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I legami di coppia e le nuove sofferenze relazionali - Varchi n. 11

di Giulio Cesare Zavattini*

  1. Introduzione

Le relazioni di coppia rappresentano un baricentro importante della vita affettiva degli esseri umani e sono in questi ultimi anni sempre più numerosi gli studi che prendono in esame le dinamiche e le problematiche della qualità della relazione e della soddisfazione percepita dai partner. La ricerca ed il lavoro clinico con le coppie ha avuto, infatti, un grande sviluppo, sia all’interno del movimento psicoanalitico, sia all’interno della prospettiva psicosociale e sistemica, sia nella teoria dell’attaccamento (Johnson, 2008; Clulow, 2009; Zavattini, 2008a; Obegi e Berant, 2009).

I rapporti sentimentali sono, infatti, centrali nella nostra vita e costituiscono una delle fonti più rilevanti sia della regolazione o dis-regolazione delle emozioni, sia del processo di costruzione dell’identità costituendo un passaggio trasformativo tra la rappresentazione di sé nella propria storia personale e i nuovi legami.

L’esperienza di essere insieme, che implica la rappresentazione del fatto di “essere insieme come unità”, è importante quanto sentire di essere un individuo separato. Tale prospettiva, infatti, pone in rilievo che l’identità non scaturisce e si modella soltanto a partire dalla scoperta della differenza, ma anche dal riconoscimento e dall’accettazione di far parte di un insieme. Il senso della propria individualità e separatezza, autonomia, inevitabilmente, comporta la capacità di riconoscere e valutare sia la differenza, sia l'appartenere, reciprocità. Possiamo, cioè, batterci sia per sentirci differenziati, sia per sentirci appartenenti, così come possiamo temere che l'individualità dell'altro sia oppositiva al nostro sentirci in coppia, oppure che l'essere in due, riconoscere cioè l'importanza della relazione, sia negativo od ostativo rispetto al sentirsi una persona a sé stante. Il rapporto di coppia può, cioè, costituire una "chance evolutiva"[1] o può, invece, concorrere a perpetuare e/o accentuare, il senso d'impoverimento psichico del Sé, alienazione.

  1. Nuove forme di coppia e famiglia

Alessandra Salerno (2010) in un suo interessante saggio mette in evidenza che oggi ci troviamo di fronte a nuovi “forme di famiglia”, non soltanto le famiglie ricostituite e le famiglie monogenitoriali, ma anche forme di coppia nuove come le coppie interetniche e le coppie omosessuali che mettono in discussione le tradizionali forme familiari e ciò, se da un lato mette la coppia di fronte alle nuove “possibilità” di relazione, apre scenari inaspettati e imprevedibili. In secondo luogo, esaminando le configurazioni di coppia scaturite da nuove forme strutturali e relazionali, vi sono coppie che rappresentano appieno la transizione più rilevante che sposta il focus dello “stare insieme” dal matrimonio alla convivenza, dalla scelta di condivisone a quella di vivere il rapporto a distanza (coppie LAT, Living Apart Together), o le coppie che decidono volontariamente di non avere figli (DINK, Double Income No Kids).

Come osserva Angela De Vita (2010) viene cambiato il significato del senso della famiglia, per esempio i dati sulla denatalità che colpisce molti dei paesi sviluppati e l’Italia in modo particolare, implica una prospettiva diversa e talora destrutturante rispetto al senso di continuità delle generazioni. Tra i fenomeni che intervengono in questo veloce processo, che ha visto il passaggio da una media di 4,5 figli per le donne del 1900 a quella di 1,26 figli per quelle del 2000, di particolare rilievo appare l’aumento del numero dei pensionati e quindi della popolazione anziana che implicherà spese sanitarie crescenti (Angela e Pinna 2008).

Il decremento della natalità deriva anche dalla carenza nel nostro paese di strutture di sostegno alla genitorialità e alla prima infanzia, aggravata dalla pressione lavorativa che richiede qualità e produttività sempre più competitive. Questi fattori condizionano la scelta di avere figli e inducono incertezze sul futuro della prole cambiando e influenzando l'immaginario della donna, della coppia e della famiglia come l’abbiamo tradizionalmente conosciuta (Cataudella, Zavattini, 2012).

Un noto saggio di Ron Taffel “The Second Family” (2001) metteva, non a caso, in evidenza la dissoluzione dei legami tradizionali della famiglia americana e la creazione di una sorta di “seconda famiglia” tra gli adolescenti che tendono, per esempio a dire bugie senza sensi di colpa, ad avere esperienze sessuali precoci, a considerare lecito usare droga e alcool. Questi comportamenti che prendono in contropiede e “feriscono” gli adulti, sono tuttavia accompagnati da un codice morale segreto di sostegno tra pari, da una grande senso di amicizia e da una forte emancipazione delle ragazze che va interpretato in modo diverso rispetto alla lettura romantica della crisi adolescenziale come turmoil[2].

