Quando l'omofobia è sottile: Psicoanalisi e omosessualità

di Fabiano Bassi

(testo dell’ intervento tenuto presso Il Ruolo Terapeutico di Genova il 12 marzo 2010)
Parlare di “diritti negati” rimanda al fenomeno che porta le tante maggioranze
esistenti al mondo a conservare con grande attenzione i propri punti di forza e le proprie
rendite di posizione. Sebbene la storia dell’umanità abbia vissuto molti momenti,
anche estremamente fausti, in cui la ripartizione eterosessualità / omosessualità non
veniva svolta in modo sfavorevole per le persone omosessuali, la maggioranza che
tiene questi ultimi in qualche modo limitati in una posizione necessariamente marginale
nella nostra società è una di quelle più dure a morire.
La crescente sensibilità e attenzione per le minoranze ha messo in luce, in questi
ultimi anni, la modalità particolare con cui le persone omosessuali vengono discriminate
sulla base di una paura irrazionale e di un odio che la maggioranza della
popolazione riserva loro.
Per indicare questa moderna malattia del pregiudizio George Weinberg, sociologo
americano, ha inventato il termine “omofobia”, definendone le caratteristiche
in un suo saggio del 1972 dal titolo “Society and the healthy homosexual”: l’omofobia è
una malattia del pregiudizio per cui certe persone sviluppano una paura irrazionale e
un odio per le persone omosessuali.
In quanto malattia del pregiudizio, l’omofobia si allinea idealmente a fianco
delle altre forme che, negli anni ’50, Theodor Adorno associava al concetto di “personalità
autoritaria” e cioè l’antisemitismo, il razzismo e la misoginia. Adorno individua
appunto l’esistenza di personalità patologiche caratterizzate da debolezza e fragilità,
minate da una fondamentale profonda insicurezza di sé, che strutturerebbero una
sorta di loro “malata salute” attraverso l’odio per le minoranze ed acquistando forza
nel perseguitarle. Il rapporto della persona affetta da una personalità autoritaria con
gli oggetti del suo odio e della sua paura, infatti, è sempre un rapporto estremamente
violento e distruttivo, se non anche a livello fisico, sicuramente a livello psicologico.
Attorno al modo in cui le personalità autoritarie strutturano la loro paura irrazionale
e il loro odio nei confronti delle minoranze si coagulano una serie di luoghi
comuni e pregiudizi, come ad esempio, per quanto concerne l’antisemitismo, la
presunta avidità degli Ebrei, la loro avarizia, la loro patologica tendenza ad occupare
luoghi di potere economico e finanziario, la loro inguaribile disonestà; per quanto
riguarda, invece, la misoginia, l’idea dell’inferiorità della donna, della sua incapacità
ad esprimere pienamente il pensiero logico e razionale, e la sua ipersensibilità, che la
renderebbe non idonea a ricoprire ruoli di potere, di responsabilità ecc... Per quanto
riguarda, infine, il razzismo, ad esempio nei confronti delle persone di colore, il luogo
comune si appunta sulla loro presunta impulsività e incapacità di controllarsi, oltre
che su una indimostrata minore prestanza delle loro attività cerebrali.
Si deve purtroppo affermare che dove ci sono esseri umani c’è razzismo discriminatorio.
Oggi in Italia i cosiddetti “extracomunitari” hanno, in qualche modo,
alleggerito il peso che nelle regioni del Nord, fino a 20-30 anni fa, era sostenuto
da coloro che provenivano dalle regioni del Sud del paese. Il razzismo ha una mefistofelica
capacità di autorigenerarsi per cui la minoranza che è stata fino a quel
momento discriminata, trova a sua volta una minoranza da discriminare. Nel caso
dell’omofobia, i luoghi comuni ed i pregiudizi si basano sulla ridicolaggine delle persone
omosessuali, sulla loro ipersensibilità, sulla loro eccessiva emotività, sulla loro
insulsa tendenza (inesistente nella stragrande maggioranza dei casi) a scimmiottare
le caratteristiche dell’altro sesso.
