Scuola di Specializzazione in
Psicoterapia Psicoanalitica a Genova

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con D.M. del 31/7/2003, Gazz.Uff. del 22/8/2003

NEWS

Il Ruolo Terapeutico di Genova: gli appuntamenti

prospettive transculturali

VENERDI' 8 febbraio 2019 ore 9,30-13

Marie Rose Moro

Prospettive transculturali per tutti
Amare le nostre differenze, amare incontrarsi!

Auditorium Istituto Nautico “San Giorgio”
Edificio Calata Darsena – 16126 Genova

La partecipazione è libera e gratuita.

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  BUONE FESTE 

La costruzione sociale del disagio. Significati, funzioni e possibili conseguenze - Varchi n. 11

di Luisa Stagi*

Nella primavera 2014 si è diffusa attraverso alcuni social network una locandina composta da tre immagini di adolescenti duplicate identiche su due colonne: la prima contrassegnata dall’anno 1980 e la seconda come 2014. La prima foto, che ritrae una ragazzina trasognante, viene definita sognatrice nella colonna 1980, mentre per la stessa foto nella colonna 2014 appare la scritta ADHD; alla seconda foto, che mostra una ragazzina che urla, viene correlata la scritta “ormoni” nella prima colonna e “bipolare” nella seconda; infine, il ragazzo staccato da un gruppetto di compagne della terza foto, viene definito “solitario” nella colonna 1980 e “depresso” nella colonna 2014. Il successo che ha avuto questa vignetta e l’ilarità che emerge dai commenti mostrano quanto questa semplice trovata abbia colto nel segno. Molti dei commenti che sono circolati, fatti da persone certamente non a conoscenza dei possibili riferimenti alle evoluzioni del DSM, hanno rivelato un certo compiacimento nel riscontrare qualcosa che forse pensavano da tempo ma che non avevano trovato modo di esprimere, ovvero il fatto che alcuni comportamenti considerati normali per una certa fase della vita, sempre esistiti e conosciuti, ora venivano definiti in altro modo, un modo scientifico sì, ma soprattutto patologizzante.

Il primo tema che si intende affrontare in questo scritto, infatti, è la cosiddetta medicalizzazione della vita quotidiana. Con questa espressione si intende lo sviluppo pervasivo di saperi e di pratiche che a partire dal XVIII secolo incomincia ad applicarsi a problemi collettivi, storicamente non considerati di natura medica, muovendosi in direzione di una tutela su larga scala della salute del corpo sociale (Colucci, 2005). Attraverso una riflessione su questo tema che ha a che fare, come si cercherà di evidenziare, con la relazione tra individuo e società e con le narrazioni culturali nelle quali tale rapporto viene situato, si arriverà a introdurre il tema del disagio, per giungere infine a trattare della costruzione sociale delle diagnosi e delle conseguenze, in termini di riflessività, della loro circolazione attraverso il cosiddetto sapere esperto.

 

Medicalizzazione, individualismo e disagio

In Italia il dibattito sulla medicalizzazione della vita è arrivato di recente, anche grazie ai lavori dei sociologi della salute, in particolare di Antonio Maturo che ha portato e tradotto molti contributi internazionali, tra cui l’opera di Peter Conrad, uno dei più noti autori ad essersi occupato di questo tema negli Stati Uniti, un paese che registra uno tra i più alti tassi di medicalizzazione. Questi due autori hanno curato nel 2009 un numero monografico della rivista Salute e Società che affronta e declina questo tema secondo diverse prospettive e che rappresenta una vera svolta nelle riflessioni sul rapporto tra società e disagio. La citatissima frase di Bauman che riscontra nell’auto colpevolizzazione degli insuccessi la ricerca di soluzioni biografiche alle contraddizioni sistemiche, alla luce di questo testo potrebbe essere in qualche modo rivisitata secondo la prospettiva per cui oggi sempre di più “si ricercano diagnosi mediche alle mancate perfomance”. Illuminante l’esempio di Conrad per descrivere quella che lui definisce “la medicalizzazione dell’underperformance”: l’ADHD, conosciuta anche come iperattività, disturbo che riguarda i bambini e sempre più medicalizzato negli USA e che sta diventando una sindrome riconosciuta anche per gli adulti. Per merito o colpa di un sapere esperto e divulgativo che, attraverso alcuni testi e su diversi siti internet, ha designato le regole dei sintomi, è accaduto infatti che molti adulti si siano rivolti ai medici per medicalizzare il loro disturbo, spesso autodiagnosticato, perché: “Non riesco a organizzare la mia vita, devo avere l’ADHD”, “so che ho l’ADHD, l’ho letto in un libro” (Conrad, 2009, pp. 46-47). Queste due affermazioni riportate letteralmente nel testo di Conrad ci aiutano efficacemente a introdurre alcune delle riflessioni che si intendono affrontare in questo testo. La prima perché evidenzia che esistono modi in cui si sceglie o si è indotti a scegliere di risolvere a livello individuale un disagio che può avere una matrice sociale. La seconda perché tematizza gli esiti della diffusione e della circolazione del sapere esperto. Entrambe hanno a che fare con la diagnosi, nei termini di costruzione, funzione e circolazione.

