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La centralità del setting :dalle teorizzazioni psicoanalitiche alla pratica clinica in comunità - Marta Tongiani

“La parola comunità emana una sensazione piacevole, qualunque cosa tale termine possa significare. Vivere in comunità, far parte di una comunità è qualcosa di buono, la comunità, questa è la nostra sensazione, è un luogo caldo, intimo e confortevole. (...) in comunità possiamo contare sulla benevolenza di tutti, se incespichiamo o cadiamo gli altri ci aiuteranno a risollevarci, nei momenti di tristezza ci sarà sempre qualcuno pronto a tenerci per mano. (...) In breve aiutarci reciprocamente è un nostro puro e semplice dovere, così come è un nostro puro e semplice diritto aspettarci che l'aiuto richiesto non mancherà”. (Zygmunt Bauman, 2001).

 Il concetto di setting nella tradizione psicoanalitica

Nell’ambito delle scienze umane, il setting rappresenta il campo di ricerca entro cui svolgere osservazioni e ottenere risultati attendibili.

Nell’ampio panorama delle teorie psicoanalitiche, il setting assume un significato centrale: è lo spazio in cui è possibile cogliere il significato emotivo delle esperienze e dell’assetto collusivo del paziente in terapia, uno spazio definito da un luogo, un tempo ed una serie di regole. Sigmund Freud non utilizzò mai direttamente il termine setting, tuttavia, ne possiamo dedurre facilmente alcune caratteristiche soprattutto a partire da diversi scritti: “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico” (Freud, 1912), “Inizio del trattamento” (Freud, 1913), “Ricordare, ripetere, rielaborare” (Freud, 1914), “Osservazioni sull’amore di traslazione” (Freud, 1914), “Analisi terminabile ed interminabile” (Freud, 1937). Da questi contributi, si evince come il concetto di setting venga descritto da Freud quale cornice necessaria e formale, al fine del lavoro analitico: ci parla, infatti, del trattamento psicoanalitico come “un intervento chirurgico”, che “richiede di essere intrapreso nelle condizioni che ne garantiscano al massimo il successo. Sapete quali misure precauzionali sia solito adottare il chirurgo: ambiente adatto, buona luce, assistenza, esclusione dei congiunti ecc. Provate un po’ a domandarvi quante di queste operazioni avrebbero buon esito se dovessero aver luogo alla presenza di tutti i membri della famiglia, che ficcassero il naso sul tavolo operatorio e ogni taglio di bisturi si mettessero a strillare” (Freud, 1915-1917).

Il primo ad utilizzare tecnicamente il termine setting fu Donald Winnicott, definendolo come la “somma di tutti i particolari della tecnica” (Winnicott, 1941), e come “il contenitore che permette al passato del paziente di essere il presente nello studio dell'analista” (Winnicott, 1956); il setting ha, in quest’ottica, una funzione di holding, di cura e contenimento.

Il periodo storico in cui si inseriscono le considerazioni di Winnicott vede la Psicoanalisi porsi di fronte ad un importante e basilare cambiamento: la possibilità del trattamento viene estesa a bambini, pazienti borderline e con disturbi psicotici; contemporaneamente, l’attenzione passa dalla serie di aspetti formali e apparentemente rigidi alla metodologia psicoanalitica adeguata a tutti quei casi in cui l’Io del paziente non sia ancora definitivamente formato, o sia instabile. “Dove c’è un Io integro e l’analista può dare per acquisiti questi primissimi aspetti della cura del bambino, il setting dell’analisi è secondario rispetto al lavoro interpretativo. (...) Se il comportamento dell’analista, rappresentato da ciò che io ho chiamato il setting è sufficientemente buono per quanto riguarda l’adattamento ai bisogni, è gradualmente percepito dal paziente come qualcosa che suscita una speranza che il vero Sé possa finalmente essere in grado di assumersi i rischi che comporta il cominciare a sperimentare la vita” (Winnicott, 1956). Il lavoro di Winnicott con i bambini, unito alle ricerche su pazienti psicotici, dimostra, quindi, come un Io non ancora completo e formato necessiti di un analista non già oggetto esterno, ma sostenitore dello sviluppo del paziente, in un ambiente sicuro, facilitante e supportivo. “La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta, (...) ha a che fare con due persone che giocano insieme. Il corollario di ciò è che quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine di portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare ad uno in cui ne è capace” (Winnicott, 1970).

