Un nerd che cresce e si evolve

“Un nerd che cresce e si evolve” di Francesca Spadavecchia

La richiesta di consulenza e lo scenario familiare al momento della presa in carico

Quando inizio a seguire Giovanni lui ha 11 anni e mezzo, frequenta la prima media in un istituto comprensivo del quartiere e qualche anno prima, nel 2011, è stato seguito, per un breve periodo - e sempre su richiesta della madre - da un’altra psicologa del consultorio, la quale però, sospettando un ritardo cognitivo di grado lieve, ha inviato il caso alla neuropsichiatra del servizio che, dopo un’attenta valutazione del bambino, ha confermato l’impressione della collega.

Il ragazzo ha una 104 scolastica ed è, tutt’ora, seguito, per sei ore alla settimana, da un’insegnante di sostegno con la quale sembra aver instaurato un buon rapporto.

Al primo colloquio si presenta, a me e alla mia tutor, la nonna materna di Giovanni, la quale ci descrive una situazione familiare estremamente complessa e dolorosa.

La madre di Giovanni ha quasi 41 anni e a causa della sclerosi multipla, che l’ha colpita all’età di vent’anni, ha perso l’uso delle gambe. Da settembre 2013 le sue condizioni di salute sono notevolmente peggiorate e – dalla metà del 2014 – è allettata. Il papà di Giovanni ha 46 anni, è affetto da una forma di diabete piuttosto grave e lavora, a tempo pieno, come operaio in una ditta privata.

La nonna ha 70 anni, i capelli biondi raccolti in un ordinato chignon, la voce bassa, modi eleganti e pacati ed occhi di un azzurro chiarissimo che, più volte, durante quel primo colloquio, in cui ci ha descritto la loro situazione familiare, si sono riempiti di lacrime. Ci racconta della malattia della figlia e del marito, anche lui affetto da sclerosi multipla, allettato da molti anni, senza più alcuna voglia di reagire alla malattia e di sottoporsi alle cure.

Giovanni ha uno zio materno che adora, il quale è sposato ed ha due figli, un maschio, quasi suo coetaneo, con il quale ha un rapporto fraterno ed una femmina di due anni.

La nonna materna, da qualche anno, abita nello stesso palazzo in cui vive la figlia, in modo da potersi occupare di lei e del nipote praticamente a tempo pieno.

La signora, durante questo primo colloquio, si è aperta molto con noi, dicendoci che vorrebbe fare a Giovanni “da nonna e basta” ed invece è costretta, dagli eventi, a fargli anche

da madre. Il ragazzo con la nonna paternaha un rapporto un po’ più freddo, in quanto lei non ha mai voluto essere coinvolta, eccessivamente, nella vita del nipote e nel difficile ménage familiare di suo figlio.

La sclerosi multipla ha significato per questa famiglia anche l’abbandono ad una vita lavorativa che condividevano con piacere e soddisfazione; per diversi anni, genitori e figli, sono stati proprietari di una grande e ben avviato bar, che hanno dovuto cedere perché la nonna di Giovanni ha dovuto occuparsi del marito e della figlia ed il figlio non se l’è sentita di portarla avanti da solo.

La signora descrive il nipote come “un ragazzino intelligente e buono, ma molto testardo”. Si oppone alla scuola e per lui il passaggio dalle elementari alle medie è stato molto sofferto. Non ha regole; mangia solo davanti alla televisione, la notte non dorme, se questa non è accesa e non sa organizzarsi autonomamente. Il padre urla per fargli fare le cose e la madre, siccome non è d’accordo, rimprovera il marito e sovente lo fa davanti al loro figlio, screditandolo.

Ci riferisce che sua figlia teme che Giovanni possa avere delle problematiche psicologiche a causa della delicata condizione familiare ed è molto preoccupata di questo. Nel 2014 lei è stata ricoverata sei mesi, continuativi, in ospedale perché i medici, che l’hanno in cura, hanno tentato di farle una chemioterapia, che però ha mal tollerato. Sempre in quell’anno, il nonno paterno è morto, nel giro di pochi mesi, a causa di un tumore incurabile.

Giovanni ha paura dell’ascensore, dei mostri, dei bulli e del bullismo. Il tragitto da scuola a casa lo fa al telefono con la nonna materna, poiché ha paura di essere avvicinato da qualche ragazzo malintenzionato. Sovente vomita per farsi andare a prendere a scuola o per non andarci e l’idea che loro si sono fatti è che usi il vomito“come arma di difesa”.

Da diversi anni, Giovanni non fa nessuno sport o altra attività pomeridiana poiché non si è mai trovato con gli istruttori ed educatori con i quali ha avuto a che fare, in quanto mal tollera le regole. Tutto il suo tempo libero lo trascorre in casa, al computer, giocando online e guardando video su Youtube.

La settimana dopo il colloquio con la nonna, con la mia tuto rriusciamo, in orario di pausa pranzo, a far venire il padre in consultorio per conoscerlo ed avere con lui un breve colloquio.

Il papà di Giovanni è un omone alto quasi due metri, corpulento, evidentemente in sovrappeso, vestito molto sportivo e con due vistosi orecchini a cerchio ai lobi delle orecchie. Ci descrive il figlio come “un ragazzino estremamente logorroico che porta al conflitto”. Gioca molto al computer e alle consolle, anche fino a tarda sera. Secondo lui, il figlio non

2

pratica sport perché è molto impegnato con i compiti, però - quando il clima e gli impegni lo permettono - passa del tempo ai giardini sotto casa.

Appena terminato il colloquio con il padre, la mia tutor mi suggerisce di telefonare alla mamma di Giovanni per sentire anche la sua opinione sul ragazzino, soprattutto considerando che la richiesta di consulenza arriva proprio da lei. Durante il colloquio telefonico, la signora mi racconta che, nel 2011, la richiesta di far vedere suo figlio da uno psicologo non era arrivata da lei ma dalle maestre delle elementari, poiché avevano notato che Giovanni, quando pensava alla mamma, vomitava per la paura che potesse succederle qualcosa e verbalizzava a loro questo timore.

