Sulle orme della vergogna. Il posto della vergogna in psicopatologia

Mario Rossi Monti

Quale posto occupa la vergogna in psicopatologia? Non si può rispondere a questa domanda senza tenere conto di due dati fondamentali. Il primo è rappresentato dal fatto che in psicopatologia il variegato campo delle emozioni è stato tradizionalmente bipartito tra depressione ed elazione maniacale.

Gli psichiatri hanno guardato alle emozioni abbagliati da ciò che la clinica metteva drammaticamente sotto i loro occhi, senza tenere sufficiente mente conto della ampiezza dello sfondo emotivo sul quale si realizzano patologie psichiche solo apparentemente dominate da un solo affetto. Da Kraepelin in poi, la divisione del campo emotivo nei due tradizionali ambiti della mania e della depressione, se da un lato ha enucleato con chiarezza l'area della bipolarità maniaco-depressiva,
dall'altra ha occultato la possibilità di accedere ad un più vasto repertorio emotivo che intrattiene importanti rapporti con la patologia psichica maggiore (1). Anche la psicoanalisi, da sempre più attenta ai movimenti emotivi, ha trascurato a lungo la vergogna. Freud è caduto vittima di una vera e propria «ossessione per la colpa»
(Goldberg,1991) a seguito della alla quale la vergogna è stata per molto tempo tenuta ai margini della riflessione psicoanalitica o prevalentemente ridotta al rango di formazione reattiva contro impulsi esibizionistici (2).

Il secondo dato è costituito dal fatto che la vergogna è stata perlopiù considerata come una emozione
conseguente ad un grave disturbo mentale. In maniera riduttiva la vergogna è stata troppo spesso identificata
con il sentimento di chi si rende conto di essere stato malato o folle. Il più importante libro scritto in questi ultimi anni sulla psicosi maniaco-depressiva (Goodwin,Jamison,1990) dedica alla vergogna soltanto un paragrafo nel
quale si legge che le persone affette da malattia maniaco-depressiva provano spesso una vergogna e una umiliazione molto intense, ma sempre conseguenti al disturbo o alle co ndotte causate dal disturbo stesso. Ci si vergogna di essere stati folli, di avere delirato, di essersi comportati in maniera strana od eccessiva, di avere perso il controllo, di essere stati violenti, degli eccessi sessuali, di avere causato un disastro economico, di
essere stati ricoverati in manicomio, e così via. Il paradigma di riferimento è rappresentato dalla vicenda di Aiace descritta nella tragedia di Sofocle.

Da sempre Aiace è stato visto come colui che - avendo scoperto di essersi comportato in maniera insana nel corso di una crisi di follia - non potendo tollerare la vergogna dell'essere stato pazzo, si uccide. Ma a ben vedere la follia di Aiace è preceduta da un evento altamente significativo, da un even
to che infligge una ferita profonda al suo narcisismo. Il fatto di non essere stato giudicato degno delle armi di Achille (assegnate invece ad Odisseo) spalanca sotto gli occhi dell'eroe il baratro che separa il Sé dal Sé ideale. In quella occasione, che fa da motore generatore dell'intera tragedia, Aiace sperimenta una ferita narcisistica che apre alla vergogna, ad una vergogna misconosciuta e ribaltata nella rabbia distruttiva, in quella follia vergognosa alla quale solo il suicidio potrà porre riparo. In che misura allora la vergogna è solo un'esperienza del dopo-follia
o non può costituire invece un punto nodale del percorso che conduce verso follia?

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