Per affrontare il rapporto tra disagio psichico e relazioni sociali sarebbe forse necessario fare un breve excursus: tale tema, infatti, è stato oggetto di molti lavori, tuttavia, in questa sede, si farà solamente qualche riferimento utile a evidenziare quelle tappe del percorso storico funzionali alla riflessione. A titolo quasi esemplificativo, si può citare il ruolo del lavoro di Riesman nel delineare l’idea di una personalità collettiva (che darà avvio al filone di studi sul “carattere americano”[1]) che ha posto le basi per costruire quell’alleanza epistemologica tra psicanalisi e sociologia che porterà a considerare in modo sempre più rilevante la questione dell’interdipendenza del cambiamento dell’uomo “normale” e di quello “patologico”. Un’altra tappa importante dell’incontro tra sociologia e psicoanalisi è la trasformazione del narcisismo patologico in concetto sociologico; una vera e propria svolta avvenuta negli anni settanta grazie alle opere di Sennet e Lash. Entrambi questi autori, preoccupati dei costi personali del cambiamento sociale avvenuto nella società americana, intrecciando le loro riflessioni con quelle della psicanalisi di Kohut e Kernberg[2], tracciano la differenza tra individualismo (autentico e legato all’etica puritana) e narcisismo (artificiale e produttore di ansia e senso di colpa). Per i due autori è necessario assimilare gli studi clinici alle analisi sociali per comprendere il senso del nuovo malessere sociale. Il legame tra sociologia e clinica deriverebbe quindi dalla necessità di considerare socialmente la diffusione di un disturbo, in questo caso la frequenza del narcisismo patologico, e la somiglianza tra un certo tipo di pazienti malati e gli individui normali correttamente socializzati, che presentano cioè una morfologia psichica simile anche se non certamente identica. Facendo un lungo salto temporale e arrivando ai giorni nostri, gli studi Alain Ehrenerg forniscono un altro fondamentale tassello a questa riflessione. Nei suoi diversi lavori, ma in particolare ne La società del disagio, il sociologo francese, adottando un approccio antropologico comparativo, che mette a confronto i modelli di interpretazione della sofferenza mentale americani e francesi, è riuscito a mostrare come le grammatiche di rappresentazione ed esperienza del disagio in questi due contesti siano diverse perché derivano da diverse concezioni di identità, autonomia e responsabilità individuale delle scene sociali e forme nazionali:

“Negli Stati Uniti le patologie dell’ideale sono apparse come il sintomo di una mancanza di responsabilità individuale che alimenta la nostalgia di un equilibrio scomparso tra la comunità autogovernata e il ruvido individualismo; in Francia, al contrario, esse sono il segno di un eccesso di responsabilità individuale che alimenta il disagio nella civiltà. Là si è incriminato l’eccesso di Stato; qui si accusa il suo farsi da parte. Mentre il racconto americano mette in causa la responsabilità individuale che non partecipa più alla ricerca della felicità pubblica, il racconto francese critica l’abbandono a se stessi degli individui e della società. Il narcisismo ha simboleggiato da loro un deficit della responsabilità personale; da noi ne simboleggia l’eccesso” (p. 375).