La mamma mi racconta di essere parecchio preoccupata per il figlio perché, nell’ultimo periodo, è rimasto molto colpito da alcuni fatti di cronaca legati alle cure con le cellule staminali e le ha chiesto come mai, quando lui è nato, non ha conservato il suo cordone ombelicale per curarsi. Lei è rimasta spiazzata davanti ad un simile quesito, tanto da non essere stata in grado di dare una risposta, sviando subito il discorso.

In quel colloquio telefonico, le spiego che vedrò suo figlio per quattro volte, una volta alla settimana, al fine di conoscerlo, sottoporlo a qualche test grafico e proiettivo per formulare una psicodiagnosi che ci aiuterà a progettare un intervento psicoterapeutico adeguato.

Il nostro primo incontro

Al primo appuntamento arriva puntuale accompagnato dalla nonna materna, la quale rimane, per tutto il tempo della seduta, in sala d’attesa. Entra in stanza sereno e sembra molto propositivo. Ha un viso grazioso da bambino, quasi più piccolo dei suoi 11 anni, un corpo rotondo, è un po’ goffo nei movimenti e porta degli occhiali di forma rotonda che gli forniscono un’aria seria, quasi un po’ intellettuale.

Spontaneamente mi dice che la recente morte del nonno è stata molto difficile, che lui ha sofferto tanto, anche se non lo frequentava molto a causa dei rapporti un po’ tesi tra i nonni paterni e sua madre.

Mi racconta che il genere di video che guarda sono gli “horror story”, ovvero filmati in cui vengono narrate - e talvolta animate – storie paurose e mi dice che anche lui vorrebbe diventare uno youtuber, girare video, con la webcam, dalla sua cameretta, ma suo padre non vuole che lo faccia fino almeno al compimento dei 16 anni. Un’altra sua grande passione è il gioco per playstation GTA 5.

3

Siccome conosco molto poco della realtà virtuale di cui mi ha parlato il mio giovane paziente, quella sera stessa mi metto a ricercare in rete alcune informazioni sul videogioco e sulla tipologia di video che lui tanto ama.

I disegni e la loro interpretazione

All’inizio del secondo colloquio, Giovanni mi chiede se voglio vedere un video di FaviJ, accetto e lui mi avverte che nel video ci sono un po’ di parolacce e arrossendo in volto si scusa per questo. Il video è un po’ violento, sicuramente non adatto ad un ragazzo della sua età ma non glielo faccio notare per il timore di inibirlo, poiché ho già capito che, molto probabilmente, accettare ed accogliere il suo mondo virtuale è la chiave d’accesso al suo mondo interno.

Dopo la visione del video gli propongo di disegnare. Il primo disegno, spontaneo, ritrae il volto di FaviJ.

Nel secondo disegno, come nel primo, rappresenta solo volti, in quanto nessuno ha il corpo. Disegna su due fogli, per ragioni di spazio, nell’ordine: papà, mamma, nonno materno,

4

nonna materna e nonna paterna. La nonna paterna viene raffigurata in un foglio a parte, probabilmente perché costituisce un nucleo familiare a sé, in quanto non risulta eccessivamente presente nella vita del nipote. Nei disegni lo spazio è troppo riempito, tanto che, per terminarli, richiede altri fogli e questo indica una personalità piuttosto invadente che non si prende il tempo di ascoltare (P. Federici, 2003), forse per il timore di non essere oggetto di amore e d’interesse da parte di una famiglia così impegnata ad occuparsi di tali gravi situazioni.I volti, soprattutto quelli dei genitori, appaiono molto sorridenti come se ci fosse, da parte di Giovanni, una negazione della sofferenza.

Nel disegno non sono rappresentati i corpi e questo importante dato può essere ricondotto ad un disagio nei confronti dei corpi, gravemente malati, dei suoi cari. Inoltre, il mondo di Youtube è fatto solo di facce inquadrate da una webcam. Giovanni non si raffigura nel disegno della famiglia, come se per lui, in questa tale complessità, non ci fosse uno spazio.

5

I test proiettivi

Nel terzo incontro, propongo al ragazzo il test proiettivo, semistrutturato, C.A.T. di Leopold e Sonya Bellak (2013) ed accetta, con molto entusiasmo, di farlo, dicendomi che si inventerà delle storie un po’ particolari. Le storie raccontate da Giovanni presentano contenuti di morte, violenza, rabbia, conflitto e rivalità, soprattutto nei confronti della figura paterna, la quale ha una valenza normativa. Nella tavola 9 del test, da lui “proclamata”, durante l’indagine conclusiva, come la più bella, racconta la storia di una coniglietta che è a letto, in camera sua, perché sta male, però ha un po’ paura poiché pensa che ci siano dei mostri e per questo tiene i suoi due machete sul cuscino. Un machete è vero mentre un altro è falso, però la coniglietta prende, per errore, quello vero. La madre va a svegliarla, lei si spaventa, le lancia il machete, ma la schiva. Le lancia contro anche quello finto che però colpisce, alla testa, il padre che stava andando incontro alla moglie. Il padre muore. Alla fine di questa narrazione, Giovanni mi dice, tutto serio, “sai, io tengo le pistole finte vicino al cuscino”.

Nel quarto – ed ultimo incontro della fase di psicodiagnosi – propongo al mio giovane paziente lo Scenotest di Von Staabs (1971), glielo illustro e mi dice che farà la storia della sua scuola e che “sarà un po’ drammatica ed un po’ divertente”. Con i legnetti costruisce la scuola e poi prende i personaggi. Gli adulti sono tutti professori mentre i bambini sono i suoi

6

compagni. Inserisce la lavagna e per farle posto, sposta quella che lui dice essere la vice preside e, ad alta voce, esclama “spostati stronza!” e mi racconta che è molto arrabbiato con lei perché, pochi giorni prima, lui stava male, vomitava, ma lei non ha voluto far chiamare a casa. Nella narrazione della storia, tutti i professori sono i docenti reali di Giovanni e ne cita i cognomi. La storia ha un contenuto piuttosto violento; alunni che si picchiano tra di loro e colpiscono, violentemente, i professori, i quali, a poco a poco, muoiono. L’unica che si salva è la professoressa di storia dell’arte “che è la più gentile del mondo e per questo non le faccio niente”. Nella costruzione della storia, fa riferimento ad alcuni personaggi di videogiochi che hanno dei super poteri o delle armi fantasiose e potenti.

