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COVID-19 e la sofferenza silenziosa degli operatori sanitari

COVID-19 e la sofferenza silenziosa degli operatori sanitari

di Daniela Parodi

Stiamo vivendo una situazione surreale, per certi versi, e molto difficile. Tutti noi siamo spaventati, limitati nelle nostre libertà: la nostra quotidianità è stata stravolta nel giro di poche ore.

In un momento così complesso e doloroso ci sono persone che lavorano in prima linea, persone che ogni giorno cercano di curare, salvare vite, dare conforto, vicinanza e consolazione.

Sono i medici, gli infermieri, gli operatori socio sanitari e tutto il personale che, a vario titolo, opera negli ospedali e nelle strutture di ricovero e cura.

Queste persone, ogni singolo giorno, sono sottoposte a grande stress e vivono in un costante stato di attivazione emotiva, angoscia e preoccupazione.

Queste persone vivono, ogni singolo giorno, a contatto con una realtà complessa: uno dei fattori più scioccanti è certamente l’alto numero di morti ed il decorso della malattia, che in alcuni casi è davvero molto rapido e imprevedibile.

I medici e gli infermieri si trovano spessissimo a dover intervenire su persone di cui non conoscono nulla né possono farsi narrare la loro storia, perché i malati arrivano in condizioni di salute così critiche da non riuscire a raccontare nulla di sé.

Gli stessi medici e gli infermieri si trovano a comunicare la morte dei pazienti ai famigliari, comunicazione che di solito avviene al telefono, e che crea un carico emotivo enorme.

Il personale sanitario che si confronta quotidianamente con questa sofferenza sviluppa sintomi ansiosi, insonnia, sono soggetti a incubi e a pensieri intrusivi e ricorrenti. C’è un’angoscia costante, unita alla paura di ammalarsi o di trasmettere la malattia ai propri familiari.

Per tutta la durata di questa lunga fase emergenziale sarà importante stare vicino agli operatori sanitari, soprattutto a fine turno, quando sono sfiniti fisicamente, provati emotivamente e spesso hanno attacchi di ansia o di pianto. E sarà altrettanto importate continuare a fornire assistenza quando la pandemia sarà finita, perché in quel momento molti potrebbero sviluppare i sintomi peggiori e più profondi ed invasivi.

Oggi questi professionisti stanno mettendo in campo un’energia ed umanità enorme, una forza ed uno spirito di abnegazione che risulteranno, alla lunga, sfiancanti. Ma ci troviamo ancora nella fase in cui i medici, gli infermieri e gli altri operatori non si rendono pienamente conto dell’esperienza traumatica che stanno vivendo e dei risvolti che essa potrebbe avere, successivamente, nelle loro vite e nella loro psiche: tutto sta avvenendo molto in fretta e molti di loro sentono soprattutto la stanchezza, si sentono esausti. Per questo, allo stato attuale, le loro priorità sono principalmente: stare attenti e concentrati durante il lavoro e riuscire a riposare a fine turno o nelle pause. La fatica viene, in un certo senso, rimossa. Soprattutto vengono rimossi i vissuti di paura, impotenza, angoscia, frustrazione, ponendo attenzione più al benessere fisico che a quello emotivo-psicologico. Le emozioni vengono “silenziate” per evitare che prendano il sopravvento ed impediscano loro di rendersi utili, di curare, di sostenere, di accompagnare.

Ma, nonostante la consapevolezza del loro impegno e di una situazione che, per certi versi, va ben oltre le loro possibilità, vivono anche un fortissimo senso di colpa e d’impotenza: ogni giorno vedono morire molte persone, da sole, in corsia, senza il conforto dei loro familiari e senza la possibilità di contatto alcuno, nemmeno con lo stesso personale sanitario. Tutto avviene a distanza. Anche la morte. Una distanza che è solo fisica perché emotivamente tutto è vicino e dolorosamente tangibile.

È importante sottolineare il ruolo fondamentale che in questo momento ha tutto il personale sanitario che è quello di “prendersi cura” dei pazienti e che, se anche la terapia per ora non è risolutiva, tutti loro possono fare un grandissimo lavoro “prendendosi cura” del paziente, ovvero standogli accanto, alleviando le sue sofferenze e la solitudine, accogliendo le sue paure, dandogli conforto e rassicurazione.

Il personale sanitario deve e dovrà sentirsi accompagnato ed ascoltato facendo riferimento a professionisti esperti in situazioni di emergenza che potranno aiutarlo ad elaborare i propri vissuti, creando un’esperienza indelebile, ma accettabile e contenuta.

Daniela Parodi : Psicologa –Psicoterapeuta , Specializzata nella Scuola De Il Ruolo Terapeutico di Genova collabora con SIPEM SoS ( Società italiana di psicologia dell’emergenza )

 

Tags: traumi psichici