Accanto agli aspetti costitutivo e formale del setting, si configura come centrale “il ruolo, altrettanto determinante e fondamentale, che svolge l’atteggiamento mentale dell’analista” (Di Chiara, 1977): questo assetto mentale particolare, si attiva nell’incontro con il paziente, a partire dalla naturale attitudine della mente umana. La funzione del setting psicoanalitico è quindi giustificata dalla sua formalità, che favorisce il mantenimento di questo assetto mentale da parte del terapeuta e favorisce nel paziente le dinamiche transferali.

La Comunità Terapeutica come setting

La Comunità è, in primis, un luogo fisico, di vita e, quindi, di relazione; è, idealmente, un ambiente che risponde alle finalità di contenimento, rielaborazione e protezione dell’ospite.

D. è la prima paziente che incontro durante il mio primo giorno di lavoro in una Comunità Terapeutica per Minori. Mi intercetta nel corridoio di fronte all’ingresso, chiedendomi chi sono, se lavorerò lì, con quale mansione. Con il passare delle ore mi studierà a lungo, esprimendo le sue prime impressioni su di me con la Coordinatrice. Il mio vissuto, quel giorno, riguarda principalmente la cautela nell’entrare in un ambiente che sento molto protetto e in equilibrio, sebbene tanto ampio e così diverso dal setting della terapia individuale. 

Un setting residenziale permette di favorire i processi evolutivi primari, intervenendo a più livelli sulle relazioni oggettuali mancanti o problematiche, permettendo al paziente di sperimentarle in maniera nuova, in un ambiente sociale sicuro. Gli aspetti formali del setting psicoanalitico, e.g. la cadenza delle sedute, il rispetto dell’orario e delle regole contrattuali, trovano, in Comunità, un corrispettivo nell’organizzazione della vita comunitaria, nei suoi orari, nelle sue regole di funzionamento generale.

Secondo Winnicott, l’ambiente offre al bambino tre funzioni fondamentali al suo sviluppo, all’integrazione dell’Io, alla personalizzazione e alla relazione oggettuale tramite l’holding, l’handling e l’object presenting. Il termine holding significa, letteralmente, tenere: si riferisce alla condizione in cui il bambino viene tenuto in braccio, primariamente dalla madre, senza essere trattenuto, libero di muoversi verso il mondo esterno e gli oggetti, facendo esperienza di sé stesso e dell’altro (Winnicott, 1956).

Sul piano clinico, il concetto di holding è fondamentale, nell’accezione, per il paziente, di essere tenuto in mente dal terapeuta: lo alleggerisce dalla preoccupazione del tenersi insieme faticosamente da solo, permettendogli di muoversi verso esperienze nuove e di crescita, senza doversi preoccupare delle pressioni dell’ambiente.

Oltre a configurarsi come ambiente di vita e come setting terapeutico, la Comunità terapeutica risponde all’esigenza dei propri ospiti di essere tenuti: si esercita un holding con il fine di favorire il senso di appartenenza e la costruzione di relazioni, parafrasando Winnicott, “sufficientemente buone”. Come la stanza di Winnicott, la Comunità è separata, ma non isolata dal mondo esterno; al suo interno gli ospiti portano sia le proprie difficoltà ed esperienze di vita problematiche, sia le proprie risorse, in un ambiente protetto in cui il carico di affetti intollerabili diventa più gestibile, permettendo di ripensare le relazioni oggettuali della vita passata.

Nelle Comunità Terapeutiche per adolescenti, l’obiettivo principale è quello di promuovere lo sviluppo del paziente, rendendone quanto più possibile il recupero sulla base della sua storia di vita e delle sue risorse, permettendogli una maggiore apertura verso il mondo esterno e verso una maggiore inclusione sociale.