Salerno (2010), per altri versi individua tre punti ‘critici’ della famiglia attuale: il concepimento al di fuori della sessualità; l'apporto e la «presenza» di uno o più genitori nelle pratiche di fecondazione assistita o nell'adozione; i genitori dello stesso sesso. Queste considerazioni rimandano, inevitabilmente, al tema dell'etica e della pratica psicoanalitica nel senso che gli psicoanalisti oggi devono modificare le loro posizioni, chiedendosi di quale modello evolutivo bisogna parlare, come interpretare la problematica edipica e le differenze maschile/femminile. Sul piano della teoria della tecnica la riflessione sul transfert e controtransfert diventa più complessa e articolata e ogni psicoterapeuta dovrà maggiormente riflettere sulla propria immagine interiorizzata di coppia e famiglia rispetto alle nuove “forme” che affronterà nel lavoro clinico. Parafrasando Bromberg ancora più di prima bisognerà orientarsi nei legami liquidi e fluttuanti con la capacità di standing in the spaces (Bromberg, 1998/200).

  1. L’amore liquido

L’ultimo trentennio si è, infatti, caratterizzato per una continua e rapidissima evoluzione sociale che vede la nascita di una coppia e/o di una famiglia, sia nei loro aspetti innovativi, che in quelli problematici, in progressiva trasformazione. Siamo di fronte a quadri familiari non stabili, anzi «liquidi» (Bauman, 2003), in cui nuovi figli e nuovi partner si sperimentano in combinazioni talora inusuali e certo inimmaginabili agli inizi dello scorso secolo da parte della psicoanalisi classica.

I ‘legami di sangue’ che erano perdurati per secoli, oggi sembrano essere come de-potenziati a vantaggio di legami affettivi e sociali che presentano differenti combinazioni di ciò che pensiamo come maternità o paternità, naturale o acquisito (Gigli, Velotti, Zavattini, 2012). Negli Stati Uniti circa il 51/52% delle coppie divorziano e il tasso di separazione in Italia, che è uno dei più bassi in Europa, sta rapidamente crescendo.

Un secondo punto riguarda il tema dei confini che, riferito in particolare al funzionamento della coppia, riporta alla coppia post-moderna che, come afferma Eiguer (Eiguer, Granjon, Loncan, 2005), è caratterizzata dalla difficoltà a definire i suoi confini[3] nel senso di un vero scambio e di una vera intesa e che ci rimanda a quello che vari autori di scuola dinamica hanno chiamato il dilemma claustro-agorofobico (Rey, 1994) che indica una continua e irrisolta oscillazione tra il timore di essere isolati e quello di essere inglobati. Questo ‘dilemma’ che appariva nel lavoro clinico di anni fa come un segnale di una relazione ‘perversa’ nella sua perenne instabilità e indefinitezza, oggi può essere più difficile da comprendere e valutare nel senso che non è sempre facile individuare il confine tra una negazione continua del senso della relazione (sia nel suo versante ‘cronicamente disimpegnato’ che nega l’appartenenza, sia nel suo versante involving che nega l’autonomia) da un lato, rispetto, dall’altro lato, ad un senso di incertezza esistenziale che non rappresenta una dimensione psicopatologica, ma un dato strutturale del ‘disagio’ della vita quotidiana (Albarella, 2005).

E’ un dato di fatto che oggi l’organizzazione psichica della coppia, in particolare il senso di appartenenza, appare molto diverso dal passato e c’è una maggiore possibilità di cambiare le caratteristiche psicologiche dei ruoli nella famiglia. Le coppie moderne vivono il presente come possibilità di trasformare il tradizionale “per sempre” in un più realistico e flessibile “per ora” che significa pensare uno all’altro non in un tempo idealmente eterno.

Come osservano Vittorio Cigoli e Eugenia Scabini (2014) in un recente saggio, siamo in un “era narcisistica” e nella ricerca inesausta di definire cosa sia normalità e adattamento le variabili che più interessano i ricercatori e che dicono della qualità degli individui, della loro mente e del loro scambio interpersonale, possono essere riconosciute nella comunicazione (efficace, inefficace e dannosa), nell’attaccamento (sicuro, preoccupato, evitante, disorganizzato), nella gestione delle emozioni. Vi è da dire che purtroppo nella ricerca sulla psicoterapia di coppia (Margola, Cigoli, Aschieri, 2006; Vari, Velotti, Zavattini, 2014) l’attenzione maggioritaria è ancora rivolta alla percezione individuale mentre è più rara l’attenzione nei confronti dell’interazione non solo per i vari problemi metodologici che ciò comporta, ma anche, come dirò più avanti, per la difficoltà sul piano teorico e della competenza clinica a pensare che il paziente è la relazione e considerare la qualità della relazione in quanto tale (Zavattini, 2006).

