Psicoanalisi e psicopatologia: controtransfert e sentimento precoce di schizofrenia.

Mario Rossi Monti

MITI DELLA STORIOGRAFIA PSICOANALITICA
Un grande storico della scienza Mirko Grmek (1981) ha analizzato criticamente una serie di miti che interferiscono con la ricostruzione storica delle scoperte scientifiche. Uno di questi è rappresentato dal mito della concordanza perfetta fra ricostruzione razionale e vissuto della scoperta: il resoconto autobiografico che ogni ricercatore fa della sua scoperta – argomenta Grmek - soffre di regolari e sistematiche distorsioni della realtà. Tanto da non potere essere accettato come definitivo: il resoconto – scrive Gremk - è un riassunto dei fatti vissuti.

Questo riassunto, tuttavia, non si caratterizza tanto per la omissione di quanto è trascurabile o secondario. Si caratterizza piuttosto per un riassetto razionale, dove la sequenza reale degli avvenimenti viene modificata in favore della coesione logica. In questo modo il cammino tortuoso attraverso il quale si è realizzata una scoperta scientifica si trasforma in una via con molti tratti diritti e nella quale si realizzano cambiamenti di direzione bruschi e netti. Grmek dimostra la sua tesi illustrando i casi di Claude Bernard, Watson, von Helmholtz, Galileo, Monod,  Eccles, etc. Sulla scia delle sue considerazioni, noi, come psicoanalisti, potremmo chiederci in che misura siamo caduti vittime di analoghe distorsioni. O di vere e proprie ricostruzioni mitologiche che si sono cristallizzate all’interno della storiografia psicoanalitica ufficiale. Mi riferisco in particolare alla storia della psicoanalisi che è stata ricostruita dall’interno della disciplina e che è patrimonio della comunità psicoanalitica internazionale. Questa comunità si riunisce sotto il grande ombrello della International Psychoanalytical Association (IPA), diretta filiazione freudiana, alla quale appartengono le varie società psicoanalitiche nazionali . A queste istituzioni  Freud ha assegnato il compito di diffondere e difendere la psicoanalisi e la formazione dei nuovi analisti. Per questo motivo la ricostruzione storica ufficiale delle vicende psicoanalitiche è parte integrante della trasmissione di conoscenze tra le generazioni di analisti e influenza fortemente la stessa identità professionale dei nuovi analisti. Per motivi di spazio non posso prendere in considerazione i modi nei quali è stato amministrato il patrimonio storico della psicoanalisi al di fuori della comunità psicoanalitica che si risconosce nell’IPA. Come è noto, l’eredità freudiana si è dispersa in mille rivoli.
Gran parte della storiografia psicoanalitica ufficiale è ancora di natura irrimediabilmente agiografica (Borgogno,1999; Kerr, 2005). Le rassicurazioni offerte da una storia della psicoanalisi costruita per uso interno hanno tuttavia ormai fatto il loro tempo: una storia delle scoperte psicoanalitiche che tende a coltivare la leggenda freudiana o il culto di Freud come eroe solitario. Questa serie di miti e leggende hanno svolto, all’inizio, una funzione fortemente aggregante. Tuttavia, non appena sono diventati oggetto di studio da parte di “veri” storici della scienza (Ellenberger,1970; Sulloway,1979; Forrester,1997) si sono sfarinati e dissolti. Ogni operazione di ridimensionamento della leggenda freudiana ha suscitato, all’interno della comunità psicoanalitica, polemiche a non finire . Da una alcuni si chiedono che diritto abbiano persone che non appartengono al movimento psicoanalitico (e che non hanno fatto diretta esperienza della psicoanalisi) di maneggiare concetti che appartengono alla identità stessa della psicoanalisi. Dall’altra parte altri rinnovano invece il consueto lamento relativo ad una specificità della psicoanalisi nel panorama delle discipline umanistiche o scientifiche: la pretesa cioè di godere di uno statuto speciale che la sottrarrebbe di diritto ai metodi di controllo ai quali quelle discipline si sottopongono.
Nel ricostruire la storia di una idea o di un concetto la storiografia analitica ufficiale segue sempre lo stesso schema: si inizia dal contributo del padre fondatore. Una volta mostrato come un concetto sia emerso alla luce nella mente del padre fondatore, se ne seguono le trasformazioni nell’intera opera freudiana. A questo segue un’attenta disamina di come questo stesso concetto è stato sviluppato dai suoi discepoli. In genere si dimostra (e si celebra) la evoluzione lineare del concetto nel tempo, fino ad arrivare al suo significato attuale. Il tutto all’interno di un sistema chiuso, dove sembra che gli psicoanalisti frequentino solo psicoanalisti, conoscano e dialoghino solo con altri psicoanalisti, al riparo da possibili e pericolose contaminazioni. Le idee della psicoanalisi (dopo Freud) sembrano così svilupparsi in una camera stagna, all’interno di una comunità chiusa, autoreferenziale, impermeabile alle influenze dell’ambiente o quantomeno indifferente ad esse.
Per fortuna le cose non stanno davvero così. Anzi, questa stessa ricostruzione potrebbe rappresentare un primo esempio di quelle regolari distorsioni cui vanno soggetti, nello specifico, gli psicoanalisti quando ricostruiscono i percorsi delle loro idee. Nella realtà (e per fortuna) gli psicoanalisti frequentano letture e persone che appartengono anche ad altri ambiti disciplinari. Quindi inevitabilmente scambiano, attingono, affinano, contaminano e ibridano le loro idee con costoro. Assumendo più o meno consapevolmente contributi e influenze in un continuo processo di osmosi silente.
Di questi processi di ibridazione non si trova tuttavia traccia nella storia ufficiale della psicoanalisi. E neanche nella storia personale della formazione del singolo analista . Una volta diventati analisti, ciò che si è fatto prima, tutto ciò che è non-psicoanalisi nella vita di quella persona viene espunto dalla biografia. Considerato parte di una vita-altra, che non avrebbe (almeno nella storia ufficiale del singolo e della comunità) alcuna influenza sul percorso formativo e sulle idee del singolo. Come se la vita professionale dello psicoanalista nascesse come Athena armata di tutto punto dalla testa di Zeus. Si può continuare a far finta che sia così? Che la psicoanalisi nella vita delle persone sia una sorta di stella cometa che segna la nascita rivoluzionaria di una nuova vita, tale da sprofondare nelle tenebre tutto ciò che la ha preceduta? E, naturalmente, non mi riferisco ad aspetti della propria vita passata lontani dalla pratica clinica (come ad esempio il fatto che Racker si guadagnava da vivere come pianista), ma ad esperienze che appartengono alla propria formazione clinica, come ad esempio a studi e pratiche svolte in ambito psichiatrico. Questo genere di “rimozione” non potrebbe essere considerato come una delle sistematiche distorsioni di cui parla Gremck?