Attraverso questi racconti, Giovanniè come se esorcizzasse la violenza, rendendola un “come se” attraverso il gioco, che diventa un modo per accoglierla e trasformarla.

Dopo questo ultimo incontro, lo accompagno in sala d’attesa dalla nonna e lì gli dico che, molto probabilmente, ci rivedremo, ma che prima devo parlare con i suoi genitori per mettermi d’accordo. Lui mi sorride e mi dice: “mi sono proprio divertito con te!”, mi strappa un sorriso e – d’istinto – mi viene da mettergli una mano sulla spalla ed accarezzargliela.

L’avvio del percorso psicoterapeutico

Da metà marzo 2015 Giovanni ha iniziato con le sedute di psicoterapia, alle quali si è sempre presentato puntuale, ogni lunedì alle ore 15:00, accompagnato quasi sempre dalla nonna materna ed ogni tanto dalla nonna paterna.

Giovanni utilizza questo suo spazio per introdurmi e condurmi nel suo mondo, fatto di giochi elettronici, storie fantascientifiche, video degli youtubers che segue ed immagini, scherzose, che condivide con i suoi compagni di classe su una loro chat di WathsApp. Tra noi due, nella nostra relazione terapeutica, c’è sempre o lo smarthphone, o il tablet, o la Playstation portatile ed io, probabilmente, sono stata individuata da lui come la sua compagna di giochi.

Purtroppo per il mio giovane paziente, i giochi elettronici non sono mai stati la mia passione, pertanto faccio molta fatica a stare dietro ai tanti personaggi, a me completamente sconosciuti, dei quali mi narra le gesta fantastiche e nei quali lui mostra d’immedesimarsi, dando vita a lunghi dialoghi tra lui e loro, nei quali, molto probabilmente, proietta le sue fantasie, pulsioni, paure ed aspirazioni.

7

La prima “spettatrice” che può vederlo

Oltre che a sua compagna di giochi, ben presto, dopo nemmeno due mesi di terapia, Giovanni mi ha eletta a sua spettatrice di un suo virtuale, nel virtuale, canale di Youtube, che ha deciso di chiamare “Giovanni super games 03”.

Seduti uno di fronte all’altro, agli opposti del tavolo, della spoglia stanza del servizio in cui facciamo sempre psicoterapia, fa finta di essere nella sua cameretta, seduto alla scrivania, difronte alla webcam del computer ed io sono una dei suoi spettatori da casa. Con il tablet davanti ai suoi occhi, Giovanni spiega i vari trucchi che conosce per avanzare, velocemente, di livello e sbloccare, in GTA 5, armi sempre più potenti per poter rapinare autosaloni di lusso.

Altro pezzo forte di questo “canale”, che il ragazzo ha animato fino alla nostra pausa estiva, sono le challenge, ovvero delle sfide virtuali che lanciano gli youtubers. Un lunedì di inizio maggio, Giovanni arriva in seduta con due particolari pacchetti di caramelle acquistati in edicola, mi dice che si chiamano “Riskia il gusto” e – molto divertito – mi spiega che in ogni pacco ci sono delle caramelle colorate, per metà con gusti gradevoli (ciliegia, frutti di bosco, limone, ecc.) e per l’altra con dei gusti vomitevoli (calzini sporchi, caccola viscida, cibo per cani, ecc.) e la sfida consiste nel mangiare, una ad una, queste caramelle, cercando di “schifarsi” per ultimo. Vorrebbe che io e lui ci sfidassimo, ma io non accetto e quasi d’istinto tiro fuori dalla mia borsa delle normali caramelle, miste un po’ alla frutta ed un po’ alla liquirizia e gliele offro. Lui mi dice, quasi con fare protettivo, che faccio bene a non accettare la sfida, che è troppo schifosa, pertanto decide di farla contro se stesso, tenendo le mie, definite da lui, “innocuecaramelle” per “aggiustarsi, alla fine, la bocca”. Prima di iniziare, prende da un angolo dalla stanza il cestino gettacarte e se lo mette vicino, dicendomi che “non si sa mai” perché potrebbe venirgli un conato di vomito.

Costruire una rete: il colloquio con l’insegnante di sostegno

A metà maggio 2015, d’accordo con la mia tutor ed autorizzata dai genitori, fisso un colloquio con l’insegnante di sostegno, poiché sento il bisogno di confrontarmi con chi si relaziona, quotidianamente, con Giovanni, in modo che possa fornirmi qualche dato di realtà sul quale potrei iniziare a lavorare con il mio paziente e la famiglia. Inoltre, ritengo molto

8

importante instaurare un buon rapporto con la scuola, al fine di mettere in rete le molteplici risorse e fare così un lavoro terapeutico più integrato e strutturato che ritengo necessario, trattandosi di un preadolescente.

La professoressa descrive Giovanni, innanzitutto, come un alunno molto educato, grazie, secondo lei, agli insegnamenti che la nonna materna gli trasmette e che lei definisce “una gran bella nonna”. È abbastanza diligente, anche se nutre verso alcune materie una forte avversione e quindi, a volte, simula dei forti mal di stomaco, accompagnati da nausea, conati e talvolta vomito, per saltare particolari ore di lezione.

Mi racconta che, all’inizio dell’anno scolastico, lui si presentava ai nuovi compagni di scuola dicendo: “mia mamma e mio nonno hanno la sclerosi multipla, l’altro mio nonno ha un tumore e anche mio padre non sta molto bene” e la professoressa, dopo qualche giorno e dopo un po’ di volte che aveva sentito ripetere questa frase, come se stesse leggendo una sorta di sua carta d’identità, lo ha preso in disparte e gli ha detto che non era il caso di presentarsi in questi termini.