  1. Il senso della relazione

Attualmente, la famiglia -e dunque la coppia- sembra aver spinto sullo sfondo la questione della struttura di parentela in quanto tale, ponendo maggiore attenzione all’aspetto affettivo della relazione, identificato con la piena soddisfazione dei partner. In tal senso, il bisogno che gli esseri umani hanno di garantirsi la vicinanza e la disponibilità affettiva di una persona significativa rappresenta uno dei sistemi motivazionali (Lichtenberg, Lachmann e Fosshage, 2010; Zaccagnini, Zavattini, 2014) che ha interessato il dibattito scientifico negli ultimi quarant’anni.

Tale processo negli esseri umani implica il coinvolgimento reciproco di due menti in cui la soggettività di un individuo cresce e si forma confrontandosi in un complesso lavoro di scanning degli stati mentali di sé e dell'altro[4]. Il raggiungimento di tale dimensione può essere visto sul piano evolutivo come la possibilità d’accedere ad uno stato mentale più complesso (Britton, 1989; Lupinacci, Zavattini 2013), ma può anche essere considerato come una proprietà oscillante, nel senso che esperienze avverse o difficili possono mettere in discussione questa capacità per un certo tempo in momenti di crisi oppure in modo più duraturo all'interno di relazioni sofferenti.

Qualora si verifichi, invece, un fallimento del processo di sintonizzazione affettiva e della funzione di riconoscimento e rispecchiamento, la struttura del Sé si forma attorno ad un’immagine frammentata e incoerente. Inoltre, al fine di mantenere un certo grado di coerenza interna per quanto fittizia, aumentano i processi di scissione e proiezione e ciò fa sì che le parti aliene vengano esternalizzate e messe in atto (enactment) nelle relazioni reali (Fonagy, Gergely, Jurist, Target, 2002).

Vi sono due importanti conseguenze:

a) in primo luogo un danneggiamento della capacità di riflettere sulle esperienze mentali e sulla competenza a differenziare le emozioni, ciò può divenire una causa rilevante alla base delle relazioni narcisistiche e/o violente o perverse.

b) in secondo luogo la separatezza e l'indipendenza dell'oggetto possono essere negate, oppure viene esasperato il senso della propria individualità con una grande difficoltà a riconoscere e tollerare il sentimento di appartenenza ed intimità.

L'organizzazione psichica di coppia può, quindi, divenire frequentemente lo scenario dove viene "appoggiato" quanto non si riesce ad elaborare individualmente per cui i due partner non sanno il perché delle proprie reazioni sebbene esse siano "messe in scena" e le ragioni delle ripetitività disadattive del loro legame. In questo senso potremmo dire che il legame di coppia può diventare il luogo del conosciuto non pensato (Bollas, 1987)[5].

  1. Rotture e riparazioni

Nello scenario post-moderno cui ho accennato, nel quale aumentano le occasioni in cui sperimentarsi in diversi tipi di relazione caratterizzate da una discontinuità dell’esperienza che sembra collegarsi con molti Sé, la relazione con l’altro oggi, più che in passato, diviene il luogo nel quale sperimentarsi e inventarsi; è, infatti, nel contesto interpersonale che i vari aspetti dell’esperienza soggettiva del Sé possono essere integrati tramite un rispecchiamento che sia congruente e caratterizzante (Clulow, 2009).

Qualora si verifichi, invece, un fallimento del processo di sintonizzazione affettiva e della funzione di riconoscimento e rispecchiamento, la struttura del Sé si forma attorno ad un’immagine frammentata e incoerente che fa della relazione di coppia «il luogo» in cui possono prender corpo le disconnessioni di ciascun partner (Santona e Zavattini, 2005; Velotti e Zavattini, 2011). Ciò è alla base di una capacità empatica impoverita e del pensare distorto che porta a quello che Pasco Fearon chiama il ciclo delle interazioni non mentalizzate che nelle situazioni relazionali di coppia o familiari hanno la caratteristica di essere «inefficaci» e inutili al fine di fornire aiuto agli altri (Fearon et al., 2006).

Su questa linea (Castellano, Velotti, Zavattini, 2010), ponendo l’accento sulla funzione regolatrice delle emozioni nell’attaccamento, è stata avanzata l’ipotesi di analizzare quali siano le oscillazioni esistenti nel corso delle interazioni tra partner adulti tra i due poli di vicinanza e distanza emotiva riprendendo i concetti di contatto, rottura e riparazione elaborati proprio nel contesto dello studio delle interazioni tra bambino-caregiver (Tronick 2005). In questa prospettiva si può ipotizzare che sia, appunto, la capacità di riparazione degli errori interattivi il processo centrale nelle interazioni tra partner, caratterizzate naturalmente da episodi di «rottura» del contatto affettivo, a cui seguono momenti «riparativi» accompagnati dal ripristino del contatto. Sarebbe questo andamento a dare ai membri della diade la percezione complessiva della loro «intesa» e la conoscenza procedurale implicita del senso del loro legame.