2. LA STROZZATURA ORIGINARIA
Dopo la grandiosa sintesi freudiana, la psicoanalisi è rimasta vittima di una chiusura, di un ripiegamento su se stessa che, se da un lato le ha consentito di forgiare i suoi strumenti, dall’altro ha rischiato (e rischia) di indebolire la sua presa sul mondo.
Il punto è che le idee, i concetti, gli strumenti di cui fa uso da sempre la psicoanalisi sono in origine ineludibilmente aspecifici (Foresti, Rossi Monti,2005). Dopo Ellenberger è quasi un’ovvietà ricordarlo: anche se ha creato un suo preciso e specifico universo concettuale, la psicoanalisi continua a servirsi, sia a livello clinico sia a livello teorico, di categorie e strumenti che non sono in origine esclusivamente e specificamente psicoanalitici. Quindi da questo punto di vista nessuna invenzione. Forse nemmeno scoperte. Piuttosto riformulazioni, organizzazione, assemblaggio e sistematizzazione di una serie di concetti e strumenti che acquisiscono la loro specificità nel momento in cui vengono tutti insieme orientati verso il perseguimento di un unico fine: comprendere e trasformare il funzionamento psichico del paziente, tenendo conto di una dimensione inconscia.
Questo percorso è stato inaugurato da Sigmund Freud che, per primo, ha realizzato una geniale e feconda sintesi, attingendo ad un ampio ventaglio di fonti altamente eterogenee. Orientando in maniera progressiva, assolutamente creativa e irripetibile un patrimonio di conoscenze verso un unico fine. Questa molteplicità di fonti e di contaminazioni, così presente nel lavoro del padre fondatore, si è andata col tempo inaridendo. Lo sviluppo della psicoanalisi si è via via reso più specifico, sempre più ripiegato intorno alla tradizione psicoanalitica stessa. Chiuso alle influenze dei territori nei quali la psicoanalisi stessa si addentrava.
Chiusura? Isolazionismo? Diffidenza? Eccessiva fiducia nel proprio metodo? Bisogno di salvaguardare la propria specificità, sentita come sempre pericolosamente in bilico verso una aspecificità? Di fatto la geniale sintesi freudiana, nata in un sistema aperto, sigillata dal mito dell’eroe che lotta contro tutti e contro le avversità del mondo, è stata consegnata agli psicoanalisti già carica di un enorme peso: inserita in un destino che si è puntualmente avverato. Questo è uno degli aspetti (certo non il principale) delle eredità che Freud ha lasciato alla comunità psicoanalitica. Chiusi dentro il loro sistema teorico ed istituzionale, gli psicoanalisti patiscono da sempre (come comunità e come istituzione) serie difficoltà nei contatti con l’esterno: a livello clinico, a livello teorico, a livello istituzionale (Eisold, 1994).
Nella trasmissione del sapere psicoanalitico, da Freud alle generazioni di successive, si è realizzata una strozzatura originaria che affonda le radici nel modo in cui Freud ha tramandato il patrimonio di conoscenze che aveva sviluppato. La consegna freudiana è stata di diffondere ma anche e soprattutto difendere la psicoanalisi: non disperderne il patrimonio, non contaminarlo, non annacquarlo, resistere agli attacchi che contro la psicoanalisi sarebbero comunque stati mossi proprio per la specificità dell’oggetto analitico. Il modo in cui Freud ha tramandato il patrimonio della psicoanalisi assomiglia a quanto accade quando un vecchio non si accontenta di morire e di lasciare il proprio patrimonio ai figli ma vuole, viceversa, dettar legge sul destino del suo stesso patrimonio, conquistandosi in questo modo l’immortalità. Da questo punto di vista uno dei drammi della psicoanalisi non è tanto, come si legge a ogni piè sospinto, che Freud è morto. Anzi, il guaio, da questo punto di vista, è che Freud non è morto affatto. Anzi, continua a condizionare, forse troppo fortemente, il nostro modo di rapportarci alla psicoanalisi e alle sue istituzioni.
Una strozzatura analoga a quella che si è realizzata tra Freud e le successive generazioni di psicoanalisti tende a riprodursi nella vita del singolo analista. Una volta “ordinato” psicoanalista il giovane collega comincia una nuova vita, realizzando una netta cesura con le sue precedenti esperienze. Ciò che ha fatto fino a quel momento perde di importanza: diventa patrimonio aneddotico e personale, privo di valore sul piano scientifico. Il bagaglio di conoscenze accumulate in precedenza viene ricategorizzato e fuso in una operazione di sintesi dalla quale scaturisce il metallo prezioso della psicoanalisi.
Ma che fine ha fatto la sua precedente preparazione (psichiatrica, psicologica, filosofica), in campi che condividono con la psicoanalisi lo stesso oggetto di studio? E’ davvero irrilevante questa formazione ai fini della formazione analitica, dello sviluppo delle conoscenze e delle idee della psicoanalisi?
Molti si rivolgono alla psicoanalisi disgustati dalla psichiatria. Paula Heimann era tra questi: “lasciai la psichiatria – scrive Heimann (1981,120) - disgustata da tale ciarlataneria e cominciai il tirocinio psicoanalitico”. Cosa si porta dietro nel suo training psicoanalitico chi abbandona la psichiatria perché ne è disgustato? Forse non solo disgusto. Un disgusto originario che tuttavia non è irrilevante nella storia dei modi in cui la psicoanalisi ha concepito il rapporto con la psichiatria.
Il dubbio è che questa strozzatura originaria e artificiale che travaglia la conoscenza storica della psicoanalisi e la costruzione della stessa identità psicoanalitica comporti la perdita di qualcosa di essenziale. E’ difficile per darne documentazione compiuta. Le idee, è noto, seguono i percorsi più strani: irrispettose dei confini che convenzionalmente ci affanniamo a tracciare. Come fiumi carsici scompaiono da una parte e riappaiono dall’altra. Non è facile capire quali percorsi seguono. Quasi mai percorsi lineari. Non ho le competenze necessarie per sviluppare questa prospettiva. Ma altri lo hanno fatto e tutti possiamo tutti attingere alla loro esperienza .