La questione del rapporto tra individualismo e responsabilità individuale, divenuta quasi un adagio attraverso la già citata sintesi di Bauman, è uno dei cardini della riflessione di Ehrenberg. Secondo il sociologo francese il rapporto tra individualismo, autonomia, disagio e sofferenza psichica deriva dall’angoscia nei confronti degli ideali sociali e concerne l’immagine di sé, il narcisismo e l’autostima, ovvero il problema di non essere all’altezza di quello che viene chiesto, tuttavia non nei termini diretti che il pensiero di Bauman ha delineato, ma nella prospettiva di come tutto ciò venga narrato e produca conseguenze in termini di riflessività. Se l’intreccio tra questioni mentali e sociali è una tendenza di fondo delle società tardo moderne, per Ehrenberg l’elemento centrale di questa riflessione è quello che lui definisce “la svolta personale dell’individualismo”. Dal momento in cui le emozioni, i sentimenti e tutto ciò che riguarda la soggettività individuale si sono posti al centro della vita sociale, tali questioni divengono anche oggetto di preoccupazione sociale che può essere declinato tra il bene della salute mentale e il male della sofferenza psichica; si tratta, appunto, di una scelta culturale. Anche per Ehrenberg la questione importante è il passaggio dalla società disciplinare alla società della prestazione, il cambiamento avviene “nel momento in cui il modello disciplinare di gestione dei comportamenti, ossia le regole d’autorità e di conformità ai divieti che finora hanno orientato la storia delle classi sociali così come quella dei due sessi, devono far posto a norme che stimolano ciascuno all’iniziativa individuale, sollecitandolo a diventare se stesso”(1999). La questione rimane quindi ancorata al come si sia passati dalla domanda “cosa mi è permesso fare?” alla domanda “sono in grado di farlo?”, ma quello che interessa a questa riflessione sono le conseguenze che si sono generate nello scegliere come definizione il disagio psichico per trattare la faccenda. In questo senso, l’autore cerca di decostruire l’idea che l’individualismo, conseguente ai mutamenti dei legami sociali, sia comunque portatore di disagio: “sull’autonomia e sull’individualismo incombe l’idea di disagio che è la parola chiave per rendere conto di come si rappresentano i propri problemi. Il disagio è una rappresentazione che la società dà di se stessa e che parla alle persone”[3]. Si tratta di una questione linguistica e politica che ha a che fare con la relazione tra sintomo e cultura.

La psicologa Elena Faccio ha coraggiosamente affrontato tali temi, accettando di argomentare le sue riflessioni in un volume di sociologia. Secondo la sua lettura, che qui cercherò di riportare sinteticamente “Non si può parlare di “devianza”, di “disturbo” o di “malattia” senza implicitamente connotare la struttura culturale in cui simili fenomeni possono essere considerati solo in chiave di ‘devianza’, ‘disturbo’ o ‘malattia’” (2010, p. 111) . Seguendo la sua riflessione -che prende spunto dalla nota frase di Jaspers (1964): “in tutti i periodi della storia, disturbi mentali di rilevanza epidemiologica o di particolare fascino illuminano un aspetto specifico della natura umana in conflitto con i tempi” (cit. in Faccio, 2010)- un insieme di segni si può trasformare per convenzione ed astrazione in “sintomo” sulla base di un consolidato dizionario e secondo una sintassi semiotica e clinica messa a disposizione di chi soffre. La patologia entra allora in risonanza con il processo storico dal quale ha tratto origine, ed essendo in certo senso “funzione” del contesto tende a variare, quanto a sintomatologia, in corrispondenza dei mutamenti nelle condizioni storiche e sociali. I sintomi di un disturbo rivelano/svelano i criteri normativi di riferimento dell’epoca, a volte arrivando addirittura a tradurre in forma caricaturale i valori culturali dominanti (si pensi solo a titolo esemplificativo al rapporto tra l’anoressia e il culto della magrezza). D’altra parte, incanalare le manifestazioni entro schemi precisi di comportamento è il modo più sicuro per mantenerne il controllo: “si tratta di classificare come antisociali dei comportamenti che appartengono del tutto alla rappresentazione sociale della realtà, poiché aderiscono, pure se in forma oppositiva, alla definizione collettiva di una norma” (ibidem). Qualunque sia la forma che un comportamento deviante assume, questa permette all’individuo di essere antisociale secondo una modalità socialmente “approvata” e “stabilita”, talvolta riconosciuta anche come prestigiosa; già Devereux (1978, cit. in Faccio, 2010) aveva efficacemente riassunto questo concetto quando diceva: “Non impazzire, ma se lo farai, dovrai comportarti così!”, come a suggerire che la grammatica diagnostica deve essere nota a chi la interpreta e a chi la deve osservare.