Detto in altri termini dovremmo aspettarci – tanto più in una realtà post-moderna che ha messo in discussione la struttura tradizionale dei legami di coppia, come affrontato nei precedenti paragrafi - che un sistema diadico per rimanere sano riesca a trovare un equilibrio tra flessibilità e continuità, tra individuazione ed intimità in un movimento perpetuo verso stati d'esistenza sempre più complessi (Siegel 1999). Se tale processo invece appare difficoltoso ed è difficile trovare un punto di intesa, ossia di reciprocità flessibile (Crowell et al., 2002) o di intersoggettività ottimale (Santona, Zavattini, 2009) si può rischiare di attestarsi su aspetti di negazione e scissione o impantanarsi in un legame continuamente insicuro in cui vi è la difficoltà a saper generare e rigenerare legami, sapendosene far carico con una cura quotidiana, che non teme di confrontarsi con le difficoltà del presente.

Su questi presupposti, si potrebbe avanzare l’ipotesi che alcune relazioni siano caratterizzate da pattern tesi a minimizzare (soggetti distanzianti) o a tollerare in modo passivo (soggetti preoccupati) le rotture, sia per l’incapacità di segnalare le situazioni di perdita del contatto affettivo sia per l’incapacità di «affrontare « la fase di rottura ed il suo correlato emotivo attestandosi su legami infelici caratterizzati da una stabilità, ma non da soddisfazione, giungendo sino alle forme di violenza senza possibilità di separazione, oppure su legami instabili all’insegna di una perenne crisi aperta, o in tensione.

Va precisato, infine, che i processi che permettono di guadagnare un equilibrio emotivo, ossia ri-connettere emotivamente (Beebe e Lachmann, 2002) la coppia sono, tuttavia, fortemente legati sia alle competenze individuali dei partner nel regolare i propri stati emotivi (storia passata), sia alla capacità – propria della coppia – di tollerare gli stati di disconnessione (storia presente). In altri termini, nel corso del processo continuo di negoziazione ed adattamento reciproco, nella coppia si affinerebbe -si dovrebbe affinare- un repertorio di strategie specifiche adottate da un partner nei confronti dell’altro, caratterizzando in modo funzionale o disturbato, il modello relazionale condiviso che ciascuno di essi costruisce con l’altro.

  1. Gli esiti delle relazioni: durata, stabilità, riuscita della relazione

Nello studio delle relazioni di coppia sono stati considerati molteplici indicatori, tra i quali la “soddisfazione”, la “felicità”, il senso di “riuscita”, la “stabilità”, la “durata”, per analizzare il tema degli esiti delle relazioni. In particolare, rispetto alle relazioni coniugali si è cercato di comprendere come questi aspetti fossero connessi ad eventi quali separazione e divorzio e i tre aspetti che sono apparsi più ricorrenti e maggiormente indagati sono stati: la durata, la stabilità e la riuscita:

a) Il primo concetto fa riferimento agli aspetti temporali del legame, ovvero alla durata nel tempo della relazione; tale parametro, tuttavia, non fornisce informazioni in merito alla qualità del rapporto.

b) Il secondo parametro concerne la stabilità, ovvero la disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (sia positive che negative) costanti nel tempo.

c) Il terzo parametro, la riuscita, fa invece più propriamente riferimento alla qualità della relazione, nello specifico si può intendere un legame che mantiene costanti le sue caratteristiche positive e che tende a protrarsi nel tempo, riassumendo così quello che può essere definito il buon esito del legame.

Se immaginiamo di posizionare idealmente questi ultimi due parametri, stabilità e riuscita, su due assi perpendicolari, è possibile pervenire all’individuazione di alcune tipologie di coppie, distinguendo i diversi livelli di valutazione. Se, infatti, consideriamo il primo parametro, quello della stabilità otteniamo una prima distinzione tra legami stabili ed instabili Quando unitamente a questo parametro teniamo conto del tipo di riuscita che la relazione ha avuto possiamo giungere a identificare due tipologie di coppia per ogni tipo di legame.

Possiamo quindi avere legami stabili, che, a loro volta, si suddividono in riusciti, propri delle coppie che si possono definire “felici” (e non riusciti, propri delle coppie “infelici”. I legami instabili possono esprimersi in rapporti instabili delle coppie “in crisi” che sperimentano una fase di insoddisfazione avvertita come una chiara minaccia alla relazione e rapporti instabili delle “coppie fluttuanti” che appaiono caratterizzarsi per la presenza di momenti di riuscita della relazione accompagnati da un sentimento di soddisfazione che, tuttavia, non sembra consolidarsi nel tempo, ma appare piuttosto precario e soggetto a repentini cambiamenti.

Su queste premesse nel saggio scritto con Rosetta Castellano e Patrizia Velotti (Castellano, Velotti, Zavattini, 2010) ho distinto tra:

  1. Legami stabili e riusciti: coppie felici
  2. Legami stabili, ma non riusciti: coppie infelici
  3. Legami instabili: coppie in crisi o coppie fluttuanti
  1. Legami stabili e riusciti: coppie felici:

L’esistenza di legami affettivi consolidati sembra essere un elemento fondamentale nella promozione della salute, del benessere e della sicurezza individuale delle persone Una “relazione riuscita” è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto essa dovrebbe anche consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e percepire un senso di soddisfazione.