Dal punto di vista clinico, ci si prefigge di favorire uno sviluppo delle funzioni dell’Io, portando il giovane paziente verso una maggiore consapevolezza del proprio mondo interno. Nel lavoro comunitario, è possibile ricorrere a setting informali in cui l’adolescente può sentirsi completamente libero di individuare l’oggetto di identificazione mostrando la parte di sé che sente preponderante in quel momento, avendo la certezza di essere contenuto dagli operatori, soprattutto nei suoi aspetti più distruttivi.

 F. è una paziente con una lunga storia clinica, che si trova in Comunità da circa un anno,

proveniente da una precedente esperienza comunitaria educativa. Viene seguita dal suo servizio di riferimento tramite colloqui settimanali con una psichiatra, che ne monitora il delicato processo terapeutico. Ha diciannove anni, una diagnosi di disturbo borderline di personalità e due tentativi di suicidio alle spalle. Il suo grado di autonomia è forse il maggiore tra i pazienti della Comunità: ha rientri settimanali a casa e libere uscite illimitate.

Il suo percorso in Comunità è stato altalenante, costellato da periodi molto positivi in cui si è mostrata adeguata e da altri in cui ha mostrato ora vertiginosi cali del tono dell’umore, ora agìti aggressivi e distruttivi.

Consapevole del suo tratto impulsivo, F. esordisce, al bisogno, con “Possiamo parlare?”. Nel tempo, ho imparato che in questa semplicissima frase è insita una richiesta molto consapevole di contenimento. Alcuni altri pazienti, invece, richiedono in maniera molto formale un colloquio, strutturato in maniera più rigida, in una delle stanze dedicate, con un setting più classico, in cui si sentono evidentemente più protetti e tenuti in mente.

Con F. queste occasioni si svolgono spesso in spazi sì privati e tutelati dall’intromissione altrui,

ma molto poco formali, come le scale esterne o una delle panchine in giardino. Il setting, in questo caso, è, da una parte, un assetto mentale di entrambi, dall’altra è una co-costruzione, fondata sulla relazione terapeutica andatasi a creare nel tempo.

A questo proposito, mi torna alla mente una frase che mi colpì molto durante gli anni universitari e che acquista sempre più significato con la pratica: “Possiamo e dobbiamo essere elastici nell’applicazione delle regole. Ogni cosa è ammissibile se solo si sa il perché. Per valutare un procedimento analitico non bisogna badare all’osservanza di certe regole esterne, ma al modo in cui vengono manipolate la resistenza e la traslazione” (Fenichel, 1941).

Il funzionamento mentale dello psicologo di Comunità, quindi, prevede la capacità di holding dei bisogni del paziente, e, in altri termini, la capacità di rêverie, con la costruzione di un pensiero ove vige quasi del tutto l’agìto (Bion, 1967).

Dal punto di vista storico, a partire dal 1950, la psicoanalisi subisce, come già accennato, un cambiamento d’orizzonte notevole: si fanno spazio, con enfasi, i concetti di transfert e controtransfert, viene teorizzato il concetto di identificazione proiettiva, e avanza la consapevolezza della presenza costante di una parte legata all’infanzia nell’adulto. I contributi di quegli anni, da Melanie Klein, a Donald Winnicott, a Wilfred Bion, portano il setting al centro del dibattito della comunità psicoanalitica, fondandosi sulla somiglianza della relazione tra madre e bambino con quella tra l’analista e il suo paziente; il setting diventa un’estensione della mente dell’analista e,

contemporaneamente, il contenitore fondamentale delle emozioni del paziente.