L’utilizzo del termine “malattia”, è in questo senso piuttosto significativo rispetto alla definizione della realtà di cui siamo interpreti. Collocando il fenomeno in un’ottica correzionale si può infatti precludere ogni tentativo di rappresentazione alternativa. Tornando ancora su Jaspers, Elena Faccio riprende infine il concetto di Zeitstil (stile particolare secondo i tempi) in rapporto alla storia della malattia mentale, per interrogarsi e stimolarci su come, perché e quando un quadro di malattie scientificamente identiche, possano comparire, scomparire o declinarsi diversamente in particolari epoche e realtà storiche, notando come determinati fenomeni, pur presenti in ogni epoca, rimangano silenziosi per lunghi periodi di tempo per emergere solo quando le condizioni lo permettono. In questo senso, etichette e definizioni nosografiche, nonostante fotografino realtà magari da sempre esistite, avrebbero il potere “performativo” di far nascere, enunciandole, nuove sindromi o di farne scomparire altre nell’immaginario collettivo a seconda che su di esse entrino in collusione il bagaglio del pensiero medico, quello del paziente e quello della società (Ibidem).

L’uso ideologico della diagnosi è stato messo in luce da molti studiosi e ricercatori, soprattutto anglosassoni, per i quali “l’idea che la psichiatria sia collegata a funzioni di controllo sociale non rappresenta uno scandalo, ma un’evidenza” (Saraceno, Gallio, 2013, p.7). Anni fa il sociologo Phil Brown, (1990) citando numerosi esempi tratti dalla storia della psichiatria, ha mostrato che non è difficile documentare la fluidità del costrutto della malattia mentale, se solo si individuano le correlazioni esistenti tra il prevalere di certe “etichette” o entità nosografiche, e il variare dei bisogni di controllo sociale nelle diverse epoche (per esempio, agli inizi del Novecento le donne sessualmente attive, che lavoravano come operaie, venivano diagnosticate come “psicopatiche” ogni volta che non erano inserite in un ordinato contesto familiare e conducevano una vita indipendente) (Sarceno, Gallio, 2013, p. 9).

Come sintetizza efficacemente Beneduce “la storia della psichiatria è, sul piano epistemologico, la storia delle sue procedure diagnostiche: contestate, provvisorie, in ogni caso sempre saldamente connesse ai contesti e ai suoi protagonisti, alle contingenze della Storia, alle infinite tensioni che percorrono “il sociale”” (2013, p. 209). La produzione della diagnosi è in psichiatria largamente dominata da valori culturali, contingenze storiche, interessi egemonici; essa inevitabilmente segue come un’ombra il corso di ciò che si può definire “mentalità”, riflettendone i contrasti, i silenzi e gli antagonismi: “intorno alla storia delle diagnosi psichiatriche, del loro emergere e del loro dissolversi, si potrebbe agilmente scrivere una storia parallela concernente i valori dominanti (modelli di famiglia, stili di comportamento, idee sulla sessualità, rappresentazioni del Soggetto ecc.) e le dinamiche contro egemoniche che essi inevitabilmente hanno alimentato” (Beneduce, 2013, p. 209). Con ciò non si vuole sostenere che le sofferenze alle quali sono date queste etichette non esistano: molto più semplicemente, la loro esistenza -o meglio, il loro riconoscimento- come unità autonome dipende in buona parte dal consenso sociale intorno alla loro identificazione e categorizzazione (212).

Un numero monografico del 2013 di Aut aut intitolato La diagnosi in psichiatria ha cercato di affrontare il dibattito intorno a molte delle questioni di natura politica che attraversano la costruzione e la definizione dei disturbi mentali e dei criteri diagnostici. Diversi contributi si sono occupati di ricostruire il cambiamento avvenuto nelle varie versioni dei manuali diagnostici medici -DSMI,II,III,IV e 5- (cfr. Migone 2013, Gonon 2013, Di Vittorio 2013) mostrando come i contesti storico-culturali abbiano contribuito a dare particolari impostazioni a ciascuna versione (per es. Minard, 2013, Lingiardi, 2013). L’analisi dell’evoluzione evidenzia anche che lo spostamento nelle ultime versioni verso aspetti descrittivi e politetici (di inclusività) a scapito della contestualizzazione teorica e ambientale è una questione culturale legata alla volontà di supremazia della psichiatria nei confronti delle altre discipline psicologiche e sociali. Alcuni contributi ragionano poi intorno alle cause e alle conseguenze di tale evoluzione, concentrandosi in particolare sull’aumento di tipologie e sottotipologie di disturbi (Schiaccitano, 2013). Uno degli aspetti dibattuti riguardo alle cause è il ruolo delle lobby farmaceutiche, e sanitarie in generale, nell’influenzare tali mutamenti in favore dell’aumento della medicalizzazione (Kieser, Gallio, 2013; Schiaccitano, 2013). Oltre che intorno alle cause economiche, ideologiche e culturali, appare quindi altrettanto interessante riflettere sulle conseguenze che l’aumento dei disturbi può contribuire a produrre. È chiaro infatti che l’aumento delle definizioni e delle soglie di inclusione ha come effetto un incremento dei disturbi. Quando si analizza l’aumento del disagio a livello sociale, il rischio è che non si tenga abbastanza conto di come avvenga la costruzione dei dati: se gli incrementi sono correlati a questioni definitorie, che producono diversi numeri e forme dei disturbi, è chiaro che i dati dovranno essere relativizzati. Si tratta della questione del potere di nominare a cui si riferiva il discorso di Ehremberg, ma non solo. Qui entra in gioco anche la riflessività che queste scelte definitorie producono attraverso quelle narrazioni di cui sono al contempo causa ed esito.