La docente evidenzia quanto, secondo lei, al ragazzino non venga “risparmiato niente” dello stato di salute della famiglia e che è sempre aggiornato sulle visite mediche e sulle terapie farmacologiche alle quali si sottopongono i suoi congiunti.

Parlo con la docente di questa grande passione che Giovanni ha per i videogiochi ed il mondo di internet e lei, spalancando gli occhi dalla sorpresa, mi dice che a scuola non è mai emersa, poiché - né con lei e né con i compagni - racconta di questo suo “rifugio” virtuale. Ne rimango molto sorpresa, in quanto la nostra relazione terapeutica è incentrata su questo suo mondo virtuale, così presente nella sua vita ed inizio a pensare che, forse, solo con me lui sia sia sentito libero, per la prima volta, di svelarlo ad un adulto estraneo alla sua famiglia.

Ragioniamo insieme su come questo suo interesse possa diventare, in ambito scolastico, una risorsa da sfruttare al meglio, magari facendogli costruire delle mappe concettuali al PC, insegnandogli i programmi di videoscrittura e quelli di calcolo. Probabilmente, tra un paio di anni, quando dovrà scegliere il percorso di studi superiori, potrà essere orientato verso un corso che privilegi l’informatica e l’elettronica ed in quel momento, per la prima volta, mi rendo conto di iniziare ad immaginarmi Giovanni proiettato in un sereno futuro con una sua indipendenza.

Vista la fobia dei bulli, chiedo alla docente se è a conoscenza di qualche episodio di bullismo che lo abbia coinvolto e mi risponde di no, ma che, comunque, chiederà al consiglio di classe e vigilerà personalmente, per quanto le è possibile, all’uscita dal plesso scolastico.

9

La professoressa mi riferisce che lei ed i suoi colleghi si relazionano solo con la nonna materna e raramente con il padre, mentre la madre si limita a firmare, molto sporadicamente, qualche avviso sul diario. Illustro alla docente quanto sia, a mio avviso, necessario restituire a questa mamma un suo preciso ruolo genitoriale, coinvolgendola nella vita scolastica del figlio, per esempio comunicando con lei telefonicamente o via email e suggerisco che, se fosse possibile, un paio d’insegnanti potrebbero, a fine anno scolastico, recarsi a casa sua per conoscerla e consegnarle la pagella.

Una rete che raccoglie le varie parti di Giovanni e tiene insieme la sua storia

Alla seduta immediatamente successiva all’incontro con l’insegnante di sostegno, appena Giovanni entra in stanza gli dico che ho conosciuto la sua docente, che mi ha parlato bene di lui, del suo impegno a scuola, ma che non sapeva nulla di questa sua grande passione per computer e videogiochi. Il ragazzo per un attimo sorride ma, subito dopo, il suo sguardo e la sua voce si fanno seri e mi dice che non ne ha mai parlato con nessuno perché un po’ si vergogna, in quanto teme di poter essere considerato un “nerd”. Gli chiedo che cosa sia, per lui, un nerd e mi spiega che è “uno sfigato, che non ha amici e che passa ore davanti ai videogiochi”.

Inizio a ragionare con lui su come questo suo interesse, che al momento non sta sfruttando consapevolmente e positivamente, possa diventare, lavorandoci insieme, una risorsa per i suoi studi e per il suo futuro. Per la prima volta, dopo due mesi e mezzo di terapia, sento che il mio paziente è in grado di sostare con me su un qualche dettaglio della sua vita, senza l’urgenza ed il bisogno di eludere la realtà a favore del virtuale. Improvvisamente il viso di Giovanni s’illumina ed esclama “domani lo dico a tutti!!!”, alzando le braccia come per esultare e strappandomi un sorriso con la sua grande simpatia ed ingenuità.

Buone fondamenta sulle quali provare a cementare qualche altro mattone

La settimana dopo la fine della scuola, Giovanni arriva in seduta con un sorriso radioso sul volto e appena chiudo la porta della stanza mi dice: “ti devo dire una cosa bellissima!!!” e mi comunica che, dall’indomani, inizierà a frequentare, per la prima volta, un centro estivo. A convincerlo è stato il suo compagno di scuola Luca, che conosce fin dall’asilo, ma con il quale solo in questo primo anno di medie ha instaurato un rapporto

10

d’amicizia più profondo; lo ha proposto ai suoi genitori ed il papà, probabilmente sull’onda di questo inedito entusiasmo del figlio, è andato subito ad iscriverlo. Mi racconta che andrà tutti i giorni ad uno stabilimento balneare cittadino, pranzerà in spiaggia, farà tanti giochi, molte nuotate in piscina ed ogni venerdì parteciperà ad una gita.

Qualche giorno dopo, la madre mi telefona ed anche lei, con un tono di voce squillante ed euforico, ha qualcosa di importante da comunicarmi. È appena stata a scuola, insieme al marito, a ritirare la pagella ed a conoscere gran parte dei docenti del figlio. Mi dice che per lei è stata un’emozione bellissima perché è stata ricevuta proprio nell’aula della classe di Giovanni ed i docenti si sono trattenuti a lungo con loro, spendendo parole positive sul percorso scolastico del loro alunno.

I genitori del mio paziente sono stati considerati da me, fin da subito, come alleati alla terapia ma anch’essi pazienti e quindi non solo come poveri malati che ostacolavano la crescita del proprio figlio. La madre è riuscita a cambiare atteggiamento nei confronti del figlio, diventando più attiva e partecipe e meno simbiotica ed il padre più stimolante e con un maggiore ruolo paterno.

Nelle ultime due sedute di giugno, Giovanni utilizza quasi tutta l’intero spazio per raccontarmi delle tante attività che fa al centro estivo, dei nuovi ragazzi che sta conoscendo e solo pochi minuti li riserva per mostrarmi i video delle canzoni che canta e balla in spiaggia ed i nuovi giochi elettronici che sta facendo, solo per un paio d’ore alla sera prima di andare a dormire.