La psicoanalisi come disciplina non è, nel corso degli anni, rimasta immune al
pregiudizio omofobico; ad esempio, Charles Socarides, uno psicoanalista americano
tra i più attivi e storici sostenitori della patologicità dell’omosessualità, con atteggiamento
che posso certo definire particolarmente equanime e sereno rilascia la seguente
dichiarazione: “L’omosessualità è piena di aggressività, di distruttività e di disonestà, è
una caricatura della vita. In essa sono presenti soltanto distruzione, frustrazione reciproca,
sfruttamento del partner e di se stessi, attacchi aggressivi”1. L’omofobia è una malattia
subdola, spesso riconoscibile solo quando il soggetto che ne è affetto viene messo sotto
tensione; essa può dare luogo ad assurdità come quelle riscontrabili nelle parole di
Edmund Bergler, un altro eminente psicoanalista americano della Psicologia dell’Io,
che nel 1956 afferma: “Tuttavia, sebbene io non abbia nessun pregiudizio, se mi si chiede
che tipo di persone siano gli omosessuali risponderei: gli omosessuali sono essenzialmente
persone sgradevoli, senza nessun riguardo per le loro piacevoli e spiacevoli maniere esteriori”.
La cosa tragica è che Bergler era sicuro di non avere pregiudizi ed era sicuro di
non avere nessun tipo di antipatia pregiudiziale nei confronti degli omosessuali. Le
malattie del pregiudizio non producono sintomi evidenti e possono infestare la vita di
una persona per tutto il tempo in cui agisce e si relaziona, senza che questa ne abbia
nessun tipo di percezione consapevole.
Si possono distinguere due tipi di omofobia, una esterna ed una interna. L’omofobia
esterna è quella che le persone eterosessuali provano nei confronti delle persone
omosessuali. L’omofobia interna, terribilmente subdola e strisciante, da tenere sempre
molto ben presente quando si lavora con pazienti omosessuali, è l’omofobia che essi
stessi hanno nei confronti della propria omosessualità o dell’omosessualità in generale.
Si tratta di un fenomeno maggiormente riscontabile nelle persone che oggi hanno
più di 50 anni ed è legato al fatto che nella società occidentale, negli ultimi 20-30
anni, con risultati ancora mediocri ma già discretamente evidenti, è in atto una sorta
di rimodellamento del modo in cui si pensa all’omosessualità. Oggi il percorso evolutivo
di un ragazzo che si muove verso l’omosessualità è molto diverso dal percorso
di una persona che ha esplorato la propria omosessualità cinquanta anni fa: in quegli
anni l’omofobia era talmente imperante che non veniva neppure avvertita la necessità
di darle un nome. Coloro che hanno dovuto esplorare la propria omosessualità in
quegli anni, a causa della fatica che hanno dovuto fare nel condurre una sorta di vera
e propria doppia vita, in cui tutto quello che veniva offerto pubblicamente era targato
“etero” e quello che era targato “omo” poteva solo essere vissuto in una dimensione
estremamente intima o condivisa in modo pericoloso, hanno spesso finito per odiare
la propria omosessualità.
Nonostante la psicoanalisi, in quanto disciplina in grado di promuovere l’apertura
della mente, abbia pagato spesso il pedaggio della persecuzione ogni qual volta
ha cercato di muoversi in paesi in cui erano vigenti delle dittature, essa ha tuttavia
pregiudizialmente accecato il proprio punto di vista verso una manifestazione così
importante e comune dell’essere come il desiderio sessuale per le persone dello stesso
sesso. Si è sempre parlato dell’omofobia di Freud, anche se in realtà egli è stato uno
di quelli che si è compromesso meno nel rapporto con l’omosessualità; di Freud sono,
infatti, note la cosiddetta “Lettera ad una madre americana” del 1926, in cui ad una
donna che gli scrive in quanto madre di un omosessuale, egli risponde testualmente:
“L’omosessualità non dà sicuramente un vantaggio, ma non c’è nulla di cui vergognarsi,
nessun vizio, nessuna degradazione, non può essere classificata come malattia”. Nel 1929
Freud era stato tra i firmatari di una lettera scritta da illustri scienziati, filosofi e intellettuali
europei che chiedevano la depenalizzazione dell’omosessualità. Ad oggi ci
sono più di 30 paesi al mondo in cui l’omosessualità è ancora un reato, e in molti di
questi paesi la pena in cui incorrono gli omosessuali colti in flagrante è la morte.