 

La cicogna e lo stagno

La concezione della “sociogenesi” dei fenomeni psicopatologici (De Swaan, 1982, cit. in Faccio, 2010) attribuisce a gran parte dei disturbi psichiatrici una matrice sociale; ogni comportamento di malattia presuppone l’adesione ad un modello culturale - sociale del quale vengono assimilate le regole che poi la malattia traduce. Secondo la prospettiva di Elena Faccio, per questi motivi, con forme più o meno latenti, più o meno implicite, “l’ammalarsi potrebbe configurarsi allora come un processo d’apprendimento”. Clinici e ricercatori hanno individuato alcuni fattori responsabili delle cosiddette profezie che si auto-adempiono (altrimenti dette “disturbi psico-iatrogeni” o ancora “devianza secondaria”); si tratta, in pratica, dell’“effetto etichettamento”: identificandosi con la propria trasgressione, la persona tende ad immedesimarsi totalmente con il ruolo assegnato, fornendo le prove e accelerando il processo d’identificazione nei comportamenti attribuiti alla patologia. D’altra parte, un individuo indotto a ricostruire la propria autobiografia attraverso gli schemi diagnostici disponibili, per esempio quelli che gli vengono forniti dal terapeuta, tenderà a reinterpretare i fatti e a rielaborarli in modo da farli coincidere con una teoria atta a spiegarli, fornendo le prove che la confermano. Appare interessante, in questo senso ricordare un racconto africano narrato in un suo testo da Karen Blixen:

«Un uomo che viveva presso uno stagno una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna».

Tale racconto è spesso stato utilizzato (per es. Cavarero, 2001 e Gherardi, Poggio, 2003) per trattare di come il percorso di ogni vita possa alla fine lasciarsi guardare come un disegno che ha senso. L’idea è che, anche se intenzione e accidenti sono mescolati assieme, tuttavia alla fine possa emergere un disegno con l’unità di una figura. Nel racconto è l’uomo stesso che riconosce la figura della cicogna; il presupposto è che lui sappia riconoscerla perché sa cosa rappresenta quella figura. Adriana Cavarero, invece, usa questo racconto nel libro Tu che mi guardi, tu che mi racconti, il cui titolo allude proprio ai due principi fondamentali per il processo di identificazione che sono l’altro che guarda, o l’altro che racconta: colui o colei che può esplicitare il senso, il percorso, ricostruire la forma delle scelte. Secondo la sua prospettiva, è necessario un interlocutore, per dare senso ex post al racconto ovvero ricondurlo a categorie interpretative, ma anche perché si compia la narrazione attraverso il racconto a qualcuno. Questo tema è stato ampiamente trattato da Foucault nelle sue riflessioni sulla confessione. Secondo questo autore, la chiave per comprendere come operano le tecnologie del sé è la convinzione che si possa, con l'aiuto di esperti, dire la verità su se stessi. La convinzione che la confessione riveli la verità trova, secondo il filosofo francese, la sua più potente espressione nell'attenzione che rivolgiamo alla sessualità. Si tratta cioè della credenza che il corpo e i suoi desideri, una volta scientificamente interpretati, siano la forma di verità più profonda riguardo un particolare individuo e gli esseri umani in generale. Dalla penitenza cristiana fino all’epoca contemporanea, i desideri del corpo sono stati l'argomento centrale della confessione. Nel XIX secolo, in Occidente, si svilupparono scienze interpretative “soggettivanti” che, attraverso l'esame (medico), la confessione e l'idea di sessualità, ricercavano nel sesso il significato profondo dell'individuo (Foucault, 1996, p.16). Per Foucault la costituzione moderna di queste scienze ermeneutiche attraversò due fasi. Nella prima il soggetto era considerato capace, attraverso la confessione, di esprimere i propri desideri all’interno di un discorso appropriato. L’ascoltatore provocava, giudicava o consolava il soggetto, ma l'intellegibilità del nucleo essenziale del discorso era ancora accessibile, almeno in linea di principio, al soggetto stesso. Nella seconda fase, corrispondente circa al lavoro di Freud, non si pensava più all'individuo come ad un soggetto in grado di rendere intellegibili a se stesso i propri desideri, benché egli fosse pur sempre tenuto a confessarli. Il loro significato essenziale gli era nascosto, sia per la sua natura inconscia, sia per le profonde opacità di origine corporea che solo un esperto era in grado di interpretare. Il soggetto aveva ora bisogno di un interprete che ascoltasse il suo discorso e che lo rendesse disponibile ad essere padroneggiato. Sebbene non abbia inteso ridurre l'arte e la scienza dell'interpretazione, così importanti nel pensiero del XIX e del XX secolo, all'esame psichiatrico, tuttavia, nel suo lavoro Foucault riflette a lungo su come il potere di queste scienze interpretative derivi in parte dalla pretesa di poter svelare la verità sulla nostra psiche, sulla nostra cultura, sulla nostra società: verità che possono essere comprese solo da specialisti dell'interpretazione (Foucault, 1978).