Nel mese di luglio, abbiamo fatto una sola seduta, poiché per venire da me doveva saltare un intero pomeriggio di centro estivo. Visto che, finalmente, si stava appassionando a qualcosa che esulasse dal virtuale, iniziando ad intrattenere rapporti, significativi, con suoi coetanei, percependo, inoltre, che – per la prima volta - stava venendo malvolentieri, gli ho proposto di prenderci una pausa per poterci ritrovare a settembre e lui, quasi sollevato, ha accettato. Prima di fare questa proposta a Giovanni e poi, di conseguenza alla sua famiglia, avevo aggiornato la mia tutor sul buon andamento del percorso, sul bel legame che sentivo che si era instaurato con il mio paziente, sui suoi movimenti positivi e su quelli della sua famiglia, la quale si è sempre mostrata estremamente collaborativa ed aderente alla terapia, pertanto considerando che avrei continuato a svolgere il tirocinio presso il Servizio, abbiamo deciso di continuare il percorso per un altro anno.

Alla ripresa un altro Giovanni

11

Al consueto orario del medesimo giorno in cui abbiamo, sei mesi prima, stabilito di vederci, mi reco in sala d’attesa per accoglierlo e mi ritrovo davanti non più un bambino in un corpo un po’ goffo, ma un ragazzino con diversi centimetri in più di statura, qualche chilo in meno, un taglio di capelli alla moda e ne rimango piacevolmente colpita e sorpresa. Già dal tragitto dalla sala d’attesa alla stanza, inizia a raccontarmi delle tante attività che ha fatto durante l’estate, di quanto si sia divertito al centro estivo e della bella vacanza che ha fatto con gli zii. Non manca il resoconto sugli ultimi giochi che sono usciti e che vorrebbe che qualcuno dei familiari gli regalasse e dei quali conosce già molti trucchi perché ha guardato decine di video su Youtube.

Quando faccio notare a Giovanni il suo notevole cambiamento fisico, lui sembra non avere ancora preso consapevolezza della sua nuova fisicità, liquidando le mie osservazioni con frasi, pronunciate tra i denti, come “oramai ho 12 anni...”, “anche la mamma mi vede molto cresciuto”, dandomi l’impressione che parlare del corpo – e dei cambiamenti di esso – lo imbarazzi, lo infastidisca e quasi lo spaventi; d’altronde, nel corso degli ultimi anni, lui ha visto i corpi dei suoi cari mutare a causa delle malattie e penso alle fantasie che lui, probabilmente, si sta facendo sul suo sviluppo.

Cerco di indagare se, nel corso degli ultimi mesi, abbia maturato interesse verso qualche attività sportiva e mi racconta che dei ragazzini del centro estivo vanno a basket e gli hanno detto che “gli allenatori sono bravi e non urlano” e quindi vorrebbe provare, anche se teme di non essere molto capace. Lo incoraggio ad andare almeno a fare una lezione di prova e così, con l’inizio del nuovo anno scolastico, inizia a frequentare gli allenamenti due volte alla settimana, ma durante le sedute, per almeno un paio di mesi, non mi ha mai parlato, spontaneamente, dell’attività sportiva intrapresa, limitandosi solo a rispondere, in maniera molto sbrigativa, alle mie domande a tal riguardo, come se avesse deciso di osservare per bene il nuovo ambiente, prima di decidere se facesse o meno per lui. Invece, ha iniziato a volermi raccontare, molto di più rispetto a prima, degli argomenti studiati a scuola, dei bei lavori che sta facendo sul PC di classe, delle sue difficoltà in alcune materie, che a lui “danno proprio la nausea!!!”, delle uscite d’istruzione per visitare mostre e luoghi d’interesse cittadini e di una sua compagna che vorrebbe fidanzarsi con lui, ma che sta un po’ respingendo perché, mi spiega, “le ragazze sono gelose... devi sempre stare con loro, mentre io voglio giocare con i miei amici”.

Altri lutti da elaborare

12

L’ultimo lunedì dello scorso novembre (2015), Giovanni non si presenta alla seduta ed è la prima volta, dopo quasi un anno da quando ci vediamo, che la madre non mi ha preavvisata, come solitamente - e molto correttamente – è solita fare. Attendo in stanza il suo arrivo e più volte, nell’arco di quei 45 minuti, mi reco in sala d’attesa per controllare se sia arrivato e mi sento molto preoccupata per lui, poiché, alla seduta precedente, mi aveva raccontato che suo padre stava accusando dei forti dolori ad un braccio e che doveva recarsi all’ospedale per fare delle analisi. Penso che sia capitata qualche emergenza che abbia distolto l’attenzione da Giovanni e così, dopo quasi un’ora di attesa, telefono alla madre, la quale mi risponde, con la voce rotta dal pianto e dopo molti squilli, dicendomi che, alle prime luci dell’alba, suo padre è morto a causa di un’improvvisa crisi respiratoria. Mi racconta che sua madre ha chiamato sul loro telefono fisso per comunicare quanto era appena accaduto e che lei e suo marito hanno cercato di contenere lo sgomento ed il dolore per non svegliare Giovanni, ma non ci sono riusciti; si è svegliato, è uscito dalla sua cameretta, ha capito subito quanto successo e si è buttato tra le sue braccia per consolarla, dicendole, tra le lacrime, “mamma, il nonno era già morto... si era stancato di vivere”, frase che anche lei mi ripete, più volte durante quella telefonata, quasi per auto consolarsi. Mi dice che, per non fargli vivere tutto questo dolore, così da vicino, suo marito ha portato Giovanni dalla nonna paterna, che starà da lei per qualche giorno e che lo lasceranno libero di decidere se andare o meno a scuola.