Il vero bando dell’omosessualità e degli omosessuali nella psicoanalisi lo producono
in realtà gli epigoni di Freud. L’ American Psychiatric Association derubrica
l’omosessualità dall’elenco delle forme di perversione sessuale (di fatto depatologizzandola)
con la pubblicazione del DSM-II nel 1972; nel corso degli incontri per
produrre questa edizione del manuale, tuttavia, i più acerrimi sostenitori della necessità
di conservare lo status patologico dell’omosessualità erano stati gli psicoanalisti.
All’interno dell’ American Psychoanalytic Association, invece, l’omosessualità viene
depatologizzata soltanto nel 1989 e soltanto dal 1991 sono ammessi gli allievi dichiaratamente
omosessuali alla formazione psicoanalitica. Soltanto dal 1997 cominciano
a circolare come didatti e formatori negli Istituti nord americani i primi analisti
dichiaratamente gay o lesbiche. Fino ad allora, in base al fenomeno che Paul Moor
chiama “l’ipocrisia psicoanalitica”, si tollerava che persone gay o lesbiche si formassero
per diventare psicoanalisti a patto che nessuno di loro si dichiarasse tale. Nella
teoria della tecnica, veniva propagandato ed insegnato quello che Steven Mitchell
ha poi etichettato come “l’atteggiamento direttivo-suggestivo”. L’analista, lavorando
con pazienti omosessuali, era tenuto a mantenere un atteggiamento direttivo nei
confronti dei comportamenti sessuali del paziente, finalizzato a rinforzare i comportamenti
eterosessuali e a scoraggiare i comportamenti omosessuali.
Oggi noi consideriamo che non ci sia nulla di specifico nell’omosessualità piuttosto
che nell’eterosessualità di un paziente e, nella stanza d’analisi, ci interessiamo
soltanto al modo in cui i pazienti si relazionano con gli altri, non alle loro preferenze
sessuali.
Desidero passare ora alla presentazione di una rassegna di modalità in cui la psicoanalisi,
ancora al giorno d’oggi, continua a rischiare di macchiarsi di atteggiamenti
omofobici. Un primo esempio di psicoanalisi omofobica è rappresentato dalla teoria
della “famiglia nucleare”, secondo la quale l’unico modello familiare “normale” sarebbe
quello formato da una maschio e da una femmina sposati che fanno dei figli. Ne
consegue che le coppie non sposate, le coppie senza figli, le persone che tendenzialmente
rimangono single o le persone omosessuali – come anche le persone adultere -
attaccano il modello della famiglia nucleare, cioè l’unico modello sano, e sono quindi
da considerarsi “malate”. Un’altra forma di omofobia prodotta dalla psicoanalisi è il
cosiddetto, “puritanesimo psicoanalitico”, paragonabile alla posizione assunta dalla
Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità: siamo disposti ad accogliere gli
omosessuali nella comunità dei credenti solo a patto che essi non agiscano la propria
omosessualità e rimangano astinenti. Viene poi descritta anche la cosiddetta “ritrosia
psicoanalitica”, ovvero l’atteggiamento con cui la psicoanalisi ufficiale condanna genericamente
l’omofobia senza però riconoscere la propria.