 

Riflessioni conclusive: riflessività, sapere esperto e definizione della realtà

Nel far west un gruppo di soldati sta predisponendosi ad affrontare l’inverno in un forte. Il capitano, preoccupato che possa essere un inverno freddo, ordina ai suoi soldati di raccogliere molta legna; volendosi poi assicurare di operare correttamente, chiama un soldato e gli ordina di andare da un vecchio indiano che sta sulla cima del monte per avere informazioni su quanto sarà freddo l’inverno. Il soldato monta a cavallo e corre verso la montagna, scala una impervia roccia e arriva dal vecchio indiano che con gli occhi socchiusi sta scrutando la vallata. “Mi manda il capitano del forte” dice il soldato all'indiano, “vorrebbe sapere come sarà il tempo questo inverno”. L'indiano socchiude gli occhi, riflette e poi risponde “Dì al tuo capitano che questo anno sarà molto, molto, freddo”. Il soldato torna indietro e trafelato riferisce la risposta al capitano. Il capitano, perplesso, ordina ai soldati di prendere ancora più legna, ma poi, non soddisfatto, decide di richiamare il soldato perché torni dal saggio per avere maggiori informazioni: “torna su e fatti specificare meglio. Molto, molto freddo non dice abbastanza, chiedi ancora” gli ordina. Il soldato riparte di gran carriera, ripercorre tutta la strada e di nuovo domanda all'indiano, il quale, richiude gli occhi e risponde “Dì al tuo capitano che questo anno sarà molto, molto, molto freddo”. Il soldato ripete contando sulle dita i “molto” detti dell'indiano e corre a riferire al capitano. Il capitano dà quindi ordine di raccogliere ancora legna, ma poi, ancora non contento, dice al soldato: “Molto, molto, molto freddo non è ancora una quantificazione precisa, torna dal saggio indiano e chiedi ancora”. Il soldato per la terza volta monta a cavallo, si arrampica e giunge a chiedere per la terza volta al saggio la stessa cosa: “Mi manda il capitano per sapere come sarà il prossimo inverno”. Il vecchio, sempre assorto a guardare la vallata, gli risponde “Dì al tuo capitano che questo anno sarà molto, molto, molto, molto freddo”. Il soldato contando con la mano ripete “molto, molto, molto, molto freddo” ma prima di ripartire, non resiste alla curiosità e pone al saggio un’altra domanda: “Scusa ma tu come fai a saperlo?” E il vecchio, sempre quietamente, gli risponde: “Lo capisco da quanta legna stanno raccogliendo i soldati”.