3. L’INCROCIO TRA PSICOANALISI E PSICOPATOLOGIA
Quale è il senso di queste osservazioni preliminari in un contributo che vuole porre al centro della attenzione il controtransfert? I motivi sono due.
Il primo motivo è dato dal fatto che la storiografia psicoanalitica ufficiale sul controtransfert è un esempio di ricostruzione logica e lineare nello sviluppo di un concetto. La versione ufficiale della scoperta del controtransfert e della sua evoluzione si declina come segue: Freud “scopre” il controtransfert nel 1910 ma identifica in esso un ostacolo al lavoro analitico. Dopo una prima lunga fase nella quale gli analisti sono sostanzialmente disinteressati al controtransfert (che considerano fattore inquinante un autentico lavoro analitico), i lavori di Paula Heimann segnano nei primi anni ’50 una vera e propria rivoluzione: il controtransfert si configura adesso come una risorsa . Fino a diventare uno degli strumenti fondamentali del lavoro analitico. Qualcuno ha individuato in questa ricostruzione storica “ufficiale” una sorta di “litania salvifica”. Non mi soffermo sugli ulteriori “dettagli” che fanno parte di questa ricostruzione ufficiale, vale dire sui vari autori che negli anni compresi tra il contributo di Freud e quello della Heimann hanno preparato la “scoperta” del controtransfert . Il fatto è - come sottolinea Harris (2005) – che nell'epoca in cui alcuni cominciavano a parlare di transfert in termini di “scoperta”,  molti altri ne parlavano in termini di ammonizione. In seguito tuttavia il controtransfert da “problema” è diventato “soluzione”. La formula nella quale questo percorso si riassume nella storiografia ufficiale della psicoanalisi è la seguente: vale per il controtransfert ciò che è valso per il transfert. Così come il transfert è stato inteso prima come un ostacolo e poi come motore del processo analitico, allo stesso modo il controtransfert, da fastidioso fardello si rivela uno dei principali strumenti di lavoro dello psicoanalista. Ma questa versione è parte della mitologia psicoanalitica? Una mitologia nella quale – per dirla con Grmek - attraverso una progressiva teorizzazione, a poco a poco “il ramoscello secco dei ‘fatti storici’ viene avvolto da uno spesso strato di ‘miti’ seducenti”  (Grmek, 1981,13).
Il secondo motivo è dato dal fatto che il controtransfert è unanimemente considerato un concetto psicoanalitico per eccellenza: qualcosa che attiene strettamente alla psicoanalisi, alla sua teoria, alla sua clinica e che quindi costituisce parte essenziale della sua specificità. In questo senso, sulla base delle considerazioni precedentemente svolte, vorrei mettere in discussione la esclusiva specificità psicoanalitica del concetto, sviluppando l’ipotesi che alla formulazione del concetto di controtransfert, così come inteso da Paula Heimann, abbiano contribuito anche fattori extra-psicoanalitici e irrimediabilmente aspecifici (Foresti, Rossi Monti, 2005).
Lo sfondo al quale questo contributo si richiama è rappresentato da un lavoro di Francesco Barale e Stefania Ucelli (2001). Scopo del loro lavoro è illuminare la forma assunta dai primi incroci tra la nascente psicoanalisi e la psicopatologia europea. Il terreno di verifica è rappresentato dai contributi di Karl Abraham. In questo incrocio Abraham gioca davvero un ruolo chiave: Abraham era – insieme a Jung e pochi altri - uno dei veri psichiatri della prima schiera di analisti. Le questioni aperte da Abraham nei lavori tra il 1907 e il 1908 intorno alla psicopatologia delle psicosi sono il segno tangibile della vitalità degli scambi in corso all’epoca tra psicoanalisi e psicopatologia. Di lì –sostengono Barale e Ucelli - avrebbe potuto prendere le mosse una tradizione di ricerca basata su questo incrocio originario. Negli scritti di Abraham erano presenti tutti gli ingredienti e le premesse necessari perché ciò accadesse. Invece non è avvenuto. Non soltanto: in luogo di questa dialettica feconda si è spesso realizzata (salvo poche eccezioni) una condizione di diffidenza e reciproca squalifica.
L’inaridirsi di questo terreno comune implica almeno due cose: i) che si rifletta sulle ragioni per le quali questo incrocio non ha dato i suoi frutti; ii) che si lavori per creare le condizioni affinchè questa possibilità si possa sviluppare in futuro. Una apertura importante a nuovi sviluppo, poiché dal divorzio tra psicopatologia e psicoanalisi sono originate una serie di conseguenze negative.