Alla seduta successiva si presenta in consultorio accompagnato dalla nonna paterna, percorriamo il corridoio in un inusuale silenzio ed arrivati in stanza, ancora prima di sederci, mi dice, con tono deciso e guardandomi dritto negli occhi: “non mi chiedere nulla del nonno, perché non mi va di parlarne!” e io gli dico che rispetto questa sua volontà, ma che se un giorno vorrà parlarmene potrà farlo.
Nel racconto, si lascia scappare che al funerale del nonno lui ed il cugino hanno deciso di non andare, che sono rimasti in casa con la zia a giocare ad un nuovo videogioco ed inizia a descrivermelo, con un flusso continuo di parole, per tutta la seduta e solo ogni tanto distoglie, per qualche frazione di secondo, gli occhi dal mio volto per girarsi a guardare l’orologio sulla parete della stanza, dandomi l’impressione che cerchi, quasi disperatamente, di riempire tutta la seduta parlando di qualcosa che lui sa abilmente trattare, ovvero del suo rassicurante “rifugio virtuale” nel quale tutto può telecomandare a suo piacimento, al contrario della sua vita reale nella quale avvengono fatti che nessun dodicenne è, oggettivamente, in grado di tollerare e gestire.

13

Qualche giorno dopo la seduta successiva alla morte del nonno, seduta che ho sentito, emotivamente, difficile sia per me che per lui, la madre mi telefona per comunicarmi che al lunedì successivo Giovanni non verrà perché lo aspetta una settimana di studio pomeridiano intenso, insieme ad un’insegnante di lingue ed ad una di matematica, in quanto deve rimediare a qualche insufficienza presa nelle ultime settimane, in cui “non aveva proprio la testa per studiare” e che quindi ci vedremo, dopo un mese, al rientro dalla pausa natalizia.

La crisi familiare

A fine gennaio, la madre di Giovanni mi telefona per sfogarsi circa la crisi familiare che, nelle ultime settimane, li ha colpiti. Lei ed il marito stanno litigando molto, anche a causa, secondo lei, delle loro condizioni di salute che si sono aggravate; lei sta avendo difficoltà ad accedere alla terapia del dolore, a base di oppiacei, è ingrassata di molti chili, arrivando a superare il quintale ed il marito “sta boicottando le cure” per la sua grave patologia diabetica e – sollecitato dai medici che lo seguono – ha iniziato un percorso psicoterapeutico presso il Servizio di Salute Mentale di zona. Mi dice che il figlio sentendoli, sovente, litigare, preoccupato, le ha chiesto: “ma non è che ora vi lasciate come la zia e lo zio?” e mi racconta di quanto la fine di questa relazione sia stata un duro colpo per tutti loro, aggiungendo di essere molto infastidita dal fatto che Giovanni sia costretto a vedere la zia tutti i giorni, poiché lavora come collaboratrice scolastica nella stessa scuola frequentata dal nipote ed - avendo perso la stima in lei - teme che possa dirgli qualcosa di sconveniente.

Alla luce di questi ultimi fatti, con la mia tutor, proponiamo un incontro con i genitori, visto che la signora, nonostante le sue difficoltà fisiche, negli ultimi mesi, è riuscita ad organizzarsi per poter uscire da casa, grazie ad i mezzi di trasporto messi a disposizione dall’A.I.S.M.

La madre di Giovanni arriva in stanza seduta su una grande sedia a rotelle spinta dal marito. Entrambi indossano la tuta e ci appaiono notevolmente ingrassati ed affaticati. La signora ripete alla mia tutor quanto, qualche giorno prima, aveva detto a me telefonicamente, il marito l’ascolta con attenzione e - a tratti - annuisce come a confermare che quello che stanno attraversando, come coppia, è davvero un brutto periodo. Ci dicono che si stanno impegnando a non litigare davanti al figlio e di risolvere i loro contrasti, spesso dovuti al nervosismo e alla stanchezza, in maniera più pacata e serena.

14

Giovanni, nell’ultimo periodo, si sta impegnando nello studio, anche grazie ad una ragazza che si reca a casa, due volte alla settimana, per aiutarlo; ha recuperato le insufficienze, prendendo delle votazioni piuttosto alte e solo una volta ha fatto chiamare la nonna materna, per farsi andare a prendere, perché aveva nausea, ma arrivato a casa, misurata la febbre, hanno potuto costatare che il malessere, questa volta, era reale. Anche dal colloquio generale con i docenti, al quale la madre è riuscita a recarsi, i professori hanno espresso valutazioni molto positive sul loro alunno, sia dal punto di vista del profitto che di quello del comportamento, sottolineando quanto sia notevolmente maturato rispetto al precedente anno scolastico. Il padre, con orgoglio, ci racconta che ha avuto modo di andare ad assistere ad un paio di allenamenti di basket del figlio, rimanendo quasi stupito nel vederlo praticare uno sport con tanto impegno e nel notare quanto sia ben inserito in un gruppo di coetanei, merito, secondo lui, del bel clima che i due giovani allenatori sono stati in grado di creare.

A riguardo del cambiamento fisico di Giovanni, la madre ci dice che vedere suo figlio così cresciuto, nel giro di pochi mesi, le fa “una notevole impressione” e ci racconta che, nell’ultimo periodo, ama molto esibire il suo corpo, già sviluppato sessualmente, sfilando, per la casa, completamente nudo sotto agli occhi della mamma e della nonna, usando la scusa di essersi dimenticato di portarsi nel bagno la biancheria intima pulita per potersi rivestire dopo la doccia. La signora ci dice che, in quei momenti, si trova in forte imbarazzo e non sa cosa dire a suo figlio e, a tal proposito, ci chiede un consiglio. Le diciamo che, vista la forte inibizione nei confronti del corpo, presentata agli inizi del percorso psicoterapeutico, per noi questa sua presa di consapevolezza della sua fisicità, anche se un po’ narcisisticamente esibita, rappresenta un elemento positivo e quindi consigliamo di invitarlo a vestirsi senza manifestare eccessivo imbarazzo e fastidio.

