Scuola di Specializzazione in
Psicoterapia Psicoanalitica a Genova

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La Relazione Perversa - Varchi n.9

“Se danzi col diavolo, il diavolo non cambia. È il diavolo che cambia te”

Filippini descrive questo progressivo svilimento e indebolimento della vittima riprendendo il concetto di “odio bianco” (Jeammet, 1989), definito come quella specifica esperienza di rabbioso disconoscimento o di continuo insinuante fraintendimento dei moti interiori e dei sentimenti dell’altro.

Per il narcisista patologico, infatti, ogni carenza di rispecchiamento della sua importanza e della sua grandiosità è una macchia nel mondo, una minaccia di svuotamento, un insulto, ed egualmente è per lui un’offesa qualsiasi cosa confermi che l’altro è un centro autonomo di interessi, volontà e di gusti particolari.

Di conseguenza, la vittima sentirà smentita la propria realtà, principalmente il modo in cui si percepisce ed è abituata a considerarsi: si sentirà accusare di ciò che non ha nemmeno pensato, le verrà imputato ciò che essa non è. Conseguentemente ogni suo atteggiamento sarà “frainteso”, essa non sarà vista né considerata, ma soprattutto i suoi moventi saranno inevitabilmente travisati.
“Talvolta la cosa peggiore sono i silenzi, l’estraneità che improvvisamente si crea. Altre volte, può essere un non sentirsi considerati, fino a un non essere visti; non solo ciò che si è, ma anche ogni cosa che ci accade sembra trasparente, invisibile: se ciò si verifica con una persona significativa, un genitore, un coniuge, un figlio, l’esperienza sarà tragica”.
L’attacco del narcisista alla vittima si pone persistentemente alle radici del sentimento della sua identità, in modo tale che dall’interno emergerà un senso di ingiustizia, di rabbia, di impotenza, di disorientamento, di inutilità, di “mancanza di significato”, che si paleserà via via nella penosa percezione della propria interscambiabilità con chiunque altro.
Secondo l’autore, la naturale reazione della vittima a questo terribile vissuto sarà il tentativo di “farsi vedere meglio”, di dare dimostrazione della propria unica ed irripetibile individualità ed insostituibilità, cosa che alienerà maggiormente l’attenzione del narcisista.
La vittima tenterà di difendere la propria individualità e di difendersi dalla malvagità che presagisce nell’altro.
“Il punto di stallo è […] un’IMPASSE RELAZIONALE: l’impossibilità per la vittima di ammettere la propria impotenza - che significherebbe accettare la ferita narcisistica del proprio limite e l’alterità del narcisista, cioè lasciarlo libero di essere e di pensare come è e come può - e per il narcisista l’impossibilità speculare (simmetrica) di ammettere dentro di lui il bisogno, il desiderio o la mancanza […]. Il che a sua volta significherebbe accettare la ferita narcisistica del proprio limite e dell’alterità dell’altro, cioè ciò che l’altro è e ciò che l’altro ha, di personale e diverso”.
È proprio questa la ragione per cui tale dinamica tende ad assumere progressivamente la forma di un vero e proprio CONFLITTO DI POTERE, sia che si verifichi all’interno di una relazione di coppia o in quella genitore/figlio, sia in un rapporto professionale di cooperazione o in quello terapeuta/paziente.
Filippini descrive chiaramente in che modo le due parti si mettono in gioco:
1) Il narcisista sente di dover allontanare o sottomettere al proprio controllo un “altro da sé” fonte potenziale di sensazioni interne travolgenti e pertanto minacciosamente distruttive. Tenderà conseguentemente a svalutare, controllare, misconoscere, fuggire l’altro, allo scopo di evitare di odiarlo, invidiarlo, distruggerlo (distruggersi), all’interno di un rapporto troppo intimo.
2) La vittima tenta di rivendicare la propria individualità, la propria identità, e di affermare se stessa contro un sentimento devastante di impotenza, trovandosi inoltre a fronteggiare un sentimento acuto e incomprensibile di perdita.