I dati di ricerca confermano spesso l’esistenza di un’associazione tra le differenze individuali nell’attaccamento dei partner e la soddisfazione di coppia. Tale associazione ha portato ad ipotizzare che i maggiori livelli di soddisfazione presenti nelle coppie in cui vi sono partner ‘sicuri’ sia da ricollegare alla maggiore probabilità di sperimentare più alti livelli di intimità e di fiducia all’interno della relazione. A ciò si può aggiungere l’importanza di un senso di sintonia sottostante l’intimità, legato alla capacità di entrare il contatto con gli stati mentali dell’altro per poter riparare alle inevitabili rotture relazionali.

     b. Legami stabili, ma non riusciti: coppie infelici

In letteratura sono presenti diverse posizioni che tentano di dare ragione delle motivazioni che spingono le persone a mantenere relazioni palesemente insoddisfacenti se non infelici. In tale direzione è stato messo in evidenza che i partner che si trovano a vivere relazioni stabili, ma infelici, hanno una prevalenza di attaccamenti insicuri sia all’inizio della relazione, sia nel tempo.

Ci si può chiedere cosa s’intende e quali siano le esigenze emotive che sembrano così potenti da far restare (dando stabilità) alcune persone in relazioni infelici. Con questo termine, Bowlby (1988) intendeva fare riferimento a quelle esigenze che sono strettamente connesse al bisogno di mantenere il legame d’attaccamento con il partner a tutti i costi per un bisogno estremo di sicurezza e prevedibilità.

In altri termini se una persona dalle proprie esperienze infantili ha sviluppato un modello d’attaccamento connotato da forti preoccupazioni concernenti l’abbandono e ha una considerazione di sé come non meritevole di conforto e di approvazione, è plausibile che possa sentire il costante bisogno di avere una figura d’attaccamento al suo fianco, perché la sua assenza rappresenterebbe per lui/lei una minaccia di perdita e di importanza. Se il partner non riesce a mettersi empaticamente in contatto con i suoi bisogni emotivi e rifiuta di stargli sempre accanto, perché sente come oppressive ed eccessive le sue richieste, il risultato sarà la percezione di una profonda insoddisfazione. Questa persona, tuttavia, piuttosto che non avere accanto un partner, sceglierà di “stare” all’interno di queste emozioni che comunque costituiscono una modalità di contatto con l’altro.

Come accennato è il caso delle coppie violente che possono essere caratterizzate da una forte stabilità proprio perché la necessità della garanzia della vicinanza si impone sul senso di soddisfazione nel legame e nella ricerca di una propria autonomia. Su un altro piano possiamo considerare queste situazioni all’insegna di un aspetto sadico/masochistico che non si risolve.

Questo tipo di coppie sembrano in aumento come è presente nelle coppie pursuing/distancing in cui vi sono bisogni di attaccamento incompatibili tra bisogno di vicinanza e bisogno di distanza, o le coppie pursuing/pursuing in cui nessuno dei due partner è in grado di riconoscere e andare incontro ai bisogni dell’altro generando frustrazione e, a volte, un’aperta aggressione (Cavanna, D’Onofrio, Velotti, 2012). Questi fenomeni possono essere accentuati da quello scenario che ho indicato come ‘amore liquido’, o dal senso di indefinitezza legato alla messa in crisi della struttura tradizionale della famiglia e ormai vi sono molti progetti di intervento specializzati che implicano un’accurata preparazione degli psicoterapeuti e degli operatori sociali (Morgan, Rusczynski 2007).

   c. Legami instabili: coppie in crisi o coppie fluttuanti

È, infine, possibile che alcuni legami si contraddistinguano per un senso di instabilità, strettamente connesso alla messa in discussione del rapporto. In questo caso, vi è la possibilità che queste coppie, pur avvertendo l’instabilità della relazione, possano sperimentare il legame come soddisfacente, ma precario, oppure possano sentire che il loro legame è minacciato.

Possiamo pensare di collocarle ai due poli di un continuum:

- da un lato vi sono quelle coppie che potremmo definire fluttuanti, nel senso che sono caratterizzate dalla percezione di momenti di estrema euforia e felicità, ma che, poi, sembrano essere messi rapidamente in discussione di fronte ad una qualsiasi difficoltà (bassa stabilità). Tali relazioni sono connotate dalla percezione di una continua oscillazione, tra “alti e bassi”, ovvero momenti in cui semplicemente tutto sembra perfetto e momenti in cui nulla sembra funzionare. Esse tendono quindi a percepire sentimenti positivi connessi alla relazione ma, allo stesso tempo, hanno difficoltà nel rendere costanti questi sentimenti che spesso cedono il posto ad emozioni di natura opposta.