4. CONTROTRANSFERT  e DINTORNI
La tesi che vorrei proporre riguarda la possibilità di considerare un tema così specificamente analitico (il controtransfert) come punto di articolazione tra psicoanalisi e psicopatologia . Vedere insomma il controtransfert come una zolla del terreno sul quale si è compiuto il divorzio tra psicoanalisi e psicopatologia. II controtransfert, come del resto il transfert -  è persino ovvio dirlo - non sono patrimonio esclusivo della psicoanalisi. Né rappresentano i depositari della sua specificità. Al contrario la specificità della psicoanalisi risiede nel modo in cui questi strumenti aspecifici vengono utilizzati e nella relazione che si istituisce tra loro. Giovanni Hautmann (1999) lo ha magistralmente mostrato in una concettualizzazione della situazione analitica incardinata nel triangolo interpretazione, fantasia, setting. Cinquant’anni prima Winnicott (1947) scriveva: “bisogna che ciò che noi analisti chiamiamo contro-transfert sia capito anche dallo psichiatra. Qualunque sia il suo amore per i pazienti egli non può impedirsi di odiarli e di temerli e più se ne rende conto meno lascerà che odio e timore determinino ciò che fa ai suoi pazienti“.  Con queste parole Winnicott dava voce alla preoccupazione che il concetto di controtransfert rimanesse patrimonio comune di psichiatri e psicoanalisti e riconosceva implicitamente il divario che si era aperto tra due mondi. paziente. Il divorzio si era già consumato. Il controtransfert era diventato patrimonio della psicoanalisi e lo stesso uso del termine per descrivere qualcosa che accade nel grossolano rapporto che gli psichiatri instaurano con i loro pazienti era visto criticamente da molti analisti. E’ necessario invece – insisteva Winnicott - che anche gli psichiatri si rendano conto della importanza del controtrasfert. Altrimenti correrebbero il rischio di essere agiti dal loro stesso controtransfert.
Il controtransfert – come tramanda la storiografia psicoanalitica ufficiale - è sempre stato patrimonio esclusivo della psicoanalisi,? Oppure è diventato patrimonio della psicoanalisi in virtù di un divorzio? Un po’ nel modo in cui le coppie, quando si separano, dividono i loro averi?
Una citazione: “la attitudine interna del [clinico] , indotta dal paziente, è uno strumento di diagnosi molto sensibile e può essere di aiuto se noi fossimo più formati nel riconoscere i cambiamenti nella nostra attitudine interna”. Una citazione che potrebbe ragionevolmente appartenere agli scritti di Paula Heimann o degli altri psicoanalisti che hanno contribuito alla storia del controtransfert come strumento di lavoro clinico. Tuttavia non è così. Questa citazione non appartiene alla tradizione di ricerca della psicoanalisi in senso stretto. E’ tratta da un lavoro del prof. Henricus Cornelius Rümke. Rümke appartiene alla storia della psichiatria e della psicopatologia olandese della prima metà del ‘900. Nei moderni manuali di psichiatria non se ne trova più traccia. Fino a non molti anni fa veniva citato in due righe a proposito della diagnosi di schizofrenia grazie ad un articolo di sei pagine che aveva pubblicato nel 1941. Il lavoro era intitolato: ll sintomo nucleare della schizofrenia ed il sentimento precoce (praecoxfeeling). Un lavoro scritto senza fare ricorso ad un linguaggio tecnico che permetta di collocarlo con facilità in una delle tradizioni culturali tipiche della psichiatria dell’epoca. Nonostante Rümke si muova sullo sfondo di due importanti tradizioni di ricerca (psicopatologia fenomenologica e psicoanalisi) non fa ricorso esplicito a termini che appartengano ad una di queste due tradizioni. Se è noto che Rümke  ha introdotto nella psichiatria olandese la tradizione psicopatologica europea, molto meno nota è la sua appartenenza alla istituzione psicoanalitica. Il nome di Rümke compare infatti nell’Internationl Journal of Psycho-Analysis come componente della Dutch Psycho-Analytical Society a partire dal 1950. Psichiatra, psicopatologo, Rümke era anche psicoanalista. In quale modo la sua appartenenza al mondo (almeno istituzionale) della psicoanalisi abbia influenzato la sua concezione della diagnosi per sentimento nella schizofrenia resta ancora da capire. Anche perché la sua appartenenza alla comunità psicoanalitica viene sottaciuta o non riconosciuta.
Cosa sostiene Rümke in questo lavoro celebre? Il lavoro origina da una domanda specifica: in che modo lo psichiatra fa diagnosi di schizofrenia? Una domanda che non ha una risposta semplice. Nessuno psichiatra è capace di indicare esattamente come arriva a fare diagnosi di schizofrenia. Se si analizza il processo diagnostico – sostiene Rümke - si arriva sempre alla stessa conclusione: chi propone la diagnosi ha sentito una qualche specificità schizofrenica, qualche cosa che Rümke propone di chiamare praecox feeling o sentimento precoce di schizofrenia . Nel contatto con il paziente, il clinico avverte uno specifico colorito schizofrenico, decisivo per arrivare alla diagnosi. Un sentimento precoce “indotto nel clinico” fa da linea guida per la diagnosi.
Ma di che cosa si tratta esattamente? In cosa consiste questo sentimento? In primo luogo – argomenta Rümke  – questo sentimento non si colloca sullo stesso piano dei sintomi che la psichiatria tradizionalmente descrive. I sintomi non giustificano mai la diagnosi da soli. In secondo luogo, questo sentimento sembra avere qualcosa a che fare con i disturbi affettivi, le anomalie del pensiero e i sintomi psicomotori della schizofrenia. In terzo luogo, questo sentimento si radica in una sensazione provata dallo  psichiatra: la percezione di un suo difetto di empatia nei confronti degli affetti del paziente: “è impossibile stabilire un contatto con la sua [del paziente] personalità come un tutto. Uno diviene acutamente consapevole che ciò è provocato da ‘qualche cosa’ nel paziente”.
La immediatezza e naturalità che caratterizzano i nostri consueti rapporti con gli altri e con l’ambiente sono disturbate. Non si tratta solo di un disturbo affettivo: è compromesso qualcosa che riguarda i fondamenti stessi del modo di porsi in relazione tra persone: qualcosa che non possiamo descrivere nei termini della tradizionale sintomatologia poiché ci mancano le parole idonee per farlo . Riassumendo, i punti chiave della argomentazione di Rümke  sono i seguenti:

Nel corso della relazione con una persona affetta da schizofrenia, il clinico “avverte qualche cosa fuori posto dentro se stesso”: Ha la sensazione di non riuscire a “trovare” il paziente. Questa condizione suscita in lui un sentimento di fallimento: un vero e proprio “sentimento di disperazione”.
Questo fenomeno – sottolinea Rümke, ampliando a tutto campo la portata del suo discorso -  non è specifico della schizofrenia. Si manifesta anche nel contatto con altre forme di sofferenza mentale, dato che “la malattia del paziente tocca quasi inavvertitamente corde uguali nel medico”. Accanto al praecox feeling  per la schizofrenia si possono descrivere un hysteria feeling o un manic feeling.
Questa “attitudine interna del medico, indotta dal paziente” è uno strumento di diagnosi molto sensibile. Il cambiamento formale delle dinamiche psicologiche del paziente induce una specifica esperienza nel clinico: in base alla qualità di quest’ultima il clinico pone la diagnosi.

La posizione assunta da Rümke  non va considerata un fenomeno isolato dal resto della riflessione psicopatologica. Al di là della funzione specifica che il saggio di Rümke ha svolto in quel particolare momento storico, dominato dal timore che la esplorazione psicoanalitica delle psicosi soppiantasse il metodo descrittivo della psichiatria clinica, resta il fatto che il saggio di Rümke ha esercitato sulla psicopatologia europea un influenza che va ben oltre la funzione per la quale forse è stato scritto. Non dimentichiamo inoltre che nel confronto tra psichiatria clinica e psicoanalisi, Rümke giocava tenendo i piedi in due staffe, essendo allo stesso tempo docente di psichiatria ma anche psicoanalista. A proposito della diagnosi Rümke ha il merito di formulare con grande chiarezza un discorso che da lungo tempo si veniva dipanando all’interno della psicopatologia europea, quantomeno a partire dal fondamentale studio di Bleuler sulla dementia praecox del 1911 e che aveva portato alla formulazione della diagnosi per sentimento (Binswanger, 1924), della diagnosi per penetrazione (Minkowski, 1927) e della conoscenza mediante la relazione (Schneider, 1925).
A distanza di circa 30 anni dallo studio di Bleuler, il lavoro di Rümke  riformula il problema della diagnosi per o con il sentimento in maniera compiuta, mettendo in chiaro il ruolo svolto in questo processo dal sentire del clinico e dalla qualità di questo stesso sentire. Un sentire che non è affatto un ostacolo alla comprensione o un fattore confondente ma viceversa costituisce la conditio sine qua non per la diagnosi. E non soltanto nel caso della schizofrenia.

5. RÜMKE  – HEIMANN: ANALOGIE & DIFFERENZE
La formulazione di Rümke  relativa al sentire del clinico presenta indubbie analogie con il tema del controtransfert. Tanto che venti anni dopo, lo stesso Rümke abbandona il vocabolario neutrale adottato nell’articolo del 1941 per adottare termini che appartengono alla tradizione psicoanalitica e riformulare il sentimento precoce della schizofrenia in termini di controtransfert. Nel lavoro originale del 1941 Rümke parla infatti di una diagnosi basata sui sentimenti che il clinico (lo psichiatra o lo psicoanalista) sperimenta verso il paziente: parla di una diagnosi basata sul controtransfert, inteso nella accezione “rivoluzionaria” proposta da Paula Heimann (1950) nella conferenza del 1949. Una accezione rivoluzionaria introdotta a distanza di 40 anni dalle considerazioni critiche che Freud aveva svolto intorno al controtransfert . Con Paula Heimann la parabola ascendente del controtransfert raggiunge il suo acme. Il termine viene riabilitato: il controtransfert si spoglia definitivamente della sua accezione negativa. La Cenerentola della tecnica analitica si trasforma in principessa (Thoma e Kachele, 1985). Nei quarant’anni precedenti infatti, il controtransfert era stato guardato in termini fortemente critici, a partire da Freud: come fattore di impaccio al lavoro clinico dall’effetto confondente . Tanto che uno degli stimoli che indusse Paula Heimann a scrivere la sua nota Sul controtransfert fu costituito proprio dal fatto che i candidati consideravano il controtransfert nient’altro che una fonte di guai: “molti candidati hanno paura e si sentono colpevoli – scrive Heimann (1950) - quando si accorgono di provare sentimenti verso i loro pazienti e, di conseguenza, cercano di evitare qualsiasi risposta emotiva e di diventare completamente ‘distaccati’”.
Il lavoro di Paula Heimann pubblicato nel 1950, viene letto poco prima ad un Congresso internazionale. Sono passati circa otto anni dalla pubblicazione del lavoro di Rümke . Anche Heimann, è ovvio dirlo, centra la sua attenzione sui sentimenti del clinico (lo psicoanalista) e ne mette a fuoco alcune fondamentali caratteristiche:

L’analista avverte dei sentimenti in risposta al paziente. Il rapporto profondo con il paziente “affiora nei sentimenti che l’analista avverte in risposta al paziente, cioè nel suo controtransfert” , vale a dire nell’insieme dei “sentimenti che l’analista sperimenta verso il paziente”. Questi sentimenti non vanno evitati ma “sostenuti”. Paragonando i suoi sentimenti con le associazioni e la condotta del paziente, l’analista può verificare se è riuscito a capire davvero il paziente: la risposta emotiva del clinico diventa uno dei più importanti strumenti di lavoro dell’analista.
Le emozioni risvegliate nell’analista lo indirizzano direttamente verso il nocciolo del problema, molto più di quanto possa fare il solo ragionamento clinico.
Il controtransfert “non costituisce solo una parte della relazione analitica, ma è una creazione del paziente, è una parte della sua personalità”.
La reazione emotiva del clinico, oltre ad aiutare l’analista a cogliere gli elementi più importanti delle associazioni del paziente, guida la scelta delle interpretazioni.
La mia ipotesi – scrive Heimann – è che “la risposta immediata emotiva dell’analista al paziente è un indizio molto significativo dei processi inconsci del paziente e favorisce una maggiore comprensione”. Mediante una conoscenza attraverso il sentimento (del clinico) si possono organizzare interpretazioni secondo il sentimento . Questo tipo di intervento è esposto, conclude Heimann, ad una serie di rischi e fraintendimenti che devono essere attentamente presi in esame.

Se mettiamo accanto i punti salienti del lavoro di Rümke  (1941) con quelli del lavoro di Paula Heimann (1950) ne ricaviamo qualche analogia e alcune fondamentali differenze:

Entrambe focalizzano la attenzione sui sentimenti del clinico . Nessuno di loro descrive questi sentimenti come un ostacolo: entrambe attribuiscono a questi sentimenti un valore positivo, affermandone la utilità nel lavoro clinico.

Mentre il contributo di Rümke  si inscrive in una tradizione che da oltre quarant’anni assegna un ruolo positivo ai sentimenti del clinico ai fini della comprensione del paziente, Paula Heimann, nell’ambito della comunità analitica, risale con ostinazione una corrente che aveva prevalentemente svalutato l’utilità del controtransfert nel lavoro clinico.

Entrambe ritengono che le emozioni risvegliate nel clinico consentano un accesso diretto ad alcuni aspetti nucleari delle problematiche psicologiche del paziente: un accesso assai più immediato di quello che si potrebbe ottenere mediante il ragionamento clinico. In entrambe i casi il sentimento del clinico consente di cogliere qualcosa di nucleare nell’assetto del paziente.

Mentre per Rümke i sentimenti del clinico giocano un ruolo fondamentale nella diagnosi, nel caso della Heimann si procede oltre la diagnosi. Heimann ritiene che questi sentimenti diano accesso all’ inconscio del paziente. Inoltre l’approfondimento della comprensione clinica si accompagnerebbe all’opportunità di calibrare meglio l’intervento terapeutico. Mentre Rümke  fa del controtransfert un uso relativamente statico, limitato a fini diagnostici, Heimann ne propone un uso dinamico: facendo intravedere come le maggiori conoscenze ottenute grazie alla comprensione per sentimento potrebbero riverberarsi sulle interpretazioni per sentimento.

Entrambe si rappresentano i sentimenti provati dal clinico come qualcosa che non appartiene al clinico: qualcosa che avviene nel clinico ma che proviene dal paziente o che è addirittura una vera e propria creazione del paziente. La posizione della Heimann è a questo riguardo è molto più radicale di quella di Rümke .

Queste analogie e differenze non provano niente. Possono però  permettere di avanzare l’ipotesi che anche nella “scoperta” di una idea così specifica della psicoanalisi (come quella di controtransfert) si intrecciano e si confondono storie e tradizioni diverse. Una ovvietà, per qualsiasi storico? Forse. Ma non una ovvietà nella storia ufficiale dei concetti psicoanalitici, così come viene tramandata all’interno della comunità psicoanalitica.

6. IL GROVIGLIO
Il controtransfert, uno dei concetti che la tradizione psicoanalitica riconosce più specifico della psicoanalisi, potrebbe rivelarsi - soprattutto nel suo passaggio alla applicazione clinica - come strumento ineludibilmente aspecifico. Uno strumento che matura la sua specificità per così dire in itinere. Non è implausibile pensare che la storia del controtransfert sia diversa da quella che gli psicoanalisti si tramandano da generazioni: una celebrazione del percorso conoscitivo che da Freud arriva a Paula Heimann e oltre. Al posto di questa storia mitica potrebbe delinearsi un groviglio di posizioni e di idee che non sono né specificatamente psicoanalitiche, nè specificatamente psicopatologiche, ma che devono la propria forza al loro stesso incrocio. A partire da questo groviglio originario, anche nel caso del controtransfert, potrebbe essersi realizzato quel divorzio tra psicoanalisi e psicopatologia di cui hanno parlato Francesco Barale e Stefania Ucelli (2001).
Nella analisi di questo presunto groviglio originario la mappa delle analogie (e delle differenze) tra i contributi di Cornelius Rümke  e di Paula Heimann potrebbe essere utilmente sovrapposta ad una seconda mappa: una mappa che registra i possibili contatti diretti e le effettive, possibili contaminazioni tra i due percorsi di ricerca. Quali percorsi culturali hanno seguito le idee di Rümke e di Paula Heimann?
Rümke è un personaggio complesso: i suoi interessi teorici e professionali lo collocano al crocevia di almeno tre importanti aree di ricerca: la psichiatria clinica con la sua fedele adesione alla nosografia kraepeliniana (Belzen, 1995); la psicopatologia fenomenologica con la sua incrollabile fedeltà alla fenomenologia soggettiva jaspersiana, fondata sul primato della analisi del vissuto (Belzen, 1995); la psicoanalisi, movimento al quale prese parte come membro della Dutch Psycho-Analytical Society.  Rümke  si colloca al crocevia di queste tre aree anche e soprattutto per il fatto che si tenne costantemente in uno stato di sospensione, librandosi nell’aria sopra questo incrocio senza farsi catturare dall’una o dall’altra prospettiva. Sulla scia dell’insegnamento jaspersiano, l’esperienza interna gode per Rümke della massima importanza. Ma non solo la esperienza interna del paziente: anche quella del clinico.
Paula Heimann, al contrario, inscrive il suo percorso nella tradizione psicoanalitica. Anzi rappresenta un esempio di quel costume sopra descritto per il quale, dopo la investitura analitica, la vita di uno psichiatra (o di uno psicologo) si spezza in due. Il primo troncone viene lasciato affondare come un relitto ed oscurato dalla nuova vita professionale psicoanalitica. Il percorso formativo di Paula Heimann in epoca pre-analitica è poco conosciuto . Il saggio che Pearl King (1989) dedica alla costruzione della identità analitica di Paula Heimann si limita ad annotare che aveva svolto il suo training come psichiatria in alcune università tedesche. Gli unici riferimenti alla formazione pre-analitica si trovano nel testo di una conferenza tenuta a Roma nel 1980 presso l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile. In questa conferenza Paula Heimann (1981), all’età di 81 anni, si lascia andare finalmente a raccontare qualcosa della sua formazione psichiatrica. Come si è specializzata in psichiatria, quali psichiatri ha frequentato in Heidelberg, come è arrivata a cercare nella psicoanalisi le risposte ai suoi interrogativi di giovane psichiatra: a quell’epoca – scrive Heimann - “la mia Bibbia era il Manuale di Psichiatria di Bleuler, che amo tuttora , ma non parlava di transfert e controtransfert. Naturalmente allora non usavo questi termini. Non avevo letto Freud, sebbene avrei dovuto farlo; la mia formazione era assolutamente convenzionale”.
Nella formulazione del concetto di controtransfert Paula Heimann porta sulle spalle il bagaglio di una formazione “convenzionale” psichiatrica, svolta peraltro nella culla della psicopatologia europea. E naturalmente anche tutto il patrimonio di conoscenze ed esperienze mutuato dal suo training psicoanalitico: a Berlino nel 1928 con Theodor Reik, a Londra (dal giugno 1933) con Melanie Klein.