Chiediamo ai genitori se il loro figlio dorma ancora solo con la televisione accesa e se continui a fare il tragitto, da scuola a casa, al telefono con la nonna; ci rispondono che per quanto riguarda l’organizzazione del sonno nulla è cambiato, che loro hanno rinunciato a lavorarci su, poiché, secondo il padre, “è tutto inutile... ci facciamo solo del gran nervoso!” e la madre aggiunge che, negli ultimi mesi, si mette anche i due gatti sopra al letto. Dall’inizio di questo anno scolastico, ha però smesso di stare al telefono con la nonna, poiché gran parte della strada la fa insieme a due suoi compagni di classe, con i quali ha un ottimo rapporto e che abitano a pochi palazzi prima del loro.

Il corpo: mezzo per farsi vedere e per farsi valere

15

In questi ultimi mesi di terapia, Giovanni ha iniziato a mostrare anche a me, orgogliosamente, il suo corpo che si sta trasformando, molto rapidamente, da quello di un bambino goffo a quello di un ragazzo snello ed atletico. In seduta si presenta con un look molto curato; capelli rasati ai lati e con un lungo ciuffo modellato con il gel, felpe alla moda che spesso si toglie, lamentando di avere caldo, rimanendo così con addosso delle t-shirt, piuttosto attillate, attraverso le quali mi mostra la sua nuova fisicità, anzi, sovente, mi invita proprio a guardarlo, dicendomi: “guarda che muscoli che mi sono venuti!”.

Lo smartphone in terapia è sempre presente, ma ora è da lui utilizzato per mostrarmi, più che altro, i video dei suoi allenamenti di basket e delle partite amichevoli che ha iniziato a disputare con la sua squadra. Durante la visione dei video, Giovanni mi fa una sorta di radiocronaca dettagliata delle sue azioni, stoppandolo nei momenti salienti o mandandolo indietro per farmi rivedere la scena e farmi capire bene i movimenti che ha fatto per riuscire a fare canestro. “L’abilità ed il piacere del gioco sono un’acquisizione complessa, che dipende dal contributo di molti fattori della personalità del bambino o dell’adolescente, quali la dotazione fisica e l’integrità dell’apparato motorio, un investimento positivo del corpo e delle sue capacità, l’accettazione dei compagni e della vita di gruppo e la possibilità di impiegare, positivamente, l’aggressività controllata al servizio dell’ambizione” (A. Freud, 1965).

Giovanni tiene molto a farmi notare quanto lui sia il più alto della squadra e della sua classe e, in più di un’occasione, mi ha detto di sentire proprio le ossa di braccia e gambe che si allungano e che, talvolta, ha dei dolori e qualche linea di febbre.

Durante una seduta, Giovanni mi racconta che, in uno dei pomeriggi trascorsi in Fiumara, mentre stava giocando a bowling, senza che né lui e né i suoi amici se ne accorgessero, il portafoglio gli è scivolato dalla tasca dei pantaloni ed un “bullo di quartiere” se ne è appropriato, ma lui, non appena si è reso conto dell’accaduto, è andato ad affrontarlo, facendo a botte, per riappropriarsi di quanto gli era stato sottratto. Il racconto mi appare molto grottesco e forzato ed ho la sensazione che me lo stia facendo per mostrarmi quanto lui stia diventando un ragazzo fisicamente forte, potente ed in grado di farsi giustizia da solo.

Qualche seduta dopo, mi racconta che, a scuola, un ragazzo di un’altra sezione lo ha preso di mira; durante la ricreazione hanno avuto un acceso diverbio e mi dice che questo compagno gli ha detto: “ma stai zitto che sei il figlio di una handicappata!”, così lui, all’uscita da scuola, lo ha riempito di botte davanti ai suoi due amici che lo incitavano con frasi come “Vai Giovanni!”,“Sei più forte tu!”, “Spaccagli la faccia!” e che lui “non ha reagito perché non ne aveva la forza”. Conclude la narrazione dicendomi che nessuno si deve permettere di toccare sua madre, perché se la deve vedere con lui. Anche questo racconto

16

sento poco autentico e cerco di capire cosa voglia comunicarmi. Gli chiedo come facesse, questo suo compagno, a sapere che sua madre ha problemi di deambulazione e mi dice che, avendo frequentato anche le scuole elementari presso lo stesso istituto comprensivo, che sua madre abbia la sclerosi multipla non è un segreto per nessuno, in quanto andava a prenderlo a scuola con lo scooter per disabili.

Le fantasie di Giovanni di fare a botte con chi lo umilia potrebbero rappresentare un riscatto “narcisistico” rispetto all’impotenza vissuta precedentemente rispetto alla sua situazione familiare. L’aggressività è da un lato proiettata sugli altri, ovvero sui bulli e dall’altro agita, per spostamento, attraverso i videogiochi. La grandiosità, invece, ha per lui, in questo momento, una “funzione compensatoria ed evolutiva” (A. Alvarez, 1993).

La raffigurazione, attuale, della sua famiglia e della sua sofferenza

In una delle ultime sedute, propongo a Giovanni di disegnare, così come aveva fatto in uno dei nostri primi incontri, la sua famiglia e lui accetta molto positivamente, pur dicendomi di non essere molto bravo nel disegno.

Inizia a disegnare, nell’ordine, il papà, la mamma e se stesso ed anche questa volta, così come la prima, con la matita ed un tratto deciso, disegna solo i volti, molto grandi, che occupano tutto il foglio e lo spazio centrale di esso. I volti della mamma ed il papà sono pressoché identici, con gli stessi occhi, grandi e tondi e lo sguardo fisso, quasi spaventato, come se le loro malattie li avesse uniformati e fatti assomigliare. Prende i pennarelli ed inizia a colorarli, aggiungendo dei dettagli, quali al padre una folta barba, alla madre le labbra con il rossetto ed i capelli corti. Giovanni raffigura il suo volto più piccolo rispetto a quello dei suoi genitori. Finiti di colorare i volti mi chiede: “ma devo anche fare i corpi? Non sono per niente bravo a disegnarli!”, verbalizzando, questa volta, questa sua difficoltà e gli rispondo che, se vuole, può provare a farli. Per disegnarli non prende la matita, ma decide di usare un pennarello rosso per tracciare i contorni delle maglie di tutti loro, successivamente un pennarello verde per quelli dei pantaloni ed infine il giallo per quelli delle scarpe. Dopo aver tracciato i contorni, inizia a colorare ciascun capo d’abbigliamento utilizzando diversi colori, tranne che per le scarpe che sceglie solo il blu.