- all’altro polo individuiamo le “coppie in crisi”, ovvero quelle relazioni in cui l’instabilità del legame è accompagnata da una maggiore percezione di sentimenti negativi che portano uno o entrambi i partner a denunciare lo stato di crisi del rapporto. Nella maggior parte dei casi vi è un partner che denuncia la crisi del rapporto e l’incapacità del proprio compagno di cogliere la gravità della situazione.

In queste coppie vi sono emozioni molto forti legate ad angoscia, dolore, rabbia, alle quali seguono reazioni che variano in relazione al grado di consapevolezza di ciascuno di poter perdere la persona amata con la crisi che si è determinata nel rapporto. Rispetto a queste dinamiche si può dire che da un lato la paura attiva il sistema d’attaccamento in modo che l’individuo possa ristabilire un contatto con la figura che ha un ruolo significativo sul piano dell’attaccamento, dall’altro lato la rabbia “sostiene” la persona nei suoi sforzi di ricongiungersi al partner e rappresenta un segnale comunicativo volto a scoraggiare la mancanza di disponibilità dell’altro.

Vanno distinti diversi tipi di rabbia: vi è, infatti, una rabbia che può essere definita come funzionale, quando contribuisce a superare gli eventuali ostacoli al ricongiungimento con la figura di attaccamento, come nei casi in cui la separazione è temporanea o quando la minaccia della perdita scaturita dalla crisi è accompagnata dalla speranza di un esito favorevole. Molte situazioni di questo tipo sono legate al malessere psichico della società attuale quando emergono i problemi legati al conflitto tra il bisogno di un senso di ancoramento e stabilità e la ricerca di una propria autonomia e realizzazione, oppure il caso sempre più frequente delle coppie che sono ‘costrette’ a vivere per esigenze di lavoro in città diverse e talora in stati diversi. Non poche situazioni nelle coppie interetniche possono presentare situazioni di conflitto e tensione quando ci si misura nel passaggio alla genitorialità ed emergono le differenze culturali.

Vi può essere tuttavia un altro tipo di rabbia, la rabbia della disperazione, che è non funzionale ed è diretta contro la persona che si sente ormai perduta. È il caso, ad esempio, di chi si accorge improvvisamente che nulla potrà far cambiare idea al proprio partner in merito alla decisione di interrompere il rapporto. Il sentimento di rabbia è così disperato che la persona non nutre alcuna speranza di poter modificare la situazione per cui tutto l’odio viene riversato su colui il quale sembra impassibile di fronte al dolore che la persona sta provando.

La rabbia verso il partner, inoltre, può diventare disfunzionale quando i pensieri e le azioni aggressive superano l’incerto confine tra ciò che ha un fine dissuasivo e ciò che ha un fine vendicativo, per cui ciò che si prova non è più “il cocente dolore della rabbia, ma la malevolenza dell’odio. La rabbia e l’ostilità dirette contro la figura d’attaccamento sono dunque delle reazioni alla frustrazione e da questo quadro possono scaturire anche comportamenti aggressivi e violenti messi in atto da uno o da entrambi i partner dei quali abbiamo già fatto cenno. In questi casi la paura può trasformarsi in disturbo d’ansia o finanche in sintomi dissociativi; la tristezza in sintomi depressivi. Ciò avverrebbe soprattutto nelle situazioni in cui queste emozioni non possono essere liberamente espresse, ad esempio perché provocherebbero ulteriore risentimento, o conflitto con il partner, oppure quando sono espresse in maniera distorta. E’ infine possibile, sul versante opposto, che queste forti emozioni, per orgoglio, o nel tentativo di proteggersi, vengano celate dietro una maschera d’indifferenza” (Castellano, Velotti, Zavattini, 2010).

Va infine segnalato che alla relazione con un partner può essere affidata una parte dissociata del Sé, un aspetto respinto di sé che viene inconsciamente combattuto nell’altro, a ciò appartengono non di rado gli amori disperati e impossibili o il fenomeno crescente che va sotto il nome di divorzi o separazioni tardive che avvengono dopo i cinquant’anni ed in cui vi può essere la speranza, o l’illusione, di recuperare un aspetto che si pensa perduto o non realizzato di sé. Nelle situazioni in cui non si esprime una capacità di elaborazione depressiva e prendono invece spazio una sorta di “agiti” succede che venga affidato al partner detestato quanto di sé è difficile elaborare dei vari aspetti del proprio Sé ed emerge il malessere rispetto alla capacità di vivere in un mondo in cui i legami sono meno “protetti” dalla cornice della struttura della famiglia e i rapporti sono più indefiniti e fluttuanti .

Conclusioni

Come ha acutamente osservato Bordi nello scenario post-moderno la riflessione di oggi riguarda l’irriducibile fisionomia multidimensionale e pluralistica del mondo contemporaneo -qualcosa che ha che fare col Sé ‘distribuito’-, ossia la visione del Sé come multiplo e discontinuo in cui la discontinuità dell’esperienza è collegata con i molti Sé nei quali gli eventi e le relazioni ci fanno riconoscere (Bordi, 1995).