7. UN PASSAGGIO CRUCIALE: IL TERZO ORECCHIO
La ricostruzione ufficiale del concetto di controtransfert lo fa derivare dalla sintesi, realizzata nella mente della Heimann, tra la nozione di “identificazione proiettiva” (elaborata da Melanie Klein) e la nozione di “ascolto con il terzo orecchio” di Theodor Reik.
Reik emigra in Olanda nel 1934 e vi rimane fino al 1938. In quegli anni lavora come psicoanalista (ha in analisi diversi psichiatri) e tiene lezioni universitarie (Natterson, 1966). I rapporti con Paula Heimann non si interrompono: Paula Heimann si reca di persona in Olanda Almeno una  volta per chiedere consiglio a Reik sulla eventualità di intraprendere o meno una seconda analisi con la Klein (King, 1989).
Nella  Introduzione a Listening with the third ear, Reik (1947) scrive che il libro è dedicato all’indagine dell’altra faccia della medaglia. Vale a dire a che cosa ha luogo nella mente dello psicoanalista. La scena tradizionale della psicoanalisi vista dall’altro lato. Reik parte da una premessa analoga a quella della Heimann rilevando quanto sia diventata rara nella letteratura psicoanalitica (con la eccezione di Freud) la parola ‘Io’: “Con quanta paura e titubanza un analista scrive circa il proprio metodo di arrivare a delle conclusioni, circa i suoi propri pensieri e le sue impressioni! Neppure il diavolo potrebbe fare tanta paura a molti analisti quanto ne fa loro la parola “Io” quando riportano i propri casi ” (Reik, 1948, 47).
Lo psicoanalista – scrive Reik - dovrebbe sviluppare la sensibilità di una “mimosa” nel cogliere (ed utilizzare) i segnali che passano inavvertitamente tra due persone in relazione. Questo scambio di segnali avviene tra tutti gli esseri umani. Ma solo la psicoanalisi - scrive Reik -  può usarlo come indicatore degli stati psichici in atto: per questo “lo psicoanalista deve imparare come una mente parla all’altra al di là delle parole e in silenzio. Deve imparare ad ascoltare ‘con il terzo orecchio’”, per riprendere una frase di Nietzsche in Al di là del bene e del male. Come un sismografo sensibile ai più piccoli movimenti tellurici lo psicoanalista deve osservare e registrare nella sua memoria migliaia di piccoli segnali e soprattutto essere consapevole degli effetti sottili che questi segnali hanno su di lui.
L’ascolto con il terzo orecchio (che non è un orecchio interno – precisa Reik) ha una particolarità: funziona a due vie. Il terzo orecchio infatti, da un lato “cattura” ciò che l’altra persona sente o pensa ma che non arriva ad esprimere in parole. Dall’altro, oltre ad essere rivolto verso segnali impercettibili e minimali che vanno perlopiù dispersi, il terzo orecchio deve essere orientato verso l’interno dell’analista: per udire voci dall’interno del sé che finirebbero altrimenti annegate nel rumore dei processi di pensiero consapevoli . Reik chiama responso l’insieme delle esperienze (percezioni, sentimenti, sensazioni) che l’analista prova di fronte alle parole, ai gesti e al modo di porsi del paziente: “il responso dell’analista è la risposta emozionale alle comunicazioni del paziente” che prende forma nella mente dell’analista (Reik, 1948,270). Una risposta che include naturalmente “la consapevolezza delle voci interne dell’analista”, vale a dire quell’insieme di conoscenze che seguono la via interna del terzo orecchio. Un insieme di conoscenze in parte inconscia e in parte conscia, ma comunque vissuta con sorpresa: come una sorta intuizione. In essa – conclude Reik – si radica la comprensione dei processi psichici dell’altro. Da essa nasce l’albero della conoscenza psicoanalitica.