Questa celebre storiella è utile a introdurre e focalizzare le ultime riflessioni sul ruolo del sapere esperto nella circolazione e nella diffusione di una certa definizione della realtà. Appare a questo punto interessante ragionare su quanto e come un sapere esperto, che ha il potere di nominare e descrivere certi fenomeni, possa collaborare alla loro costruzione. Si tratta certamente di una prospettiva di matrice costruttivista che ci porta a interrogarci su quanto e come le categorie attraverso le quali viene classificata la realtà concorrano a rintracciare alcune letture e quindi inevitabilmente a farle emergere. Percorrere questo ragionamento significa anche riflettere sul fatto che, scegliendo come raccontare la società del disagio, si possono generare, in una prospettiva di riflessività, una serie di effetti molto diversi; la domanda posta in altri termini è in che modo le narrazioni sul disagio, che circolano e si diffondono, possano, come nella storiella sopra citata, contribuire ad aumentare il disagio. Credo che interrogarsi sulle possibili risposte porti a riflettere su diversi ordini di questioni. La prima riguarda le implicazioni politiche della costruzione sociale del disagio. Si prenda l’esempio dell’obesità: come sottolineano efficacemente Hollows e Jones (2010) attualmente quello che si cerca di costruire e rappresentare è una sorta di panico morale (Maneri, 2001)[4] intorno alla questione dell’obesità. Usare espressioni come “epidemia” o “minaccia alla salute pubblica” quando ci si riferisce all’obesità è parte di questa costruzione. Parlare dell’obesità come di una malattia e connetterla al disagio psichico, inoltre, porta a classificare gli obesi come malati. Conrad e Maturo nei loro studi sulla sociologia della salute hanno dedicato ampio spazio alle riflessioni sulla definizione dei confini della medicina che passa anche dalla differenziazione del concetto di miglioramento umano da quello di medicalizzazione “intesa come l’estensione di categorie mediche in ambiti che precedentemente non lo erano”- (Maturo, 2009, p. 26). Per Conrad la definizione dell’obesità come malattia è proprio uno degli esempi utili a spiegare il potere delle organizzazioni di Managed Care[5] statunitensi nel definire i territori di malattia e, nondimeno, i confini delle coperture assicurative sulla base di parametri di convenienza economica. Dal momento in cui le organizzazioni di Managed Care hanno capito che conviene come investimento finanziario coprire un intervento di bypass gastrico piuttosto che curare le potenziali malattie e condizioni legate all’obesità (come diabete, malattie al cuore, problemi muscolari o scheletrici), si è iniziato a costruire il discorso sull’obesità e sulla sua medicalizzazione. Considerare l’obesità una malattia modifica le soglie di interventi coperti dalle assicurazioni producendo anche un mercato della cura (Ivi, p.49). I discorsi sull’ “epidemia dell’obesità”, come su molti altri disagi, sono quindi costruiti anche da interessi economici che li utilizzano per legittimare politiche sanitarie, ma poi riflessivamente circolano, si diffondono e producono altri discorsi.

La seconda questione riguarda gli effetti del sapere esperto di tipo divulgativo sulla circolazione di retoriche e narrazioni; la domanda in questo caso è quanto un certo sapere psico-socio divulgativo, descrivendo una certa realtà secondo alcuni criteri diagnostici, può incidere sulla definizione della realtà o conseguentemente (e riflessivamente) sulla sua costruzione? Quanto e come, poi, queste “diagnosi” circolano nei discorsi e si muovono riflessivamente tra narrazioni, produzione culturale e nuove diagnosi o autodiagnosi? Una certa letteratura che si occupa di analizzare i media secondo una prospettiva critica ha rintracciato nei nuovi format della lifestyle e makeover television un territorio formidabile per mettere in scena la cura del disagio e per produrre una “buona cittadinanza” attraverso l’autodiagnosi e l’autosorveglianza. Questa lettura che si situa nelle teoria della governamentality di ispirazione foucaultiana, parte dal presupposto che il soggetto per essere libero nelle società neo liberali deve essere assoggettato a saperi e pratiche esperti. Secondo la sociologa Elisa Giomi - che analizza il fenomeno della makeover television in due differenti lavori, il primo più orientato a analizzarne i contenuti (2012) il secondo più le forme (2013)- sia per il tipo di ideologia che viene veicolata, sia per le pratiche che sono utilizzate per veicolarla, rappresenta un processo di addomesticamento in cui: “l’azione normativa che viene messa in atto (…) è produrre soggetti docili, integrati nella disciplina del sistema attraverso la centralità del discorso psicologico e l’adozione di tecniche di sorveglianza e continuo regolamento della propria condotta (2013, p.182). Il nucleo concettuale di questi tipi di format può essere riassunto nell’equazione “trasformazione materiale = condizione o indice per una trasformazione interiore” (Ibidem, p. 163),   e rappresenta, alimentandola, quella che Frank Furedi (2004) ha definito “cultura della terapia” che si focalizza sulla vita interiore, sulla dimensione psicologica e che propone “soluzioni biografiche alle contraddizioni sistemiche”. Una cultura che incoraggia da un lato i processi di auto-consapevolezza e di autonomia, ma dall’altro produce “un atteggiamento mentale di ossessivo auto-ascolto e di percezione del sé come luogo di perenne conflitto, fonte di insoddisfazione e oggetto di ansia” (tutti temi che ricorrono nei format di lifestyle e makeover television) (Giomi, 2013, p. 164).