“L’eterossessismo” è un’ altra forma sottile di omofobia. È il modello mentale
tale per cui si ritiene che il mondo debba essere organizzato per le persone eterosessuali:
le canzonette, le pubblicità alla televisione, le cene di San Valentino, vengono
tutte organizzate come se l’unico modello normale che gli esseri umani potessero
inscenare fosse quello in cui un maschio corteggia/ama una donna. L’eterossessismo
è l’atteggiamento mentale che contribuisce a mantenere un mondo organizzato dagli
eterosessuali per gli eterosessuali.
L’omofobia della psicoanalisi ufficiale si palesa anche nella scrittura delle biografie
di analisti gay, in cui, però questo particolare viene spettacolarmente omesso.
Un’analista celeberrima che, con tutta evidenza, era lesbica è stata ad esempio Anna
Freud, a cui non è mai stato possibile attribuire neppure il più breve flirt con un qualche
fidanzato maschio, ma che in compenso ha vissuto per quarant’anni con Dorothy
Burlingham: nella sua ponderosa biografia scritta da Elizabeth Young-Bruehl,
articolata in quasi cinquecento pagine, non viene neanche nominata la possibilità
che Anna Freud fosse omosessuale. Nella psicoanalisi ufficiale sembra essere stato
imperante una sorta di silenzio psicoanalitico in cui gli psicoanalisti non omofobi,
pur essendo maggioranza, sono rimasti a lungo silenti, zittiti da una rumorosissima
minoranza omofoba.
Tra le teorie dello sviluppo psicosessuale, quella di Richard Isay, decano degli
psicoanalisti gay negli Stati Uniti, è la più rigida. Secondo Isay, il bambino è già omosessuale
a 3-4 anni e produce tutto uno sviluppo psicosessuale ed emozionale basato
sulla omosessualità: ha un complesso edipico invertito ecc… Isay teorizza anche che
i pazienti gay dovrebbero essere analizzati soltanto da analisti gay, ricacciandoli in
tal modo, a mio parere, dentro al ghetto. Il primo a prendere una posizione innovativa
sullo sviluppo psicosessuale dell’omosessualità è stato Fritz Morgenthaler che,
nel suo articolo “L’omosessualità” del 1975, descrive uno sviluppo psicosessuale aperto
che incrocia tre snodi fondamentali: il completamento dello sviluppo narcisistico, il
completamento del complesso edipico e l’adolescenza. Queste sarebbero come tre
stazioni attraverso le quali ciascuno di noi passa e in corrispondenza delle quali è
possibile produrre delle modificazioni e dei cambiamenti rispetto al modo di vivere
la propria sessualità.
Alessandro Taurino ha recentemente pubblicato un libro intitolato “Identità
in transizione”, in cui individua provocatoriamente, dopo aver studiato l’espressione
sessuale di un vasto campione di persone, più di dieci modi diversi di intendere la
sessualità, a dispetto dell’antinomia omosessuale/eterosessuale che pretenderebbe di
farci pensare che di tali modi ne esistano soltanto due. Eterosessualità e omosessualità
sarebbero piuttosto le due polarità di uno spettro al cui interno si mescolerebbero
con ampie possibilità di reversibilità. Del resto, è banale dato di cognizione comune
che ciascun eterosessuale diventa facilmente e felicemente omosessuale in condizioni
sociali che impediscono la possibilità di agire l’eterosessualità, da quelle più infauste
tipo il carcere, a quelle più fauste, tipo i college inglesi, dove la crema della società
maschile, tra l’adolescenza e la post-adolescenza, in ambienti puramente maschili,
sperimenta l’omosessualità.
In quanto psicoterapeuti dobbiamo recuperare il contatto mentale e/o fisico con
la nostra omosessualità, con la nostra perversione, perché in assenza di questo contatto,
siamo destinati a riservare al paziente una risposta di giudizio e di condanna.
Di fatto, nei confronti di un dato personale come l’omosessualità posso esprimere
soltanto una risposta o di condivisione o di biasimo. E se non la condivido posso
solo biasimarla.

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