8. QUALCHE CONCLUSIONE
Nel percorso ideale che abbiamo seguito esistono più lacune che punti fermi. Si dice che la storia, nemmeno quella della psicoanalisi, si può scrivere ricorrendo ai se e ai ma. Si tratta tuttavia di un luogo comune messo in discussione dagli stessi storici di professione (Cowley,1999, Foa,2001, Pavone, 2007). Del resto, per quanto riguarda il rapporto tra psicoanalisi e psicopatologia Barale e Ucelli ne forniscono un brillante esempio. Tuttavia non mi interessa in questa sede dimostrare alcuna tesi di carattere storico. Mi interessa tracciare un percorso ipotetico, un percorso ideale nel quale è possibile individuare una serie di tappe e di possibili sequenze: ad esempio la sequenza Rümke  (1941) – Reik (1948) – Heimann (1949). La sequenza Reik – Heimann è meglio conosciuta ed è una sequenza squisitamente psicoanalitica. Poco o nulla sappiamo circa la possibilità che Reik abbia avuto contatti durante il suo soggiorno in Olanda (dal 1934 al 1938) con Rümke. Quello che sappiamo per certo è che Reik ha avuto contatti con il mondo della psichiatria olandese nel corso della sua attività clinica e didattica. Niente sappiamo intorno alla possibilità – ventilata in questo contributo – che Reik abbia rappresentato il perno di una possibile contaminazione tra le idee di Rümke  e quella Paula Heimann. Resta il fatto che alcune formulazioni di Rümke  sembrano riferirsi proprio allo stesso fenomeno dal quale prende le mosse il ragionamento della Heimann. Naturalmente è possibile ipotizzare anche sequenze diverse: alcune delle quali anche per così dire “pure”, in quanto tutte interne alla comunità psicoanalitica. Tuttavia, seguire i fiumi carsici quando scompaiono alla vista è un compito da geologo professionista. Così, queste possibili sequenze dovrebbero essere indagate da veri storici. In questa sede la ricerca della vera sequenza – se mai ne esiste una - importa fino ad un certo punto. E’ più importante mostrare che i processi che hanno portato alla scoperta delle idee della psicoanalisi sono stati spesso ridotti dalla storiografia psicoanalitica ufficiale, sulla base dei  miti di cui parla Grmek (1981), a sequenze lineari e specifiche. E che queste sequenze mitologiche lineari e specifiche vengono proposte ai giovani analisti in formazione come storia ufficiale della loro disciplina. Accanto al percorso interno alla disciplina ne può esistere (e ne esiste) spesso un altro che si intreccia con altre discipline o con i contributi di personaggi che, come Rümke, si mantengono in stato di sospensione sopra questi incroci. Troppo spesso la storiografia psicoanalitica ufficiale dimentica i suoi debiti e anche le fonti della sua ricchezza, a differenza di quanto faceva Freud.
Le sequenze qui prese in esame possono rappresentare un altro esempio dei contatti fecondi tra tradizione psicopatologica e tradizione psicoanalitica. Ma ancora una volta questi contatti sembrano condannati ad un identico destino: un po’ come accade nel passaggio di una sostanza dallo stato liquido a quello gassoso, nel momento in cui si sviluppa, il gas, al tempo stesso, si disperde. Così il destino dei contatti tra psicopatologia e psicoanalisi sembra essere quello di evaporare nel momento stesso in cui si costituiscono.
Oggi il sentimento precoce di Rümke compare al massimo come curiosità storica nei trattati di psichiatria: gli psichiatri di oggi a tutto sono formati, meno che a pensare a ciò che essi stessi provano quando sono in contatto con un paziente schizofrenico. Almeno fino a quando non vi sono costretti dal sorgere in loro di un malessere non più gestibile. Il controtrasfert, per parte sua, è stato risucchiato – nonostante le raccomandazioni di Winnicott - nell’orbita della tradizione psicoanalitica. Questo divorzio non ha giovato né alla psicoanalisi né alla psicopatologia.
Chi ha patito di più in questo divorzio? Probabilmente la psicopatologia. Almeno per quanto riguarda la “scoperta” del controtransfert, la tradizione psicoanalitica ha ereditato la maggior parte del patrimonio di idee che stanno all’origine del concetto di controtransfert. Ha avuto poi il grande merito di orientare questo strumento nella direzione di un approccio sempre più specificamente diretto alla singolarità del paziente e alla sua trasformazione in senso terapeutico. Una delle differenze tra la posizione di Rümke  e quella della Heimann (forse la differenza fondamentale) è rappresentata dal fatto che nel lavoro di Rümke  i sentimenti del clinico sono orientati nella direzione di una diagnosi di malattia. I sentimenti suscitati nel clinico servono sì a cogliere un aspetto nucleare della persona del paziente. Ma allo scopo di raggiungere una meta che ha caratteristiche generali, in qualche misura impersonali e soprattutto una sua (relativa) staticità: una diagnosi di malattia. Un dato di carattere squisitamente personale si rivela utile per arrivare ad individuare la appartenenza del soggetto ad una categoria di malattia impersonale. Nel lavoro della Heimann invece la corrispondenza tra sentimenti del clinico e aspetto nucleare della psicologia (o psicopatologia) del paziente si colloca in un ambito più dinamico e soprattutto personale: vale a dire all’interno del rapporto tra lo specifico transfert di quello specifico paziente e quella specifica risposta controtransferale di quello specifico analista. Qualcuno potrebbe sostenere che l’uso della soggettività del clinico in Rümke è oggettivante o addirittura escludente. Ma una simile interpretazione appare davvero paradossale e risente di una impostazione ideologica volta a bandire dal rapporto terapeutico ogni movimento oggettivante. Anche quando la sensibilità del clinico viene messa la servizio non della descrizione di una malattia ma dell’avvicinamento e della conoscenza del suo modo di stare nel mondo.

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Comprendre, 16-17-18,325-345, 2008