La raffigurazione del corpo è molto infantile, schematica, rigida, completamente mancante delle proporzioni ed il collo non è raffigurato. Osservando il disegno, sembra quasi che i corpi siano stati aggiunti dal soggetto quasi forzatamente, poiché appaiono, decisamente,

17

in secondo piano rispetto ai volti. Giovanni, questa volta, si rappresenta nel disegno della famiglia ma si disegna più piccolo dei suoi genitori, con le braccia strette al suo corpo, dando la sensazione che per lui non ci sia posto e quindi deve mettersi un po’ da parte per poter fare spazio alle imponenti fisicità dei suoi genitori e poter, così, lasciare un posto adeguato per tutte le loro esigenze.

Appena terminato il disegno della sua famiglia, Giovanni guarda l’orologio presente nella stanza e – vedendo che alla fine della seduta mancano ancora un po’ di minuti – mi chiede di poter fare un altro disegno, questa volta a suo piacimento e glielo concedo.

Con il pennarello rosso traccia i contorni di un teschio con le tibie incrociate, simbolo che rappresenta, universalmente, la morte ed il pericolo di morte. “Il colore rosso, simbolicamente, corrisponde al sangue, alla conquista, al temperamento sanguigno, alla mascolinità” (P. Federici, 2003a) e questo lo si può ricondurre al cambiamento fisico del mio paziente ed alla sua volontà, espressa nell’ultimo periodo, di emergere, almeno ai miei occhi,

18

come un ragazzo fisicamente forte che sa cavarsela e difendersi da solo. I contorni del teschio vengono riempiti da Giovanni con il colore giallo che, talvolta, “indica il desiderio di uscire dalle attuali difficoltà, di trovare una via d’uscita ai propri problemi, di avere finalmente sollievo se il presente è carico di tensioni” (P. Federici, 2003b).

Terminato il disegno, mi faccio spiegare cosa rappresenti per lui e mi racconta che la prima volta che ha disegnato questo teschio aveva 8 anni, sua madre era ricoverata in ospedale e si sentiva molto triste, poiché non poteva andare a trovarla e ne avvertiva la mancanza. Mi dice che, nel caso in cui lui superasse la fobia degli aghi, al compimento del suo diciottesimo anno d’età, vorrebbe farselo tatuare e alla mia domanda sul perché vorrebbe averlo, indelebile, sulla pelle si limita a rispondere con un “non so... mi piacerebbe e basta” ed io mi ritrovo a fantasticare su questo tatuaggio come ad una sorta di marchio che rappresenta le angosce di morte che hanno, sicuramente, caratterizzato la sua infanzia.

Mentre sto per prendere il disegno, al fine di inserirlo in cartella, Giovanni mi chiede di darglielo ancora per un attimo perché vuole aggiungere “un ultimo tocco d’artista” e tutt’attorno al teschio, molto sbrigativamente, disegna una sorta di fiamma azzurra e grigia, la

19

quale penso che potrebbe rappresentare il contenimento, alle sue angosce, che questa psicoterapia, attraverso la buona alleanza terapeutica tra noi due, ha potuto offrirgli.

Pensare non ad una fine della terapia ma ad un nuovo inizio

Le ultime settimane di questo tirocinio, che sta per giungere al termine, le ho trascorse a ragionare sul futuro di questo caso.

Quello che mi è sempre stato chiaro è che per Giovanni, dopo che lui ha accettato di condividere la sua vita con me, per più di un anno e mezzo, non posso sparire da un giorno all’altro, poiché la mia perdita rappresenterebbe per lui un ennesimo lutto da elaborare, in quanto, per il mio paziente, la mia presenza, costante, ha rappresentato una sorta di “sicurezza ontologica primaria” (R. Laing, 1955), mentre attorno a lui altre figure importanti morivano, si aggravavano nelle loro condizioni di salute o si allontanavano.

Il caso, vista la sua complessità a livello di nucleo familiare, è opportuno che rimanga in carico al servizio consultoriale della A.S.L., al fine che, a livello istituzionale, possa essere monitorato, periodicamente, l’andamento delle condizioni di salute dei genitori, fino al raggiungimento della maggiore età del paziente, mentre con la mia tutor abbiamo valutato che, vista la proficua relazione terapeutica che si è instaurata tra me ed il mio giovane paziente, è opportuno che io continui a seguire Giovanni, settimanalmente – o almeno ogni quindici giorni – proseguendo il lavoro psicoterapeutico presso il mio studio privato.

Con la mia tutor abbiamo fissato un appuntamento con i genitori di Giovanni, presso il consultorio, per i primi giorni del mese di luglio, per poter fare a loro questa proposta e trovare un accordo, anche in termini economici, affinché io possa continuare a seguire il caso, rimanendo in contatto con il servizio.

Bibliografia

Alvarez A., (1993), Il compagno vivo, Astrolabio, Roma.

Bellak L., Bellak S.S., (2013), C.A.T. Test di Appercezione Tematica per Bambini, Giunti, Firenze.

20

Federici P., (2003a), I bambini non ve lo diranno mai... ma i disegni sì, Franco Angeli, Milano.

Federici P., (2003b), Il tuo bambino lo dice con i colori, Franco Angeli, Milano. Freud A., (1965), Normalità e patologia del bambino, Feltrinelli, Milano.
Laing R.D., (1955),
L’io diviso, Einaudi, Torino.

Von Staabs G., (1971), Lo scenotest, traduzione e prefazione di Mara SelviniPalazzoli, Giunti, Firenze.

21