Secondo Bion, la capacità di pensare nasce e si evolve a partire dalla relazione madre-bambino, grazie alla rêverie della madre, che le consente la comprensione delle esperienze e degli stati emotivi del bambino, dandogli significato. La rêverie, quindi, rappresenta la capacità della madre di intercettare i segnali emotivi e sensoriali del bambino, da cui viene investita, tramite identificazione proiettiva, per poi elaborarli al posto del bambino, permettendogli di reintroiettarli ed assimilarli; “il rapporto madre-infante descritto da M. Klein come identificazione proiettiva viene interiorizzato e forma così un apparato che regola l'incontro di un presupposto con i dati sensoriali relativi alla corrispondente realizzazione. Questo apparato è rappresentato da un modello: quello dell'incontro, che produce il concetto, tra il presupposto e le impressioni sensoriali” (Bion, 1962). L’esperienza, per Bion, non è pensabile se non si trova nella condizione di elemento alfa, raggiunta per opera di una funzione psichica detta funzione alfa. Attraverso la rêverie, la madre utilizza la propria funzione alfa per sostenere quella ancora immatura del proprio bambino: si configura, quindi, come uno “stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli oggetti provenienti dall'oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino, indipendentemente dal fatto se costui le avverta come buone o come cattive” (Bion, 1962).

Una rêverie poco adeguata “incide negativamente sulla capacità del bambino di sopportare la frustrazione; a questo punto egli si trova a dovere affrontare anche la frustrazione inerente al pensiero stesso. Se il bambino è munito di una notevole capacità di tollerare la frustrazione, la tragica evenienza di una madre incapace di rêverie, incapace cioè di soddisfare i suoi bisogni psichici, può essere fronteggiata ugualmente. All’altro estremo troviamo il caso del bambino gravemente incapace di sopportare la frustrazione: costui non è in grado di superare neppure l’esperienza di avere un’identificazione proiettiva con una madre capace di rêverie senza conseguirne un crollo; l’unica cosa che lo farebbe sopravvivere sarebbe un seno che nutre incessantemente, il che non è possibile, non foss’altro perché l’appetito viene a mancare” (Bion, 1962).

Tornando al setting e al lavoro terapeutico, il terapeuta diventa contenitore delle proiezioni del paziente, mettendo in gioco la propria rêverie con il fine ultimo di rielaborare tali proiezioni con il fine di restituirgliele riformulate.

Il funzionamento mentale, nel lavoro in Comunità, è fortemente caratterizzato dal transfert e dal controtransfert: nel transfert verso gli operatori si inserisce “la ricerca di soddisfazione rimasta delusa nel rapporto con i genitori, che viene riproposta ad ogni nuovo oggetto” (Novelletto, 1985), mentre il controtransfert rappresenta “la chiave di volta della relazione educativa” (Novelletto,1997).

Nel lavoro clinico in Comunità terapeutica, quindi, occorre avere sempre presente il concetto di setting principalmente quale assetto mentale: uno spazio duale in cui tenere a mente il paziente, facendosi contenitore dei suoi contenuti emotivi, contenendo la sua angoscia e la sua frustrazione tentandone una rielaborazione.

Questo assetto mentale, prevede il tentare di esserci sempre per i pazienti, soprattutto al momento giusto, con il fine di favorire in loro una progressiva e sufficiente apertura verso il mondo, agevolandone il reinserimento sociale e l’affiorare delle risorse e delle competenze.

Bibliografia

Bauman, Z., (2001): Voglia di comunità.

Bion W., (1962): Apprendere dall’esperienza.

Di Chiara, G., (1977): Setting analitico.

Fenichel, O., (1941): Problemi di tecnica psicoanalitica.

Freud, S., (1937): Analisi terminabile ed interminabile.

Freud, S., (1912): Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico.

Freud, S., (1913): Inizio del trattamento.

Freud, S., (1915-1917): Introduzione alla psicoanalisi.

Freud, S., (1914): Osservazioni sull’amore di traslazione.

Freud, S., (1914): Ricordare, ripetere, rielaborare.

Novelletto A. (1997) Alunni ed insegnanti. Potenzialità a confronto.

Novelletto A. (1985): Nascita e sviluppo della diagnosi, dalla mente del terapeuta a quella dell’adolescente.

Winnicott, D.W., (1971): Gioco e realtà.
Winnicott, D.W., (1956) On the transference, trad. it. in Winnicott, D.W., (1975) Dalla pediatria alla psicoanalisi.

Winnicott, D.W., (1970): Sviluppo affettivo e ambiente.
Winnicott, D.W., (1941): The observation of infants in a set situation.