei di descrivere i contesti più che definire i ragazzi, perché i contesti ci chiamano in causa, identificano responsabilità dalle quali non possiamo chiamarci fuori. Analogamente, nell’ambito domestico e forse anche in quello scolastico credo che occorra rompere l’assedio di uno sguardo normativo che sovrascrive ai ragazzi quello che devono essere, a vantaggio invece di un riconoscimento per essi come sono, di una scommessa aperta su come potranno diventare. È anche una questione di onestà: come facciamo ad esser normativi in un epoca che sta cambiando le sue norme, ovvero i modelli e gli esempi, i traguardi cui puntare, le forme possibili dei ruoli adulti? È come dire che dobbiamo agire di più il rinforzo positivo e che la forma linguistica ideale è quella dialogica: non lo affermo tanto nel senso di un principio sacrosanto del rispetto fra le persone, ma proprio perché il dialogo è la strategia cognitiva perfetta della condizione di incertezza. Se né io né te sappiamo cosa ci attende, nessuno dei due può dar lezione all’altro, ma abbiamo bisogno di mettere tutto in comune e provare insieme a spostare la frontiera della conoscenza. Lungi dal dar lezione, noi abbiamo bisogno di tutti: per questo io immagino dialoghi dove ad esempio gli adulti chiedano onestamente ai bambini cosa pensano, cosa immaginano, cosa sentono, ecc. perché i bambini sono portatori di visioni, sensazioni, illuminazioni fondamentali, a cui non accediamo a 40 o 50 anni.

D.: A suo parere gli adolescenti di oggi su cosa fondano il valore della propria esistenza? Quali sono gli ambienti che li aiutano a trovare il senso del proprio esistere?

R.: Credo dipenda molto da dove vivono e dai contesti, ovvero di quali adolescenti stiamo parlando. Quindi, per prima cosa io glielo chiederei direttamente, perché i ragazzi hanno voglia e piacere a raccontarsi, oggi più di prima. Proprio dall’ascolto e dalla lettura di questi racconti so che ci sono differenze enormi e crescenti fra di loro, perché le opportunità sono molto diverse: si può fondare la propria esistenza sul riscatto da una condizione di svantaggio iniziale –vale per tanti stranieri neoricongiunti – o su una passione personale – la musica e le arti espressive stanno nutrendo molti ragazzi di aspettative, forse anche troppo – ma anche su percorsi più tradizionali dove all’impegno per lo studio segua un lavoro e la costruzione di una famiglia… Ma in generale trovo che fra i ragazzi sia estremamente diffuso il senso dell’amicizia, l’importanza dei pari. Anche grazie ai social network e agli strumenti digitali – che comunque hanno piegato loro a questa funzione prevalente – le relazioni sono la loro sorgente fondamentale di identità, interessi, motivazione, equilibrio. Non è solo il tradizionale gruppo di riferimento, perché i gruppi possono esser diversi, ma questo flusso orizzontale costantemente presente è ciò che dà loro forza, in un’epoca che non è affatto facile vivere da ragazzi.