Tale perdita è principalmente oggettuale, ovvero riguarda la presenza oppure l’assenza dentro la mente. Fare questo tipo di esperienza comporta la sensazione di non essere più nella mente, nei pensieri, nella memoria di qualcuno che è importante: “O, peggio, comporta sentire che questo qualcuno sta facendo di tutto per cancellare la tua immagine, il pensiero di te, la memoria di te, la tua presenza dentro di sé, e intanto sentire che non ci puoi fare nulla. È intollerabile sentire di sparire dalla mente di qualcuno che è significativo. È una parte di sé che scompare, mentre svanisce la tua storia, il tuo tempo, un frammento del significato della tua esistenza.
Sul piano interiore, la perdita oggettuale significa dunque parallelamente la sparizione dell’altro: è una forma di sparizione anche la scoperta della sua differenza da come lo si era pensato, sentito, immaginato, voluto, amato. È un altro, è l’immagine di un altro, alieno, estraneo, incomprensibile e minaccioso che prende il suo posto. E intanto sbiadisce, svanisce, si annulla, viene amputata una parte del Sé: quel mondo di sensazioni, esperienze, confidenze, tutto ciò che si era provato per l’immagine dell’altro come era, per come lo si era interiorizzato, per come se ne era fatta esperienza”.
Questa è sostanzialmente la scoperta che nella mente del narcisista non si era presenti come un’immagine dotata di una propria sostanzialità, ma soltanto come il riflesso in uno specchio, ed è molto penoso e doloroso rivelare a se stessi tutto questo.
Vuol dire riconoscere e rendere definitiva la propria sparizione, quella dell’altro, e conseguentemente, ammettere la propria impotenza rispetto a questo.
Sono innumerevoli gli esempi di vittime come figli, coniugi e genitori, che continuano a difendere il proprio “carnefice” nonostante siano da questi sottoposti a maltrattamenti sia psicologici che fisici.
Si rifiutano di ammettere, testimoniare, si arrabbiano con chi cerca di aiutarli, ma dietro a tale reticenza non si cela soltanto la paura di conseguenze concrete, non si tratta esclusivamente del tentativo di difendere chi li maltratta: queste persone cercano di difendere il proprio equilibrio psichico fondato su determinate immagini interiori, difendono il persistere di un sentimento della propria presenza.  
In altri casi, afferma Filippini: “(…) si tratterà dell’orrore e insieme del richiamo di ripetere un’esperienza antica”.
Concludendo, ritengo che per chi come me si trova al primo anno di specializzazione e si affaccia alla professione con limitata esperienza, sia importante tenere presente la possibilità che il paziente possa manifestare un disagio non esclusivamente imputabile al suo funzionamento psichico, bensì stimolato da personalità patologiche a lui vicine.  
Chiaramente questo non esclude la presenza di problematiche latenti nel paziente tali da offrire “terreno fertile” e rendere efficaci le suddette manipolazioni, anzi questo è sicuramente uno degli aspetti principali su cui lavorare, ma ritengo che la conoscenza delle dinamiche descritte sia di estrema importanza e possa fare la differenza nello stabilire il percorso terapeutico migliore.


Bibliografia
Brunelli P., Bugiardi, Ipocriti, Manipolatori Affettivi. Saperne di più per potersi difendere (Internet), (pubblicato Marzo 2010; consultato Gennaio 2011). Disponibile all’indirizzo: http://www.albedoimagination.com
Carter L., Difendersi dai narcisisti, Tea, Milano, 2010.
Filippini R., Avventure e sventure del narcisismo. Volti, maschere e specchi nel dramma umano, Giuseppe Laterza, Bari, 2006.
Lowen A., Il narcisismo. L’identità rinnegata, Feltrinelli, Milano,1992.
Manzano J., Espasa F. P., La dimensione narcisistica della personalità, Psicoanalisi contemporanea: sviluppi e prospettive n. 1215.1.21, Franco Angeli, Milano, 2006.
Mc Williams N., La diagnosi psicoanalitica. Struttura di personalità e processo clinico, Astrolabio, 1999.
Telfener U., Ho sposato un narciso, Castelvecchi, Roma, 2006.

 

Varchi n.9