Il lavoro psicoanalitico ci mostra che se questa molteplicità dei Sé, non è coordinata da un’organizzazione stabile del Sé, si frammenta in una moltitudine di identità che occlude sia:

  1. il senso di sé stessi
  2. sia il senso e la comprensione del nostro stare con gli altri

Questi due aspetti sono fortemente embricati anche se la psicoanalisi ha dato storicamente molta più attenzione ai fenomeni di dispersione sul piano individuale e ha avuto una teoria meno forte per dare spiegazione dei fenomeni intersoggettivi, specie rispetto alle relazioni familiari e di coppia.

Rispetto a questo ultimo punto gli studi attuali hanno sempre più posto l’accento sulla natura duale del legame di coppia spostando in parte il focus del dibattito dal ruolo del passato a quello del presente sottolineando la necessità di comprendere non solo l’uso dell’altro, ma anche l’uso della relazione. Ciò riguarda non solo la ricerca, ma anche la teoria dell’intervento nel lavoro clinico con le coppie, che potrebbe essere visto o in senso più ricostruttivo leggendo il presente come il contesto in cui si cerca tramite la relazione a due di risolvere e riparare gli aspetti irrisolti della propria storia personale, oppure la relazione sentimentale attuale può essere considerata più come espressione delle disconnessioni tra due strategie di relazione (Zavattini, 2008b).

Possiamo sintetizzare alcuni aspetti di fondo che costituiscono anche quesiti rilevanti:

- Il ruolo delle relazioni interpersonali: vi è un sempre maggiore consenso, sostenuto dai dati di ricerca verso una lettura che fa dell’intersoggettività un costrutto di base per comprendere le dinamiche del sistema bambino-genitori e la costruzione, sviluppo e trasformazione dei legami nell’arco di vita. I processi interni e quelli interattivi sono quindi oggi da considerarsi separatamente e nella loro interdipendenza e capacità di «costruire congiuntamente» le realtà intrapersonali e la stessa interazione: è ciò che Beebe e Lachmann (2002) chiamano «co-constructing interactions».

- Una patologia relazionale: i legami d’attaccamento in età adulta dovrebbero assolvere le stesse funzioni di base che esplicano in età evolutiva, ossia «il mantenimento della prossimità», la «protesta alla separazione», la «base sicura» e il «rifugio sicuro» e si esprimono nelle relazioni sentimentali caratterizzate da un impegno e da un durevole coinvolgimento.

Queste funzioni dovrebbero manifestarsi secondo quella che ho chiamarto una reciprocità flessibile, che indica la possibilità di uno scambio complementare delle funzioni di protezione e sostegno emotivo, aspetto che costituisce l’elemento più caratteristico dell’attaccamento in età adulta differenziandolo dal legame di tipo asimmetrico tra bambino e caregiver nell’infanzia.

Vi può essere però qui un paradosso tra la richiesta di mobilità, flessibilità, capacità di stare nell’incertezza da un lato e la necessità – a mio avviso più forte che nei tempi passati – di avere un baricentro saldo e ben organizzato sul piano della comprensione dei propri bisogni ed emozioni e quelli degli altri.

Per cui se emerge un’incapacità di mettere in discussione gli schemi ripetitivi, non si è in grado a tollerare gli stati di disconnessione che sono più accentuati dalla realtà del mondo odierno e non si riesce a mettere in atto la capacità di recuperare uno stato di sintonizzazione e coordinamento.

Su questi presupposti la patologia relazionale può essere letta come un fallimento del processo di sintonizzazione per cui se da un lato le relazioni possono favorire lo sviluppo di processi adeguati alla regolazione degli stati affettivi, dall’altro lato, come accade nell’attaccamento traumatico e nelle situazioni di incuria ed insensibilità, vi può essere un disconoscere le necessità di regolazione (Velotti, 2012; Castellano, Velotti, Crowell, Zavattini, 2014).

Ci possiamo quindi trovare di fronte a un secondo paradosso poiché se da un lato la salute psichica nella coppia potrebbe essere considerata come la capacità d’impegnarsi in relazioni di dipendenza reciproca, nel senso che potere riconoscere il dipendere affettivamente da un altro non é solo un tratto di fondo degli esseri umani che va al di là dell’infanzia, ma anche l’espressione di un attaccamento Sicuro, ciò può scontrarsi con gli obiettivi di autorealizzazione personale che possono talora sconfinare nell’edonismo e nel narcisismo (Albarella, 2005) che vengono proposti dall’attuale organizzazione della società. Si possono quindi instaurare situazioni di autonomia esasperata o di dipendenza insicura per non parlare dei fenomeni legati a un senso di vuoto e diffusione dell’identità che sono anche legati a ciò che è stato segnalato nella tipologia dei legami stabili, ma non riusciti che determinano le coppie infelici, o nella tipologia dei legami instabili che caratterizzano le coppie in crisi o fluttuanti.