La terza e ultima riflessione riguarda il rapporto tra diagnosi psico-sociali e costruzione della realtà. Forse è utile tornare un momento alla storia della cicogna. Secondo quello che si è sostenuto fino ad ora, infatti, le forme che le scienze interpretative danno ai fenomeni dipendono dalle categorie che hanno a disposizione. Questo vale per chi si occupa, a livello psicologico o psichiatrico, di diagnosticare un disturbo o rileggere la biografia di una persona sulla base di uno schema noto, ma vale anche per chi, secondo una prospettiva più macro, magari di matrice socio-antropologica, cerca di comprendere o ancor peggio di spiegare una certa realtà, connettendo molte storie come tasselli di un mosaico di cui si sono già delineati i contorni. Come nel caso della storiella dell’indiano e del soldato, sembra che attualmente i due livelli micro e macro abbiano la tendenza a collassare uno sull’altro, confermandosi, e quindi opacizzandosi, reciprocamente invece di collaborare allo smascheramento e alla decostruzione di retoriche e di ideologie.

Per tutte queste ragioni, non si può non concludere che finché le scienze dell'interpretazione continueranno a cercare una verità profonda postulando un "grande narratore" che, solo, può avere un accesso privilegiato al significato, finché non terranno in sufficiente conto della relatività e della possibile fallacia dei costrutti che utilizzano, saranno destinate a fornire un contributo alle strategie del potere, anzi, per utilizzare ancora Foucault, di fatto ne divengono un dispositivo.

Bibliografia

Beneduce R., 2013, “Illusioni e violenza della diagnosi psichiatrica”, in Aut Aut 357, La diagnosi in psichiatria, gen-mar 2013, pp. 209-238.

Brown P., 1990, “The Name Game: Toward a Sociology of Diagnosis”, in The Journal of Mind and Behaviour, 3-4, pp. 385-406.

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* Luisa Stagi insegna Sociologia generale presso il DISFOR, Università degli studi di Genova. La sociologia del cibo e del corpo sono tra i principali temi di ricerca e di pubblicazione (La società bulimica, FrancoAngeli, 2002 e Anticorpi, Franco Angeli, 2008, Lavori in corpo, FrancoAngeli 2010). Più di recente gli ambiti di ricerca si sono estesi verso i temi del genere, questo interesse ha anche portato alla co-fondazione del laboratorio universitario interdipartimentale AG-About Gender e dell’omonima rivista (AG- Rivista internazionale sugli studi di genere) di cui è co-direttrice. Dal 2009 collabora con il Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova ed ha partecipato alla scrittura e alla produzione di due documentari: Jo no me complico (2010) e Dramma, Scempio e Fama (2012).

 

[1] L’uomo dell’organizzazione (Whyte, 1956), The First New Nation (Lipset, 1963), The Theory of Mass Society (Shils, 1962).

[2] Secondo la prospettiva di Rabow (1983), un sociologo che ha ricostruito l’excursus del rapporto tra sociologia e psicoanalisi classificando in cinque modi l’utilizzo della psicanalisi in sociologia, Lasch e Sennet appartengono alla prospettiva del riconoscimento.

[3] Tratto dal contributo video “Il disagio nella società: ipotesi di lettura Alain Ehrenberg” https://www.youtube.com/watch?v=9WFYLh4WNQs.

[4] Maneri, utilizzando e ampliando il concetto di Cohen (1972), definisce panico morale “l’insieme delle ondate emotive nelle quali un episodio o un gruppo di persone viene definito come minaccia per i valori di una società; i mass media ne presentano la natura in modo stereotipico, commentatori, politici e altre autorità erigono barricate morali e si pronunciano in diagnosi e rimedi finché l'episodio scompare o ritorna ad occupare la posizione precedentemente ricoperta nelle preoccupazioni collettive (2001, p.8).

[5] Le Managed Care sono le organizzazioni che dominano la distribuzione di assistenza sanitaria negli Stati Uniti fissando i limiti e i vincoli alle cure che possono ricevere i pazienti (Conrad, 2009, p.48).

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