Infine, va aggiunto che nel lavoro clinico con le coppie lo scenario creato dal particolare setting di coppia, quello cioè in cui si è in presenza del partner reale, offre la possibilità non solo di utilizzare l’insight, ma anche e forse soprattutto, di mettere i membri della coppia in condizione di potere fare esperienza di alcuni aspetti della propria soggettività che sono stati dissociati ed affidati alla relazione. Come scrive, infatti, Wallin nel suo saggio: “ciò che i pazienti non possono spiegare chiaramente a parole tende ad essere evocato, messo in atto o incorporato” (Wallin, 2007).

L’obiettivo terapeutico deve essere inteso non solo come la possibilità per ogni partner di riconoscere le proprie proiezioni, scoprire come questi aspetti di sé siano sentiti e quanto siano tollerabili, in modo da favorire un Sé autonomo, più integrato e coerente, ma anche potere comprendere e sperimentare quali schemi siano stati messi reciprocamente in scena nella relazione e come essa venga usata reciprocamente. E’ necessario sapere stare in seduta seguendo il doppio registro dell’essere dentro il fluire dei fenomeni che prendo corpo in seduta facendosene permeare, ma anche sapere trovare il filo rosso nel dipanarsi degli interventi sapendo negoziare i significati.

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* Giulio Cesare Zavattini è Professore Ordinario di “Valutazione e intervento psicodinamico-clinico con la coppia”, Sapienza, Università di Roma; Psicoanalista Società Psicoanalitica Italiana e IPA; Full Member British Society of Couple Psychotherapists and Counsellors (BSCPC)

 

[1] Il termine "chance evolutiva" è qui inteso nella direzione indicata da Bowlby nel senso che la teoria dell’attaccamento, pur postulando una relativa stabilità dei modelli di attaccamento nel corso della vita, riconosce che tali modelli possono essere revisionati e riprocessati durante nuove relazioni, tra queste quella amorosa .

[2] Temi per altri versi non ignoti alla letteratura psicoanalitica – perlomeno rispetto alla rilevanza dei legami tra pari in adolescenza - se pensiamo al graffiante saggio di Donald Meltzer e Martha Harris (1987) che vale la pena di leggere ancora oggi e che sottolinea come le funzioni genitoriali consistano nel trasmettere amore, diffondere speranza, contenere il dolore depressivo e paranoide.

[3] Questi fenomeni sono del resto anche rispecchiati dal cambiamento dei modelli psicoanalitici che si sono allontanati dal tema tipicamente freudiano dell’uomo colpevole in lotta continua con il rischio di un autoinganno che gli impedisce di comprendere ciò che è vero da ciò che falso, enfatizzando più i temi dell’uomo tragico che è invece in lotta con un senso di estraneità e confusione nel definire la propria identità e comprendere ciò che si può essere e ciò che non si può essere rispetto alla complessità ed alla molteplicità dei significati in un mondo con identità e culture diverse (Mitchell, 2000; Eagle 2011; Amadei, 2014).

[4] Tale processo che possiamo chiamare, “reciprocità”, "sintonizzazione affettiva" o "coscienza intersoggettiva" (Stern, 2004), implica che una forma potenziale di riflessività si attiva quando diveniamo coscienti dei nostri contenuti mentali nel momento in cui ci vengono restituiti dalla mente di un altro individuo. Questo processo, inoltre, va visto sia come “progressivo” nel tempo all'interno della costruzione di un'intesa tra due esseri umani, sia come una necessità “continua” non solo per la diade bambino-caregiver, ma anche per le relazioni significative in cui gli adulti si coinvolgono nella vita. Può costituirsi un nuovo livello di significato condiviso, un “terzo spazio”. Potremmo anche dire che si crea un “Senso del Noi” interiorizzato per cui, oltre al senso dell'Io e del Tu, emerge - parallelamente - il Senso della relazione come “un'unità” (Norsa, Zavattini, 1997; Zavattini, 2006).

[5] Rispetto a quest'ultimo punto va, infatti, considerato quanto possa essere difficile non solo comprendere il ruolo che ognuno esercita nell'influenzare la relazione, ma anche riflettere su quanto i singoli comportamenti possano dipendere da una dimensione che va al di là del singolo e che Dicks ha definito in termini di "contratto inconscio" e "collusione" (Dicks, 1967). In questa direzione la qualità della relazione di coppia va intesa come un joint product (Feeney, 2003, 2008) dei modelli o degli stili d’attaccamento di entrambi i partner, nel senso che il modello d’attaccamento sarebbe una variabile mediatore che incide sulla qualità della relazione di coppia, un filtro tra la percezione non solo di sé e dell’altro, ma anche della relazione in quanto tale com’è emerso in numerose ricerche sulla tipologia del matching e sulla qualità della soddisfazione di coppia come sarà affrontato nel prossimo paragrafo.